martedì 27 maggio 2014

Il muro di nebbia sul Lago Michigan



Quella che doveva essere una tranquilla gita in barca si è trasformata in una rocambolesca avventura, per una coppia di pescatori del Lago Michigan. Andrew Ballard, 24 anni, e il padre Spencer, erano da poco salpati da Platte Bay, sulla sponda settentrionale del lago, il 21 maggio scorso, quando si sono imbattuti in un muro di nebbia che ha letteralmente inghiottito la loro imbarcazione.
Dentro alle nuvole La densa muraglia, avvistata a una trentina di chilometri di distanza, si è lentamente avvicinata alla barca, scorrendo come una valanga a pelo dell'acqua, e i due, invece di accelerare per tornare a riva, hanno deciso di provare a vedere come si stesse al suo interno.
Andrew è riuscito a filmare il fenomeno
Ma all'interno del banco di nebbia, le cose si sono messe male:
«Il vento soffiava a 32 chilometri orari, le onde si sono ingrandite e la temperatura è calata bruscamente.
La visibilità si è ridotta a 9 metri, e ci siamo persi» ha raccontato Andrew, che è riuscito a ritrovare la rotta grazie al GPS.
Le cause Quella incontrata dai due pescatori è, secondo i metereologi, nebbia d'avvezione, che si forma quando una massa d'aria calda e umida passa sopra a una superficie molto fredda (in questo caso, quella del lago).
La nebbia si sviluppa mano a mano che l'aria si raffredda, e si dissolve quando il Sole, alto nel cielo, comincia a far salire la temperatura.



Il video del curioso fenomeno atmosferico incontrato da due pescatori usciti in barca: un denso banco di nuvole basse che avanza inesorabile a pelo d'acqua, come una valanga.

di: Elisabetta Intini

Tratto da Focus. it

Pellicce sostanze tossiche nei capi d'abbigliamento




La Lav ha smascherato la presenza di inserti pericolosi nei capi d'abbigliamento ed ora il Ministero della Salute è intervenuto per ritirare dal mercato il 50% dei prodotti con inserti di pelliccia segnalati.
La Lav chiede nuovi accertamenti e ribadisce la necessità di vietare il commercio di pellicce per la tutela degli animali e dei consumatori.
La Lega Anti Vivisezione ha rivelato la drammatica realtà delle sostanze tossiche e cancerogene presente negli inserti di pelliccia animale utilizzati come bordature dei capi d'abbigliamento per bambini, con età compresa tra i 18 mesi e i 12 anni.
Il Ministero della Salute ha svolto le relative indagini a seguito della campagna Toxic Fur, con cui la Lav lo scorso anno denunciava la presenza di sostanze tossiche cancerogene nei prodotti d'abbigliamento destinati anche all'infanzia.
Tra le marche coinvolte troviamo alcune delle più note firme italiane del settore bambino e del lusso:
Il Gufo,
Miss Blumarine,
Fix Design,
Gucci e Brums. Fin dalle prime valutazioni 4 articoli sui 6 segnalati - Il Gufo, Miss Blumarine, Fix Design e Brums - sono risultati potenzialmente pericolosi per via della presenza di formaldeide, nonifenolo etossilato e PCP Pentaclorofenolo.
L'Istituto Superiore della Sanità ha inoltre valutato un potenziale rischio inaccettabile per i consumatori.
I livelli di PCP rilevati eccedevano la soglia di rischio associata all'insorgenza di 1 caso di tumore per 1 milione di persone esposte. Il Ministro della Salute ha bloccato le vendite dei prodotti pericolosi e ha condotto nuovi test tossicologici ufficiali, che hanno confermato la presenza di sostanze chimiche pericolose sui capi destinati alla vendita.
Il Ministero della Salute ha emesso i seguenti provvedimenti per il ritiro dei prodotti pericolosi:
1) Articolo Il Gufo (Giaccone piuma, 18 mesi): per presenza di Naftalene, sostanza tossica che può causare anemia emolitica, è stato classificato come prodotto pericoloso.
Obbligo di ritiro dal mercato. il gufo giaccone piuma
2) Articolo Miss Blumarine (Berretto 5 anni), per presenza di Naftalene e Cromo III, classificato come prodotto pericoloso.
Obbligo di ritiro dal mercato e informativa ai consumatori che hanno acquistato l'articolo relativamente alla possibile insorgenza di dermatite allergica. miss blumarine
3) Articolo Brums (Caban Piuma, 7 anni), per presenza Cromo III, classificato come prodotto pericoloso.
Obbligo di ritiro dal mercato e informativa ai consumatori che hanno acquistato l'articolo relativamente alla possibile insorgenza di dermatite allergica. brums
I produttori sono stati iscritti nel registro degli indagati con l'accusa di violazione del Codice del Consumo per immissione sul mercato di prodotti pericolosi.
Ora la Procura disporrà ulteriori accertamenti su altri capi. Inoltre: 1) Per il capo di marca Gucci (Cappotto 12 anni con inserto di pelliccia di volpe), a norma dell'articolo 33 del Regolamento Europeo sulle Sostanze Chimiche (REACH, Reg. CE 1907/2006), l'azienda dovrà informare tutti i propri distributori (e quindi anche i consumatori che ne facciano richiesta) della presenza nel proprio prodotto di Nonilfenolo Etossilato – sostanza che ha impatto diretto sull'ambiente, ma non sulla salute delle persone. gucci cappotto
2) Per i due articoli Fix Design (una borsa e un cappotto con inserti di pelliccia) non è stato possibile compiere accertamenti ufficiali a causa della indisponibilità dei capi segnalati dalla Lav.
Borsa cappotto fix design
"Nella lavorazione delle pellicce sono ampiamente utilizzate sostanze chimiche pericolose classificate anche come tossiche e cancerogene.
Con l'indagine Toxic Fur abbiamo dimostrato che nei prodotti finiti immessi sul mercato ed indossati dai consumatori, anche bambini, è possibile trovare tracce di queste sostanze che possono anche avere effetti nocivi sulla salute" – dichiara Simone Pavesi, Responsabile LAV Campagna Pellicce - "Al fine di tutelare milioni di consumatori, salvando anche la vita di milioni di animali vittime di questa industria, è opportuno che le istituzioni provvedano celermente a vietare il commercio di pellicce".
Marta Albè
Tratto da greenMe.it: sarò buon* con la Terra

Dendera – Nelle sale di Hathor


La località di Dendera, in antico egiziano Iwnet o Tantere, si trova a circa 60 chilometri a nord di Luxor.
 Il tempio venne eretto ai piedi della cosiddetta Montagna Texana, sulla sponda sinistra del fiume. 
 Il complesso fu eretto subito prima della grande ansa che porta le imbarcazioni, sulla riva opposta, a cospetto degli enormi complessi architettonici tebani.
 Il grande tempio venne dedicato a Hathor, la sposa del dio Horo, immagine ubiquitaria di fortuna e di fecondità: essa era la “Signora di Dendera”, nata sotto forma di rugiada miracolosa sulle palpebre del dio Ra, nel momento in cui egli era prodigiosamente emerso da un loto primordiale apertosi, nella luce, dalle scure acque del caos degli inizi.


Hathor viene comunemente raffigurata come una donna dalle orecchie di vacca o come una vacca celeste o mentre allatta il faraone. 
Nelle sue manifestazioni terrifiche, invece, Hathor assumeva le forme di una feroce e devastante leonessa. 
La figura della dea, nell’arte e nell’architettura del tempo, assiste costantemente il culto dei faraoni, garantendo loro così l’elisir dell’immortalità. 
Essa era comunque soprattutto la dea dell’amore, in tutti suoi aspetti, la signora della gioia e la patrona della danza e della musica; il simbolo del suo grande volto, in ogni contesto, aveva il potere di allontanare le forze negative e richiamare quelle positive.
 Il luogo di culto di Hathor, come molti altri grandi punti sacri di portata nazionale, meta di devozione e di pellegrinaggio per secoli e secoli, venne continuamente ingrandito e abbellito sino a subire, in epoca tolemaica e poi romana, delle trasformazioni di vasta scala.


Nella forma oggi visibile, il tempio di Hathor venne iniziato sotto il faraone Tolomeo XII Aulete (“Il flautista”), che regnò nella prima metà del I secolo a. C.; i lavori e le modifiche si protrassero fino al periodo dell’impero di Nerone (54 – 68 d.C.). tuttavia, malgrado i grandi investimenti, esso resto parzialmente incompiuto.


Il tempio della grande dea e altri edifici sacri minori, a Dendra, erano circondati da un massiccio muro di cinta in mattoni.
 Un grande cortile precede la facciata del tempio vero e proprio, con le sue sei colonne.


L’accesso è rappresentato da un pronao sorretto da una fitta struttura di 18 colonne.
 Il soffitto del pronao riproduce un cielo stellato, nel quale corrono il sole e la luna e sono tracciate le scansioni del calendario e le entità dello zodiaco.


Lungo lo sviluppo delle pareti, invece, si snoda il corpo deforme e sinuoso della dea Nut, la quale, secondo i dettami dell’iconografia religiosa egiziana, protrattasi per quasi due millenni, ingoiava l’astro solare al tramonto, e lo restituiva, rinnovato e trasformato, allo luce del mattino.


Superata l’entrata, si giunge al primo atrio ipostilo, o sala delle colonne.
 Sulle pareti e sulle colonne di questa sala sono rappresentate alcune scene in cui il sovrano compie dei rituali o porge delle offerte a varie divinità.
 Lasciato l’atrio ipostilo, si arriva alla “sala delle apparizioni”, o secondo atrio ipostilo, il cui tetto è sorretto da sei colonne. 
Su ogni lato di questa sala si aprono tre stanze.
 Tra di esse, si possono citare la sala del tesoro, sulle cui pareti sono incisi elenchi di prodotti preziosi e unguenti, la sala del calendario e la camera del Nilo, dove operavano i sacerdoti addetti a stabilire lo scandire del tempo, ossia il ritmo delle stagioni.
 Dopo la “sala delle apparizioni”, si giunge alla prima sala delle offerte e poi alla “sala di centro”, infine si arriva al sancto sanctorum, che è la parte più sacra di tutto il tempio e dove la dea – secondo il credo egiziano di ogni epoca – viveva quasi fisicamente. Nel sancta santorum erano custodite la barca sacra della dea e un naos contenente la sua statua: era un tabernacolo – armadio di granito, con porte di bronzo incrostate d’oro.
 Una volta all’anno la dea, o meglio la sua statua, saliva sulla sua barca e veniva portata in processione verso sud sino al tempio di Edfu, sede del suo sposo Horo, per celebrare le loro nozze divine.


Il sancta santorum di Dendera era inoltre circondato da un corridoio sul quale si aprivano ben undici cappelle, ognuna con un suo significato preciso. 
Le cappelle era dedicate, partendo dal lato sinistro, innanzitutto ad Hathor, quindi a Iside, quindi a Sokar (una entità sacra di natura funeraria, contraddistinta dalla testa di falco, assimilata a Osiride); vi è poi la cappella di Harsomtus, “Horus che unisce le due terre”, considerato una emanazione di Hathor e di Horo; altre quattro cappelle, tutte dedicate alla principale dea di Dendera; una riservata al solo Horo, e infine altre due cappelle di Hathor.


Il tempio di Dendera presenta una curiosità: nello spessore del muro esterno sono infatti state ricavate dodici camere, lunghe e strette, poste su tre piani. 
Queste dodici cripte, a cui si accedeva attraverso alcune aperture ricavate nelle mura o nel pavimento, servivano a custodire gli oggetti di culto sacri alla dea e gli archivi del tempio.
 Sempre all’interno dello stesso muro, gli antichi architetti egiziani avevano ricavato anche delle scale che salgono sul tetto (o terrazza) del tempio.


Qui si trova un chiosco con dodici colonne, su ognuna delle quali campeggia l’immagine benigna della testa di Hathor, e sei cappelle divise in due gruppi distinti.
 In questo punto, a cospetto delle solenni acque del Nilo, dall’alto di una costruzione che dominava l’intero complesso sacro, mentre gli sguardi abbracciavano le fertili sponde e le ombre del deserto libico, la statua della dea veniva portata una volta all’anno per essere esposta ai raggi di sole al fine di ricaricarla della più sacra e arcana energia del cosmo.
 Sulla terrazza vi sono inoltre due cappelle consacrate al dio Osiride, nelle quali si svolgevano rituali relativi alla rinascita della divinità.


Sui muri, le iscrizioni geroglifiche descrivono in dettaglio la natura dei rituali di resurrezione: il corpo del dio veniva sagomato con una pasta di semi d’orzo, che veniva prima innaffiata di acqua sacra e poi lasciata a germogliare naturalmente, per essere infine seppellita, con tutti gli onori, in una delle cappelle superiori.
 Al rito partecipavano esponenti del clero di ogni provincia del paese, intenti nell’invocare, in questo momento critico, la protezione di ogni genere di creature soprannaturali sulle proprie terre.


All’esterno del santuario di Hathor si trovava un lago sacro, dove si celebravano i misteri di Osiride.
 Nel corso di queste celebrazioni, davanti a un ristretto numero di iniziati, si mettevano sull’acqua delle piccole imbarcazioni, che recavano delle statue di divinità che si supponeva andassero alla ricerca, una volta di più, del corpo della mistica divinità dei defunti. Dietro al tempio di Hathor venne costruito l’edificio sacro dedicato a Iside, sposa di Osiride.


Nei pressi del grande tempio si trovano due mammisi, uno di epoca romana, con i cartigli di Adriano e Antonino Pio, l’altro risalente dell’età tolemaica, costruito dal faraone Nectanebo I nella prima metà del IV secolo a.C. 
In questo tipo di edifici si svolgevano delle feste dedicate alla nascita di Harsomtus in qualità di dio – figlio.


Vicino al tempio di Hathor si trovava un altro santuario in mattoni crudi, dove i malati si recavano per essere curati. 
Questo genere di rito prevedeva che il malato, ad esmpio, dovesse bere delle acque sacre, o essere bagnato con l’acqua che era stata prima fatta scivolare sulla statua di divinità.


In alcuni casi, seguendo il tradizionale rituale sacro dell’incubazione, il paziente doveva passare la notte nel santuario, sperando di avere durante il sonno un sogno guaritore, o l’apparizione salvifica di una divinità. 
I culti “medici” di questa natura ebbero grande fortuna negli ultimi secoli della storia dell’antico Egitto, giungendo persino a essere assimilati, nella cultura di età tolemaica, a quelli che i Greci avevano tributato a Esculapio, il dio ellenico della medicina e delle guarigioni.

Attenzione alle truffe....e una buona notizia " I Pneumatici smessi si possono riciclare "



Forse non tutti sanno che quando acquistiamo una gomma nuova (a meno che non sia rubata) nel suo prezzo è già incluso il costo di smaltimento della vecchia; non date quindi retta a giochi di parole di sconti e sconticini, tutte balle che qualche gommista disonesto si inventa x guadagnare di più.
Il risultato della disinformazione è quello che vedete nella foto e in tutte le campagne limitrofe al paese.
N.b. la bonifica di quei campi da parte della provincia, è a spese di tutti i contribuenti onesti!
Lo smaltimento dei pneumatici si paga anticipatamente, contestualmente all’acquisto dei pneumatici. E’ obbligatorio per legge (come stabilito dal Decreto Ministeriale Nr.82 dell’11 Aprile 2011), ed e’ obbligatorio per chi vende i pneumatici farlo pagare. Copre lo smaltimento futuro (quando verranno sostituiti) dei pneumatici che vengono acquistati oggi. Se il gommista ti chiede di pagare lo smaltimento per dei pneumatici che non hai acquistato da lui, chiedigli a che titolo!
Le case fornitrici hanno versato il contributo PFU ai consorzi di smaltimento che ritirano i pneumatici dai gommisti senza alcun costo aggiuntivo per loro.
Queste notizie si reperiscono solo in rete .....ci fosse un giornale o una TV o un politico (costantemente nei talk show a blaterare del niente), a informare magari qualcuno potrebbe iniziare questa attività e creare posti di lavoro.
Se lo stato sovvenzionasse almeno in parte queste iniziative ci sarebbero meno rifiuti,più ecosistema, più risparmio.... anzi guadagno per tutti



La Provincia di Bolzano, ma anche altri enti locali in tutta Italia, sta sperimentando con successo l’asphalt rubber, il bitume integrato con le gomme usate. I risultati? Rumore abbattuto, più sicurezza e meno costi per le casse pubbliche

Meno rumore e più efficienza per strade e autostrade tricolori. Come?

Grazie alla gomma ricavata dal riciclo degli pneumatici usati, integrata nel bitume utilizzato per realizzare l’asfalto. Ci sta provando ormai da un paio d’anni la Provincia autonoma di Bolzano, che ha avviato dal 2011 una sperimentazione di successo. I dati più recenti, presentati all’ultima fiera Viatec proprio nel capoluogo altoatesino, dimostrano infatti che l’ asphalt rubber – questa l’etichetta con cui la tecnologia è nota in tutto il mondo – funziona.
D’altronde, le 240mila tonnellate di gomme esauste raccolte solo l’anno scorso dal consorzio Ecopneus, che si occupa del corretto smaltimento e mette insieme i grandi marchi del settore, meritano una nuova vita.
Soprattutto in virtù delle qualità che il polverino di gommacontinua a sfoggiare anche dopo il pensionamento. 
Non solo meno rumore ma anche più sicurezza (se l’asfalto drena bene si riducono gli incidenti fino al 20 per cento) e coperture più durature, dunque più economiche per le casse pubbliche, grazie albitume 2.0:
“ I risultati ottenuti quest’anno dimostrano l’efficacia e l’efficienza del sistema – ha dettoGiovanni Corbetta, direttore generale di Ecopneus – l’obiettivo ora è di arrivare in tempi brevi a un recupero totale dei pneumatici fuori uso contribuendo, al contempo, con attività di ricerca e di sperimentazione, a creare le condizioni idonee allo sviluppo in Italia di un moderno comparto industriale del riciclo di questi materiali.
Crediamo fermamente che proprio l’utilizzo di materie prime seconde recuperate dal trattamento dei Pfu in prodotti destinati ai settori sicurezza, strade e sport potrebbe essere il volano per lo sviluppo di un mercato green e la nascita di una reale società del riciclo in Italia”.
In particolare, tutti i test della provincia bolzanina hanno fatto segnare una riduzione del rumore causato dai veicoli in transito fino a 5 decibel.
Vi pare poco? Pensate solo che 3 decibel in meno corrispondono al dimezzamento della pressione acustica. 
L’ecobitume utilizzato per la sperimentazione trentina – ma anche, in misura minore, in altre città dello Stivale, da Livorno a Empoli e Torino passando per le apripista Pistoia, Firenze e Imola fino a Caserta - si chiama Rubbit ed è prodotto dalla Asphalt Rubber Italia, rappresentante italiano della Rubber Pavements Association (Rpa), un’associazione no profit che riunisce produttori ed enti che usanopolverino di gomma allo scopo di una maggiore diffusione proprio della tecnologia Asphalt Rubber, sostenibile per l’ambiente e l’economia. Un’esperienza che, se in Italia è sbarcata solo da pochi anni, nel mondo è ormai una mezza realtà: il conglomerato Asphalt Rubber è conosciuto da decenni e da almeno quindici anni viene utilizzato con un certo successo sia negli Stati Uniti (2.800 km solo in Arizona poi California, Texas e Florida) che in Australia, Sud Africa, Canada e Cina. Non siamo tuttavia gli unici ad averne sottovalutato le potenzialità: anche in Europa non sembrano essersene accorti in molti. Solo 300 i chilometri di rete stradale fra Portogallo, Spagna, Germania e Austria.
Per ora.

Non servono commenti ........vero???

I fratelli Wright


Fratelli Wright, Wilbur Wright (Millville, 16 aprile 1867 - Dayton, 30 maggio 1912) e Orville Wright (Dayton, 19 agosto 1871 - Dayton, 30 gennaio 1948), erano due dei sette fratelli Wright, figli del pastore evangelista Milton Wright e di Susan Catherine Koerner.

I fratelli Wright, furono due ingegneri e inventori statunitensi che hanno dato un contributo fondamentale alla storia dell’aviazione. Sono i primi ad aver fatto volare con successo una macchina motorizzata più pesante dell'aria con un pilota a bordo.
 Il 17 dicembre 1917, riuscirono a far alzare dal suolo il loro Flyer per quattro volte, in modo duraturo e sostanzialmente controllato. 

Iniziarono il lavoro nel settore della stampa per poi cambiare, aprendo un negozio di vendita di biciclette a Dayton, nell’Ohio, successivamente anche progettandole e costruendole loro stessi.
 In quegli anni, alla fine dell’Ottocento, gli studi riguardanti le scienze aeronautiche erano in continuo aumento e l’interesse dei fratelli Wright per l’aviazione si materializzò a partire dal 1900 quando, approfondendo le loro conoscenze, cominciarono ad effettuare sperimentazioni su alianti.
 Il laboratorio del loro negozio di biciclette divenne presto il luogo di assemblaggio dei loro alianti.
 Il primo fu fatto volare come un aquilone, trattenuto da terra, sostenuto dal vento e senza pilota. 
Dopo aver svolto innumerevoli esperimenti messi in atto negli anni successivi, acquisirono le tecniche per mettere in pratica i principi fondamentali dell’aerodinamica.
 Progettarono e realizzarono un aliante con un efficiente sistema di controllo, realizzando di fatto il primo aliante completamente controllabile da un pilota.
 I fratelli Wright pilotarono personalmente la loro creazione. Successivamente fu la volta dell’installazione di un motore a scoppio sull’aliante, motore che venne progettato e costruito con successo dal loro assistente Charlie Taylor.
 Il problema della difficoltà nella costruzione delle eliche venne presto e brillantemente superato: furono loro stessi i disegnatori e costruttori.


Nel 1903, nacque così il Wright Flyer, biplano monomotore, costruito in legno di frassino e abete rosso, mentre i tiranti dei comandi, il motore, il radiatore dell’acqua di raffreddamento e le catene da bicicletta della trasmissione erano in metallo.
 Lo provarono sulle colline di Kill Devil.
 la prima prova di lancio del Flyer, con Wilbur ai comandi, non ebbe successo. L'aereo cadde al suolo, fortunatamente senza subire gravi danni. 
Ci fu il secondo tentativo, con Orville ai comandi.
 Il Flyer si staccò da terra con successo e rimase in volo per 12 secondi, coprendo una distanza di 36 metri.
 Era il 17 dicembre 1903, il primo volo a motore della storia ad opera dei fratelli Wright. 
Ci furono altri voli sperimentali, ogni volo fu più lungo del precedente, l’ultimo dei quali durò 59 secondi, percorrendo una distanza di 260 metri, ma con un'atterraggio brusco.
 Negli anni successivi, il Flyer si perfezionò ulteriormente, fino a sostenere voli di oltre 30 minuti. 

 Il 22 maggio del 1906, Wilbur e Orville Wright, noti come fratelli Wright brevettano il loro aeroplano. 

 David Zahedi
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