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lunedì 12 gennaio 2015

Russia: baby orango venduti sul web come giocattoli


I piccoli di orangotango vengono allevati in Russia come animali esotici da compagnia. Messi in vendita come giocattoli per i super ricchi su internet, dove si trovano annunci pubblicitari. Al prezzo di 24.000 sterline, oltre 30.600 euro.

 Lo rivela un'indagine del "MailOnline".
 Le creature in pericolo non solo vengono allevate in Russia, ma anche importate in spregio alle norme internazionali.
 Con poche regole e una miriade di cavilli legali, si è sviluppato - secondo il giornale inglese - un commercio fiorente di animali, cresciuto con una selezione impressionante di animali - dai macachi ai falchi - offerti su internet a prezzi da capogiro.
 In un "vivaio" chiamato Exotic Zoo, nel villaggio di Desna, fuori Mosca, al "MailOnline" è stato offerto un orango per due milioni di rubli, quasi trentamila euro.

 Le grandi scimmie - va ricordato - sono nella "Red List", un elenco riconosciuto a livello internazionale delle specie in via di estinzione stilato dall'Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn).
 I rivenditori affermano di avere "tutta la documentazione" e vantano le bestiole considerandole animali domestici ideali, perché imitano i loro proprietari, "non mordono", possono indossare pannolini e abiti. 
L'orangutan maschio offerto al "MailOnline" era di circa un anno e sembrava in buone condizioni, stando a quanto riferito.


Il venditore, che non ha dato il suo nome, ma era sulla quarantina, ha detto al giornalista inglese, che fingeva di essere rappresentante di un ricco, potenziale acquirente: "Eccolo qui, si prega di tenerlo. Non abbiate paura, è come un bambino".
 E ancora: "Non morde, è curioso di voi. Lasciategli tenere i vestiti con le mani e le gambe. E' di circa un anno, l'età ideale per trovargli una nuova casa. Si tratta di un bell'animale domestico. E' possibile comunicare con lui, spesso come un membro della famiglia. 
Questi animali non sono mai aggressivi se sono nati e allevati da persone".
 Un commerciante spiega poi ai potenziali clienti che i baby orango "sono nati nel vivaio sotto la supervisione di esperti professionisti" e che tutti gli animali vengono regolarmente controllati dai veterinari.

 Fonte: nelcuore.org

L'insolito metallo trovato in un relitto di 2.600 anni fa dimostrerebbe la prova dell'esistenza di Atlantide ?



Trentanove lingotti di un metallo insolito sono stati recuperati da una nave cargo affondata 2600 anni fa al largo della costa meridionale della Sicilia.
 Secondo gli esperti, i lingotti probabilmente provenivano dalla Grecia o dall’Asia minore e destinati ai laboratori di Gela, Sicilia. Evidentemente, la nave è colata a picco poco prima di entrare nel porto, a seguito di una forte tempesta. 

 “Il relitto risale alla prima metà del 6° secolo”, spiega a Discovery News Sebastiano Tusa, direttore della Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali del Mare della regione Sicilia. “La nave si trovava a circa 300 metri dalla costa ad una profondità di circa 3 metri”.


A catturare l’interesse dei ricercatori sono stati soprattutto gli insoliti lingotti trovati nel relitto. 
Le analisi hanno rivelato che si tratta di un metallo composto da una lega di rame, zinco e piccole percentuali di nickel, piombo e ferro. 
 “Non è mai stato trovato nulla di simile in precedenza”, continua Tusa, il quale afferma che potrebbe trattarsi del mitico oricalco, il metallo misterioso che secondo Platone era prodotto ad Atlantide. “Sapevamo dell’oricalco da testi antichi e alcuni oggetti ornamentali”.


L’esistenza, l’origine e la composizione dell’oricalco sono stati oggetto di ampio dibattito da parte dei ricercatori. 

Secondo quanto scrive Platone, Atlantide risplendeva della “luce rossa dell’oricalco”, il quale aveva un valore secondo solo all’oro. Il filosofo registra che il metallo prodotto ad Atlantide era stato utilizzato per ricoprire le pareti interne, le colonne e i pavimenti del tempio di Poseidone. 

 Il nome del metallo deriva dalla parola greca “oreikhalkos”, che significa letteralmente “montagna di rame”.
 Gli antichi greci tramandavano che l’oricalco era stato inventato da Cadmo, un personaggio mitologico greco-fenicio, fondatore e primo re di Tebe.

 Nella sua Eneide, Virgilio scrive che la corazza di Turno era composta da “oro e oricalco bianco”, il che ha fatto ipotizzare che si trattasse di una lega di oro e argento. 

Il metallo è menzionato anche nelle Antichità Giudaiche di Tito Flavio Giuseppe, uno storico di origine ebraica del 1° secolo d.C., secondo il quale la navi che decoravano il Tempio di Salomone erano di oricalco. 

 Attualmente, alcuni studiosi suggeriscono che l’oricalco poteva essere una lega simile all’ottone, prodotto in antichità tramite un processo di cementazione, ottenuto attraverso la reazione minerale di zinco, carbone e rame metallico in un crogiolo. 
 Tuttavia, la scoperta dei lingotti sul fondo del mare siciliano potrebbe svelare finalmente il mistero sull’origine e la composizione di questo enigmatico metallo.


Fonte: www.ilnavigatorecurioso

Spartaco: lo schiavo che sfidò la potenza di Roma


Si possiedono scarse informazioni sulla gioventù di Spartaco. Sicuramente venne alla luce in Tracia, molto probabilmente nel 109 a.C., da una famiglia facente parte della tribù dei Maedi che si occupava di pascolare e custodire mucche, pecore e capre. 
Fu un pastore sin dalla giovinezza e le sue giornate si caratterizzarono nella occupazione di difesa delle mandrie da lupi, orsi e banditi o da ore trascorse nel dolce far nulla.
 La sua passione per i combattimenti lo portò presto a intraprendere la professione di soldato. 
Per alcuni storici fra i quali annoveriamo Appiano, Spartaco lottò contro i Romani, finendo per essere da questi imprigionato.
 Non essendo in grado di comprarsi la libertà, fu ceduto come gladiatore. 
Altri storici sono persuasi invece che egli fosse stato un soldato ausiliario nell’esercito romano.
 In questo modo si comprenderebbe come mai Spartaco conoscesse molto bene le tecniche romane riguardanti l'impiego di mezzi e di reparti militari in un combattimento.
 La sua carriera militare in ogni caso non durò molto in quanto egli abbandonò l’esercito preferendogli una vita alla macchia caratterizzata da azioni violente contro persone e cose sulle vie deserte della Tracia.
 Durante un assalto a dei viaggiatori venne da questi catturato e venduto come gladiatore. 

Spartaco e altri banditi furono condotti a Capua nella scuola di Lentulo Batiato, che preparava moltissimi gladiatori per i combattimenti negli anfiteatri.


Spartaco, irritato a causa del duro trattamento che Lentulo infliggeva a lui e agli altri prigionieri di sua proprietà, volle opporsi ai soprusi e nel 73 a.C. fuggì dall'anfiteatro capuano nel quale era stato relegato.
 Settanta gladiatori lo seguirono diretti al Vesuvio.
 Sulla via che conduceva al vulcano i rivoltosi affrontarono un gruppo di uomini armati, appartenenti alla guarnigione dislocata in quella città, che avevano avuto l’ordine di catturarli. 
Ad avere la meglio però furono Spartaco e i suoi gladiatori, nonostante fossero armati solo di strumenti adatti al lavoro dei campi, arnesi da taglio e aste appuntite di ferro di cui si erano impadroniti nella caserma e nei locali in cui si consumavano i pasti della scuola gladiatoria.
 Si impossessarono pertanto delle armi dei soldati romani uccisi. 

Spartaco venne scelto dai rivoltosi quale comandante e come suoi aiutanti ebbe i galli Enomao e Crisso. 
Si diressero alle pendici del Vesuvio sia per accrescere il proprio numero, accettando numerosi schiavi in fuga e rendendoli pronti a sostenere un combattimento corpo a corpo, sia per stabilire le future mosse. 

 I Romani, consci che la rivolta di Spartaco stava assumendo risvolti pericolosi e inaspettati, conferirono il compito di punire i ribelli all’aristocratico Appio Claudio Pulcro che disponeva di tremila soldati.
 Pulcro accerchiò i nemici ma questi, avvantaggiandosi della mancanza di luce, furono in grado di arrivare senza far rumore alle spalle dei romani posti di guardia all’accampamento, per cui furono in grado di circondarlo e assalirlo massacrando buona parte dei legionari, mentre i pochi rimasti in vita scapparono.
 Questo scontro viene ricordato dagli storici come la «battaglia del Vesuvio». 
Questa incredibile vittoria militare venne raggiunta grazie alle conoscenze acquisite da Spartaco sui campi di battaglia e alla suo acume nel preparare tattiche da combattimento.
 Moltissimi schiavi fuggiaschi, nonché pastori e contadini in condizioni di estrema povertà che abitavano nei pressi del Vesuvio, decisero di unirsi ai rivoltosi, facendo raggiungere l’armata di Spartaco l’incredibile cifra di quarantamila unità.
 Per poter nutrire così tanti uomini l’ex pastore trace iniziò a saccheggiare i terreni appartenenti agli aristocratici per poi passare alle città di Cori, Nocera e Nola.


Spartaco sconfisse più volte i Romani, ma la vittoria militare più importante venne ottenuta dai ribelli contro il pretore Publio Varinio e i suoi inviati propretori, Furio e Cossinio.
 Spartaco non solo vinse in battaglia i soldati, ma si impossessò dei cavalli, dei vessilli delle unità militari dell'esercito romano e dei fasci littori del pretore. 

Da questo momento egli ebbe il pieno controllo su tutto il fertile territorio della Campania.
 Cossinio venne sorpreso mentre si rilassava bagnandosi nelle acque di Saline, una cittadina posta tra Ercolano e Pompei e, sebbene riuscisse in un primo momento a sottrarsi alla morte, fu braccato e in seguito ucciso insieme a numerosi soldati. 
Non deve cogliere di sorpresa una sconfitta di tali proporzioni sopportata dalle truppe romane, sia perché non erano state utilizzate le legioni che offrivano maggiori garanzie, sia perché i pretori e i loro rappresentanti, provenienti dalla comune cerchia politico–amicale, non avevano molto spesso alcuna conoscenza di come condurre una manovra bellica e di come impiegare mezzi e reparti militari in un combattimento, visto che a Roma il loro compito principale consisteva nella concreta applicazione delle norme giuridiche e di rado, e in alcune occasioni straordinarie, si occupavano di dirigere operazioni militari.

 Dopo un anno trascorso in razzie e saccheggi, Spartaco comprese che non era opportuno soggiornare ancora in Italia.
 Parecchi uomini del suo esercito erano galli, germani e traci che desideravano fare ritorno alle proprie terre. 
Pertanto era necessario raggiungere e superare le Alpi. Ma vi era un ostacolo rappresentato dall’esercito del pretore Publio Varinio. 
L’ ex pastore trace con un piano astuto riuscì ad eludere le truppe romane.

 Lo storico Frontino ci racconta l’episodio con dovizia di particolari :«Circondato dai soldati del pretore, Spartaco fece erigere dai suoi uomini dei pali ad intervalli regolari davanti alle porte del campo. Legò a questi pali dei cadaveri che armò, in modo che in lontananza sembrassero delle sentinelle. Fece anche accendere dei fuochi per il campo e mentre i nemici erano ingannati da questa vuota esibizione, Spartaco e il suo esercito sgusciarono via nottetempo (Stratagemmi, 1, 5, 22)».

 Dal momento che non era più possibile attraversare le Alpi, poiché si era in pieno autunno, Spartaco decise di svernare, insieme ai suoi settantamila uomini, nel mezzogiorno d’Italia, dal momento che controllava pienamente la Campania, la Lucania e la Calabria. Favorì l’acquisto di ferro in modo tale che i fabbri preparassero nuove armi e corazze protettive per gli uomini che da poco erano entrati a far parte del suo esercito. 
Desiderava affrontare i Romani non più come un’accozzaglia di gente disprezzabile e disonesta, ma con dei veri e propri soldati. Nel 72 a.C. il Senato romano iniziò a considerare seriamente l’insurrezione spartachista, dal momento che il popolo era disgustato dalle stragi, razzie e stupri compiuti dagli schiavi in fuga, e stabilì che i consoli di quell’anno, Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano sconfiggessero una buona volta i ribelli. 
Crisso, capeggiando un buon numero di rivoltosi celti e germanici, raggiunse la Puglia ma qui venne vinto in battaglia da Publicola nella penisola del Gargano e messo a morte.
Spartaco, però, non fu preso da timore quando seppe dell’uccisione dell'alleato, e anzi ebbe la meglio per l’ennesima volta sulle legioni romane. 
Le truppe guidate dal console Clodiano Lentulo, nell’azione volta a bloccare il transito ai ribelli, molto probabilmente furono battute nell’estate del 72 a.C. sull'Appennino tosco-emiliano. 
Spartaco sconfisse anche il governatore della Gallia cisalpina, il proconsole Gaio Cassio Longino Varo, che lo affrontò nelle vicinanze di Modena con circa 10.000 uomini e che solo con molta fortuna riuscì a salvare la propria vita quando invece moltissimi soldati romani furono massacrati.

 A questo punto nessuno poteva impedire a Spartaco e ai suoi uomini di attraversare le Alpi. Ma in quei mesi i ribelli da lui guidati avevano condotto una vita sicuramente migliore di quella mai avuta in passato e pertanto rimandarono il ritorno in patria. 
A quel punto Spartaco e i suoi uomini raggiunsero la Lucania e si stabilirono vicino a Turi, dove si equipaggiarono di nuove armi, proseguirono con le scorrerie e le devastazioni, e affrontarono nuovamente i Romani, i quali patirono ancora numerose sconfitte.


A Roma il popolo ormai dubitava ci fosse qualcuno in grado di battere lo schiavo fuggiasco che da tre anni imperversava nella penisola. 
Solamente l’aristocratico Marco Licinio Crasso, uomo molto facoltoso, accettò dal Senato il compito di eliminare Spartaco. 
Con prontezza egli riuscì a raccogliere otto unità militari comprendente ognuna da 4000 a 6000 uomini (una volta aveva confidato ad un amico che una persona non poteva definirsi abbiente se non fosse stata in grado di formare una unità militare con i propri denari).
 Il grosso spiegamento di forze evidenzia come il nobile volesse sconfiggere una volta per tutte Spartaco.
 Intanto questi era sempre convinto della necessità di abbandonare l’Italia e pertanto raggiunse con i suoi uomini Reggio Calabria.
 Qui contattò i pirati cilici, che vollero essere pagati anticipatamente ma che abbandonarono le coste calabresi senza imbarcare i rivoltosi.
 È molto probabile fosse stato Crasso ad elargire oro ai pirati affinché lasciassero la penisola senza prendere passeggeri a bordo delle loro navi.
 Con questo avvenimento inizia la parabola discendente dei ribelli. Impedita la fuga ai ribelli, Crasso comandò di costruire una imponente muraglia nella parte più stretta della Calabria che divideva il mar Ionio dal mar Tirreno, difesa da un fossato di notevole profondità, che fermasse l’ex pastore trace e non permettesse approvvigionamenti di nessun tipo al suo esercito. Numerosi banditi, schiavi in fuga e militari cominciarono ad abbandonare le legioni di Spartaco, ma non gli agricoltori o le popolazioni delle città impauriti dalle sue scorrerie. 
Comunque, Spartaco, indeciso sul da farsi dal momento che in due battaglie contro le legioni romane aveva perso dodicimila uomini, alla fine si propose di utilizzare tavole di legno per superare il fossato e scale per oltrepassare le mura difensive romane. 
Superato questo ostacolo gli uomini di Spartaco si divisero tra chi desiderava il proseguimento delle razzie e chi voleva allontanarsi definitivamente dall’Italia.
 Fra coloro che anelavano abbandonare la penisola vi erano molti galli che elessero come loro comandanti Granico e Casto. 
Crasso li assalì nei pressi della rinomata città di Crotone, trucidando più di trentamila uomini. In questa occasione l’esercito di Crasso rientrò anche in possesso dei vessilli della magistratura sottratti a Glabro.

 Gli eventi sembravano volgersi a favore dei Romani, quando Spartaco vinse in battaglia Quinto Tremelio Scrofa, posto da Crasso a nord insieme ad un buon numero di soldati affinché impedisse ai ribelli di scappare verso quei luoghi. 
Spartaco desiderava arrivare a Brindisi per raggiungere a bordo di una nave la natia Tracia, ma nel porticciolo stazionava l’armata di Lucullo, richiamato dalla Grecia, per cui decise di ripiegare nuovamente verso l'interno. 
È molto probabile che volesse portare i rivoltosi oltre le Alpi, dal momento che a nord della penisola non vi erano legioni che potessero fermarlo. 
Crasso venne a sapere, con grande sorpresa, che gli uomini di Spartaco erano sempre fiduciosi di sconfiggere i Romani in battaglia. Spartaco però non era dello stesso avviso e mandò a Crasso dei messi per raggiungere un patto di non belligeranza.
 La risposta del comandante romano fu che Roma non stipulava accordi con chi aveva perso la libertà.




Lo scontro finale violentissimo (dove Spartaco venne sconfitto e ucciso) ebbe luogo nel 71 a.C. in Campania vicino al punto in cui nasce il fiume Sele.
 L’ex pastore trace aveva a disposizione novantamila uomini pronti a tutto. Sessantamila ribelli vennero trucidati. I Romani subirono una perdita di 1.000 legionari e catturarono 6.000 rivoltosi. 

Raccontarono diversi soldati romani che Spartaco si lanciò con veemenza contro di loro e dopo aver ammazzato numerosi soldati romani ricevette un numero talmente elevato di colpi di spada che la sua salma non fu mai recuperata.
 Una parte delle sue truppe scappò e si rifugiò sulle montagne vicine. Crasso fece crocifiggere tutti i ribelli catturati, non coperti da indumenti, sul tratto della via Appia che congiunge Capua a Roma. 
Una parte dell'esercito dei rivoltosi, probabilmente 5.000 uomini, si diressero verso nord, ma furono fermati e sconfitti da Gneo Pompeo Magno, che proveniva con le sue legioni dalla Spagna.
 Si concludeva in questo modo l’insurrezione violenta di Spartaco.

 Giampiero Lovelli

venerdì 9 gennaio 2015

Qual è stata la vera causa della scomparsa dell'isola di Pasqua ?


Nelle solitarie acque dell’Oceano Pacifico, circa 3600 km ad ovest del Cile, si trova Rapa Nui, più nota come Isola di Pasqua (Il suo nome è dovuto al fatto che l'isola è stata scoperta il giorno di Pasqua del 1722 dall’esploratore Olandese Jacob Roggeveen). 

Questo piccolo pezzo di terra emersa rappresenta uno dei più grandi enigmi dell’antropologia e dell’archeologia moderna. Innanzitutto, la presenza dei famosi ed enigmatici Moai, grandi busti antropomorfi scolpiti nella roccia. 
Sull’isola se ne contano ben 638.
 Nonostante le ricerche condotte negli ultimi anni, il loro scopo non è tuttora noto con certezza. 
Secondo la ricerca alternativa, i coloni polinesiani giunti sull’isola intorno a 1100 d.C. non hanno fabbricato i Moai ma li hanno trovati lì. Secondo la leggenda, infatti, Rapa Nui sarebbe l’ultimo lembo di terra un tempo appartenuto al continente perduto di Mu, sede della prima civiltà umana sorta sul nostro pianeta circa 50 mila anni fa.
 Dunque, i Moai sarebbero le reliquie di una civiltà arcaica perduta tra le onde dell’Oceano Pacifico.
 All’indomani del cataclisma globale avvenuto 12 mila anni fa, che avrebbe sprofondato il continente sul fondo del Pacifico, buona parte dei superstiti di Mu riparò fondando colonie sulle nuove terre emerse, mentre una piccola parte rimase su Rapa Nui.


L’Isola di Pasqua è una delle isole abitate più remote al mondo. Essa si trova a 3600 km ad ovest delle coste del Cile e circa 2075 km ad est delle isole Pitcairn. 
 Nonostante la posizione remota, la convinzione abituale degli antropologi è che poco prima del 1200 d.C., alcuni gruppi polinesiani abbiano navigato verso l’isola per stabilirsi lì. 
 Si ritiene che la popolazione sia cresciuta rapidamente, rimanendo fiorente per centinaia di anni, fino a raggiungere la ragguardevole cifra di 20 mila persone. 
 Secondo i ricercatori, la fertilità del terreno avrebbe garantito alla popolazione raccolti abbondanti, permettendo la nascita di una cultura molto ricca e concedendo loro il tempo di scolpire ed erigere i famosi busti di pietra detti Moai.
 Secondo la teoria comunemente accettata, intorno al 1200, gli abitanti cominciarono a tagliare le foreste subtropicali dell’isola in maniera crescente, per la costruzione di canoe e il trasporto dei Moai. 
La deforestazione selvaggia distrusse la fauna selvatica naturale e compromise la fertilità della terra.
 Quando la gente cominciò a patire la fame, in un ultimo disperato tentativo di sopravvivenza, i superstiti cominciarono a praticare il cannibalismo.
 La leggenda vuole che il crollo dell’ecologia dell’isola e della sua civiltà furono completi già quando arrivò l’olandese Jakob Roggeveen, la domenica di Pasqua 1722, motivo per il quale l’isola fu battezzata Isola di Pasqua.
 All’epoca, l’Isola di Pasqua appariva come una distesa di sabbia vuota priva di quasi tutta la fauna e la flora selvatica. 
Gli abitanti si erano ridotti ad una popolazione affamata di 3 mila persone.


L’altro enigma che interroga gli scienziati è il motivo della scomparsa degli ultimi abitanti di Rapa Nui, cioè coloro che secondo l’archeologia ufficiale avrebbero poi eretto i Moai. L’opinione corrente è che la popolazione dell’isola si sia autodistrutta a causa della deforestazione selvaggia, la quale avrebbe compromesso la fertilità del terreno e costretto la popolazione a darsi al cannibalismo.
 Per tale motivo, il crollo della civiltà dell’Isola di Pasqua viene spesso usata come un ammonimento contro la follia dell’essere umano che sfrutta senza controllo l’ambiente in cui vive. Ma un gruppo di scienziati statunitensi del Virginia Commonwealth University ritiene che l’ipotesi del crollo dovuto alla deforestazione è completamente falso e ingannevole. 
 Nello studio pubblicato su phys.org, il gruppo di ricerca riferisce che la popolazione è stata letteralmente decimata dall’arrivo degli europei sull’isola nel 1722, i quali hanno portato la sifilide, il vaiolo e la deportazione per schiavitù. Gli scienziati ritengono che un gruppo significativo di individui è riuscito a sopravvivere perfettamente sull’isola dopo che l’ultimo albero fu tagliato.
 La conclusione è stata suggerita dopo aver trovato numerosi strumenti agricoli sparsi sull’isola, che presumibilmente sono stati utilizzati dagli isolani per il sostentamento. 
 Le indagini hanno rivelato che invece di esserci stato un crollo improvviso dell’attività agricola, si è registrato un calo molto più graduale in alcune aree.

 Lo studio è stato salutato con soddisfazione da coloro che non hanno mai creduto alla stupidità estrema degli abitanti dell’Isola di Pasqua.

ilnavigatorecurioso

Renne: spariscono in Cina per colpa dei cambiamenti climatici


Attenzione, renne in pericolo. Se questo Natale abbiamo raccontato ancora ai bambini la storia di Babbo Natale e dei suoi amici a quattro zampe che volano da una parte all'altra del mondo, dai prossimi anni la favola potrebbe finire. 
Le renne infatti sono seriamente a rischio. E la colpa è, ancora una volta, dei cambiamenti climatici. I possenti animali, eterni amici di Babbo Natale, devono vedersela con una minaccia molto concreta. 

Un nuovo studio condotto in Cina ha rilevato che l'aumento globale delle temperature sta riducendo intere popolazioni di renne. 
Regali natalizi a parte, la loro scomparsa è un problema non da poco.
 Oltre alla perdita della biodiversità, la presenza delle renne e le loro abitudini di pascolo contribuiscono a mantenere il clima della Terra in equilibrio. Di conseguenza, un minor numero renne nel mondo permetterebbe di contrastare meno il riscaldamento globale. Un cane che si morde la coda visto che da un ulteriore innalzamento delle temperature scaturirebbero altre perdite tra le popolazioni di renne.

 Lo studio, pubblicato questo mese sul Journal for Nature Conservation, ha mostrato un netto calo del 25% di queste creature in Cina rispetto ai numeri del 1970.
 Qui le popolazioni di renne sono scese di oltre un quarto negli ultimi 40 anni circa.
 La zona del Mount Daxinganling è l'habitat principale per le renne in Cina. Quest'ultimo ha dovuto fare i conti con i cambiamenti climatici, che hanno causato il degrado del suolo e temperature più elevate. 
Come se non bastasse, a ciò si sono aggiunti anche il bracconaggio (le corna che vengono utilizzate nella medicina tradizionale cinese) e gli incidenti d'auto che hanno coinvolto queste creature. Contro quest'ultimo caso, si è pensato di colorare con una sostanza fluorescente le corna per segnalarne la presenza agli automobilisti della Lapponia.
 Anche se lo studio si concentra esclusivamente sulle renne della Cina, altrove non va meglio. 
Le popolazioni di sono in pericolo anche in Alaska, Russia, Canada. 
Un rapporto del 2013 realizzato dalla National Oceanic and Atmospheric Administration ha scoperto che grandi mandrie in questi paesi hanno tutte subito un netto calo.
 La più grande, situata nella penisola di Taymyr, in Russia, è diminuita da circa un milione di renne nel 2000 a 700.000 esemplari nel 2013. 
Per quanto tempo riusciranno ancora a resistere? 

 Francesca Mancuso

giovedì 8 gennaio 2015

La ricerca di El Dorado, la città dell'oro perduta


Per centinaia di anni, cacciatori di tesori e storici hanno cercato El Dorado, la città dell’oro perduta .
 L’idea di una città piena di oro e altre ricchezze ha un fascino naturale, attirando l’attenzione di persone provenienti da tutto il mondo nella speranza di scoprire il tesoro finale, e un antica meraviglia.
 Nonostante le numerose spedizioni in giro per tutta l’America Latina, la città dell’oro resta una leggenda, con nessuna prova fisica a sostegno della sua esistenza.

 Le origini di El Dorado provengono da racconti leggendari della tribù Muisca. 
A seguito di due migrazioni,una nel 1270 aC e una tra 800 e 500 aC, la tribù Muisca ha occupato le zone di Cundinamarca e Boyacá della Colombia. 
Secondo la leggenda, come scritto da Juan Rodriguez Freyle di “El Carnero,” i Muisca praticavano un rituale per la nomina di un nuovo re che ha coinvolto polvere d’oro e altri preziosi tesori.




Quando veniva nominato un nuovo leader, molti rituali avevano luogo prima che prendesse il suo ruolo di re.
 Durante uno di questi rituali, il nuovo re sarebbe stato portato al Lago Guatavita, dove sarebbe stato spogliato nudo e coperto di polvere d’oro. Sarebbe stato posto su una zattera pluridecorata, insieme ai suoi assistenti, e mucchi di oro e pietre preziose.
 La zattera inviata al centro del lago, dove il re si sarebbe lavato dalla polvere d’oro del suo corpo, e i suoi assistenti avrebbero gettato i pezzi di oro e pietre preziose nel lago.
 Questo rituale è stato inteso come un sacrificio al dio della Muisca. Per i Muisca, “El Dorado” non era una città, ma il re al centro di questo rituale, detto anche “il dorato primo.” Mentre El Dorado si intende riferita alla Gilded One, il nome è ormai diventato sinonimo de la città perduta d’ oro, e qualsiasi altro luogo in cui si possono ottenere rapidamente ricchezza.


Nel 1545, i Conquistadores Lázaro Fonte e Hernán Pérez de Quesada hanno tentato di svuotare il lago Guatavita avendo trovato oro lungo le sue rive.
 Hanno lavorato per tre mesi, con i lavoratori che formavano una catena umana munita di secchio, ma non erano in grado di drenare il lago sufficientemente per raggiungere tutti i tesori in profondità. Nel 1580, un altro tentativo di prosciugare il lago è stato fatto dall’ imprenditore Antonio de Sepúlveda. 
Ancora una volta, i vari pezzi d’oro sono stati trovati lungo le rive, ma i tesori nelle profondità del lago sono rimasti nascosti.
 Altre ricerche sono state condotte sul lago Guatavita, con stime che il lago potrebbe contenere fino a 300 milioni di dollari in oro, senza fortuna nel trovare i tesori. 
Tutte le ricerche si fermarono quando il governo colombiano ha dichiarato il lago area protetta nel 1965.


Tuttavia, la ricerca di El Dorado continua, anche senza la possibilità di cercare nel lago Guatavita.
 Le leggende della tribù Muisca, Gilded One e il loro sacrificio rituale di tesori hanno trasformato nel tempo il racconto nell’ El Dorado dei giorni nostri, la perduta città d’oro. 
Per molte persone, El Dorado è una vera e propria città, e la voglia di scoprire questa città è fantastica. Sia guidata dall’avidità, un desiderio di fama, o il desiderio di svelare i misteri di un’antica leggenda, questi individui sono andati alla ricerca di El Dorado nella speranza di trovarla.
 Le leggende hanno spostato e trasformato la posizione di El Dorado.
 Le ricerche della città non si limitano alla Colombia, o al lago Guatavita, dove la tribù Muisca praticavano i loro rituali, ma comprende tutte le aree dell’America Latina. Sono stati condotti in lungo e in largo per trovare Expeditions El Dorado.
 L’inglese Sir Walter Raleigh ha fatto due tentativi per trovare El Dorado. 
Nel 1595, si diceva che El Dorado fosse stata trovata sul Lago Parime negli altopiani della Guyana.
 Raleigh salpò , nella speranza di scoprire la città perduta, stabilire una presenza inglese nel sud del mondo, e la creazione di un insediamento inglese nella Guyana.
 Il suo desiderio di trovare El Dorado è rimasta forte, anche se ha scoperto solo pezzi di oro lungo la strada.
 Nel 1617, Raleigh torna in Sud America con il figlio, nella speranza di trovare El Dorado. 
Suo figlio viene ucciso in un conflitto con gli spagnoli, e Raleigh non ha trovato El Dorado nella sua seconda disastrosa spedizione. Al suo ritorno in Inghilterra, è stato giustiziato per aver disobbedito agli ordini del Re Giacomo ‘di evitare conflitti con gli spagnoli.


Diverse spedizioni per trovare El Dorado sono state tentate dai tempi di Raleigh, ma nessuna ha avuto successo.
 Monks Acana e Fritz, Don Manuel Centurion – Governatore di San Thome del Angostura, e gli imprenditori Nicholas Rodriguez e Antonio Santos, tutti hanno portato le loro spedizioni nella speranza di trovare la città perduta.
 Le spedizioni hanno portato alla perdita di centinaia di vite – da quelli uccisi durante i tentativi di svuotare il lago Guatavita, a coloro che sono morti durante la ricerca del passaggio dell’America Latina.
 L’ultimo tentativo di trovare El Dorado è avvenuta nel 2000.
 Il monastero di Santo Domingo era alla ricerca di tunnel sotterranei Inca, quando hanno trovato un grande tunnel sotto il monastero, ma non l’oro. Poi, nel 2001, l’archeologo italiano Mario Polia ha scoperto un documento del 1600 che contenevano la descrizione di una città che potrebbe essere potenzialmente El Dorado. 
All’interno dell’area, situata in Piramidi di Pantiacolla in Perù, gli strumenti e le prove di strutture artificiali sono stati recuperati, ma El Dorado rimane un mistero. 


 Pianetablunews

AC/DC - Thunderstruck

Il viaggio nel tempo dalla mitologia antica alla scienza moderna

Che cosa è il tempo? Quando nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so! 

 Con questa lapidaria affermazione, Agostino d’Ippona, filoso e teologo del 6° d.C., ammetteva la difficoltà della filosofia nel comprendere un concetto così sfuggevole come il tempo.


Ma non è solo la filosofia a dover fare i conti con questa difficoltà. Quando Albert Einstein, con la sua Teoria della Relatività, ha rivelato che il tempo è una dimensione della realtà insieme allo spazio, i fisici hanno cominciato a studiarne la natura, scoprendo sempre più che si tratta di una nozione che spesso travalica la comprensione umana dell’Universo. Soprattutto perché le equazioni di Einstein suggeriscono che il tempo non è una dimensione assoluta, ma relativa.
 Il fisico tedesco comprese che quanto più un oggetto si muove a velocità vicine a quelle della luce, tanto più il suo tempo relativo rallenta.

 Dopo che il tempo ha assunto la dignità di dimensione, molti scienziati si sono chiesti se, come per lo spazio, sia possibile spostarsi al suo interno, andando indietro nel passato o avanti nel futuro.
 I numerosi paradossi legati all’ipotetico viaggio nel tempo hanno, però, convinto i più a ritenere che questa possibilità sia semplicemente impedita a causa della struttura intima dell’universo. 
 Eppure, diversi fisici teorici si dicono convinti del contrario. Secondo costoro, un giorno l’umanità sarà in grado di spostarsi nel tempo sia nel passato che nel futuro, con tutti i problemi etici che ciò comporta. Quali sarebbero le conseguenze di una qualsiasi alterazione del passato e quali effetti avrebbero sul futuro?
 Chi avesse accesso a tale tecnologia, in pratica avrebbe il potere di modificare la storia.


Sebbene quello del viaggio nel tempo sembra essere un tema solo appannaggio della fantascienza e della fisica teorica, molti testi antichi fanno riferimento a tale possibilità.

 La mitologia indù fa riferimento alla storia del re Raivata Kakudmi, il quale viaggia nel tempo per incontrare Brahma, il creatore del mondo. Anche se il viaggio non fu molto lungo, quando Kakudmi ritornò sulla Terra erano trascorsi 108 yuga (uno yuga si pensa rappresenti circa 4 milioni di anni umani e 12 mila anni divini).
 La spiegazione che Brahma diede a Kakudmi fu che il tempo scorre in modo differente sui diversi piani dell’esistenza.

 Allo stesso modo, ci sono riferimenti al viaggio temporale anche nella tradizione cristiana, in quella che viene chiamata la storia dei Sette Dormienti di Efeso.
 La vicenda narrata principalmente nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, da Gregorio di Tours e da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum.

 Durante la persecuzione dei cristiani promossa dall’imperatore Decio nel 250, sette giovani cristiani di Efeso furono chiamati davanti ad un tribunale a causa della loro fede. Essi, rifiutando di sacrificare agli idoli pagani, furono condannati ma momentaneamente rilasciati. 
 Per evitare nuovamente l’arresto si nascosero in una grotta sul monte Celion. Scoperti dai romani, vennero murati vivi nella grotta stessa. 
I sette giovani si addormentarono nella loro prigione nell’attesa della morte. Quando i giovani furono risvegliati da un gruppo di muratori che, sfondata la parete, volevano costruire un ovile, si resero conto che erano trascorsi duecento anni. 
Tornando ad Efeso, scoprirono con stupore che il Cristianesimo non solo era ormai tollerato, ma era divenuto persino la religione dell’Impero. 
Uno dei giovani, preso per pazzo, venne poi creduto quando il vescovo e i cittadini salirono alla grotta avvalorando il racconto.

 La vicenda dei dormienti non è esclusiva del mondo cristiano. Anche nell’Islam essa ha un ruolo centrale, tanto che il racconto dà il titolo ad una sura del Corano, la diciottesima, detta Sura della Caverna.
La storia presenta qualche differenza rispetto a quella cristiana. I giovani, cercando di sfuggire alla persecuzione, sotto la guida di Dio, i giovani ripararono in una grotta dove Dio li mise a dormire. Al loro risveglio, gli uomini si resero conto che erano passati 309 anni. 
 Un' altra narrazione è contenuta nella leggenda giapponese di Urashima Taro, il quale si tramanda avesse visitato il palazzo sottomarino del Dio Dragone Ryujin. 
Urashima vi rimase per tre giorni, ma quando tornò in superficie si rese conto che erano passati 300 anni.


Infine, nel testo buddista Pali Canon si apprende che nel paradiso dei trenta Deva (il luogo degli Dei), il tempo scorre con un ritmo diverso, dove cento anni terrestri corrispondono ad un solo giorno per gli dei.
 Una concezione simile del tempo è contenuta anche nella Bibbia ebraico-cristiana, dove nel Salmo 89/90 si legge che agli occhi di Dio mille anni sono come il giorno di ieri che è passato. 


Probabilmente, una delle storie recenti più note in occidente sul viaggio nel tempo è quella del cosiddetto Esperimento di Philadelphia.


L’esperimento avrebbe avuto luogo nel 1943, con lo scopo di rendere invisibile un’intera nave da guerra ai radar nemici. Tuttavia, gli esiti dell’esperimento furono di tutt’altra natura.
 La nave, la USS Eldridge, non solo scomparve fisicamente dal porto di Philadelphia, ma fu teletrasportata a Norfolk, compiendo un balzo indietro nel tempo di 10 secondi. 
 Quando la nave apparve di nuovo, alcuni membri dell’equipaggio furono trovati fisicamente fusi alle paratie della nave, molti svilupparono disturbi mentali, altri scomparvero definitivamente e altri ancora affermarono di essere stati chi nel passato e chi nel futuro. 

 Nel 1960 si riporta un altro caso interessante, riguardante lo scienziato Pellegrino Ernetti, il quale sostenne di aver inventato un dispositivo capace di vedere eventi del passato, il cosiddetto Cronovisore.
 Lo sviluppo di questa tecnologia si basava sulla teoria che tutto ciò che accade nell’Universo lasci una traccia energetica dietro di sé che non potrà mai essere distrutta.
 Il dispositivo di sua ideazione sarebbe stato in grado di rilevare, ingrandire e convertire questa energia in un’immagine, qualcosa di simile ad un televisore che mostra eventi del passato. 

 Passando al 2004, Marlin Pohlman, uno scienziato e ingegnere, ha fatto domanda per brevettare un dispositivo in grado di distorcere la gravità e causare uno spostamento temporale. E solo l’anno scorso, Wasfi Alshdaifat ha depositato un brevetto per una macchina capace di comprimere e dilatare il tempo, fenomeno che a suo dire potrebbe essere usato per spostarsi nel tempo.
 Il fisico Ronald Mallett Lawrence dell’Università del Connecticut sta lavorando al concetto di viaggio nel tempo da alcuni anni, basandosi sulle ricadute della teoria della relatività di Einstein. 
Egli è assolutamente convinto che sia possibile spostarsi nel tempi, anche se non sarà possibile prima della fine di questo secolo. Anche il fisico delle particelle Brian Cox concorda su tale possibilità, ma crede sia possibile spostarsi sono in una direzione.


Insomma, il viaggio nel tempo, così come in passato, continua ad appassionare e suggestionare numerosi uomini di scienza e inventori. 
Verrà il giorno in cui l’umanità saprà muoversi nel tempo?
 E se qualcuno dal futuro è già tornato indietro modificando il nostro passato? 

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it
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