lunedì 8 ottobre 2018
Chi fu davvero Vercingetorige?
Per conquistare la Spagna, Roma impiegò secoli. Per la Giudea quasi 200 anni. La Germania non l’ha mai conquistata, la Dacia (nei Balcani) la perse in poco tempo.
La Gallia, invece, cadde in soli otto anni, quelli del proconsolato di Giulio Cesare, a metà del I secolo a.C.
Eppure, quegli otto anni furono lunghissimi per gli abitanti di quei territori, determinati a rifiutare il dominio romano.
A guidare la resistenza fu Vercingetorige.
Prima di lui la Gallia non era mai stata unita. Le singole tribù erano perennemente in contrasto tra loro.
Vercingetorige fu il primo a dare unità ai galli (poi si dovranno aspettare i franchi di Clodoveo - cinque secoli dopo - e la dinastia merovingia per vedere la futura Francia unita sotto un’unica corona).
Vercingetorige aveva militato nell’esercito romano come ausiliario. Un cronista di molto posteriore, Cassio Dione (III secolo d.C.), si spinse a dire che fosse amico personale di Cesare.
A partire da questa indiscrezione c’è chi ha supposto che il capo gallico fosse addirittura un agente di Cesare, che lo avrebbe incaricato di scatenare la rivolta per permettergli di consolidare il proprio potere.
Quel che è certo è che cominciò tutto a Cenabum, dove in pieno inverno i carnuti (popolo celtico stanziato tra la Senna e la Loira) compirono un massacro di funzionari e commercianti romani. L’azione riaccese ovunque il nazionalismo gallico e ci furono sollevazioni in serie, alle quali mancava solo una guida comune per sfociare in rivolta generale.
L’uomo che i galli aspettavano si trovava tra gli arverni, uno dei popoli più potenti della Gallia, stanziato nella regione dell’Auvergne (Francia centrale): era Vercingetorige, spirito incendiario e animo fiero.
Per prima cosa arruolò nelle campagne i poveri e i disperati.
Messo insieme questo nucleo, convinse chiunque incontrava a passare dalla sua parte, a prendere le armi per la libertà comune.
In breve tempo legò a sé i senoni, i parisi, i pittoni, i cadurci, i turoni, gli aulerci, i lemovici, gli andi e altre tribù che abitano lungo la costa dell’oceano.
A uno zelo grandissimo accompagnava una grandissima severità nell’esercizio del potere: bruciava vivo chi cospirava contro di lui e tagliava orecchie e cavava occhi agli insubordinati.
La resa dei conti fra l’armata gallica (che arrivò a quasi 100mila uomini) e i romani ebbe luogo ad Alesia, oggi in Borgogna. Quando la città fu alla fame e l’esercito di soccorso sconfitto, il giovane capo arverno rassegnò il proprio mandato davanti all’assemblea dei capi e si consegnò al proconsole.
La scena della sua resa, raccontata dallo stesso Cesare nel suo autocelebrativo De bello Gallico, è certamente una delle più famose della Storia.
Il proconsole racconta che il capo gallo si presentò al suo cospetto in equipaggiamento completo, su un cavallo bardato di tutto punto, con il quale compì al galoppo un giro intorno alla postazione del vincitore in attesa su una sella curule (sella pieghevole riservata alle personalità più importanti di Roma), prima di smontare, gettare armi e corazza ai suoi piedi e sedere accanto a lui senza dire una sola parola.
Il Grande Re degli Eroi, Vercingetorige, non avrebbe più dato noie al futuro dittatore.
Fu giustiziato sei anni dopo, strangolato a Roma nel carcere Mamertino, dopo essere stato esibito come un trofeo per le vie della città.
Una fine che contribuì, soprattutto nell’Ottocento romantico, a farne un simbolo del nazionalismo gallico e un campione della libertà.
Fonte: focus.it
Nuova scoperta a Pompei: riemerge il Giardino Incantato
Gli scavi archeologici di Pompei non cessano di deliziare e stupire fin da quando, verso la fine del XVIII secolo, si scoprì che l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., insieme a morte e distruzione, aveva anche dato vita ad un piccolo miracolo.
La colata di lava e lapilli aveva ucciso centinaia di persone e devastato quella che fino a poco prima era stata una prospera cittadina di mare. Allo stesso tempo, aveva ricoperto e conservato tutto perfettamente immobile nel tempo, pronto ad essere riscoperto negli anni successivi.
Sono passati dei secoli, in realtà, prima che Pompei potesse tornare, poco alla volta, alla luce.
La maggior parte di quello che sappiamo dello stile di vita e delle abitudini quotidiane degli antichi abitanti dell'Impero Romano lo dobbiamo ai ritrovamenti fatti a Pompei.
Tanto è stato portato alla luce e tanto ancora resta invece da scoprire.
Gli scavi in realtà non cessano mai, e il lavoro degli archeologi ha portato ad una nuova scoperta che è stata mostrata in anteprima all'Ansa.
Le foto della villa che si sta liberando dai detriti, e che sono state diffuse in rete, hanno dell'incredibile.
Anche se Pompei ci ha abituati ai suoi splendidi affreschi, la magnificenza del larario che è stato rinvenuto non ha davvero paragoni.
Il larario era una zona sacra della casa degli antichi romani.
Qui venivano venerate le divinità familiari, i cari defunti, le anime degli antenati.
In questa casa, sicuramente appartenuta ad un uomo molto ricco, il larario è un Giardino Incantato.
Sulle pareti spiccano animali esotici dipinti con un realismo impressionante.
Due grandi serpenti dorati sono segno di buon augurio; un pavone dalle piume colorate sembra passeggiare davvero tra i vialetti del giardino.
Poi si scorgono pantere, cinghiali, uccelli in volo, e persino un uomo con la testa di cane.
La raffinatezza di questi affreschi ha lasciato senza fiato persino Massimo Osanna, direttore del Parco Archeologico di Pompei. Osanna ha sottolineato come vi siano in queste stanze affrescate delle peculiarità che le rendono assolutamente uniche rispetto a qualunque altra cosa sia stata ritrovata in passato a Pompei.
Il particolare più commovente è la presenza di una piccola ara in terracotta su cui sono stati bruciati dei doni sacrificali. Probabilmente l'ultimo gesto degli abitanti della casa per salvarsi dall'eruzione.
Una finestra ostruita dai detriti ci racconta che purtroppo non ce la fecero.
Fonte: blastingnews.com
giovedì 4 ottobre 2018
Ritrovati antichi "fumetti" in una tomba di 2.000 anni fa
Gli archeologi in Giordania hanno scoperto una tomba di epoca romana decorata con spettacolari affreschi che includono "fumetti" rudimentali, scritti in aramaico con lettere greche.
I disegni forniscono una straordinaria testimonianza del diverso e cosmopolita ambiente nelle città di confine ellenistico dell'impero romano.
Come altre meravigliose scoperte archeologiche, la sepoltura di quasi 2000 anni fa è stata portata alla luce alla fine del 2016 durante i lavori stradali , in questo caso di fronte a una scuola nel villaggio giordano di Beit Ras, appena a nord di Irbid.
Da allora un gruppo di ricercatori locali e internazionali sta studiando il ritrovamento, che credono di far parte di una necropoli nell'antico insediamento greco-romano di Capitolias, riporta il CNRS , Centro nazionale francese per la ricerca scientifica.
La tomba di 52 metri quadrati è divisa in due camere funerarie e contiene un grande sarcofago di basalto, tutto in ottime condizioni considerando che ci sono indicazioni che la tomba sia stata saccheggiata in passato, dice l'archeologo e epigrafista Julian Aliquot.
Risale probabilmente agli albori della città, fondata nel tardo I secolo aC.
La caratteristica più sorprendente del sito è l'arazzo di dipinti che copre le pareti e il soffitto della tomba con scene di iconografia pagana e immagini della vita quotidiana.
Circa 260 figure sono rappresentate nei pannelli colorati che mostrano le divinità che banchettano allegramente mentre gli umani portano loro offerte propiziatorie; contadini che coltivavano campi e vigneti e operai edili che costruivano un baluardo per la città.
"Personaggi che assomigliano ad architetti o capisquadra stanno accanto ai lavoratori che trasportano materiali sul dorso di cammelli o asini, con scalpellini o muratori che scalano le pareti, a volte provocando incidenti", spiega Aliquot.
"Questa scena precisa e pittoresca di un cantiere è seguita dall'ultimo dipinto, in cui un sacerdote offre un altro sacrificio in onore delle divinità guardiane della città ".
I dipinti sembrano rappresentare varie fasi coinvolte nella fondazione di una città nell'antico mondo romano, tra cui consultare gli dei sul sito appropriato, ripulire la trama, innalzare le mura e infine offrire un sacrificio di grazie alla divinità protettrice - in questo caso Giove Capitolino, che ha dato il nome alla città di Capitolias ed è stato anche il protettore di Roma stessa.
"Secondo la nostra interpretazione, c'è una buona probabilità che la figura sepolta nella tomba sia la persona che si è rappresentata mentre officiava nella scena del sacrificio dal quadro centrale, e che di conseguenza era il fondatore della città", dice Pierre -Louis Gatier, storico con il laboratorio di storia e fonti del mondo antico a Lione, in Francia.
"Il suo nome non è stato ancora identificato, anche se potrebbe essere inciso sull'architrave della porta, che non è stato ancora ripulito."
È raro trovare rappresentazioni così ben conservate e dettagliate della fondazione di una città antica. Ma i ricercatori erano ancora più eccitati dalle circa 60 iscrizioni che accompagnano le immagini.
Alcuni sono tag che identificano le divinità regnanti, che sono state scritte in greco.
Nessuna sorpresa: la città di Capitolias, conosciuta anche come Dion, faceva parte della Decapoli, un raggruppamento di città ellenistiche semi-autonome sulla frontiera orientale dell'impero romano, tra l'odierna Israele, la Giordania e la Siria.
Tuttavia, osservando da vicino, i ricercatori hanno trovato altri testi scritti usando lettere greche ma in aramaico, che è stato ampiamente parlato dai popoli locali semitici del Vicino Oriente. L’effetto grammaticale dell’Aramaico scritto usando l’alfabeto greco è del tutto singolare, perché nella lingua semitica le vocali non sono esplicitate, mentre nel dipinto della tomba invece sì.
I personaggi mostrati offrono spiegazioni su ciò che stanno facendo o su ciò che sta accadendo loro, dice Jean-Baptiste Yon, un altro ricercatore del CNRS.
Yon fornisce alcuni esempi di questi fumetti antichi (e non particolarmente umoristici) dalla scena del cantiere, in cui un personaggio dice "Sto tagliando (pietra)."
Un altro, forse la vittima di un incidente, esclama "Ahimè per me ! Sono morto! "
Gli esperti stanno ancora lavorando per decifrare altre iscrizioni.
Fonte:
www.haaretz.com
Silfra fissure, la spaccatura sommersa che divide due continenti
La Silfra Fissure è una fessura che si trova nel Þingvellir National Park in Islanda e la sua particolarità è che divide la placca nordamericana da quella eurasiatica del nostro Pianeta.
Nuotare nelle acque cristalline di questo luogo significa letteralmente nuotare tra due continenti.
Fare un tuffo in queste acque non è per tutti, le temperature sono molto basse ma in compenso sono chiare e limpidissime a tal punto che si riesce a vedere oltre i 100 metri godendo così di un panorama marino mozzafiato.
La Silfra Fissure è nata dalla deriva delle due placche quella eurasiatica e quella nordamericana.
Ogni anno queste due piastre si allontanano di circa 2 centimetri, e causano tensioni tra le piastre e la massa terrestre.
Questa tensione viene scaricata attraverso terremoti di grande entità che si verificano circa ogni dieci anni, che hanno portato alla formazione di fessure nella valle di Þingvellir.
Silfra precisamente si trova sul bordo del lago Þingvallavatn ed è una delle più grandi e profonde di queste fessure.
Massi e rocce cadono nelle crepe andando a creare delle vere e proprie caverne.
E’ uno dei luoghi più frequentati dagli amanti delle immersioni, qui possono esplorare le varie caverne sommerse e avventurarsi nelle tre sezioni in cui si divide la fessura: il salone, la laguna e la cattedrale.
La cattedrale in particolare offre un panorama incredibile, lunga 100 metri permette di vedere l’inizio e la fine dei due continenti.
Fonte: viaggiare.moondo
martedì 2 ottobre 2018
Trovata in Svizzera una mano bronzea di 3.500 anni fa
Niente di simile è mai stato portato alla luce in questa parte dell’Europa, quindi i ricercatori non sono esattamente sicuri con cosa abbiano a che fare.
Sicuramente sembra essere un simbolo di potere, ma non è chiaro se un tempo fosse parte di una scultura più grande o se fosse l’ornamento di un bastone.
Il Servizio archeologico del Cantone di Berna sta attualmente conducendo un’analisi scientifica dettagliata del curioso oggetto e spera che tutte le domande potranno avere una risposta nel giro di pochi mesi.
La datazione preliminare al carbonio ha determinato che la mano risale ad un periodo compreso tra il 1.500 e il 1.400 a.C., intorno all’età del bronzo dell’Europa .
Questa datazione potrebbe determinare che questo sia forse il pezzo di bronzo più antico del mondo rappresentante una parte del corpo umano.
Se fosse davvero parte di una scultura, potrebbe anche essere la più antica scultura in bronzo d’Europa.
“Gli specialisti svizzeri, tedeschi e francesi, non hanno alcuna notizia dell’esistenza di una scultura simile risalente all’età del bronzo in Europa centrale”, ha detto in un comunicato stampa il Servizio archeologico del Cantone di Berna .”È, quindi, un oggetto unico e straordinario.”
La cosiddetta “mano di Prêles” è stata scoperta vicino al Lago di Biel, nella provincia occidentale di Berna, nell’autunno del 2017, insieme a una lama di bronzo e una costola umana.
Poi, nell’estate del 2018, gli archeologi che lavoravano sul sito scoprirono i resti scheletrici di un uomo adulto che sembrava essere sepolto su una costruzione in pietra molto più antica.
La sua tomba conteneva anche una spilla di bronzo, un ornamento di capelli in bronzo e resti di lastre d’oro, forse anche queste un tempo parte della mano di bronzo.
Scoprendo l’identità di questo misterioso uomo, i ricercatori sperano che di essere in grado di decifrare il significato che si cela dietro l’insolita mano di bronzo.
“Doveva essere un personaggio di alto rango”, ha aggiunto il Servizio archeologico del Cantone di Berna. “È ancora troppo presto per determinare se la mano è stata fatta nella regione dei Tre Laghi o in un paese più lontano.
Non conosciamo né il significato né la funzione ad esso attribuita. Il suo ornamento d’oro porta a pensare che potesse essere un emblema del potere, un segno distintivo dell’élite sociale, persino di una divinità.
Tratto da www.iflscience.com
lunedì 1 ottobre 2018
Il monastero di Santa Caterina, la culla di tre religioni
Mura alte dodici metri e spesse due: a vederlo da fuori sembra più una fortezza che un luogo di culto, ma il monastero di Santa Caterina, nella penisola del Sinai, ha dovuto resistere per più di quindici secoli in un luogo isolato e pericoloso, in mezzo a infinite guerre e invasioni e sotto la costante minaccia dei predoni del deserto, quindi quest’oasi di pace è giustificata se ha voluto proteggersi per bene.
Comunque gode di una specialissima raccomandazione: Maometto in persona ha sentenziato che nessuno avrebbe dovuto toccare il monastero, non in nome dell’Islam per lo meno; si conserva persino una lettera autografa del Profeta che intima il divieto.
Gli studiosi di carte antiche potrebbero disputare l’autenticità di quel documento, ma il monito è stato preso sul serio per secoli ed è questo che conta.
Del resto l’evento celebrato dal monastero di Santa Caterina, cioè il primo dialogo fra Dio e Mosè, non riguarda solo il Cristianesimo ma prima ancora l’Ebraismo e in seguito l’Islam, che si considera continuatore di quelle tradizioni: il sito si trova dove Iddio parlò in forma di roveto ardente.
Nell’anno 328 dopo Cristo una prima chiesetta fu realizzata qui per desiderio di Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino; dal 527 un altro imperatore, Giustiniano, aggiunse diversi edifici e fece cingere il tutto da mura poderose.
Quando subentrarono i musulmani si limitarono a ricavare nel perimetro del monastero una piccola moschea, che però fa mero atto di presenza e in tutti questi secoli non è mai stata aperta al culto.
Fonte: lastampa.it
domenica 30 settembre 2018
Rasaglia: il borgo dai tanti ruscelli
C’era una volta, e c’è ancora, un piccolissimo borgo tra i monti umbri. Rasaglia, un incantevole agglomerato di casette in pietra che ospita attualmente meno di 50 abitanti.
Una frazione di montagna del comune di Foligno immerso nel verde.
Tra le casette scorrono diversi ruscelli alternati da stradine scoscese e molto romantiche.
Alcuni hanno definito Rasaglia una piccola Venezia .
Come per ogni borgo in queste zone, le sue mura hanno molto da raccontare: un vero libro di storia del nostro paese.
Questa piccola bomboniera architettonica, nacque intorno al XIII secolo.
Le prime case sorsero in questa zona ricca di acque limpide al fianco di mulini ad acqua e opifici tessili.
Pian piano divenne così un vero e proprio centro produttivo: in passato si produceva ricchezza oggi benessere.
Il borgo di Rasaglia, ha mutato nel tempo la propria direzione economica.
Con il declino delle aziende tessili presenti sul territorio, l’economia della zona ha puntato tutto sulle proprie bellezze. Grazie alle straordinarie caratteristiche architettoniche e naturali del borgo, infatti, vengono attirati a Rasaglia, numerosi turisti ogni anno.
Inoltre, alcuni amanti di questo magico luogo, si sono prodigati per organizzare eventi atti a ravvivare il borgo.
Infatti annualmente sono organizzati eventi come il presepe vivente a Natale o la manifestazione “Penelope a Rasiglia”.
Quest’ultimo evento ha luogo a giugno e sono previste delle attività per rievocare il periodo dell’industria tessile presente nel borgo nei secoli scorsi. Infatti, in questo periodo vengono rimessi in moto i vecchi telai usati dagli opifici tessili e dai lanifici.
Fonte: viaggiare.moondo
Scoperte le cascate sottomarine più alte del mondo
Lì, sotto lo Stretto della Danimarca, che separa l’Islanda e la Groenlandia, si gettano silenziose in immense gole nascoste alla vista e sotto l’oceano le cascate più alte del mondo scoperte da poco dagli oceanografi.
Di fatto, anche se subacquea, è la cascata più alta del mondo, con l'acqua che cade a quasi 3.505 metri, più di tre volte l’altezza delle più alte cascate terrestri, le cascate Angel.
Le più famose cascate sottomarine sono sicuramente quelle presenti nella Mauritius, ma come si formano?
Quando l’acqua più fredda e densa dei mari nordici incontra l’acqua più calda e più leggera del mare di Irminger ecco che si crea un autentico fenomeno naturale: l’acqua fredda è più pesante, scorre verso il basso e sotto l’acqua calda, e scorre creando un flusso verso il basso stimato a 5 milioni di metri cubi al secondo. In confronto, la portata delle cascate del Niagara è di "soli" 2407 metri cubi al secondo.
Gli oceanografi erano a conoscenza delle cascate sottomarine già negli anni ‘70 dell’Ottocento, ma la loro grande profondità e la loro area limitata impedirono uno studio preciso.
Fu solo negli anni ’60 del ‘900 che l’investigazione del fenomeno divenne possibile con le moderne attrezzature e così circa una mezza dozzina di cascate sottomarine sono state scoperte solo nell’Oceano Atlantico.
Tutte dalle dimensioni enormi: per esempio, la cascata del Ceara nel Nord Atlantico tra i continenti del Sud America e dell’Africa ha una portata compresa tra 1 e 2 milioni di metri cubi al secondo. Allo stesso modo, la cascata del Rio Grande a 20 gradi di latitudine sud nell'Oceano Atlantico ha una portata di 4 milioni di metri cubi al secondo, forse grande quanto quella dello stretto della Danimarca.
Anche le cascate oceaniche giocano un ruolo importante nel mantenimento della salinità e del clima degli oceani, così come hanno influenza anche sulla biologia marina.
Un fenomeno meraviglioso, che varrebbe la pena ammirare da vicino.
Germana Carillo
venerdì 28 settembre 2018
L’Olandese Volante: il leggendario vascello fantasma frutto di un miraggio
Dalla fine del XVIII secolo, tutti i marinai che navigavano per mari e oceani avevano il terrore di imbattersi nell’Olandese Volante, il vascello fantasma che immancabilmente preannunciava un’inevitabile disgrazia.
Condannato a navigare in eterno, senza mai poter tornare a casa, con un equipaggio formato da spettri: quella dell’Olandese Volante è una leggenda che per oltre 250 anni si è alimentata delle superstizioni tanto diffuse tra i marinai.
Il primo racconto sul mitico vascello fantasma risale alla fine del ‘700, in un’opera attribuita a John MacDonald, che racconta:
“Il tempo era così tempestoso che i marinai dissero di aver visto l’Olandese Volante. La storia comune è che questo olandese sia arrivato al Capo (di Buona Speranza) con cattivo tempo, e voleva entrare in porto, ma non riuscendo a trovare un pilota per condurla al sicuro, si era perso e da allora appare quando è brutto tempo.”
Nel 1795, l’Olandese Volante viene citato anche da George Barrington, spedito alla prima colonia penale australiana, ma in seguito divenuto un personaggio importante.
Nel suo Voyage to Botany Bay, Barrington racconta la storia di una fregata olandese abbandonata al largo del Capo di Buona Speranza.
Alla fine del XVIII secolo, il leggendario Olandese Volante era quindi una “comune superstizione dei marinai”, una nave fantasma avvistata spesso nelle acque burrascose che bagnano la costa meridionale dell’Africa.
Ma com’era nata la leggenda?
Una delle tante leggende del mare narra di un comandante olandese, Hendrick van Der Decken, che tornando ad Amsterdam dalle Indie Orientali, nel 1641, si ritrovò in mezzo a una terribile tempesta, mentre doppiava il Capo di Buona Speranza.
Forse era impazzito o forse era solo ubriaco, comunque sia, il comandante non ascoltò le suppliche dei suoi marinai, e ordinò di proseguire la navigazione dentro la tempesta, anche a costo di impiegare tutta l’eternità per oltrepassare il Capo.
Ovviamente la nave affondò, forse anche per la blasfemia di Van Der Decken, che piuttosto di cercare riparo nella baia dannò la sua anima e quella dei suoi uomini, ridotti a spettri condannati a vagare su acque tempestose fino alla fine dei giorni.
I marinai raccontavano che il vascello fantasma portava le navi fuori rotta, facendole sbattere su rocce e scogli nascosti, ma se qualcuno aveva la sfortuna di guardare in faccia il comandante, allora la morte era certa.
I coraggiosi che guardavano l’arrivo di una tempesta al largo del Capo di Buona Speranza, sicuramente avrebbero visto l’Olandese Volante e il suo spettrale equipaggio.
La leggenda divenne popolare anche al fuori dell’ambito marinaresco nel 1843, quando Wagner compose l’opera chiamata appunto L’Olandese Volante.
Prima di lui, il poeta inglese Samuel Coleridge aveva scritto La ballata del vecchio marinaio, ispirato forse dalla storia del capitano Bernard Fokke, che riusciva a condurre la sua nave da Amsterdam all’isola di Giava (Indonesia) in soli tre mesi: un tempo così breve da indurre il sospetto che avesse fatto un patto con il diavolo.
E infatti, nei racconti narrati tra marinai, spesso il comandante dell’Olandese Volante veniva visto giocare ai dadi con la Morte oppure con il diavolo in persona, arrivando sempre alla stessa conclusione: lo spettrale equipaggio del vascello fantasma avrebbe vagato per mari e oceani fino al giorno del giudizio
Eppure, la leggenda dell’Olandese Volante non ha convinto solo superstiziosi marinai del 1700: nel 1881, il principe Giorgio del Galles (il futuro Giorgio V) e suo fratello, il principe Alberto, stavano navigando al largo delle coste australiane, in servizio come guardiamarina sulla HMS Bacchante.
Nel suo diario, il futuro re scrisse: 11 luglio. Alle 4 del mattino l’Olandese Volante ha incrociato la nostra rotta.
Brillava di una strana luce rossa incandescente, come di una nave fantasma, in mezzo alla quale luce spiccavano in forte rilievo gli alberi e le vele di un brigantino, a 200 metri di distanza…”
Quando la Bacchante giunse nel punto dove era stato avvistato il brigantino, non c’era traccia della nave, anche se la notte era chiara e il mare calmo.
Però, ben tredici persone l’avevano vista. Fece comunque una brutta fine solo il marinaio che per primo aveva riferito dell’Olandese Volante: cadde dall’albero maestro
Ma gli avvistamenti dell’Olandese Volante proseguirono anche nel XX secolo: nel 1939, molti residenti di Città del Capo dichiararono di aver visto una nave a vele spiegate, scomparsa improvvisamente; durante la seconda guerra mondiale, alcuni marinai tedeschi videro qualcosa di simile a una nave fantasma nel Canale di Suez, come accadde anche a uno scrittore britannico, arruolato nella Royal Navy.
Anche se tutti questi avvistamenti possono sembrare frutto di fantasia, in realtà potrebbero avere una spiegazione scientifica: si tratta di un fenomeno chiamato fata morgana (frequente, ad esempio, nello stretto di Messina), un’illusione ottica dovuta alla rifrazione solare grazie alla quale si può vedere in maniera distorta un oggetto che realmente si trova oltre la linea dell’orizzonte, sia in mare sia sulla terraferma.
In pratica, un miraggio
Probabilmente quindi, i marinai che avvistavano l’Olandese Volante erano invece vittime di Fata Morgana… un intreccio di leggende che continua ad affascinare ancora oggi: i film sui Pirati dei Caraibi ne sono una prova!
Fonte: .vanillamagazine.it
giovedì 27 settembre 2018
In Nuova Caledonia c'è un albero “magico” che trasuda linfa azzurra
Un liquido appiccicoso azzurrognolo.
Nel sul del Pacifico vive un raro albero che ha la capacità di trasudare una insolita resina colorata.
Si tratta del Pycnandra acuminata e lo si può ammirare nelle foreste pluviali della Nuova Caledonia, in un'area in cui la terra è contaminata da metalli pesanti.
Solitamente il nichel e lo zinco sono l'ultima cosa di cui le piante vorrebbero nutrirsi. E invece questo albero, alto oltre venti metri, ne è diventato un iperaccumulatore, evolvendosi per utilizzare a proprio favore delle sostanze che normalmente sarebbero tossiche, trasformando la sua linfa contaminata in una barriera naturale per gli insetti.
E a quaranta anni dalla scoperta di questa insolita resina colorata che trasudava dai tronchi della foresta pluviale, i ricercatori hanno dimostrato come questo albero si sia adattato al terreno della Nuova Caledonia, iniziando così a generare una linfa blu-verde fatta al 25% da nickel.
Una caratteristica unica per un albero che impreziosisce la biodiversità di un paradiso terreste conosciuto soprattutto per la sua laguna, la più grande del mondo, da dieci anni Patrimonio mondiale dell'umanità
Fonte: lastampa.it
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