sabato 25 febbraio 2017
venerdì 24 febbraio 2017
"Il miracolo del sole" nel tempio di Abu Simbel
Abu Simbel è un tempio Egizio rupestre situato sulle sponde del lago Nasser, a 300 km dall'odierna città di Assuan.
Fu costruito dal faraone Ramses II (1290 a.C.-1224 a.C.), uno dei più grandi e longevi faraoni di sempre, per divinizzare se stesso e per esaltare il suo lungo regno.
La facciata e gli ambienti interni del tempio furono scolpiti nella roccia.
All'esterno quattro colossi del faraone Ramses II troneggiano maestosi, mentre gli ambienti interni si sviluppano lungo una navata centrale fiancheggiata da otto pilastri osiriaci.
La navata centrale conduce alla "sala dei nobili", luogo in cui si trova un piccolo santuario che contiene le statue sedute di quattro divinità rivolte verso l'entrata del tempio: da sinistra a destra, Path di Menfi (Dio dell'arte e della tenebra), Amon-Ra di Tebe (Dio del Sole e di tutte le cose del creato), Ramses II divinizzato e Ra-Harakhti (divinità nata dal sincretismo tra il Dio Ra e Harakhti, Horo all'orizzonte, probabilmente durante la V dinastia).
Due volte all'anno, il 21 febbraio e il 21 ottobre, si configurava "il miracolo del Sole".
All'alba di questi giorni la luce del Sole penetrava all'interno e illuminava le statue sacre ubicate all'interno del santuario.
Durante il resto dell'anno il santuario rimaneva completamente al buio, mentre nei due giorni sopracitati le statue venivano illuminate ad eccezione della prima a sinistra, Ptah, Dio dell'arte e della tenebra e giustificatamente avvolto dall'oscurità, Amon-Ra e Ra-Harakhti venivano illuminati per 5 minuti ciascuno, mentre il Sole illuminava per ben 20 muniti la figura divinizzata di Ramses II, riscaldando e caricando di energia la sua statua.
Riguardo le date scelte non c'è accordo tra gli egittologi, alcuni sostengono che il 21 febbraio e il 21 ottobre fossero rispettivamente le date della nascita e dell'incoronazione del faraone, altri pensano invece che si tratti dalle date che approssimativamente coincidono con la fine della piena del Nilo e con l'inizio del successivo raccolto.
Nel 1960 iniziarono il lavori di costruzione della Diga di Assuan, questo progetto prevedeva la formazione di un'enorme bacino artificiale che avrebbe sommerso il tempio di Abu Simbel.
Grazie all'intervento dell'UNESCO venne studiato un sistema per salvare il tempio, furono impiegate risorse senza precedenti e un progetto ambizioso che prevedeva lo spostamento del tempio 300 metri più indietro e 65 metri più in alto.
Tra il 1964 e il 1969 duemila uomini tagliarono e spostarono il tempio pezzo per pezzo servendosi delle più avanzate tecnologie. Una volta ricomposto il tempio venne costruita un'enorme cupola di calcestruzzo per poter reggere il peso della roccia depositata per ricreare l'aspetto originale della montagna.
Nonostante l'enorme sforzo e l'accuratezza nelle misurazioni servite dalla migliore tecnologia del XX secolo venne commesso un errore di orientamento.
Dopo lo spostamento il "miracolo del Sole" non avvenne più nelle consuete date ma con un giorno di ritardo, il 22 febbraio e il 22 ottobre.
Fonte: civiltaanticheantichimisteri
giovedì 23 febbraio 2017
Le case galleggianti del lago Bokodi
Il lago Bokodi si trova a ovest di Budapest, in Ungheria e parte del suo fascino è dovuto alle case galleggianti colorate che incorniciano un tramonto mozzafiato.
Bokodi è un lago artificiale creato nel 1961, un tempo esso non congelava mai, perché le sua acque venivano utilizzate dalla centrale nucleare vicina, che oggi fortunatamente è chiusa.
Con il tempo, Bokodi è diventato un luogo turistico grazie alla costruzione di piccole case galleggianti.
Tutte diverse una dall’altra, le case sono collegate da passerelle in legno che ricreano un ambiente quasi fiabesco.
Non a caso, infatti, esso è diventato uno dei luoghi più fotografati da turisti e fotografi.
Il tutto, è stato favorito dalla chiusura della centrale nucleare, il lago si è così trasformato in un ambiente più naturale e meno inquinato.
Le palafitte sono sia abitazioni che piccoli locali di ristorazione lontani dal caos cittadino, soprattutto nel periodo estivo, i tavolini vengono allestiti sulla passerella e c’è la possibilità di bere un drink gustandosi un’atmosfera romantica.
Tratto da: greenme.it
Il ponte tibetano più lungo del mondo si trova in Italia
Il ponte tibetano più lungo del mondo non si trova in Tibet ma in provincia di Torino. Più precisamente nelle Gorge di San Gervasio, nel cuore delle Alpi Occidentali, al confine con la Francia.
Circa 470 metri di funi d’acciaio si estendono a più di 25 metri di altezza dal suolo, accompagnando gli esploratori più audaci in un percorso sospeso tra salici arbustivi, pioppi, ciliegi selvatici e il fiume Dora, che attraversa la flora del territorio.
Ad unirsi ai 470 metri (in realtà costituiti da due ponti collegati tra loro) ci sono i 90 metri di un terzo ponte, separato dagli altri due da un sentiero.
In totale sono dunque 560 metri, ed è proprio questo numero ad aver battuto il record del Guinness dei Primati nel 2006.
Primato che, tra le altre cose, detiene ancora oggi.
Ma perché viene chiamato “tibetano”?
L’appellativo lascia intendere che sia stato costruito da chissà quali viaggiatori giunti in Italia da località remote del mondo, ma non è così.
Caratterizzato da tre funi in corda o acciaio (una su cui si cammina e le altre due che fungono da corrimano), il lungo ponte deve il suo nome a questa particolare composizione che sfrutta il carico di tensione tra le funi per ridurre l’oscillazione.
In questo modo, maggiore è la tensione che lega le funi, minore è l’oscillazione.
Questa tecnica di costruzione dei ponti sospesi è stata sviluppata intorno al 600 d.C. ed è stata utilizzata dal costruttore tibetano Thangtong Gyalpo, vissuto nel XV secolo, il quale costruì il ponte di Duskum nel Bhutan orientale.
Altri esempi di questa tecnica sono presenti sulle Ande, dove le popolazioni Inca e Maya costruivano ponti simili da prima dell’arrivo di Colombo.
Non sono poche le peculiarità che rendono questo ponte unico nel suo genere, una vera e propria chicca italiana immersa in un paesaggio naturalistico poco conosciuto ma di gran lunga meritevole dell’attenzione di chi predilige la montagna.
Per arrivare alle Gorge, infatti, si passa per Claviere, piccolo comune dell’alta Val di Susa che sorge in una valletta pianeggiante circondata da boschi e sorvegliata dal monte Chaberton.
D’inverno è una tranquilla località sciistica, d’estate – unica stagione durante la quale è possibile visitare il ponte – si trasforma in un paradiso per gli amanti del trekking e della mountain-bike.
Fonte: europinione.it
mercoledì 22 febbraio 2017
Il suggestivo Castello di Praga
Il Castello di Praga, considerato il più antico e grande al mondo, è il centro del potere temporale e spirituale dell’intera Boemia.
E’ qui che i re Cechi, gli imperatori del Sacro Romano Impero e i presidenti della Repubblica Ceca hanno tenuto la loro residenza.
Alto, arrampicato sopra le viuzze ripide di Malà Strana, il Castello di Praga visto dal basso sembra inaccessibile e misterioso, proprio come lo descriveva Franz Kafka.
In realtà, varcate le mura d’ingresso, il Castello rivela degli scorci molto più delicati di quelli descritti dal grande scrittore praghese.
Nonostante le invasioni e gli incendi del passato, il castello racchiude monumenti storico-religiosi di indubbia bellezza: la Basilica di San Giorgio, contenente le tombe dei membri della dinastia Premysl, del sovrano Vratislav e Boleslav II, il monastero di San Giorgio; la famosa Cattedrale di San Vito, dal cui campanile è possibile ammirare l’incantevole panorama cittadino; la Torre delle polveri, oggi museo, che in origine conservava polvere da sparo ed era attiva anche una fonderia di campane; la Torre Dalibor, costruita per ordine di Vladislav della dinastia Jagellone nel Cinquecento che fino al 1781 serviva come prigione; il Palazzo Reale, in cui regnarono, dall’11 secolo, i sovrani cechi, il Palazzo Lobkovic, oggi parte del Museo Nazionale dove tengono una mostra permanente rappresentando documenti, statue, foto, gioielli dell’epoca.
La galleria del castello di Praga, arredata con oggetti preziosi, tra cui i tesori rimasti dall’epoca di Rodolfo II e le pitture dal Seicento-Ottocento, come per esempio di Tiziano;il Vicolo d’Oro, famoso per le sue casette colorate e per la casetta del numero 22 dove viveva Franz Kafka.
La visita al Castello termina entrando negli stupendi Giardini Reali, che lo costeggiano in tutta la sua lunghezza, in cui si trovano piante molto singolari visto il freddo che fa a Praga, come pompelmi e fichi.
In questi giardini per la prima volta vennero coltivati i tulipani che poi faranno la fortuna dell’Olanda.
Nei giardini merita una visita il Belveder, palazzo rinascimentale di stile italiano vicino al quale c’è la Zpivajici fontana, la Fontana Cantante che prende il nome dal suono che emette la sua acqua.
Fonte: meteoweb.eu
martedì 21 febbraio 2017
Una strage di cui nessuno parla, quella degli Indiani d'America
Accanto al dramma della Shoah entrato tristemente nei libri di scuola esiste un altro massacro, quello di cui nessuno parla, quello che ogni anno non viene celebrato, quello che non restituisce dignità alle vittime.
E’ l’olocausto degli Indiani d’America, lo sterminio di tutte le etnie indie che popolavano il continente prima dell’arrivo degli occidentali.
E’ conosciuto anche come i “500 anni di guerra”, perché furono uccisi quasi 100 milioni di esseri umani in nome della colonizzazione.
Non morirono solo i nativi, ma anche le loro tradizioni, la cultura e venne distrutto per sempre un habitat naturale incontaminato.
La scoperta dell’America fu per i nativi l’inizio della fine perché quella data segnò l’avanzata del massacro che si concluse solo nella Prima guerra mondiale.
Intere comunità vennero sterminate all’interno dei loro villaggi dagli eserciti regolari, alcuni morirono perché gli occidentali portarono con sé vaiolo e altre malattie, altri di fame dopo la devastazione di piante e animali.
L’intero continente americano fu trasformato dopo l’arrivo di Colombo e gli occidentali non fecero altro che quello che Hitler attuò nei campi di concentramento.
In numerosi testi storici, viene raccontato che il dittatore nazista per la sua idea folle di sterminio degli ebrei a favore della razza ariana, si ispirò proprio all’Olocausto dei nativi americani.
Per l’olocausto americano, gli occidentali si appellarono al fatto che i nativi non avevano intenzione di sottomettersi al popolo bianco, cedendo le loro terre ancestrali e incontaminate, a uso e consumo degli occidentali.
L’atteggiamento, già dalla scoperta dell’America, era chiaro: i colonizzatori si erano eretti a entità superiori giudicando i nativi come “selvaggi e da civilizzare”.
Ci sono tantissimi motivi alla base anche se tutto è legato da un unico filo conduttore, quello di impossessarsi di terre e ricchezze dei nativi, spesso però guerre e uccisioni vennero giustificate da motivi ideologici.
Nel corso del XVI a decimare i pellerossa ci pensarono anche vaiolo, influenza, varicella, morbillo, tutte patologie sbarcate assieme agli occidentali.
Malattie inesistenti in America, per questo mentre le popolazioni europee avevano sviluppato anticorpi, gli indiani si ammalarono e morirono senza cure.
Si stima che circa un decimo dell'intera popolazione mondiale fu decimato.
Durante la guerra di secessione americana, tra gli episodi da non dimenticare, c'è il massacro Sand Creek del 29 novembre 1864, avvenuto durante la guerra del Colorado.
Un episodio tragico in cui 600 nativi americani membri delle tribù Cheyenne meridionali e Arapaho, vennero attaccati da 700 soldati comandati dal colonnello John Chivington, nonostante i trattati di pace stipulati con i capi tribù locali.
Un massacro senza precedenti di donne e bambini che sfociò in diverse investigazioni da parte dell'esercito statunitense.
Purtroppo una situazione che continua anche oggi, la storia qualcuno direbbe, non ci ha insegnato nulla. E parliamo di tutte le volte che gli indigeni del Sud America vengono picchiati, sfrattati, uccisi per fare spazio a dighe e piantagioni di olio di palma.
Dominella Trunfio
In Britannia sono stati ritrovati fiori di 1500 anni fa incredibilmente ben conservati
Felci e fiordaliso, semi di primule, ranuncoli e carici conservati benissimo. Cresciuti rigogliosi, 1500 anni fa.
È l’incredibile ritrovamento degli archeologi vicino alla città di Pewsey, nella contea di Wiltshire, di alcuni fiori che hanno resistito al tempo e gettano una nuova luce sulla Britannia del 500 d. C. e del secolo successivo, l’ultimo periodo romano nella futura Inghilterra, prima della ritirata, per difendere l’Europa continentale. Le piante sono state rinvenute all’interno di pentole di rame, nascoste con tutta probabilità a regola d’arte per impedire loro di cadere nelle mani dei predoni anglosassoni.
Si sono conservate praticamente intatte, come un mazzo di fiori essiccato, che ne dimostra ancora la rigogliosità, in otto vasi imballati.
La datazione al radiocarbonio fissa il periodo della sepoltura del tesoro tra il 380 e il 550 d. C., nel momento in cui i romani si stavano ritirando e gli anglosassoni hanno espanso i loro insediamenti nella zona meridionale e orientale.
«La sopravvivenza dei fiori è davvero molto speciale», ha dichiarato al quotidiano britannico The Times Richard Henry, membro del Portable Antiquities Scheme, un programma del governo per incoraggiare i volontari a denunciare i piccoli ritrovamenti archeologici nelle campagne.
«È difficile dire se si trattava di un ex-voto. Sembra che il bottino sia stato interrato in fretta, durante una fuga della popolazione, forse pensando di ritornare. Ma è veramente interessante la zona in cui sono stati seppelliti, al confine tra i romani e gli angli. Quella era una frontiera significativa, in un periodo di grandi cambiamenti sociali».
Dalle analisi risulta che il tesoro è stato confezionato con fiori recisi durante la metà dell’estate, in un ambiente che includeva pascoli e campi coltivati.
Il materiale vegetale è sopravvissuto a causa della felice posizione dei vasi, che hanno formato una cavità sigillata.
Questa tecnica, probabilmente involontaria, ha permesso il materiale organico nel corso del tempo si rivestisse di sali di rame. Il ritiro romano dalla Gran Bretagna è datato circa 410 d. C., quando l’imperatore Onorio ordinò alle legioni di lasciare. I cittadini britannici romani, probabilmente, temevano raid da parte degli anglosassoni.
I fiori e il vasellame sono stati donati al museo Wiltshire a Devizes. Non sono stati considerati, ai sensi della legge, tesoro nazionale, perché non erano inclusi metalli preziosi come oro e argento, anche se all’operazione di ritrovamento ha partecipato anche il Dipartimento Antichità del British Museum.
Fonte: lastampa.it
lunedì 20 febbraio 2017
La cascata di fuoco nello Yosemite National Park
Una cascata di fuoco, caratterizzata da lava brillante e arancione. Sbagliato: la cascata c'è ma è di acqua e luce.
Un fenomeno naturale bellissimo, che si può ammirare ogni anno a febbraio in uno dei luoghi più suggestivi della Terra.
Siamo allo Yosemite National Park, negli Usa.
Un fascio di luce attraversa le montagne del parco californiano. Un'illusione ottica che attira i visitatori da tutto il mondo.
Viene chiamato firefall ed è una vera e propria cascata di luce che si incunea tra le pendici delle alture dello Yosemite National Park. Il fenomeno si verifica ogni anno per un paio di settimane, a febbraio, al tramonto.
In quel momento della giornata, il sole si trova in una particolare posizione e illumina una cascata d'acqua.
Per i fotografi, si tratta di uno spettacolo da non perdere.
In molti visitano il parco per ammirare il fenomeno.
Purtroppo non tutti gli anni è possibile vederlo perché spesso le condizioni meteo non lo consentono. Basta infatti un cielo molto nuvoloso per rovinare le attese dei tanti appassionati.
Quest'anno però è stato favorevole.
In tanti hanno potuto ammirare il firefall.
Secondo il portavoce del National Park Service Scott Gedima, il fenomeno è ancora più grande e visibile del solito perché la cascata è ricca d'acqua per via delle abbondanti piogge e nevicate.
Francesca Mancuso
La leggenda della farfalla blu
La leggenda della farfalla blu narra di un uomo vissuto molti anni fa, rimasto vedovo e con due figlie di cui prendersi cura.
Le due bambine erano estremamente curiose, intelligenti e desiderose di imparare.
Per saziare la loro fame di conoscenza, riempivano in continuazione il padre di domande.
Talvolta egli dava loro risposte sagge, ma non sempre era facile convincere le due bambine o rispondere correttamente ai loro quesiti.
Notando l’inquietudine delle sue due figlie, l’uomo decise di mandarle in vacanza presso un saggio che viveva sull’alto di una collina, per convivere insieme ed imparare da lui.
Il saggio si mostrò in grado di rispondere senza alcuna esitazione a qualsiasi quesito da parte delle due bambine.
Un giorno, però, le due sorelle decisero di architettare un’astuta trappola per il saggio per poter misurare la sua saggezza.
Una notte, le due si misero ad ideare un piano: proporre al saggio una domanda alla quale egli non fosse in grado di rispondere. – Come possiamo ingannare il saggio? Quale domanda potremmo fargli per coglierlo impreparato? – domandò la sorella minore. – Aspettami qui, te lo mostro subito. – rispose la più grande.
La sorella maggiore discese la collina, e passata un’ora, tornò con il grembiulino chiuso a mo’ di sacco, nascondendo qualcosa. – Cos’hai lì? – chiese la sorella piccola.
La sorella maggiore infilò una mano nel grembiule e mostrò alla bambina una splendida farfalla blu.
– Che meraviglia! Cos’hai intenzione di farne?
– Sarà questa l’arma che ci permetterà di ingannare il maestro con una domanda a trabocchetto. Lo cercheremo e, una volta trovato, terrò la farfalla nascosta in una mano.
Domanderò poi al saggio di dirmi se la farfalla che ho in mano sia viva o morta.
Se egli mi dirà che è viva, stringerò forte la mano e la ucciderò.
Se risponderà che è morta, la lascerò libera.
Qualunque sia la sua risposta sarà dunque sempre errata. Accogliendo la proposta della sorella maggiore, entrambe le bambine si misero alla ricerca del saggio.
– Saggio – disse la più grande – sapresti indicarci se la farfalla che ho tra le mani è viva o morta?
Al che il saggio, con uno scaltro sorriso, rispose: “Dipende da te, essa è nelle tue mani”.
Il nostro presente e il nostro futuro sono unicamente nelle nostre mani.
Quando qualcosa va storto, non bisogna dare la colpa a nessuno. Siamo sempre e solo noi gli unici responsabili di ogni nostra perdita e ogni nostra conquista.
La farfalla blu rappresenta la nostra vita.
Sta a noi decidere cosa fare di essa.
Fonte: nonguardarlo.com
giovedì 16 febbraio 2017
Mar Morto, scoperta la dodicesima grotta di Qumran: potrebbe aver ospitato parte dei Rotoli
Eravamo rimasti a 11 grotte.
Ora sono 12 e ai meravigliosi reperti storici rinvenuti all’interno delle precedenti, potrebbero verosimilmente aggiungersi ulteriori frammenti di manoscritti antichissimi, i quali andrebbero a rimpinguare il già immenso patrimonio storico e letterario costituito dai cosiddetti Rotoli del Mar Morto.
Un gruppo di archeologi dell’Università Ebraica di Gerusalemme e della Liberty University di Lynchburg (Usa), ha rinvenuto una nuova cavità naturale a Qumran, la dodicesima in grado di ospitare i famosi documenti, risalenti addirittura a prima della nascita di Cristo.
Per il momento, i ricercatori hanno rinvenuto qualche frammento di coccio da vaso e alcuni resti di pergamena ancora da riempire, ma le premesse (e le tracce) per identificare questo luogo come quello giusto per rintracciare nuovi pezzi di manoscritti ci sono davvero tutte.
Sono trascorsi più di sessant’anni dagli ultimi ritrovamenti effettuati nelle grotte poste nella zona a sud della città di Gerico, non lontano dalle sponde nordoccidentali del grande lago salato. Secondo quanto si racconta, la grotta 1 fu scoperta nel 1947 da un pastore locale il quale, inseguendo una delle sue capre, fece rotolare un sasso (come sua abitudine) all’interno di una cavità, rompendo un vaso.
Da lì, numerose spedizioni hanno riportato alla luce frammenti di documenti antichissimi e di inestimabile valore, conservati in involucri di lino all’interno di giare di terracotta.
In tutto, i Rotoli del Mar Morto si costituiscono di circa 900 manoscritti, su papiro o pergamena, scritti in aramaico, greco ed ebraico ed estremamente importanti a livello religioso oltre che storico, in quanto contenenti le più antiche copie dei testi biblici e alcuni commenti risalenti a più di 2000 anni fa.
L’affascinante sito delle grotte di Qumran continua da anni ad attirare l’attenzione degli archeologi, convinti di potervi rintracciare sempre nuovi elementi per decifrare in modo più chiaro la tradizione scritta dei testi sacri:
“Finora è stata accettata la teoria che spiegava come i Rotoli si trovassero nelle canoniche 11 grotte – ha spiegato a “Time of Israel” il ricercatore Oren Gutfeld -, ma ora non c’è dubbio che questa possa essere la dodicesima”.
A giocare un ruolo nella scomparsa dei reperti qui conservati, potrebbero essere state le operazioni di saccheggio messe in atto negli ultimi cinquant’anni, ipotesi che sarebbe confermata dal rinvenimento di un tunnel d’accesso alle caverne, il quale potrebbe essere stato usato dai beduini per accedervi, prelevando i Rotoli e rivendendoli sul mercato nero.
A ogni modo, la scoperta della dodicesima grotta potrebbe non solo aprire nuove prospettive negli studi sui manoscritti di Qumran, ma rappresenta già di per sé un importante elemento per proseguire le ricerche sul posto, considerando come vi siano ancora un notevole numero di grotte da esplorare:
“Anche se abbiamo trovato per lo più vasi, resti e un pezzo di pergamena avvolto – ha concluso Gutfeld – i risultati ci indicano senza dubbio che nella nuova grotta c’erano alcuni rotoli, che sono stati probabilmente rubati”.
Ora non resta che attendere nuove notizie, su una storia che affonda le sue millenarie radici nella desertica roccia della terra a nord del Mar Morto.
Fonte: interris.it
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