venerdì 16 ottobre 2015
Ufo vintage: il "Vimana" della Domenica del Corriere
«Furono già tra noi?».
È la domanda che si pone la Domenica del Corriere in riferimento ad un articolo pubblicato sul rotocalco del 9 dicembre 1962. «Esseri di altri mondi scesero anticamente con astronavi sulla Terra», si chiede l’articolista, anticipando di qualche anno le domande che poi si porranno i Teorici degli Antichi Astronauti.
La bellissima tavola di Walter Molino sembra riferirsi ad un “vimana”, termine sanscrito con il quale vengono indicati dei misteriosi oggetti volanti descritti nel Mahabharata e nel Ramayana, antichi testi sacri della religione Indù, risalenti a 5 mila anni fa.
La parola Vimana, in sanscrito विमान, è formata dal prefisso vi, “uccello” o “volare”, e dal suffisso man che indica “luogo abitato costruito artificialmente”, da cui il vocabolo assume il significato figurato di “uccello artificiale abitato” mentre per altri studiosi la parola Vimana sarebbe traducibile in “uova luminose”.
Secondo le descrizioni di questi testi sacri, i vimana sono in grado di volare nell’aria, nello spazio e nelle profondità degli oceani.
In uno di questi testi, il Ramayana di Valmiki si legge testualmente: “La splendente astronave irradiava un bagliore fiammeggiante. Fiammeggiando come un fuoco rosso vivo, volava il carro alato di Ravana.
Era come una cometa nel cielo”.
Si possono trovare descrizioni di vimana larghe fino a 30 metri e con le stesse capacità di un velivolo moderno.
Esiste un testo sacro, il Vaimanika Shastra, che è un vero e proprio manuale che descrive non solo come pilotare un vimana, ma anche le sue caratteristiche tecniche.
Un vimana produceva un fascio di luce che, se puntato su un bersaglio, lo consumava con la sua potenza.
Questo fascio fotonico sembrerebbe un’arma laser di incredibile potenza.
Più che un testo religioso, sembra un racconto di fantascienza!
Le Vimana vengono descritte come i mezzi di trasporto degli “esseri celesti”, forse Antichi Astronauti che, in forza della loro tecnologia avanzata, vennero scambiati per divinità dai nostri antenati.
La cosa stupefacente è che tutte queste storie sono accettate come vere dalla moderna società indiana.
In un documento presentato al 102° Indian Science Congress, si afferma che le antiche civiltà indiane praticavano il volo spaziale avanzato, migliaia di anni prima della scoperta del volo da parte dei fratello Wright nel 1903.
«C’è una storia ufficiale e una storia non ufficiale», ha detto il capitano Anand Bodas. «La storia ufficiale ha registrato solo il volo dei fratelli Wright nel 1903, ma il vero inventore del primo velivolo è stato un saggio di nome Bharadwaja, vissuto circa 7 mila anni fa».
Fonte: .ilnavigatorecurioso.it
giovedì 15 ottobre 2015
Il Colosso dell’Appennino, il meraviglioso gigante che nasconde un segreto
Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a capolavori dell’arte italiana che raffigurano divinità o personificano elementi naturali e il Colosso dell’Appennino, è sicuramente uno tra questi.
Metà uomo, metà montagna, la gigantesca scultura alta più di dieci metri nata dalla mente dell’artista fiammingo Jean de Boulogne noto come il Giambologna, si trova al centro del Parco mediceo di Pratolino (Fi), conosciuto anche come Villa Demidoff, dalla famiglia di industriali di origine russa che l'acquistò nel 1872.
La statua, che è il simbolo delle aspre montagne appenniniche italiane, è stata realizzata nella seconda metà del Cinquecento.
La figura è così realistica che, da subito è diventata la principale attrazione del Parco mediceo voluto da Francesco I, uno dei più grandi della Toscana, divenuto nel 2013 Patrimonio Unesco.
Particolarità del Colosso è quella che il pensoso gigante sembra uscire dal laghetto, un effetto studiato ad arte dal Giambologna che ha ricoperto di fango, licheni, fontane e creazioni calcaree, la parte inferiore della statua.
Tuttavia, il lato estetico non è l’unico motivo che attira centinaia di turisti.
Si dice, infatti, che il gigante rivestito di intonaco e di pietra porti con sé un segreto, ospitando nel proprio ventre stanze e grotte misteriose che un tempo dovevano essere molte di più.
Dentro la testa era stato progettato perfino un camino che, da accesso, avrebbe soffiato il fumo fuori dalle narici del gigante.
Attraverso la bocca del serpente, posta sotto la mano sinistra del Gigante, un flusso di acqua scendeva nella piscina sottostante.
Al Colosso è legato un detto, che recita:
Giambologna fece l’Appennino, ma si pentì d’averlo fatto a Pratolino, per sottolineare come la stessa opera d'arte, costruita magari nel centro di Firenze, avrebbe suscitato un clamore certamente maggiore.
La statua è stata da poco restaurata e fatta tornare al suo antico splendore, i più curiosi hanno ancora qualche giorno di tempo per visitare gratuitamente (e anche con il proprio amico a 4 zampe al guinzaglio) il parco che chiuderà i primi di novembre.
Dominella Trunfio
Identificato e raggiunto il relitto della Erebus, la leggendaria nave scomparsa nel 1846
Le condizioni atmosferiche favorevoli e la limpidezza del mare di fine estate hanno permesso agli archeologi canadesi di studiare in modo più attento il relitto più famoso della nazione: la nave H.M.S. Erebus della spedizione Franklin.
La spedizione, guidata da Sir John Franklin, era stata inviata nel 1845 dall’ammiragliato britannico alla ricerca del leggendario Passaggio a Nord Ovest, la rotta artica tra l’Oceano Atlantico e il Pacifico, cercata invano da generazioni di navigatori. Ma presto le due navi, la Erebus e la Terror, scomparvero nel nulla.
L’anno scorso, dopo oltre un secolo e mezzo di ricerche, il primo ministro canadese Stephen Harper aveva annunciato che un gruppo di ricercatori aveva rinvenuto la Erebus sul fondo del Mar Glaciale Artico, a meno di dodici metri di profondità, in un canale nascosto.
Quest’estate il team di studiosi è ritornato nell’Artico per studiare i resti ben preservati della nave e scoprire cosa ci fosse al suo interno.
Introducendo delle macchine fotografiche attraverso le fessure presenti nel ponte superiore e nello scafo dell’imbarcazione, i ricercatori hanno esplorato i resti della cabina di Sir John Franklin, capo della spedizione.
Parte della poppa dove si trovava la cabina è crollata, intrappolando sotto travi e fasciame quelli che sembravano gli oggetti personali del comandante.
“Probabilmente gran parte del contenuto della cabina di Franklin è seppellito sotto la cabina stessa, o depositato sul fondale”, spiega Jonathan Moore, veterano dell’archeologia subacquea che lavora per Parks Canada, l’agenzia per la protezione del patrimonio naturale e culturale del paese.
A differenza della poppa, gravemente danneggiata, gran parte della nave è rimasta straordinariamente intatta, il che fa sperare che gli archeologi possano, prima o poi, essere in grado di esplorare la stiva.
Lì potrebbero trovare campioni raccolti durante la spedizione a scopo scientifico e, forse, perfino delle fotografie.
“Molti degli oggetti che potrebbero rivelarci il destino della spedizione Franklin sono intrappolati in profondità, nelle viscere della nave”, spiega Ryan Harris, archeologo subacqueo di Parks Canada che ha guidato la recente ricerca.
“Prima di entrare, vogliamo capire come le parti che la compongono siano riuscite a rimanere unite e di che tipo di attrezzature abbiamo bisogno”.
In più di 140 ore di immersioni, condotte tra agosto e settembre, Harris e il suo team hanno scattato centinaia di foto per mappare il sito del relitto.
I ricercatori hanno, inoltre, scoperto dozzine di manufatti in mezzo ai detriti, inclusi il timone e l’impugnatura della spada di un ufficiale della marina militare britannica. “È probabile che negli anni a venire, in mezzo ai detriti della nave, troveremo molto di più”, continua Harris.
Guidata da un esperto esploratore dell’Artico e dotata di tutto l’equipaggiamento tecnologico del tempo – dal riscaldamento centralizzato a un attrezzatura per realizzare dagherrotipi, tecnica fotografica appena inventata - la spedizione Franklin sembrava destinata al successo. Ma sedici mesi dopo la partenza, entrambe le navi rimasero intrappolate nella banchisa.
Nel giugno 1847 Franklin morì, forse in seguito a un attacco di cuore.
Il resto dell’equipaggio abbandonò l’imbarcazione meno di un anno dopo, puntando ad attraversare la banchisa e a raggiungere una delle postazioni della Compagnia della Baia di Hudson (la compagnia commerciale più antica del Canada e una delle più antiche del mondo) sulla terraferma. Ma nessuno sopravvisse al viaggio.
Negli anni seguenti, gruppi di ricerca e di soccorso ispezionarono la regione alla ricerca delle tracce della spedizione scomparsa, ritrovando un ultimo messaggio scritto su un mucchio di pietre e le tombe da alcuni degli uomini. Via via che la speranza di ritrovare in vita l’equipaggio si affievoliva, la storia della spedizione scomparsa nell’Artico si radicava nella cultura popolare canadese, diventando oggetto di romanzi, dipinti e canzoni.
Il fascino della spedizione scomparsa “è paragonabile a quello del Titanic o della spedizione al Polo Sud di Robert Scott”, dice James Delgado, archeologo nautico e direttore del Maritime Heritage Program della NOOA, l’agenzia USA per gli oceani e l’atmosfera. “È un fallimento epico, gigantesco, i cui protagonisti andarono incontro al proprio destino con risoluta determinazione”.
Se quest’estate si è andati avanti con lo studio della Erebus, Harris e un piccolo gruppo di colleghi si sono messi sulle tracce dell’altra nave della spedizione Franklin, la Terror.
I ricercatori si sono concentrati su un’area a più di 130 chilometri di distanza dalla Erebus, una posizione suggerita da testimonianze storiche e altri indizi, e hanno setacciato centinaia di chilometri quadrati di fondale con il sonar ma sono riemersi a mani vuote. “Non abbiamo trovato né la Terror, né alcun segno che riconduca alla nave”, racconta Harris.
Nonostante ciò, i ricercatori rimangono ottimisti riguardo ai risultati che porteranno i prossimi studi sul campo.
Nel 2016, il team ha in programma di riprendere le ricerche della Terror e iniziare a scavare intorno alla Erebus per scoprire eventuali manufatti al suo interno. “Non sappiamo cosa potremmo trovare”, conclude Harris. “È tutto molto emozionante”.
Heather Pringle
www.nationalgeographic.it
sabato 10 ottobre 2015
venerdì 9 ottobre 2015
I coralli di tutto il mondo si stanno sbiancando
Dalle Hawaii alla Nuova Guinea, passando per le Maldive non c’è barriera corallina che non stia subendo una forte perdita di colori. L’aumento della temperatura degli oceani e il rafforzamento di El Niño in questi ultimi mesi hanno innescato una serie di fenomeni che portano le barriere coralline ad espellere le alghe che sono responsabili dei loro meravigliosi colori.
Più di un terzo delle barriere coralline dell’Oceano Pacifico, dell’Oceano Indiano e di quello Atlantico sono diventate interamente biancastre e, secondo il Noaa, entro la fine dell’anno in corso ben 12.000 chilometri quadrati di scogliere sono destinate a scomparire.
Sottolinea Ove Hoegh-Guldberg, dell’Università del Queensland a Brisbane, in Australia: «Nessuno si aspettava una situazione simile, essa va al di là di ogni nostra più pessimistica ipotesi».
I coralli sbiancati sono molto più vulnerabili a fattori di stress e a malattie che li possono aggredire portandoli alla morte.
Nel 1998, il più grande fenomeno di sbiancamento di coralli, che potrebbe essere superato dall’attuale, portò alla distruzione del 16% delle barriere coralline del pianeta.
Il processo di sbiancamento odierno ha avuto inizio nel 2014, nell’Oceano Pacifico, in prossimità di varie isole tra cui le Hawaii, per poi "diffondersi" verso gli altri oceani.
Le cause, come detto sono le temperature più alte della norma. Le temperature oceaniche, secondo il Noaa, sono state più alte di circa 0,6°C rispetto alle medie del ventesimo secolo.
In più, stanno subendo un ulteriore rialzo in seguito a El Nino, soprattutto nella fascia tropicale dell'Oceano Pacifico.
A ciò si è aggiunta una grande massa di acqua calda che, negli ultimi mesi, si è mossa a varie latitudini nell’Oceano Pacifico e alla quale gli oceanografi hanno dato il nome di “blob”.
Non si sa se il fenomeno è del tutto naturale, seppur raro, o a da legare ai mutamenti climatici in atto.
Per avere un quadro della situazione i ricercatori sono partiti dai dati satellitari che indicano dove le acque sono più calde della norma.
Una volta individuate le zone, volontari e ricercatori si sono recati sul luogo per verificare la situazione dei coralli. In questa particolare operazione si è distinta la XL Catlin Seaview Survey, una società privata che ha mappato le barriere coralline di 26 Paesi diversi a partire dal 2012.
In questo quadro molto grave c’è una nota di ottimismo che arriva da un lavoro pubblicato all’inizio di quest’anno su Nature. Lo studio aveva osservato il recupero del colore delle barriere coralline dopo lo "sbiancamento" del 1998: nelle Seychelles 12 barriere su 21 erano riuscite a recuperare il loro colore e quindi anche la loro “forza”.
Hoegh-Guldberg tuttavia, sottolinea: «Non bisogna essere comunque troppo ottimisti, perché nel caso in cui eventi troppo ravvicinati di sbiancamento si ripetessero nei prossimi anni non si avrebbe il tempo necessario perché le barriere possano riprendersi, come è avvenuto nel 1998».
LUIGI BIGNAMI
Il teatro sotterraneo di Boston è un gioiello segreto abbandonato dal 1942
Boston nasconde a 12 metri di profondità sotto la terra un luogo bellissimo e forse unico al mondo: una sala concerti abbandonata da 650 posti costruita a metà dell’800.
Il teatro è rimasto chiuso durante gli ultimi 73 anni e ha una storia interessante e curiosa.
L’edificio è la parte inferiore del negozio di pianoforti M.S Steinert & Sons su Boylston Street.
La Steinert Hall era una volta uno spazio celebre della capitale del Massachusetts, luogo di ritrovo delle persone colte e altolocate di Boston.
Il teatro “acusticamente perfetto” fu costruito da Alexander Steinert, figlio di Morris Steinert, un immigrato tedesco che arrivò a Boston a metà del 1800 con il sogno di aprire un negozio di pianoforti in America.
Alexander progettò e fece realizzare questa sala concerti da 650 posti con lo scopo di realizzare un ambiente acustico unico, abbastanza profondo da isolarlo completamente dal rumore del traffico della città che gli stava sopra.
I musicisti e gli artisti che calcarono le assi del suo palcoscenico godevano allora di fama mondiale, ma la Steinert Hall non ha ospitato eventi dal 1942, l’anno in cui una terribile tragedia scosse l’America.
In quell’anno 492 persone perirono durante un incendio alla discoteca di Cocoanut Grove, proprio a Boston.
A seguito dell’incidente le autorità decisero che le norme di sicurezza all’interno dei locali pubblici sarebbero cambiate radicalmente, e in particolar modo gli spazi sotterranei avrebbero dovuto garantire vie di fuga adeguate per consentire agli spettatori di non fare la fine delle vittime del terribile incidente del Cocoanut Grove.
Ristrutturare il teatro per renderlo a norma sarebbe stata una spesa semplicemente inaffrontabile per Steinhert, e quindi la sala concerti finì dimenticata fra il frastuono delle notizie della Seconda Guerra Mondiale.
Il negozio soprastante continuò la propria attività e divenne sempre più un punto di riferimento per i musicisti della città, ma tutti si dimenticarono di quell’Auditoirium sotterraneo, un tempo la casa degli amanti della musica e della cultura cittadina.
Nel 2011 Greig Lamont pubblicò un articolo sul suo blog, A Project in Ruins, che ricordarò al mondo l’esistenza di questo spazio unico e magnifico pochi metri sotto le strade di Boston.
Il custode dell’edificio accordò il permesso a Greig di andare sotto e fotografare gli spazi, che egli descrive:
“La sala ha alcune sedie e panche originali, ed è stata utilizzata come magazzino e ripostiglio. Pianoforti rotti, grandi casse di legno da trasporto, vecchi gabinetti, cassette, armadi, e altri oggetti giacciono sparsi sul suo splendido pavimento“.
Le sedute originali furono donate al Boston College High School e, dal momento della sua chiusura, il teatro è stato vittima dei danni causati dall’acqua.
Nel 1960 la costruzione di garage causò gravi perdite a causa della rottura di un tubo dell’acqua, e da allora le infiltrazioni sono costanti e continue.
Durante la guerra il teatro fu anche indicato come un possibile rifugio antiaereo, ma fortunatamente non venne mai utilizzato.
Alcuni musicisti hanno chiesto sovente di visitare lo spazio, e fra loro spicca il nome di Elton John che, durante un tour negli anni ’90, visitò lo Steinert.
Il Boston Globe nel 2013 pubblicò un pezzo riguardante questo tesoro nascosto nei sotterranei della città ma, a scanso di equivoci, Paul Murphy, il presidente della M. Steinert & Sons, ha scoraggiato qualunque tipo di visita a causa degli elevati rischi per la sicurezza. Murphy stesso ha ricevuto diverse richieste per rendere nuovamente il teatro agibile ma, a causa dei costi elevatissimi della rimessa in sicurezza degli spazi stimati in circa 6 milioni di dollari, nessuno ha poi concretizzato l’acquisto.
Fonte: vanillamagazine.it
Antica ballata Irlandese

TROVA IL TEMPO
Trova il tempo di riflettere, è la fonte della forza.
Trova il tempo di giocare, è il segreto della giovinezza.
Trova il tempo di leggere, è la base del sapere.
Trova il tempo d'essere gentile, è la strada della felicità.
Trova il tempo di sognare, è il sentiero che porta alle stelle.
Trova il tempo di amare, è la vera gioia di vivere.
Trova il tempo d'essere contento è la musica dell'anima.
El Dorado
La laguna di Guatavita è ritenuta uno dei laghi sacri del popolo precolombiano Muisca. Un rituale tenuto proprio presso questo lago è unanimemente riconosciuto essere alla base della famosa leggenda dell’El Dorado.

La leggenda narra che, prima dell'arrivo del conquistador Gonzalo Jiménez de Quesada che scoprì il sito, il popolo Muisca vi praticava dei riti religiosi relazionati con il culto del Sole.
In particolare lo Zipa di Guatavita si cospargeva la pelle di resina e polvere d'oro e si inoltrava fino al centro del lago con una zattera da dove si tuffava, effettuando delle abluzioni togliendosi la polvere d’oro di dosso. In seguito i fedeli gettavano nel lago altre offerte rituali, come ciondoli e monili preziosi
.
Alcuni oggetti d’oro e d’argento recuperati nel fondo del lago sembrerebbero confermare la veridicità di questo rito, anche se finora le immersioni di ricerca in fondo al lago non hanno rinvenuto che un numero relativamente basso di oggetti preziosi. Da questa cerimonia, di cui il primo spagnolo ad essere informato fu Sebastian de Belalcazar, si originò il mito dell'El Dorado che deriva dalle parole in lingua spagnola El indio Dorado.

In seguito nelle alte Ande colombiane furono organizzate spedizioni nell’entroterra per depredare le ricche tombe degli Indios Sinu, e nel 1539 gli Europei penetrarono per la prima volta nel territorio dei Muisca e fondarono la città di Bogotá.
Un cronista spagnolo riportò nel 1636 il resoconto di un testimone oculare: “Il primo viaggio che dovette intraprendere fu alla grande laguna di Guatavita, dove rese offerte e sacrifici al demone che essi adoravano come loro dio e signore.
Durante la cerimonia alla laguna costruirono una zattera di giunchi, abbellendola e ornandola con i loro oggetti più belli. La poggiarono su quattro bracieri accesi in cui bruciarono molta moque, che è l’incenso di questi indigeni, oltre a resina e a molti altri profumi. La laguna era vasta e profonda, tale da poter essere navigata da un’imbarcazione dai fianchi alti carica di un’infinità di uomini e donne sontuosamente vestiti con belle piume, placche e corone d’oro… A quel punto spogliarono l’erede al trono dei suoi abiti e lo unsero con del terriccio vischioso che cosparsero poi di polvere d’oro, ricoprendogli così tutto il corpo con il metallo.
Lo sistemarono a bordo della zattera su cui egli restò immobile, e poggiarono ai suoi piedi un gran mucchio d’oro e di smeraldi affinché ne facesse offerta al suo dio. Insieme a lui, montarono sull’imbarcazione quattro influenti personaggi interamente abbigliati con piume, corone, braccialetti, ciondoli e orecchini in oro puro. Anch’essi erano nudi e ciascuno reggeva un’offerta. Quando la zattera lasciò la riva, ebbe inizio la musica, con trombe, flauti e altri strumenti, accompagnata da canti che facevano tremare le montagne e le valli, finché, quando la barca raggiunse il centro della laguna, essi alzarono una bandiera per imporre il silenzio. L’indio ricoperto d’oro fece poi la sua offerta, gettando tutto l’oro in mezzo al lago e i capi che lo scortavano fecero lo stesso con i loro doni. Con questa cerimonia il nuovo governante fu accolto e riconosciuto come signore e re”. British Museum
Reperti d'oro provenienti dalla laguna di Guatavita

Il tesoro del Lago Guatavita La cerimonia di “El Dorado”, l’Uomo d’Oro, diede inizio alla leggenda. Benché si fossero già impossessati di parecchie centinaia di libbre d’oro appartenenti ai Muisca e ai loro vicini, i conquistadores erano convinti che il meglio dovesse ancora venire, sotto forma dell’inestimabile tesoro giacente, secondo loro, sul fondo del Lago Guatavita.
Il primo tentativo di dragare il lago fu compiuto nel 1545, ma l’iniziativa più complessa dell’epoca fu quella intrapresa da un mercante di Bogotá, Antonio de Sepulveda, che avviò le operazioni di ricerca negli anni successivi al 1580.
Avvalendosi di una manodopera di 8000 indios, praticò una larga incisione nel bordo del lago – tuttora ben visibile – per far defluire l’acqua. Il livello si abbassò così di 20 m, dopo di che l’apertura franò provocando molte vittime. Fu abbandonato allora il progetto, benché fossero stati trovati degli oggetti preziosi: la parte di bottino spedita in Spagna al re Filippo II comprendeva una corazza d’oro, un bastone ricoperto di placche d’oro e uno smeraldo grosso come un uovo di gallina.

Ben presto la caccia alle leggendarie, inimmaginabili ricchezze si estese oltre i confini del Lago Guatavita. Già all’epoca dei conquistadores si era propagata in un baleno la voce dell’Uomo d’Oro e della mitica città di Manoa, dove persino le pentole erano d’oro.
Convinti che la località si celasse nelle foreste inesplorate del bacino amazzonico, anno dopo anno esploratori e avventurieri s’inoltrarono nella giungla e molti non ne fecero ritorno.
Con il trascorrere del tempo il ricordo dell’Uomo d’Oro si affievolì, e il nome di El Dorado finì per designare un luogo – Eldorado – ricolmo d’inconcepibili ricchezze che attendevano il loro scopritore, nascosto fra le Ande o nel folto della giungla amazzonica.
Forse uno dei più bei pezzi di Muisca e solide prove della cerimonia del El Dorado, è una zattera di lega d'oro su cui sorgono figure, uno dei quali è più grande e, indossa un copricapo, è senza dubbio la 'Gilded One'. Esso è stato scoperto in una grotta vicino a Bogotá ed era un tunjo. Il pezzo è 10 x 20 cm con la figura principale essere 10 cm di altezza e si trova ora, insieme a molti dei migliori superstiti pezzi Muisca, nel Museo dell'Oro del Banco de la República, Bogotá, Colombia.
La civiltà Muisca (o Chibcha) fiorì in Colombia antica tra 600 e 1600 CE. Loro territorio comprendeva quello che ora è Bogotá e i suoi dintorni e hanno guadagnato una fama duratura come l'origine della leggenda di El Dorado. Muisca anche hanno lasciato un patrimonio artistico significativo nella loro eccellente lavoro d'oro, gran parte di essa ineguagliabile da qualsiasi altra cultura Americas. Società & religione
La leggenda narra che, prima dell'arrivo del conquistador Gonzalo Jiménez de Quesada che scoprì il sito, il popolo Muisca vi praticava dei riti religiosi relazionati con il culto del Sole.
In particolare lo Zipa di Guatavita si cospargeva la pelle di resina e polvere d'oro e si inoltrava fino al centro del lago con una zattera da dove si tuffava, effettuando delle abluzioni togliendosi la polvere d’oro di dosso. In seguito i fedeli gettavano nel lago altre offerte rituali, come ciondoli e monili preziosi
.
Alcuni oggetti d’oro e d’argento recuperati nel fondo del lago sembrerebbero confermare la veridicità di questo rito, anche se finora le immersioni di ricerca in fondo al lago non hanno rinvenuto che un numero relativamente basso di oggetti preziosi. Da questa cerimonia, di cui il primo spagnolo ad essere informato fu Sebastian de Belalcazar, si originò il mito dell'El Dorado che deriva dalle parole in lingua spagnola El indio Dorado.

In seguito nelle alte Ande colombiane furono organizzate spedizioni nell’entroterra per depredare le ricche tombe degli Indios Sinu, e nel 1539 gli Europei penetrarono per la prima volta nel territorio dei Muisca e fondarono la città di Bogotá.
Un cronista spagnolo riportò nel 1636 il resoconto di un testimone oculare: “Il primo viaggio che dovette intraprendere fu alla grande laguna di Guatavita, dove rese offerte e sacrifici al demone che essi adoravano come loro dio e signore.
Durante la cerimonia alla laguna costruirono una zattera di giunchi, abbellendola e ornandola con i loro oggetti più belli. La poggiarono su quattro bracieri accesi in cui bruciarono molta moque, che è l’incenso di questi indigeni, oltre a resina e a molti altri profumi. La laguna era vasta e profonda, tale da poter essere navigata da un’imbarcazione dai fianchi alti carica di un’infinità di uomini e donne sontuosamente vestiti con belle piume, placche e corone d’oro… A quel punto spogliarono l’erede al trono dei suoi abiti e lo unsero con del terriccio vischioso che cosparsero poi di polvere d’oro, ricoprendogli così tutto il corpo con il metallo.
Lo sistemarono a bordo della zattera su cui egli restò immobile, e poggiarono ai suoi piedi un gran mucchio d’oro e di smeraldi affinché ne facesse offerta al suo dio. Insieme a lui, montarono sull’imbarcazione quattro influenti personaggi interamente abbigliati con piume, corone, braccialetti, ciondoli e orecchini in oro puro. Anch’essi erano nudi e ciascuno reggeva un’offerta. Quando la zattera lasciò la riva, ebbe inizio la musica, con trombe, flauti e altri strumenti, accompagnata da canti che facevano tremare le montagne e le valli, finché, quando la barca raggiunse il centro della laguna, essi alzarono una bandiera per imporre il silenzio. L’indio ricoperto d’oro fece poi la sua offerta, gettando tutto l’oro in mezzo al lago e i capi che lo scortavano fecero lo stesso con i loro doni. Con questa cerimonia il nuovo governante fu accolto e riconosciuto come signore e re”. British Museum
Reperti d'oro provenienti dalla laguna di Guatavita

Il tesoro del Lago Guatavita La cerimonia di “El Dorado”, l’Uomo d’Oro, diede inizio alla leggenda. Benché si fossero già impossessati di parecchie centinaia di libbre d’oro appartenenti ai Muisca e ai loro vicini, i conquistadores erano convinti che il meglio dovesse ancora venire, sotto forma dell’inestimabile tesoro giacente, secondo loro, sul fondo del Lago Guatavita.
Il primo tentativo di dragare il lago fu compiuto nel 1545, ma l’iniziativa più complessa dell’epoca fu quella intrapresa da un mercante di Bogotá, Antonio de Sepulveda, che avviò le operazioni di ricerca negli anni successivi al 1580.
Avvalendosi di una manodopera di 8000 indios, praticò una larga incisione nel bordo del lago – tuttora ben visibile – per far defluire l’acqua. Il livello si abbassò così di 20 m, dopo di che l’apertura franò provocando molte vittime. Fu abbandonato allora il progetto, benché fossero stati trovati degli oggetti preziosi: la parte di bottino spedita in Spagna al re Filippo II comprendeva una corazza d’oro, un bastone ricoperto di placche d’oro e uno smeraldo grosso come un uovo di gallina.

Ben presto la caccia alle leggendarie, inimmaginabili ricchezze si estese oltre i confini del Lago Guatavita. Già all’epoca dei conquistadores si era propagata in un baleno la voce dell’Uomo d’Oro e della mitica città di Manoa, dove persino le pentole erano d’oro.
Convinti che la località si celasse nelle foreste inesplorate del bacino amazzonico, anno dopo anno esploratori e avventurieri s’inoltrarono nella giungla e molti non ne fecero ritorno.
Con il trascorrere del tempo il ricordo dell’Uomo d’Oro si affievolì, e il nome di El Dorado finì per designare un luogo – Eldorado – ricolmo d’inconcepibili ricchezze che attendevano il loro scopritore, nascosto fra le Ande o nel folto della giungla amazzonica.
Forse uno dei più bei pezzi di Muisca e solide prove della cerimonia del El Dorado, è una zattera di lega d'oro su cui sorgono figure, uno dei quali è più grande e, indossa un copricapo, è senza dubbio la 'Gilded One'. Esso è stato scoperto in una grotta vicino a Bogotá ed era un tunjo. Il pezzo è 10 x 20 cm con la figura principale essere 10 cm di altezza e si trova ora, insieme a molti dei migliori superstiti pezzi Muisca, nel Museo dell'Oro del Banco de la República, Bogotá, Colombia.
La civiltà Muisca (o Chibcha) fiorì in Colombia antica tra 600 e 1600 CE. Loro territorio comprendeva quello che ora è Bogotá e i suoi dintorni e hanno guadagnato una fama duratura come l'origine della leggenda di El Dorado. Muisca anche hanno lasciato un patrimonio artistico significativo nella loro eccellente lavoro d'oro, gran parte di essa ineguagliabile da qualsiasi altra cultura Americas. Società & religione
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