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lunedì 1 dicembre 2014

Obsolescenza programmata : quando la tecnologia ha una data di scadenza


L’errore più grande è affezionarsi troppo. 
Non importa quanto sia bello, intelligente, prestante. Il momento di dirsi addio arriverà. 
 Arriverà troppo presto, in modo traumatico e inatteso, senza il tempo di salutare come si deve.
 Non ci sarà niente da fare per recuperare il rapporto. E la scelta sarà obbligata: sostituirlo con un altro.

 È la storia, ricorrente, di ogni amore tecnologico.
 Quello con uno smartphone, un tablet, un televisore, una lavatrice, una stampante e via dicendo.
 Idilli spezzati da qualcosa che si rompe. Di solito, un connettore, un filtro, la batteria, il display.
 Colpa del normale ciclo di vita dei dispositivi elettronici? 
 Secondo qualcuno no: c’è qualcosa di più. 
C’è a monte la volontà dei produttori di farli durare poco: è la teoria della cosiddetta obsolescenza programmata.


Sul tema si discute ormai da tempo, con in prima linea il “guru” della decrescita felice, Serge Latouche . 
Diciamolo subito: la pistola fumante non è mai stata trovata. 
Non ci sono prove che i produttori facciano oggetti destinati a lasciarci in fretta. 
 Dall’altro lato c’è l’esperienza di tutti noi, che racconta di aggeggi che passano indenni il periodo di garanzia e molto spesso vivono una sorta di crisi del terzo anno: proprio appena è finita la copertura del produttore – e magari mentre esce una nuova versione – le prestazioni calano, la batteria crolla, inizia a verificarsi qualche guasto. 

 «Negli anni ’30 e con le prime lampadine a incandescenza, ci fu davvero un cartello tra produttori, per limitare la durata a 100 ore. Ma da allora l’obsolescenza programmata non è stata più provata», dice Andrea Bondi, ingegnere e manager dell’area energia di Trento RISE.
 «Certo, è plausibile che i produttori scelgano materiali e tecnologie non eterne. Per loro è un equilibrio delicato: da una parte la necessità di fare prodotti affidabili, dall’altra il bisogno di stimolare all’acquisto delle nuove versioni».

 Il problema esiste e sul tema inizia a muoversi anche la politica. In Italia, a ottobre 2013, fu il parlamentare di Sinistra Ecologia Libertà Luigi Lacquaniti a presentare la prima proposta di legge “per contrastare il fenomeno dell’obsolescenza programmata”.
 In Francia tre deputati ecologisti – Eric Alauzet, Denis Baupin e Cécile Duflot – hanno proposto di punire con pene fino a due anni di reclusione chi metta sul mercato prodotti fatti per durare poco. Ma il guaio resta quello di partenza: almeno per il momento, è impossibile dimostrare che ci sia un intento e un disegno pro-obsolescenza nella progettazione dei nuovi prodotti.


Una delle chiavi del problema, forse la principale, è in profondità dentro smartphone, tablet e affini. È nei semiconduttori usati per produrne i circuiti e nell’architettura fisica di questi dispositivi. Continua Bondi: «Viviamo in un mondo in cui la legge di Moore è ancora validissima e ogni 18 mesi la complessità e la potenza dei microcircuiti raddoppia. L’architettura hardware dei microprocessori attuali è ormai su grandezze di micrometri, millesimi di millimetri. E arriveremo presto ai nanometri, milionesimi di millimetri. 
Su queste dimensioni e con queste prestazioni, c’è poco da fare: la tecnologia consente e sopporta un certo numero di passaggi di corrente tra i circuiti, che con il tempo diventano soggetti a guasti. Insomma, la tecnologia è spinta a livelli tali che è difficile trovare l’equilibrio tra potenza ed estetica da un lato e durata ed affidabilità dall’altro. Se usassimo le valvole di un tempo, beh avremmo bisogno di un intero quartiere per fare quello che oggi consente uno smartphone». 

 La questione ha però un altro versante, più sociale.
 La scadenza di uno smartphone, di un televisore, di una fotocamera non è solo fisica.
 È anche legata ai messaggi pubblicitari, alle nuove funzioni, ai modelli sempre più nuovi e desiderabili che escono.
 È quella che Latouche ha definito e criticato come obsolescenza psicologica. 
 «Ed è qualcosa che succede molto anche a livello software: è l’utente a cambiare via via il suo profilo d’uso di uno strumento tecnologico e ad alzare le aspettative che lo riguardano», spiega Antonia Bertolino, ricercatrice del Cnr all’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione di Pisa.
 «Nel software – prosegue – l’obsolescenza è legata anche a un secondo fattore: il contesto tecnologico, che cambia sempre più in fretta. Un mondo fatto di protocolli di connettività, interfacce, reti tra strumenti diversi che devono dialogare tra loro. Per questo oggi si discute e si lavora molto sulle tecnologie “self-adaptive”, sistemi dinamici e aperti che siano in grado di adattarsi da soli ai cambiamenti del contesto, capaci di auto-aggiornarsi su più livelli». 

http://www.ilnavigatorecurioso.it/

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