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sabato 22 febbraio 2014

Ecco spiegato il motivo del tempo che ci è voluto (2h,30) per avere l'approvazione di napolitano a formare il nuovo governo Renzi

Padoan, il rigorista che piace all’Ue
Da Krugman al nodo dell’austerity
Ecco chi è il ministro dell’Economia

Da consigliere di D’Alema a Palazzo Chigi, a cultore del rigore all’Ocse.
Ma il nuovo titolare del Tesoro in passato non era ostile alla patrimoniale

Pier Carlo Padoan, su questo esistono pochi dubbi, è sicuramente una delle figure di punta di grand commis italiani.
Tutti in queste ore sottolineano che fu già consigliere economico di Massimo D’ Alema a Palazzo Chigi, e poi direttore di Italiani Europei (oltre che docente di economia internazionale alla Sapienza). Chiamarlo però “dalemiano” è una di quelle brutali semplificazioni che non fanno fare grandi passi avanti all’analisi. Anzi, la schiacciano e la confondono.
Le cose sono - come sempre - più complesse e sfumate. Innanzitutto perché Padoan fu anche assai voluto da Romano Prodi (allora premier) come vicesegretario generale dell’Ocse.
E è noto quanto - anche simbolicamente - D’Alema e Prodi rappresentino opzioni lievemente diverse, nella storia recente del centrosinistra.
Soprattutto, la domanda vera è: quale politica economica significherà Padoan all’Economia?
Significherà per esempio il tentativo di ridiscutere in maniera sostanziale il vincolo del 3 per cento, magari scorporando dal calcolo investimenti di tipo neokeynesiano?
O si collocherà in una linea più graduale, comunque nel segno del rispetto del rigore e delle politiche primum-no inflazione?
A giudicare dalla storia recentissima, forse si può propendere per la seconda tesi (ma senza certezza definitiva, come vedrete alla fine di questo articolo). A dispetto dell’etichetta di “dalemiano” (la sinistra nel Pd chiede di tornare a puntare su un’idea di Europa più “sociale” e meno blairiana),
Padoan negli incarichi internazionali - ma anche nelle sue lezioni alla Sapienza - è sempre stato considerato un cultore rispettoso delle politiche di rigore e dei vincoli europei.
E’ questo che l’ha portato, ancora nell’aprile di quest’anni, nel mirino di Paul Krugman, forse il più conosciuto dei critici dell’euro, dell’austerity e del vincolo del 3 per cento, che Krugman ormai non esita a definire “assurdo dal punto di vista economico”.
Ad aprile Krugman scriveva sul New York Times che quattro anni fa l’Ocse diede due suggerimenti alle autorità economiche degli Stati Uniti: abbracciare la politica di austerità europea e - dice Krugman, “addirittura” - alzare i tassi di interesse per fronteggiare il rischio di inflazione. “Bene - osservava - tre anni dopo ecco dove siamo: non c’è nessuna inflazione in America (e anzi, la Fed tenta di ravvivare la domanda interna con tassi zero); e è palese il fallimento e l’implosione delle politiche europee di austerità” (su questo si può discutere, naturalmente, ma è innegabile che critiche severe ormai provengano da settori vastissimi delle opinioni pubbliche europee e americane).
In quel momento i numeri dell’economia europea erano più o meno di questa portata: disoccupazione dell’area euro al 12,1, nonostante un’inflazione all’1,2.
In un’intervista al Wall Street Journal Padoan spiegò che “i tanti sacrifici” (usò l’espressione “the pain is producing results”) erano a un passo dal produrre il “consolidamento fiscale” cercato per l’economia europea, e sarebbe stato un peccato “sprecarli” abbandonando le politiche di rigore, di tagli del deficit e di controllo severo dei bilanci pubblici.
La conclusione - che faceva inorridire Krugman - era “the beatings must continue”. La battaglia per il rigore deve continuare.
Questo accadeva soltanto nove mesi fa.
E’ mutato qualcosa nel frattempo? Certo.
Per restare all’Italia, persino Napolitano, in un importante discorso a Strasburgo, ha chiesto di non avanzare solo con politiche di bilancio, ma di pensare a come far crescere le economie.
Dall’altra parte c’è chi invece ricorda un Padoan di qualche anno fa che, al Corriere, non escludeva ipotesi vicine a una forma di patrimoniale (traduzione: non proprio allentare il rigore, semmai farlo pesare di più sulla finanza e meno su impresa e lavoro). Diceva Padoan nel 2004, da capoeconomista Ocse, quali erano gli scenari su cui ragionavano molti economisti di un celebre incontro parigino: “Abbiamo cercato di dimostrare, con una analisi empirica, il rapporto tra la struttura della tassazione e la crescita, nel senso che ci sono tasse più dannose allo sviluppo (sulle imprese e sul lavoro) e altre meno dannose, come quelle sui consumi e sui patrimoni”.
Ecco forse il punto (o un altro dei due punti). Il ministro dell’Economia sarà il noto dalemiano?
O il teorico del rigore attaccato da Krugman?
O ancora l’economista che non disdegnava - in tempi non sospetti - di tassare di più rendite e finanza e meno l’economia reale, in pieno spirito-Jobs Act di Matteo Renzi?
Lo scopriremo solo vivendo.

di JACOPO IACOBONI - La Stampa

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