giovedì 22 novembre 2012

Hiroshima


Hiroshima, ore 8:15 e 17 secondi del 6 agosto 1945: e poi venne la luce, alla luce seguì l’esplosione, e l’esplosione si trasformò in silenzio. Un lampo accecante, a 580 metri di altitudine e con una potenza pari a 12.500 tonnellate di TNT, aveva abbagliato oltre 285.000 persone cancellando dalla città di Hiroshima ogni ombra. Poco prima dell’alba, il quadrimotore B-29 “Enola Gay” decolla dall’aeroporto militare di Tinian (isola del Pacifico divenuta un’importantissima base militare USA – in seguito alla sua conquista il 2 Agosto 1945 – ed utilizzata per le operazioni strategiche militari) con a bordo 12 uomini di equipaggio. Nel suo ventre, una potentissima arma nucleare, una Bomba all’uranio (MK-1) da 3 metri di lunghezza, 1,5 metri di diametro e 5 tonnellate di peso. L’ordigno verrà sganciato al momento, senza un bersaglio preciso e soprattutto quando le condizioni atmosferiche lo permetteranno. Il pilota, il colonnello Paul Tibbets, unico membro dell’equipaggio a conoscere effettivamente il potere distruttivo della bomba, riceve un bollettino meteorologico “…a Kokura cielo coperto in prossimità del suolo per nove decimi; a Nagasaki coperto totalmente; ad Hiroshima quasi sereno, visibilità 10 miglia…”.

Il bersaglio è scelto. Little Boy (denominata L-1, nome in codice MK-1 era questo il nome dato “simpaticamente” all’ordigno), la prima arma nucleare della storia realmente utilizzata in un conflitto militare durante la fine della Seconda guerra mondiale, la seconda bomba atomica costruita nell’ambito del Progetto Manhattan. Caricata nella stiva del bombardiere pesante strategico delle United States Army Air Forces statunitensi (USAF), un Boeing B-29-45-MO Superfortress (numero di serie 44-86292) denominato “Enola Gay”, chiamato così dal nome della madre del comandante del velivolo, il colonnello Paul Tibbets del 509° gruppo composito, venne sganciata sul centro della città giapponese di Hiroshima alle 8:15:17 ora locale (JST) del 6 agosto 1945 dalla quota di 9.467 metri.
Il grosso pancione del quadrimotore si apre e pian piano “Little boy” comincia a scivolare nell’aria. Tempo stimato all’impatto 45 secondi: Un forte bagliore illumina il cielo, ed al tuono della potente deflagrazione segue una colonna di fumo buio e tenebroso dalla forma di un fungo quasi strozzato che rapido s’innalza dal suolo per migliaia di metri. L’esplosione si sprigionò dalla sfera di fuoco alla velocità di 1.300 chilometri orari, sbriciolandoando dalle fondamenta interi edifici come cenere al vento. Un vento infuocato rifluì verso il centro dell’esplosione a mano a mano che l’aria, al di sopra della città diventava più rovente. Il resto è un lento grondare di polveri e detriti che sporcano il cielo. Dei circa 500 mila abitanti di Hiroshima, oltre la metà morirono immediatamente. I loro corpi subirono un processo di liquefazione istantanea, causato dalla tremenda ondata di calore (900 mila gradi). Circa 100 mila, dopo aver patito una lunga agonia moriranno nei giorni seguenti. I sopravvissuti rimarranno per sempre mutilati, deformi e contaminati dalle radiazioni. L’opera distruttiva è completata da gigantesche inondazioni di fiumi che straripano e sommergono tutto ciò che rimane della città giapponese. Una vera e propria catastrofe al naturale voluta dall’uomo.

Dall’istante dell’esplosione erano passati 8 minuti. Intanto il pesante quadrimotore, alleggerito del suo ingombrante fardello, aveva già da tempo iniziato la virata per il rientro. Alle 15:00 circa Enola Gay rientra alla base. Missione compiuta. Tutti i membri dell’equipaggio furono insigniti della Stella d’Argento. Il Colonnello Paul Tibbets, pilota dell’aereo, ricevette la Croce per Meriti di Servizio.
Le ultime parole del copilota Robert A. Lewis furono: “Dio mio, che abbiamo fatto”. La missione su Hiroshima non pose però fine alla guerra. Gli irriducibili soldati giapponesi non si arresero e continuarono con fierezza a combattere il nemico americano. Gli USA da parte loro vollero strafare. Per legittimarsi, dovevano dimostrare al mondo intero che loro possedevano più di un’arma atomica. E così, il 9 Agosto del 1945 alle ore 11:02 ora locale, il veivolo B-29 Bockscar armato con una bomba al plutonio allegramente battezzata “Fat Man”, comandato dal Maggiore Charles W. Sweeney, sorvola minaccioso il cielo di Nagasaki…

Paul Warfield, Jr. Tibbets, il pilota americano del Boeing B-29-45-MO Superfortressche – “Enola Gay” – che sganciò la prima bomba atomica, su Hiroshima il 6 agosto 1945, successivamente venne promosso Brigadiere generale della United States Air Force (USAF), si ritirò dalla Air Force il 31 agosto 1966, dopo oltre 29 anni di servizio. Morì a Columbus il 1 novembre 2007. È stato sepolto nel cimitero della città, e per suo stesso volere, in una tomba senza nome.

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