giovedì 17 gennaio 2019
Ritrovato in Guatemala un bagno di vapore Maya di 2500 anni fa perfettamente conservato
Pensavano fosse una tomba.
E invece era qualcosa di decisamente più allettante.
Gli archeologi polacchi hanno riportato alla luce nell'antica città Maya di Nakum, in Guatemala, un antico bagno di vapore scolpito nella roccia.
Ha oltre 2500 anni.
E qui, oltre all'antico rituale di benessere, si svolgevano anche cerimoniali religiosi.
Quando è stata trovata la prima traccia, circa cinque anni fa, «pensavamo di avere a che fare con una tomba. Ma scoprendo gradualmente le parti successive abbiamo capito che si sbagliavamo e siamo giunti alla conclusione che si trattava in realtà di un bagno di vapore», ha spiegato Wieslaw Koszkul dall'Istituto di archeologia della Jagiellonian University di Cracovia, supervisore degli scavi.
Dal sito archeologico, situato nella regione del bacino di Peten, è riemerso prima un tunnel scavato nella roccia, da cui scorreva l'acqua in eccesso creata dal vapore, e dopo pochi metri, su entrambi i lati, le scale utilizzate per entrare nel bagno: una stanza rettangolare contornata da delle panche scavate nella roccia, dove ci si sedeva per godere del trattamento.
Di fronte all'ingresso, gli archeologi hanno trovato anche una nicchia ovale nel muro: un grande focolare usato per molto tempo, come testimonia uno spesso strato di fuliggine tutt'attorno.
E nel canale di scarico, oltre alla cenere, sono stati rinvenuti anche frammenti di vasi - Nakum era la città delle ceramiche - e strumenti di ossidiana che potrebbero essere stati utilizzati dai Maya per rituali religiosi durante i bagni di vapore, per purificare corpo e anima.
Il bagno si trova nella parte settentrionale dell'antica città di Nakum, ed è circondato da rovine di templi, piramidi e palazzi residenziali dello stesso periodo o successivi.
E' stato probabilmente utilizzato per oltre quattrocento anni, dal 700 al 300 avanti Cristo dall'élite dell'epoca.
E vista la sua completezza e ottima conservazione, questa scoperta Maya viene considerata «estremamente preziosa».
Fonte: lastampa.it
mercoledì 16 gennaio 2019
Scoperta la tomba di Cleopatra e Marco Antonio: la conferma dell'egittologo
Dopo migliaia di anni Cleopatra e Marco Antonio ancora insieme, seppelliti in un luogo sacro per l’antichità a circa 50 km da Alessandria d'Egitto.
La scoperta è opera di Zahi Hawass, riconosciuto come uno dei massimi esperti di antichità egizie, ispettore di numerose spedizioni archeologiche e noto anche come divulgatore scientifico.
Lo studioso ha tracciato il punto della situazione a Palermo lo scorso 12 gennaio.
Le prove?
Abbiamo ancora solo l’annuncio del professore, da anni è impegnato in questi studi, che si è dichiarato sicuro di aver individuato il luogo nel quale i due amanti riposano insieme da millenni.
Dunque a breve dovrebbero iniziare le ricerche per il disseppellimento delle tombe.
La morte della sovrana, avvenuta per suicidio nel 30 a.C., è sempre stata circondata di un'aura di leggenda, come d’altronde la sua figura stessa.
E dunque le ricerche sulla sua tomba andavano avanti da molto tempo, recentemente concentrate proprio nella zona.
Stando alle parole di Hawass, la sepoltura sarebbe avvenuta a pochi metri dal tempio funerario di Taposiris Magna in un ambiente sotterraneo ma non molto profondo.
Se, come si spera, gli scavi inizieranno presto, non mancherebbe dunque molto al vero e proprio ritrovamento, che si aggiungerebbe agli altri di questi ultimi mesi, tra i quali 8 mummie di 2500 anni fa e una di ben 4400 anni fa.
Roberta De Carolis
Scoperto in Gran Bretagna un cimitero romano con molti corpi decapitati
La recente scoperta di un cimitero romano in Inghilterra ha impressionato gli archeologi al lavoro a causa di uno strano particolare: molti corpi avevano la testa tagliata e messa fra le gambe.
Dei cinquantadue scheletri scoperti nel cimitero, risalente al IV secolo dopo Cristo, ben 17 erano stati decapitati.
Il motivo per il quale i cadaveri furono decapitati è completamente sconosciuto, ma Andy Peachey, archeologo impiegato presso lo scavo, afferma che: “sembra essere un attento rito funebre, che può essere associato a un particolare gruppo all’interno della popolazione locale“.
Gli archeologi hanno scoperto il misterioso cimitero a causa degli scavi preliminari per un complesso residenziale nei pressi di Great Whelnetham, nel Suffolk.
La notizia non è giunta inaspettata, perché già dal 1964 gli archeologi erano a conoscenza di un insediamento romano nei pressi del villaggio, testimoniata da un forno per la terracotta, da monete e sepolture.
Quel che ha stupito gli archeologi è stata la decapitazione, avvenuta certamente post mortem, di così tanti cadaveri.
Peachey prosegue: “Le incisioni attraverso il collo furono praticate post-mortem, realizzate con cura proprio dietro la mascella. Un’esecuzione mostrerebbe un taglio più basso, associato a una violenta forza d’urto, particolari che non si ravvisano negli scheletri rinvenuti“.
Le sepolture del cimitero, oltre ai 17 cadaveri decapitati, presentano anche altre anomalie.
Di 52 scheletri soltanto 17 furono sepolti in posizione supina, o distesi sulla schiena.
Gli altri vennero sepolti a faccia in giù, in posizione rannicchiata, oppure decapitati.
Altro particolare curioso è che: quattro dei teschi decapitati erano accanto a scheletri di altre persone.
L’enigma di tante sepolture singolari è evidente, e porta gli studiosi ad avanzare diverse ipotesi.
E’ infatti possibile che le decapitazioni post mortem fossero una pratica propria di un gruppo di persone che si trasferì nella zona, forse appartenenti a un gruppo di schiavi di altre zone dell’Impero Romano.
Le decapitazioni potrebbero quindi essere legate ad alcune credenze pagane, che ritenevano che gli spiriti necessitassero di essere liberati per raggiungere l’aldilà, o anche che la testa fosse un contenitore dell’anima, una pratica vista nelle tribù celtiche preromane.
Purtroppo l’enigma potrebbe essere impossibile a svelarsi. Le sepolture non offrono indicazioni sul ruolo sociale dei defunti, e fatta eccezione per due pettini in osso di tipo romano nelle tombe non sono presenti artefatti che possano fornire indicazioni utili alla soluzione del mistero.
Oltre alla decapitazione rituale e alla strana posizione degli scheletri, il cimitero non era dissimile da tanti altri nei territori dell’impero.
Le sepolture erano di uomini, donne e bambini, e probabilmente rispecchiano la demografia all’interno dell’insediamento.
Fonte: vanillamagazine.it
martedì 15 gennaio 2019
Un supermicroscopio ha scoperto il segreto dei quadri di Rembrandt
Svelato dopo tre secoli l’ingrediente segreto della tecnica a impasto usata da Rembrandt per rendere tridimensionali i suoi dipinti: si tratta della plumbonacrite, un minerale ritrovato rarissime volte nei dipinti antichi.
Lo hanno scoperto i ricercatori olandesi dell’Università tecnica di Delft e del Rijksmuseum di Amsterdam grazie al super microscopio europeo Esrf (European Synchrotron Radiation Facility), la struttura per la luce di sincrotrone di Grenoble.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Angewandte Chemie, aiuterà la conservazione e il restauro delle opere di quello che è considerato il più grande pittore dell’Età dell’oro olandese.
La sua rivoluzione è stata proprio quella di dare tridimensionalità ai dipinti usando la tecnica dell’impasto, ovvero l’applicazione di uno spesso strato di pittura che, protrudendo dalla tela, riflette la luce dando la sensazione di poter quasi toccare la persona o l’oggetto ritratto.
L’impasto veniva preparato con pigmenti presenti sul mercato nel XVII secolo, anche se la ricetta esatta non era stata finora ricostruita completamente.
L’ingrediente mancante era proprio la plumbonacrite, trovata analizzando con la potente luce del sincrotrone tre opere di Rembrandt: il ‘Ritratto di Marten Soolmans’ conservato al Rijksmuseum, ‘Betsabea’ del Louvre e ‘Susanna’ del museo Mauritshuis.
“Non ci aspettavamo di ritrovare questa sostanza, è così insolita nelle opere dei grandi maestri”, afferma il coordinatore dello studio Victor Gonzalez.
“Inoltre la nostra ricerca dimostra che la sua presenza non è accidentale o dovuta a contaminazione, ma il risultato di una sintesi fatta intenzionalmente”.
Le indagini, però, non finiscono qui. “Pensiamo che Rembrandt possa avere usato anche altre ricette e questo – aggiunge la ricercatrice Annelies van Loon – è il motivo per cui analizzeremo campioni di altre opere realizzate da lui e da pittori della sua cerchia”.
Fonte: blueplanetheart.it
lunedì 14 gennaio 2019
A Londra è stata scoperta una ghiacciaia sotterranea del 18esimo secolo
A Londra è stata portata alla luce un’enorme Ice House sotterranea risalente al 1780.
Costruita con mattoni rossi l’antica ghiacciaia sotterranea nascosta sotto le strade della city ha la forma di un uovo.
Perfettamente conservata la ghiacciaia del 18esimo secolo è stata scoperta nei pressi di Regent’s Park durante dei lavori di ristrutturazione.
La vecchia Ice House, il negozio del ghiaccio sotterraneo, era utilizzato dall’imprenditore e mercante William Leftwich.
Leftwich importò 300 tonnellate di ghiaccio dai laghi della Norvegia negli anni Venti del 1800 per immagazzinarlo nella camera di raffreddamento londinese.
In quegli anni in assenza dell’elettricità per procurarsi cubetti di ghiaccio e tenerli congelati gli ingegneri londinesi costruirono questa ghiacciaia sotterranea.
La “caverna del ghiaccio” sotterranea è stata utilizzata per conservare blocchi di ghiaccio per tutto l’anno, permettendo alle famiglie più ricche di impressionare i propri ospiti continuando a servire piatti ghiacciati anche durante i mesi più caldi dell’estate. Le ghiacciaie divennero popolari tra le élite del 1700, ma furono utilizzate anche dagli ospedali.
Il ghiaccio conservato è stato infatti utilizzato anche per intorpidire i pazienti negli interventi chirurgici e per le pratiche dentistiche. Per la ristorazione la ghiacciaia era utilizzata invece per preservare il cibo.
Jane Sidell, ispettrice di monumenti antichi, ha dichiarato: “La Regent’s Crescent Ice House è una scoperta spettacolare, si è conservata perfettamente e questo dimostra le grandi capacità ingegneristiche e costruttive già presenti alla fine del 18esimo secolo”.
Originariamente il ghiaccio veniva prelevato dagli stagni e dai canali locali, ma raramente veniva consumato direttamente a causa delle sue impurità.
Nel diciannovesimo secolo, tuttavia, si sviluppò un commercio di ghiaccio oceanico che portò blocchi cristallini dai laghi della Norvegia ai porti britannici, da lì venivano portati nelle fabbriche di ghiaccio per la conservazione e imballati nella paglia per l’isolamento.
Quando i frigoriferi entrarono in funzione alla fine del 1800, queste “Ice House” vennero piano piano abbandonate o utilizzate come magazzini.
Fonte: www.tpi.it
La fortezza tolemaica di Berenice a guardia del commercio di elefanti
Una missione archeologica polacca-americana sta scoprendo la mura fortificate di Berenice, un’antica città ellenistica sulla costa del Mar Rosso in Egitto.
Vennero costruite 2.300 anni fa dai Tolomei, una dinastia di sovrani discendenti da uno dei generali di Alessandro Magno.
Le mura proteggevano il porto di Berenice, utilizzato per commerciare oro, avorio e anche elefanti da guerra.
«La parte occidentale della fortezza – quella rivolta verso l’entroterra – era protetta da una doppia linea di mura, mentre a Est e a Nord ne era sufficiente una sola», scrivono gli archeologi Marek Woźniakand (Università di Varsavia) e Joanna Rądkowska (Accademia polacca delle scienze) sulla rivista Antiquity.
«Agli angoli e in altri punti strategici erano state costruite delle torri quadrate».
La parte più grande e fortificata di Berenice è un complesso grande circa 160 x 80 metri, che includeva tre grandi corti e diversi edifici. L’aspetto più impressionante è la sua architettura monumentale: «Era progettata così bene che proteggeva la città dalle sabbie del deserto», ha dichiarato Woźniak a Live Science.
Presso la porta d’ingresso della fortezza, gli archeologi hanno trovato un pozzo scavato nella roccia, vasche per raccogliere l’acqua piovana, e una serie di canali di scolo.
Secondo Woźniak e Rądkowska, il fatto che l’acqua piovana venisse raccolta suggerisce che Berenice avesse un clima più umido di oggi.
Le due vasche più grandi potevano avere una capacità totale di oltre 17.000 litri.
Gli scavi vicino alle mura a Nord hanno invece portato al ritrovamento di una discarica, dove sono state trovate statuette di terracotta, monete e un pezzo del teschio di un elefante.
«È interessante notare che le fortificazioni non vennero ritenute necessarie.
Alcune furono smantellate dopo un brevissimo periodo di esistenza», ha detto Woźniak, aggiungendo che non è stata trovata alcuna prova di un attacco alla città.
Le fonti storiche indicano che Berenice faceva parte di una serie di porti costruiti lungo il Mar Rosso per agevolare la fornitura di elefanti da guerra all’esercito dei Tolomei.
Nel 2014, una ricerca genetica aveva rivelato che i Tolomei probabilmente importavano i loro elefanti dall’Eritrea, nell’Africa orientale.
Dopo che Roma conquistò l’Egitto nel 30 a.C., il commercio si espanse e il porto di Berenice diventò un importante centro commerciale.
Dal I al VI secolo d.C., le testimonianze suggeriscono relazioni commerciali dalla Grecia e dall’Italia fino all’Arabia meridionale, all’India, alla penisola malese, all’Etiopia e all’Africa orientale.
La città di Berenice venne fondata nel 275 a.C. da re Tolomeo II Filadelfo; tuttavia, nel 2015, il ritrovamento di due iscrizioni aveva provato che il precedente villaggio egizio potrebbe essere stato più importante di quello che si credeva.
Fonte: ilfattostorico.com
giovedì 10 gennaio 2019
I conflitti per la terra che causano l’80% delle morti della tigre dell’Amur
Il futuro della tigre dell’Amur si gioca sulla problematica convivenza tra l’uomo e il grande felino, entrambi in competizione per il proprio spazio: l’estrema Siberia orientale.
Tra il 2000 e il 2016, infatti, 279 conflitti con l’uomo hanno causato la morte di 33 tigri, pari al 15% della popolazione totale. Oggi il numero di tigri siberiane è stimato in 500 individui e l’80% della mortalità è causata dall’uomo.
In un territorio che pare sconfinato sembra strano che l’uomo e la tigre non riescano a trovate un equilibrio.
Eppure, i dati dell’ultimo report WWF – Way of the tiger – mostrano proprio come la competizione con l’uomo insieme al taglio delle foreste sia il maggiore fattore di minaccia per la tigre dell’Amur.
Gli abbattimenti legali e illegali dei boschi stanno riducendo sempre di più i vasti territori di cui la tigre dell’Amur ha bisogno per procacciarsi le prede.
La diminuzione delle prede a causa della competizione con l’attività venatoria esercitata dalle comunità locali spinge la tigre a colpire il bestiame e questo porta il maestoso felino siberiano nel mirino dei cacciatori.
«I conflitti tra uomo e tigre dell’Amur sono la principale minaccia per questa sottospecie di tigre e sono la causa dell’80% delle morti – spiega il WWF –. Prevenire questi conflitti è una priorità per il futuro delle tigri dell’Amur, troppo spesso vittime di cacciatori e bracconieri».
Tra il 2000 e il 2017 i centri di riabilitazione sostenuti del WWF hanno ospitato 24 tigri.
Di queste, 13 sono state rilasciate in natura dopo aver ricevuto le cure necessarie, 6 sono morte a causa delle ferite riportate prima del trasferimento, 3 sono rimaste in cattività e 2 sono ancora in ospitate nel centro Alekseevka.
10 delle 13 tigri rilasciate sono state dotate di trasmettitori GPS: di queste 5 sono tuttora segnalate come vive, 2 sono state uccise mentre il destino di 3 è incerto perché potrebbero essersi liberate dal radiocollare.
FONTE: RIVISTANATURA.COM
mercoledì 9 gennaio 2019
Scoperta la copia dell’Ultima Cena in un convento abbandonato in Calabria
In un convento ormai abbandonato e ridotto a rudere nell’entroterra calabrese della provincia cosentina è stato ritrovato un affresco raffigurante una copia dell’Ultima Cena dipinta da Leonardo da Vinci.
Siamo a Saracena e il convento è quello dei Cappuccini, la cui fondazione risalirebbe alla fine del 1500.
Una scoperta che farebbe sperare in un nuovo prezioso tesoro dell’arte e dell’archeologia calabrese, anche se ancora non si conoscono autore ed epoca.
La notizia è stata diffusa su Facebook dalle associazioni “Mistery Hunters” e “Mistyca Calabria”.
Il convento, raggiungibile solo a piedi, fu fondato nel 1588 e acquisì importanza nei secoli XVII e XVIII, diventando sede del noviziato e luogo di studi.
La struttura chiuse definitivamente nel 1915 e l’ultimo utilizzo fu come prigione nel 1917 e 1918.
“Noi ci siamo limitati soltanto a segnalare che esiste il dipinto – dichiara Giuseppe Oliva, presidente dell’Associazione culturale Mistery Hunters – è logico che stiamo consultando dei documenti ma ci aspettiamo anche che studiosi e appassionati contribuiscano a fare in modo che si possano avere delle informazioni sempre più dettagliate e precise.
Adesso che abbiamo catalizzato l’attenzione di molti, il prossimo passo è fare un sopralluogo con archeologi ed esperti d’arte che possano attraverso rilievi e studi acquisire quanti più elementi possibili”.
Del Cenacolo di da Vinci esistono numerose copie, le più famose delle quali sono quella a grandezza naturale del Giampietrino che si trova oggi al Magdalen College di Oxford e un'altra più piccola attribuita a Marco d'Oggiono, esposta al Museo del Rinascimento del Castello di Ecouen, di proprietà del Louvre.
L'originale venne realizzato dal maestro tra il 1494 e il 1498 nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie, a Milano.
La particolare tecnica pittorica utilizzata da Leonardo si rivelò nel tempo molto sensibile all’umidità, tanto che sono stati fatti molti interventi di restauro, che si sono conclusi solo nel 1999.
Germana Carillo
martedì 8 gennaio 2019
Il primo tempio del dio Xipe Tótec
Gli archeologi messicani avrebbero scoperto il primo tempio dedicato a Xipe-Totec, un dio della fertilità preispanico raffigurato senza pelle, come un dio dorato, oppure con una seconda pelle umana.
I recenti scavi in un sito della civiltà Popoloca hanno rinvenuto le sculture di un torace con una seconda pelle e due grossi teschi. Sono segni inconfondibili di Xipe-Totec, che in lingua nāhuatl significa “Nostro Signore lo Scorticato”.
Gli archeologi dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico hanno trovato due teschi e un torace in pietra raffiguranti Xipe Totec.
Dal braccio del torace penzolava una terza mano, prova che la divinità stava indossando la pelle di una vittima sacrificale.
I sacerdoti adoravano Xipe Totec scuoiando le vittime umane e poi indossando le loro pelli; era un rituale per garantire la fertilità e la rigenerazione.
I Popoloca costruirono il tempio in un complesso conosciuto come Ndachjian-Tehuacan tra il 1000 e il 1260 d.C.
Furono successivamente conquistati dagli Aztechi.
Antichi resoconti dei rituali suggeriscono che le vittime venissero uccise in un combattimento in stile gladiatorio, oppure con delle frecce sopra a una piattaforma.
Venivano poi scuoiate su un’altra piattaforma, e il tempio di Tehuacan sembra avere una pianta compatibile con tali riti.
Finora le raffigurazioni di Xipe Totec erano state trovate in varie civiltà, inclusi gli Aztechi, ma mai un intero tempio dedicato.
Susan Gillespie, archeologa dell’Università della Florida (non coinvolta nel progetto), ha scritto: «Trovare in situ il frammento del torso umano che indossa la pelle scorticata di una vittima sacrificale è forse la prova più convincente dell’associazione del tempio a questa pratica e alla tale divinità; per me è più rilevante dei due crani scheletrici scolpiti.
Se facessimo affidamento alle fonti azteche, il tempio per questa divinità (qualunque fosse il suo nome in lingua Popoloca) non indicherebbe necessariamente che questo era anche il luogo del sacrificio.
Secondo la pratica azteca, la morte sacrificale avveniva in uno o più luoghi, ma le pelli venivano conservate ritualmente in un altro luogo, dopo che erano state indossate da alcuni esseri umani viventi per alcuni giorni.
Questo tempio potrebbe essere il luogo dove venivano tenute le pelli, il che lo rende ancora più sacro».
Fonte: ilfattostorico.com
lunedì 7 gennaio 2019
L'uccello più raro del mondo, considerato estinto per 15 anni, torna in natura
L'uccello più raro del mondo, la moretta del Madagascar (Aythya innotata Salvadori) è stata reintrodotta in libertà, vicino al lago Sofia, dopo essere stata ritenuta estinta e dopo un accurato piano di ripopolamento al wwt.
Per 15 anni era stata considerata estinta, poi nel 2006 il ritrovamento straordinario di alcuni esemplari che vennero inseriti nel Wwt per favorirne la riproduzione e oggi, finalmente, L'Aythya innotata, che possiamo considerare l'uccello più raro del mondo, torna in natura.
Conosciuta anche come "moretta del Madagascar" (Madagascar Pochard), questa specie rarissima di anatra tuffatrice, sterminata soprattutto dall'inquinamento e dalle cattive pratiche agricole, è attualmente inserita nella lista rossa dello IUCN che ne conta dai 20 ai 49 esemplari al mondo.
E 21 di essi, proprio in questi giorni, sono stati liberati e reintrodotti vicino al lago Sofia, al nord del Madacascar.
Fu proprio l'IUCN a partire dal 1991 e fino al 2006, anno del ritrovamento di 9 adulti e 4 anatroccoli, a classificare questa anatra del genere Aythya come "probabilmente estinta". Per anni, infatti, si tennero ricerche intensive e campagne pubblicitarie nel tentativo di avvistare almeno un solo di questi uccelli, ma tutte fallirono.
L'unico maschio incontrato venne catturato e allevato nei Giardini Botanici di Antananarivo, ma morì dopo appena un anno di cattività.
Si capisce bene, dunque, l'eccezionalità della notizia di questi 21 uccelli liberati dal team internazionale di ricercatori dell'organizzazione The Wildfowl & Wetlands Trust che per 12 anni si è impegnato nel loro recupero, salvando le uova e allevando i pulcini al fine di riportare in vita la specie distrutta dall'attività umana.
La reintroduzione in natura è stata agevolata da due uccelliere galleggianti costruite in Gran Bretagna per favorire il loro adattamento al nuovo ambiente.
E, stando a quanto riportato dai conservazionisti del wwt l'operazione è perfettamente riuscita e le anatre hanno nuotato e volato oltre che "fatto amicizia con altre anatre selvagge e sono tornate alle uccelliere per nutrirsi".
Ma perché questi uccelli che negli anni Quaranta proliferavano in tutte le zone umide del Madagascar sono arrivati fino a questo punto?
Quando furono ritrovati gli ultimi esemplari di di morette del Madagascar rimaste sul pianeta nel 2006 essi vivevano in quella che rappresentava l'ultima zona umida incontaminata del Paese, ma come Rob Shaw, responsabile dei programmi di conservazione presso Wildfowl e Wetlands Trust (WWT) ha spiegato, erano solo "aggrappati all'esistenza in un luogo non proprio adatto a loro" in quanto troppo profondo e troppo freddo perché queste anatre potessero prosperare.
"Le minacce che affrontano nel resto del Madagascar - e il motivo per cui sono state spazzate via in modo così estensivo - sono enormi", ha spiegato Rob Shaw. "Si va dalla sedimentazione, alle specie invasive, all'inquinamento, alle cattive pratiche agricole - un'intera serie di problemi che creano la tempesta perfetta che rende molto difficile per una specie come il moriglione del Madagascar sopravvivere".
Nigel Jarrett, capo dell’allevamento della Wwt in Madagascar, ha spiegato: Ci vuole un villaggio per allevare un bambino, così dice il vecchio proverbio africano, ma in questo caso c’è voluto un villaggio per allevare un’anatra.
Ci stiamo preparando a questo momento da oltre un decennio».
Il team ha individuato il sito migliore per liberare gli uccelli dopo un'attenta perlustrazione della zona, lavorando a stretto contatto con le comunità locali intorno al lago Sofia che si basano su acqua, pesce e piante: "Lavorare con le comunità locali per risolvere i problemi che stavano guidando l'estinzione di questo uccello è stato essenziale per dare al moriglione una possibilità di sopravvivenza". Il team ora spera che il successo di questa reintroduzione che ha riportato in vita un eccello sull'orlo dell'estinzione funga da potente esempio non solo per salvare altre specie minacciate, ma soprattutto per dimostrare come le comunità possano sostenere sia le persone che la fauna selvatica e che l'uomo possa condividere senza distruggere questi habitat preziosi, anche in aree significative di povertà.
Simona Falasca
Iscriviti a:
Post (Atom)































