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lunedì 12 settembre 2016

Maya, provata l'autenticità del codice Grolier


Il codice Grolier, un manoscritto attribuito ai Maya e rinvenuto in una grotta del Chiapas (Messico) negli anni '60, è stato più volte ritenuto un falso. 
Ma un nuovo studio sulla carta, sui disegni e sui colori usati nel documento fuga ogni dubbio sulla sua autenticità: non solo è genuino, ma fu redatto nel XIII secolo, e potrebbe essere il più antico documento mai scoperto nelle Americhe.








La meticolosa revisione condotta dai ricercatori della Brown University (USA) è stata pubblicata sulla rivista Maya Archaeology. 

La storia del manoscritto è costellata di dettagli alla "Indiana Jones" che non convincevano in molti. 
 Rinvenuto da saccheggiatori di reperti, non da archeologi, finì nelle mani di un ricco collezionista messicano, Josué Sáenz, che lo inviò all'estero prima che il codice ritornasse in possesso delle autorità messicane (nel 1971 fu esposto in un circolo di bibliofili di New York, il Grolier club, da cui prende il nome). E anche se gli artefatti con i quali era stato trovato - come un coltello e una maschera rituale - erano stati riconosciuti come autentici, la scarsità di geroglifici maya e la precisione delle illustrazioni facevano pensare a una replica contraffatta ad arte.
 Ora le analisi al radiocarbonio e lo studio di tutto il materiale pubblicato sul codice stabiliscono che il reperto fu veramente vergato dai Maya.
 Lo provano il tipo di carta utilizzata - l'amatl, tipica del Mesoamerica precolombiano; il pigmento blu presente sulle pagine, sintetizzato in laboratorio solo attorno al 1980 (e impossibile da imitare 20 anni prima); e il calendario in esso riprodotto, che traccia i movimenti di Venere come un altro codice Maya, quello di Dresda.
 Anche le divinità citate furono scoperte dagli archeologi solo nel 1964.
 Per un contraffattore, sarebbe stato impossibile conoscerne prima l'esistenza. 

 Fonte: focus.it

giovedì 8 settembre 2016

I misteriosi megaliti di Bada Valley


Nel Parco nazionale di Lore Lindu, sull'isola indonesiana di Sulawesi a Bada Valley, ci sono oltre mille megaliti che ricordano molto le statue Moai dell'Isola di Pasqua. 
La maggior parte è caratterizzata da corpi rettilinei, docchi rotondi, teste di grandi dimensioni con guance e mento.
 Alcuni di questi megaliti sono sepolti sottoterra, alcuni coperti dall’erba, altri ancora sono ben visibili. 

La loro origine è avvolta nel mistero, gli studiosi ipotizzano che risalgano almeno al 1400 a.C, ciò che è certo è che questi giganti di pietra, si trovano in un parco che è Patrimonio dell’Umanità Unesco che non ospita molta fauna, ma può vantare un gran numero di misteriosi megaliti.








Tra di essi, alcuni sono stati identificati con dei nomi, vi è per esempio "Palindo" che con i suoi quattro metri di altezza è il più grande dei megaliti; oppure "Langke Bulawa" (o "Bracciale d'Oro"). 

Attorno a queste statue gli abitanti del villaggio vicino hanno intrecciato storie e leggende: Palindo potrebbe essere stato il giullare di corte posto di fronte al palazzo del re e la sua posizione pendente sarebbe dovuta a liti furibonde.


La cosa più strana è che vicino a queste statue giganti nessun attrezzo e nessun resto di insediamento è mai stato trovato, ciò rende questi megaliti ancora più suggestivi e affascinanti. 

 Fonte: greenme.it

martedì 6 settembre 2016

Blues: perché si chiama così?


Il blues ha radici profonde nella storia americana, in particolare la storia degli afroamericani. 
Nasce nelle piantagioni del Sud nel 19° secolo: i suoi "inventori" erano schiavi, ex schiavi e discendenti degli schiavi afro-americani mezzadri, che cantavano lavorando nei campi di cotone e nelle piantagioni di tabacco. 
È generalmente accettato che il blues si sia evoluto proprio dai canti spiritual africani e dai canti di lavoro.


Il nome però ha un'altra origine: viene dal modo di dire inglese del 18° secolo blue devils (diavoli blu), usato per indicare le intense allucinazioni visive che possono accompagnare una grave astinenza da alcol.
 Abbreviata nel corso del tempo in blues, l’espressione ha iniziato a descrivere gli stati di agitazione, delirio, depressione o ubriachezza. Ancora oggi in inglese si usa winter blues per descrivere i disturbi stagionali dell’umore. 
 Secondo alcuni storici, la relazione tra blu e alcol potrebbe venire anche dalle leggi blu, che ancora vietano la domenica la vendita di alcol in alcuni stati degli Usa. 

 Non si conosce un "inventore del blues", ma molti musicisti se ne sono attribuiti la paternità.
 Il diritto d’autore comunque lo data al 1912, quando "Dallas Blues" di Hart Wand divenne la prima composizione blues protetta da copyright. Ma gli esperti concordano che la definizione fosse precedente.

 

Da: focus.it

I mulini a vento delle saline di Trapani


Sono incorniciati in un paesaggio conosciuto come la Via del Sale e si trovano nel percorso che da Trapani conduce a Marsala, nella bella isola siciliana.
 Sono i mulini a vento sul mare, uno spettacolo da vedere almeno una volta nella vita. 
 Questi antichi mulino a sei pale della Riserva delle Saline di Trapani e Paceco sono stati addirittura considerati fra i dieci più belli d’Europa secondo la rubrica “In viaggio nel mondo” dell’Ansa. 
 Il perché è molto semplice: da antiche architetture industriali si sono trasformate in un’attrazione turistica che porta sul luogo centinaia di visitatori.






I mulini trapanesi sono di due diverse tipologie: il mulino a stella o olandese, caratterizzato da sei pale trapezoidali di legno e il mulino americano, con pale di lamiera zincata. 
Entrambi però soprattutto all’imbrunire, offrono uno scenario suggestivo perché il paesaggio si tinge di colori che si riflettono sulle saline.
 Ma nel punto in cui l’acqua si confonde con la terra c’è ancora un’altra meraviglia, ovvero la vista dei fenicotteri che creano un immagine da cartolina.


La Riserva delle Saline di Trapani e Paceco è una riserva naturale regionale nella quale si esercita l’antica attività dell’estrazione del sale. 
E’ gestita dal WWF Italia e le sue origini sono addirittura fenicie, ma dopo la prima guerra mondiale con la nascita di saline industrializzate, quelle trapanesi cominciarono la loro decadenza e allo scoppio della seconda, con la concorrenza straniera, furono dismesse. Per fortuna rimangono i mulini a vento utilizzati un tempo per la macinazione del sale e per il pompaggio dell’acqua salata da una vasca all’altra.


Oggi vi è comunque un rilancio del sale marino trapanese inserito nell’elenco dei prodotti agroalimentari siciliani.

Dominella Trunfio

lunedì 5 settembre 2016

Le favelas di Rio de Janeiro


Caratteristiche di Rio de Janeiro, le favelas colpiscono fortemente l’immaginario collettivo.
 L’origine del nome “favela” viene dalla Guerra di Convidos. Il paese di Convidos che sfidò il governo federale, fu costruito vicino ad una collina (Morro). 
Dopo la guerra del 1897, alcuni militari, ritornando a Rio de Janeiro, non ricevettero più il salario, ritrovandosi in grandi difficoltà economiche.
 Senza risorse, si stabilirono nel Morro della Providencia, in baracche provvisorie, e presto questo luogo venne chiamato “Morro da Favela”, prendendo il nome dalla favela (Cnidoscolus quercifolius), una pianta resistente che cresceva in quella regione e causava una forte irritazione della pelle.
 A partire dagli anni 20, tutte le abitazioni di baracche costruite sulle colline di Rio de Janeiro presero il nome di favelas.
 Queste pseudo-case si sviluppano caoticamente, divenendo sempre più grandi, degradate e pericolose. In esse povertà e criminalità sono la realtà di tutti i giorni; giorni scanditi dal traffico di droga e dalle guerre tra gang criminali.
Le “case” costruite con diversi materiali di scarto, dai mattoni alle lamiere di Eternit, alcuni recuperati dalle immondizie e dalle discariche a cielo aperto, sono la testimonianza più lampante delle contraddizioni di un Paese in crescita.








Da un lato grattacieli e hotel di lusso, dall’altro baracche fatiscenti, con finestre tappate col cartone, l’intonaco scrostato e i bimbi che giocano per strada a piedi nudi.
 Davanti a questa desolazione vengono in mente tutti gli sprechi di cibo e d’acqua del “nostro mondo”, quello Occidentale, considerato evoluto, quello in cui, nonostante la crisi, continuano a girare soldi. E’ per questo che Papa Francesco, visitando le favelas in occasione della GMG, ha insistito sulla necessità di non restare insensibili alle diseguaglianze sociali, appellandosi a chi possiede più risorse, alle autorità pubbliche e agli uomini di buona volontà impegnati per la giustizia sociale per un mondo più giusto.

 Fonte: meteoweb.eu

Origini e Significato del Simbolo dell’Infinito


Ci sono diverse teorie sulla nascita del simbolo dell’infinito (∞ – lemniscata), un simbolo matematico usato per la prima volta da John Wallis nel 1655, il quale lo scelse per identificare un numero grandissimo proprio perché quei due occhielli possono essere percorsi senza fine. 
Un’altra teoria nasce dal fatto che M, il numero romano che indica 1000 (quindi una quantità molto grande), veniva a volte scritto come CIƆ, oppure venne scelto come deformazione delle prime due lettere della parola latina uguale (aequalis) perché all’inizio veniva usato per indicare l’uguaglianza. 
 Alcuni ipotizzano anche che il simbolo dell’otto rovesciato sia una variante dell’Ouroborus, un antico simbolo raffigurante un serpente o drago si mangia la coda. 
 Ma l’ipotesi più accreditata è che il simbolo dell’infinito come lo conosciamo oggi sia la derivazione e la raffigurazione dell’Analemma cioè la figura che si crea nel cielo se si fotografa il sole alla stessa ora, nel solito punto, nei diversi giorni dell’anno. A causa dell’inclinazione della terra e della sua orbita ovulare, il sole crea una figura nel cielo che non è sfuggita agli antichi astronomi, un percorso ad otto rovesciato nel cielo, per poi ritornare nel solito punto; per cui il simbolo è andato a significare “L’andare e venire del tempo” ed in definitiva il simbolo dell’infinito.


Il fatto che ci sia bisogno di un simbolo per raffigurare qualcosa che la mente umana fatica a focalizzare è abbastanza concepibile, infatti quando si guarda il cielo è difficile pensare che lo spazio sia infinito, soprattutto quando il piccolo uomo terrestre si ritrova circondato da cose enormi ma che comunque hanno una fine, tangibile e verificabile, infatti se provate ad immaginare l’infinito trovate delle difficoltà, perché ciò che è infinito non può mai essere presente nella sua totalità nel nostro pensiero.

 Dalla lemniscata (da lemniscus un termine latino che rappresentava, nell’epoca romana, un nastro ornamentale utilizzato per le corone) è derivato il concetto del “Nastro di Moebius ” che rappresenta l’infinito ma anche le realtà parallele che corrono sulle due bande del nastro, fu il grande disegnatore dell’assurdo e dell’impossibile Escher che rappresentò il nastro di Moebius con delle formiche le quali sembrano camminare su lati opposti ma in realtà sono tutte sullo stesso.


Nella cultura antica il concetto di infinito era dedicato solo alle divinità, legato al loro potere o alla loro saggezza, ma a volte anche le cose più banali come il mare erano per gli antichi fonte di mistero e quindi immaginabili come luoghi infiniti. Filosoficamente parlando ci sono tre tipi di infinito, o tre categorie, come volete chiamarle: 
• Potenziale matematico dell’infinito: la successione dei numeri naturali o reali o l’insieme dei punti di una retta sono insiemi infiniti perché, fissato comunque un elemento, è sempre possibile trovarne uno maggiore o che segue l’elemento dato. 
• Infinito reale o fisico: un infinito che esiste in natura.
 Questa categoria include l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, come l’Universo o il tempo. 
• Infinito “Assoluto”: qui si sconfina nella parte filosofica religiosa dove per infinito assoluto si identifica Dio o chi per esso.
 Ancora per spiegare cosa rappresenti il simbolo dell’infinito possiamo definirlo come l’anello di congiunzione spazio-temporale che unisce i vari punti dell’esistenza in un continuo evolversi senza fine, i due cerchi che si susseguono senza sosta uno dopo l’altro, a rappresentare la materia che segue lo spirito, lo spirito che segue la materia, generazione dopo generazione, infatti se si pensa al cerchio viene subito in mente il ciclo della vita.


In numerologia esoterica il numero otto indica il numero della materia somma, o della meteria elevata e perfezionata.

 Oggigiorno si usa molto farsi tatuare il simbolo dell’infinito come rappresentazione della perfezione e di apertura, spesso si usano linee tribali o animali come farfalle e rondini per indicare libertà o natura incontaminata, molti associano anche la parola Love o il nome dell’amato o del figlio per indicare l’amore eterno che li lega; alcuni tatuaggi hanno al loro interno anche una piuma per rappresentare la purezza e l’innocenza.

 Fonte: http://www.eticamente.net/

venerdì 2 settembre 2016

Il suggestivo occhio del soldato che guarda il mare: la street art trasforma un bunker in Normandia


In principio era un bunker della Seconda guerra mondiale, uno scenario sanguinario sulla spiaggia di Siouville-Hague, vicino alla punta della penisola di Cotentin, in Normandia. 
 Da anni si era trasformato in un edificio abbandonato e semidistrutto che deturpava il paesaggio circostante. 
 L’artista francese Cece ha però rivoluzionato questo blocco di cemento grigio attraverso la street art, riuscendo così a incastonare il bunker in un contesto davvero mozzafiato.

 L'idea di base era quella di rivitalizzare un luogo abbandonato, ma pieno di storia.
 Una parte del bunker era infatti, crollata e non potendola rimuovere era necessario pensare a qualcosa che potesse cambiare lo scenario desolante.
 La parete dell’edificio diventa così la tavolozza di Cece. "L’obiettivo è stato quello di disegnare qualcosa che avesse un valore simbolico. Ho pensato ad un occhio con una doppia valenza: prima era l’occhio dei soldati che guardavano durante la guerra i morti in mare, adesso è un occhio blu che guarda alla vita, alla natura, al mare", ha spiegato l'artista.




Nel raffigurare il murales, che si chiama appunto The Eye, l’artista francese ha sottolineato attraverso alcuni dettagli, lo stretto legame tra gli elementi.
 Oggi, questo occhio è simbolo di speranza, guarda il mare e interagisce con esso attraverso le onde. 
Un’opera unica e travolgente che dimostra ancora una volta come l’arte possa trasformare gli edifici.



Dominella Trunfio

giovedì 1 settembre 2016

Lo splendido piccione delle Nicobare


Il piccione delle Nicobare (Caloenas nicobarica) è il parente più stretto del dodo, un uccello ormai estinto originario delle Mauritius che nel corso del tempo è quasi diventato una creatura leggendaria. Questo piccione multicolore ci abbaglia con le sue piume iridescenti.
 Il dodo è ormai estinto da moto tempo e il piccione delle Nicobare è l’uccello più vicino alla sua specie, anche se i due animali non si somigliano. 

Nell'aspetto il piccione delle Nicobare non ha nulla a che vedere con i piccioni comuni a cui siamo abituati.
 Le differenze balzano subito all’occhio. 
Il dodo non era in grado di volare e non aveva un piumaggio multicolore. 
Il piccione delle Nicobare ha sviluppato il proprio manto iridescente poiché ha vissuto isolato per molto tempo, in luoghi dove non erano presenti predatori naturali. Dunque non aveva bisogno di nascondersi o di mimetizzarsi.
 Ecco allora che ha sviluppato delle piume variopinte davvero meravigliose. 

Questo piccione vive sia sulle isole Nicobare che in altre isole del Sud-Est dell’Asia e del Pacifico.
 Lo troviamo ad esempio in Thailandia e a Papua Nuova Guinea.
 Il suo habitat preferito è rappresentato dalle foreste con una fitta vegetazione.






Purtroppo la specie è in declino a causa della deforestazione e della diffusione sulle isole di predatori non nativi, come topi e gatti. 
Ora il piccione delle Nicobare è considerato un animale quasi a rischio secondo lo IUCN e dunque si è avviato un impegno per la sua conservazione. 

 Marta Albè
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