Sugli acari rossi girano molte informazioni sbagliate.
Alcuni infatti li chiamano, ingiustamente, ‘pidocchi della pietra‘ facendoli così sembrare infestanti e pericolosi: nulla di più falso. Cominciamo il nostro viaggio all’interno dell’universo degli acari rossi, partendo col chiamarli con il loro nome corretto, ossia Balaustium Murorum, e, per la gioia degli aracnofobi e dei disinfestatori, non hanno nulla a che vedere né con i pidocchi, né tantomeno con i ragni.
Anche se biologicamente parenti dei ragni, appartenenti come gli acari alla grande famiglia degli artropodi, differiscono in moltissime cose: gli acari, in effetti, sono una sottoclasse degli aracnidi, che prende il nome di Acarina.
Lasciando le terminologie biologiche da parte, si sa che questi piccoli insetti sono stati scoperti nel 1804 dal professor Hermann in Francia, che decise di studiarli e catalogarli.
Essi vivono per lo più sui muri ed abbondano nelle aree europee, dove sono caratterizzati dal colore rosso vivo; si trovano anche sulle foglie, sugli alberi e sui terrazzi delle nostre abitazioni.
Il pericolo più grande nel quale posiamo incorrere nel trattare con questi minuscoli amici, è che se sfortunatamente li schiacciamo e il colore rosso macchia i nostri vestiti, dal momento che risulta molto difficile da eliminare.
Appurato, quindi che questi minuscoli acari sono assolutamente innocui per la nostra salute, dobbiamo sapere che invece svolgono un ruolo importante nella catena alimentare, infatti sono dei predatori che si nutrono di larve di insetti che sono potenzialmente dannose sia per le nostre piante sul balcone, sia per gli alberi in generale.
Fonte: http://news.fidelityhouse.eu/
martedì 15 marzo 2016
lunedì 14 marzo 2016
Oplonti inedita: in mostra a Torre Annunziata il tesoro mai visto della città romana
È una Oplonti inedita quella che si mostra ai visitatori nell’omonima esposizione Gli Ori di Oplonti, a Torre Annunziata (Napoli).
Ori sì, ma anche statue e ampolle. Un materiale così vasto che già fa pensare ad una musealizzazione permanente dei reperti rinvenuti in parte nella Villa di Poppea nella terza cittadina, dopo Pompei e Ercolano, distrutta dall’eruzione del Vesuvio, e (quasi) mai esposti al pubblico.
Inspiegabilmente rimasti nei depositi, oggi la statua dell’Efebo, le due Centaure, il piccolo Puttino con l’Oca e la Venere vengono finalmente restituiti al pubblico.
Sono oltre 40 i pezzi quasi inediti esposti oggi nelle Sale di Palazzo Criscuolo, che, con il loro inestimabile valore e il progetto di esporli stabilmente, provano a rilanciare una terra troppo spesso devastata da degrado e criminalità, trovando posto in un edificio borbonico, l’ex Real Fabbrica d’Armi, oggi quasi vuoto.
Lungo il percorso di visita le sculture che ornavano la Villa attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone.
Il lussuoso complesso, distrutto anch’esso nell’eruzione del 79 d.C., affacciava sul mare, e con i suoi affreschi e mosaici rappresentava una maestosa dimora principesca, con le sculture che ne arricchivano i già lussureggianti giardini.
Vetri e gioielli, custoditi fino ad oggi nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, provengono invece da un’altra residenza romana, la Villa di Crasso, nella zona di Torre Annunziata, mastodontico complesso architettonico con grandiose colonne, riportato alla luce solo nel 1974 e mai aperto al pubblico. Tra le oltre 50 persone che hanno tentato di sfuggire alla furia del vulcano, in quella che era una vera e propria azienda agricola, molti indossavano gioielli o stringevano tra le mani sacchetti con preziosi da portare in salvo con sé.
Nel 1984 fu riportata alla luce una cassa, con all’interno monete in oro e argento, stipata in un altro lato della casa, appartenente, forse, a ricchi proprietari che ivi custodivano i preziosi di famiglia.
Un’occasione unica ed irripetibile per scoprire una Oplonti, ed una Torre Annunziata, inedita, che fa parlare di sé non soltanto per le sciagure, ma anche per un tesoro senza tempo che, come promesso dalla Soprintendenza, attende ora una più degna collocazione.
Fonte: paperblog.com
La Marble Machine, un’orchestra musicale di legno e biglie
Un enorme carillon sta facendo il giro del web! È la Marble Machine, geniale invenzione del musicista svedese Martin Molin della band Wintergatan.
10 milioni di visualizzazioni in meno di una settimana per uno strumento fatto di legno e alimentato a mano tramite una manovella che aziona un assortimento eclettico di strumenti: una grancassa, imbuti, piatti, vibrafono, contrabbasso, chitarra e oltre duemila biglie. Praticamente un’opera d’arte da suonare e contemplare.
La Marble Machine è nata dopo 2 mesi di progettazione e 14 di realizzazione.
Molin racconta di essersi ispirato agli strumenti musicali meccanici del Museo Speelklok a Utrecht nei Paesi Bassi e ai tutorial di Matthias Wandel su YouTube, di cui ha studiato i video di lavorazione del legno sotto un punto di vista ingegneristico.
Il musicista ha unito la passione per l’artigianato alla musica, dando vita così ad un progetto unico: un lavoro totalizzante realizzato in un edificio industriale senza finestre a Göteborg. Un’impresa che lo ha messo di fronte ad infinite difficoltà portandolo più volte sul punto di rinunciare, ma alla fine ne è uscito vincitore.
La Marble Machine ha una sonorità sorprendente.
Su YouTube, in un video irresistibile girato da Hannes Knutsson, Molin vestito di nero aziona la macchina, fa partire le biglie e muove il corpo a ritmo di musica con il crescendo del ritmo.
Un filmato da ascoltare e da guardare, troppo difficile da raccontare.
Improvvisamente il musicista lascia la manovella, i giri scendono e la musica lentamente si ferma da sé.
L’effetto è sorprendente e la meraviglia tecnica lascia sgomenti ingegneri del suono, falegnami e musicisti di ogni estrazione.
Fonte: diregiovani.it
Uomini e varani: pitture rupestri in Egitto
Nel 2002, nel Sahara occidentale egiziano venne scoperto il sito archeologico noto come WadiSura II, dove vennero portati alla luce migliaia di disegni: un primo lavoro di ricerca stabilì che quelle decorazioni hanno 8.000 anni.
Rappresentano animali selvatici, figure umane e anche bestie senza testa.
Al contorno, centinaia e centinaia di impronte di mani umane, una quantità mai vista in altre aree rupestri del Sahara, e poi anche impronte all'inizio interpretate come mani di bambino (comuni nei dipinti rupestri australiani, ma mai trovate prima in Africa).
Adesso però uno studio recente dimostra che quelle impronte, in realtà, non sono umane.
Il dubbio venne all’archeologa Emmanuelle Honoré, del McDonald Institute for Archaeological Research (UK), in occasione di un suo sopralluogo nel 2006.
Iniziò così un lavoro di confronto tra quelle impronte e mani di bambini piccoli (2-3 anni), che portò infine a escludere che siano impronte di bimbi.
Non sono però neppure il risultato di stampi di legno o argilla, perché mostrano le evidenti differenze di pressione tipiche di elementi vivi, non statici.
Si pensò quindi a “mani” di scimmia, ma anche queste vennero presto scartate, e infine il Museo di Storia Naturale di Parigi indirizzò l’archeologa verso i rettili.
La Honoré iniziò un confronto con le zampe di piccoli di coccodrillo che vivevano in quell’area 8.000 anni fa e con i varani del deserto (Varanus griseus), ancora presenti, trovando infine una corrispondenza proprio con questi ultimi.
Come sono state impresse quelle impronte, usando arti tagliati o con animali vivi? E poi, perché mischiare impronte di animali e di uomini?
«Difficilmente troveremo mai una risposta», commenta l'archeologa, «perché non conosciamo quella che poteva essere la visione del mondo e della natura di quegli uomini di 8.000 anni fa. Può darsi che sia un'espressione della loro armonia col mondo», ma potrebbero anche essere trofei, oppure atti di un qualche rituale.
Se mai troveremo qualcos'altro di simile sarà forse più facile arrivare a una risposta.
Fonte: focus.it
La leggenda del mandorlo in fiore
Il mandorlo è un albero bellissimo e dal profondo significato.
Già a marzo si veste in festa con i suoi meravigliosi fiori, è il primo albero a fiorire e proprio per questo è simbolo di rinascita e di resurrezione.
Preannuncia la bella stagione che sta per arrivare e fiorisce così, come all’improvviso ad annunciare che il gelo e il buio dell’inverno è ormai al termine.
I suoi rami sembrano innalzarsi al cielo per dare il benvenuto festosi e profumati alla primavera imminente.
Nella mitologia greca il significato del mandorlo è attribuito alla speranza e alla costanza e i suoi semi commestibili, le mandorle, sono da sempre considerati divini perché protettori della verità (il loro guscio forte e duro custodisce il seme-verità conoscibile solo se si riesce a spaccare la scorza).
Legata al mandorlo vi è un’antichissima leggenda, una storia d’amore mitologica: la storia di Fillide e Acamante.
Acamante, eroe greco, si trovava in viaggio verso Troia.
Durante una sosta a Tracia conobbe la principessa Fillide.
Appena i due si videro nacque un amore profondo.
Acamante dovette però lasciare la sua amata per andare a combattere a Troia.
Fillide lo aspettò per 10 anni ma quando venne a conoscenza della caduta di Troia e non vedendo l’innamorato tornare pensò che fosse morto e si lasciò morire di dolore.
La dea Atena impietosita dalla storia degli innamorati trasformò Fillide in un mandorlo e quando Acamante, in realtà ancora in vita, venne a conoscenza di questa trasformazione, si recò nel luogo dove c’era l’albero e lo abbracciò con amore e con dolore.
Fillide sentì quell’abbraccio e fece spuntare dai rami dei piccoli fiori bianchi.
L’abbraccio dei due innamorati si mostra ogni inizio di primavera a testimoniare l’amore eterno tra i due.
Fonte: http://www.eticamente.net/
venerdì 11 marzo 2016
giovedì 10 marzo 2016
Wat Rong Kung: il tempio Buddista fra tradizione e fantascienza
Il Wat Rong Khun, a cui di solito ci si riferisce con il nome inglese di “White Temple” è, senza dubbio, il tempio più stravagante di tutto il Regno di Thailandia, un’opera singolare nata dall’estro e dalla devozione dell’artista nazionale Chalermchai Kositpipat nel 1997.
Basta poco, avvicinandosi, per essere immediatamente catapultati nel mondo di quest’autore, che ci regala una visione alquanto surreale degli insegnamenti buddhisti, rivisitati in chiave moderna e riproposti al turista, thailandese o straniero, in maniera decisamente originale.
Bianco come la purezza del Buddha: è questo il primo elemento che attira l’attenzione del visitatore il cui occhio si era ormai abituato all’abbondanza di oro, spesso pacchiano, che ricopre invece le altre migliaia di templi disseminati in ogni angolo del paese. Ma certo non è questo l’elemento sorprendente, piuttosto le decine di mani bramose che vi accoglieranno appena in procinto di attraversare il ponte verso l’ingresso.
Un oceano di arti spettrali che spuntano da una vasca a forma circolare come fosse dall’oltretomba, immagine di quel desiderio che, secondo il pensiero buddhista, altro non è che la causa primaria di tutte le sofferenze.
<<L’esistenza è sofferenza>> recita infatti la Prima Nobile Verità espressa dal Buddha in occasione del suo Primo Sermone e continua <<La bramosia alimenta la sofferenza nello stesso modo in cui la legna alimenta il fuoco>>.
E’ proprio il desiderio dunque, sotto forma di una forte assuefazione alla vita e alle piacevoli esperienze che essa offre, a causare la reincarnazione e il conseguente incatenamento a quel circolo vizioso di morti e rinascite, conosciuto con il nome di samsara.
Tutte le sculture e le strutture del tempio hanno dunque un significato simbolico che vuole far riflettere sugli insegnamenti buddhisti: lo stesso ponte che conduce all’ingresso, simboleggia il passaggio dal mondo delle tentazioni, al regno del Buddha e quindi alla liberazione, meglio conosciuta come Nirvana.
Immagini di vecchie creature raccapriccianti, simbolo dell’impermanenza della vita;
Il pinguino che ogni anno nuota 8.000 Km per andare a trovare l’uomo che l’ha salvato
Un pinguino di Magellano (Spheniscus magellanicus) ogni anno nuota per 8.000 chilometri per andare a trovare un pensionato brasiliano che nel 2011 gli salvò la vita.
Il pinguino, che è stato chiamato Dindim, passa 8 mesi all’anno con il 71enne Joao Pereira de Souza – un muratore in pensione che faceva anche il pescatore – e il resto dell’anno lo passa in mare e lungo le coste meridionali tra l’Argentina e il Cile.
A rivelare la storia di questa incredibile riconoscenza e di questa amicizia tra un pinguino e un uomo è stato il quotidiano britannico Daily Mail che ha ripreso le notizie e le immagini provenienti dall’ Universidade Federal do Rio de Janeiro.
Souza 5 anni fa trovò Didim sugli scogli di una spiaggia, ricoperto di petrolio e quasi morto di fame, lo portò a casa sua, ci mise una settimana a ripulirlo dal greggio e lo curò e lo alimentò per 11 mesi, fino a che il pinguino cambiò il piumaggio e se ne ritornò nell’oceano da cui era venuto.
Diversi mesi dopo Didim si ripresentò alla casa di Souza.
Intervistato da Globo TV, il pensionato brasiliano ha detto «Amo il pinguino come se fosse mio figlio e credo che il pinguino mi ami. Posso toccarlo solo io, Se un’altra persona cerca di accarezzarlo, la becca. Mi si mette in grembo, mi permette di fargli la doccia, mi permette di dargli da mangiare sardine e di prenderlo».
Souza ricorda che «Tutti dicevano che non sarebbe tornato, ma è tornato a farmi visita negli ultimi quattro anni.
Arriva a giugno e mi lascia per andare a casa a febbraio e ogni anno diventa più affettuoso e sembra ancora più felice di vedermi».
Il biologo Joao Paulo Krajewski, che ha intervistato Pereira de Souza per Globo TV, ha detto:
«Prima non avevo mai visto nulla di simile. Credo che il pinguino creda che Joao faccia parte della sua famiglia e, probabilmente, anche che sia un pinguino. Quando lo vede scodinzola come un cane e raglia con piacere».
Anche un altro biologo ha sottolineato che «Sembra come se Dindim riconosca il signor de Souza come farebbe con un altro pinguino e agisca di conseguenza».
Fonte: greenreport.it
Lo straordinario "ulivo pensante" di Ginosa
A Ginosa, in provincia di Taranto, si trova un ulivo secolare davvero speciale.
Basta infatti osservare il suo tronco per scorgere un viso con tanto di occhi, naso e bocca che sembrano scolpiti sulla sua corteccia. L’antico albero è stato soprannominato ‘L’ulivo pensante’.
E’ presente da secoli nelle campagne di Ginosa.
Non sappiamo dirvi di più sulla sua età ma è evidente che basta osservarlo in fotografia per rendersi conto che la natura ci sta regalando un nuovo spettacolo da ammirare.
L’ulivo pensante di Ginosa potrebbe diventare l’emblema degli ulivi da proteggere nel Salento e non solo.
L’immagine dell’ulivo di Ginosa negli ultimi giorni sta facendo il giro del web.
La scorsa settimana la pagina Facebook Barinedita ha pubblicato online una foto di questo straordinario ulivo che in breve tempo è diventata virale, attirando migliaia di ‘mi piace’ e di condivisioni. Per dimostrare agli scettici che l’ulivo dal volto quasi umano esiste davvero e che la foto non è stata ritoccata, qualcuno ha pensato di recarsi di persona nelle vicinanze dell’albero secolare e di girare un video che effettivamente toglie ogni dubbio.
Per gli increduli, Thomas Gallitelli ha realizzato il video e lo ha pubblicato su Facebook.
I responsabili del comitato di Ginosa per il Parco Naturale Regionale delle Gravine Joniche preferiscono tenere segreto il luogo preciso dove si trova l’ulivo perché temono che possa essere vittima di atti vandalici.
Fonte : greenme.it
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