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martedì 22 settembre 2015

Giaca, il gigantesco frutto multiuso


Assomiglia al guscio di un armadillo e può pesare fino a 30 kg: è il giaca o jackfruit, il frutto da albero più grande del mondo. 
Diffuso in tutto il Sud Est dell'Asia, è conosciuto per le sue proprietà nutritive (che qualcuno considera addirittura "miracolose") e per la sua versatilità, specialmente in cucina. 
 Oggi anche l'occidente sta riscoprendo questo frutto davvero speciale: sui banchi del mercato di Chinatown a New York è possibile acquistarlo - sia intero, sia a fette - a cinque dollari al chilo.
 Purtroppo però rimane ancora difficile coltivarlo in aree con clima continentale o mediterraneo.


Il giaca custodisce all’interno della buccia numerosi frutti arancioni o gialli dalla polpa carnosa e calorica (95 kcal per 100 g) ricca di vitamina C.
 I grossi semi contenuti nei singoli frutti sono un’ottima fonte di proteine, potassio, calcio e ferro.
 Se mangiato fresco ha un sapore di ananas e mela, mentre quando il giaca viene fatto cuocere per oltre un’ora prende un gusto simile a quello della porchetta. 
L’unica controindicazione di questo alimento è che deve essere consumato in breve tempo, poiché tende a marcire molto velocemente. 

 Non solo buono sulla tavola, ma anche fuori dalla cucina il jackfruit e il suo albero si prestano a numerosi altri utilizzi: dal frutto si ricava farina e una tintura (la stessa che utilizzavano i monaci buddisti per colorare le proprie vesti); dalle foglie cibo per animali; e dalla pianta legname e una sostanza appiccicosa usata come colla naturale.

 Mentre in Bangladesh «ll jackfruit è il frutto nazionale e viene coltivato più o meno ovunque», come spiega la botanica Nyree Zerega del Chicago Botanic Garden, in India non viene quasi mai utilizzato, sebbene sia presente in natura in grandi quantità, poiché è considerato un alimento da poveri.
 Tuttavia, le istituzioni locali stanno spingendo sempre più agricoltori da una parte a coltivare il frutto gigante per godere dei proventi delle esportazioni, dall’altra a incrementarne il consumo per risolvere i problemi di denutrizione di una cospicua parte della popolazione.


Fonte: focus.it

17 Amache a centinaia di metri d’altezza per ricordare le vittime della Prima Guerra Mondiale


Un secolo fa sul Monte Piana si combatterono aspre battaglie durante la Prima Guerra Mondiale. 
18.000 soldati persero la vita fra queste cime dolomitiche, che sono state ricordate durante la scorsa settimana dall’Highline Meeting Monte Piana, un evento annuale che riunisce giovani proveniente da tutto il mondo con la passione per l’avventura e lo sport di highlining. 
Dal primo meeting del 2012 l’Highline Meeting è diventato un appuntamento fisso per gli amanti del brivido, che hanno appeso le loro amache a centinaia di metri d’altezza e hanno imbracciato libri e strumenti musicali per divertirsi insieme. 
 L’incontro del 2015 è stato denso di significato a causa del centenario della Prima Guerra, e Ticketothemoon ha fornito le 17 amache di diverso colore a simboleggiare i colori dell’Arcobaleno della pace.
 Alessandro d’Emilia e Armin Holzer sono i due fondatori e organizzatori dell’evento, e spiegano: 
 “Solo un centinaio di anni qui gli inverni sono stati caratterizzati da bombe, granate e molto dolore. La nostra idea era quella di rivivere il Monte Piana con sentimenti di amicizia e di pace, con eventi di aggregazione durante il giorno e un magico silenzio durante la notte“.




Fonte: vanillamagazine.it

L'anarchia del potere



Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economico, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi.
Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni è un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler.
Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti. Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori.
Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento.
Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico, cioè la nostra industria italiana pluri-nazionale e anche quella nazionale degli industrialotti, voleva che gli italiani consumassero in un certo modo, un certo tipo di merce, e per consumarlo dovevano realizzare un nuovo modello umano.
Il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari.
E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto.
E’ avvenuto tutto in questi ultimi anni. E stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto attorno a noi l’Italia distruggersi e sparire. Adesso risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.

Pier Paolo Pasolini

Spettacolare abbraccio tra i fiumi Rio delle Amazzoni e Rio Negro



Nero e blu. Un accostamento di colori che di solito viene associato a qualcosa di umano, all'inquinamento, allo sversamento di petrolio in mare. Ma questa volta è stata la Natura a usare queste tonalità dalla sua immensa tavolozza. Una lunga linea dove si incontrano il blu del Rio delle Amazzoni e il nero/marrone del RioNegro.



Uno spettacolo naturale che si può ammirare a circa 10 chilometri dalla città di Manaus nel nord del Brasile. Il fiume Rio Negro nero, che scorre attraverso la città, incontra la sabbia colorata del Rio delle Amazzoni, ma non si unisce subito a lei. Le due acque scorrono invece fianco a fianco per circa 6 km, un fenomeno noto come “incontro delle acque” o “Encontro das Águas” in portoghese.



Il Rio Negro è il più grande affluente del Rio delle Amazzoni e il più grande fiume del mondo caratterizzato dalle acque nere. Il nome "Rio Negro" significa infatti "fiume nero". Il colore deriva dalla presenza di materia vegetale in decomposizione, disciolta nelle acqua e trasportata dal Rio attraverso la foresta pluviale e le paludi.



A causa delle loro diverse componenti, entrambi i fiumi hanno acqua caratterizzata da diversa densità, velocità e temperatura. Per questo difficilmente si mescolano. Le più fredde, più dense e più veloci acque del Rio delle Amazzoni e le calde acque lente del Rio Negro formano un confine netto. Una battaglia che si conclude 6 chilometri a valle, quando i vortici turbolenti guidati dal Rio delle Amazzoni mescolano i due corsi d'acqua. Uno spettacolo che non si verifica solo a Manaus ma in altre zone dell'Amazzonia e in altre parti del pianeta, ma solo qui assume queste caratteristiche così evidenti.



Non a caso è una delle principali attrazioni turistiche di Manaus

Un buon padre che fa da mammo



Questo maschio di pesce del genere Opistognathus fotografato nelle acque di Riviera Beach, in Florida, custodisce le uova nella bocca.

(Foto di Judy Townsend)

Etichette alimentari con lo stabilimento di produzione: torna l'obbligo



L'indicazione del sito produttivo torna sulle etichette dei prodotti alimentari.
Il Consiglio dei Ministri ha infatti approvato lo schema di disegno di legge di delegazione europea che all’art.4 contiene la delega per la reintroduzione nel nostro ordinamento dell’indicazione obbligatoria della sede dello stabilimento di produzione o confezionamento per i prodotti alimentari e per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento n.1169/2011 in materia di etichettatura.
L’obbligo di indicazione della sede dello stabilimento riguarderà gli alimenti prodotti in Italia e destinati al mercato italiano. “La scomparsa dell’obbligo di indicare in etichetta lo stabilimento di produzione era stata provocata – sottolinea la Coldiretti - dall’entrata in vigore il 13 dicembre 2014 delle norme europee sulla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori del Reg. UE 1169/2011.
Senza l’intervento normativo nazionale sarebbe impossibile riconoscere nel cibo in vendita l’origine dei prodotti agricoli impiegati ed anche il luogo di trasformazione e confezionamento, rendendo di fatto più facile - sottolinea l’associazione - spacciare come italiani prodotti stranieri”.
Secondo Coldiretti, il via libera da parte del Consiglio dei Ministri risponde alle aspettative dell’87% degli italiani che lo avevano chiesto con una consultazione pubblica ma è anche una misura a costo zero che sostiene l’occupazione e la competitività del made in Italy.
“Inizia – afferma il presidente dell’associazione Roberto Moncalvo - un percorso di trasparenza che abbiamo fortemente sostenuto con la nostra mobilitazione al Brennero per arrivare al più presto anche all’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutti i prodotti agricoli ed alimentari che è peraltro la principale richiesta che viene dall’importante consultazione pubblica promossa dal ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina”.

di Redazione InformaSalus.it

Ponti e cavalcavia per gli animali selvatici



Ponti per animali, cavalcavia verdi, sovrappassi per la fauna selvatica. Qualsiasi sia il modo con cui si scelga di chiamarle, queste opere architettoniche, costruite sulle strade per consentire alla fauna selvatica di attraversare in modo sicuro verso il lato opposto, sono in grado di salvare la vita a centinaia, migliaia di animali.
Stiamo parlando di "attraversamenti animali", veri e propri ponti con una larghezza che va dai 10 ai 60 metri. Si tratta di fantastiche strutture solitamente rivestite di terra e vegetazione nella parte superiore, per fornire l'habitat adatto a una vasta gamma di specie, dagli ungulati ai grandi carnivori come orsi, linci, ghiottoni e lupi, mentre nella parte inferiore ospitano carreggiate per il transito dei veicoli.
Ad utilizzarli sono in molti: c'è chi li usa per raggiungere il cibo o l'acqua che si trovano sul lato opposto, chi per la migrazione stagionale. A volte vi si possono trovare addirittura stagni creati sia per gli anfibi che per aumentare l'attrattiva per la fauna e stimolare l'uso del cavalcavia.
Per esempio, come spiega The World Geographic, nel Banff National Park, in Canada, ci sono attualmente 41 strutture per l'attraversamento della fauna selvatica, di cui 6 cavalcavia e 35 sottopassaggi, che evitano agli animali di avere a che fare con la trafficatissima Trans-Canada Highway.
Da quando è iniziato il monitoriggio di questo parco, nel lontano 1996, i ricercatori hanno scoperto che ben 11 specie di grandi mammiferi, ra cui alci e orsi, hanno usato i ponti ben 200.000 volte. Nel Christmas Island National Park, in Australia, esiste addirittura un insolito cavalcavia per favorire l'attravermento dei granchi durante la loro migrazione.

È infatti in questo modo che è possibile arrivare a ridurre le collisioni tra auto e animali di una percentuale di ben l'80%. Almeno fin quando l'uomo avrà intenzione di continuare a mettere le strade nel bel mezzo del loro habitat.
"L'antropocentrismo è spesso in agguato anche quando meno sarebbe prevedibile –scrive la Lav nella sua Valutazione di impatto della costruzione del TAV sulla fauna locale- così nelle grandi opere si fanno spesso calcoli preventivi, valutazioni più o meno interessate sulle ricadute, positive o negative, ma molto raramente ci si ricorda che sul pianeta non abitano solo gli esseri umani e che i viventi appartengono anche alla fauna".
Chissà come la fauna selvatica del nostro stivale attraverserà l'italianissima linea ad alta velocità.

Scritto da Roberta Ragni

lunedì 21 settembre 2015

Islanda: Le incredibili immagini aeree dello scontro tra due placche tettonoche


Le immagini mostrano la placca tettonica eurasiatica e quella nordamericana che si incontrano aprendo giganteschi crepacci


Questa zona dell’Islanda è meta di turisti che possono esplorare le meraviglie che la natura offre, sia sulla terra che sott’acqua.
 Infatti alcune delle fratture generate dallo scontro delle faglie, si sono riempite con acqua fredda e limpida che i subacquei possono esplorare. 



La frattura tra le placche si trova nel parco nazionale di Thingvellir, che è una popolare destinazione turistica. 
Alcune delle fratture sono piene di acqua chiara e fredda, molto particolare per le immersioni subacquee, fratture che possono essere profonde fino a 61 metri.
 L’acqua pulita è colorata dalla sabbia, limo e altri minerali, e le spaccature profonde possono essere chiaramente viste dall’alto.


Fonte: .pianetablunews.it

5 misteriosi tesori perduti della Seconda Guerra Mondiale

La Seconda Guerra Mondiale fu l’occasione per molti invasori di appropriarsi di tesori e ricchezze come bottino di guerra. 
Alcune di queste furono rubate e accumulate andando a costituire veri e propri patrimoni dal valore difficilmente stimabile, recuperati dai governi alla fine della guerra. 
Alcuni tesori vennero però persi, nel tentativo di sottrarli ai rastrellamenti dei concitati ultimi giorni della fine della guerra. La storia di queste 5 gigantesche ricchezze ha alimentato la fantasia dei cacciatori di tesori per decenni… 

 Il treno d’oro dei nazisti


Nel Maggio del 1945 un Terzo Reich ormai morente decise di trafugare il maggior numero di oggetti e preziosi dalla Polonia, in procinto di essere liberata dalle truppe sovietiche.
 I soldati tedeschi caricarono trecento tonnellate di lingotti d’oro provenienti dalla Banca Wroklaw, documenti e altro materiale su un treno del quale si persero completamente le tracce.
 I ricercatori del secondo conflitto sostengono che il convoglio potrebbe esser lungo 150 metri, dotato di protezioni e cannoni automatici e, molto probabilmente, contenere il famigerato tesoro polacco.
 La locazione del treno è però rimasta misteriosa per oltre 70 anni, dato che i nazisti costruirono nei pressi di Walbrzych molti di chilometri di tunnel sotterranei adatti anche a nascondere, appunto, un intero treno.
 Il progetto era denominato Riese (gigante in tedesco) ed era concepito per nascondere, originariamente, armamenti e truppe per proteggerli dai raid aerei delle incombenti truppe russe.


Al progetto lavorarono oltre 13.000 prigionieri, ma non fu completato che in piccola parte a causa di un’epidemia di tifo e dell’imminente sconfitta nazista.
 La costruzione dei tunnel significò la morte per moltissimi di questi lavoratori a causa delle condizioni di malnutrizione, epidemie, nessuna sicurezza nei cantieri e delle vessazioni delle 853 unità delle SS che supervisionavano i lavori. 
Moltissimi dei lavoratori provenivano dai campi di concentramento ed erano in larga parte ebrei ma anche Polacchi, Greci, Rumeni, Cechi, Olandesi, Belgi e Tedeschi. 
Quando un lavoratore diventava letteralmente consumato dal lavoro e dalla fatica veniva spedito indietro ad Auschwitz, dove trovava la morte.
 A causa della mancanza di documentazione del progetto e dell’intricato sistema di tunnel le ricerche sono state difficoltose e infruttuose sino al giorno d’oggi, quando due persone, assistite dall’avvocato Jaroslaw Chmielewski, hanno comunicato di aver ritrovato il treno e di chiedere il 10% del suo valore a compenso della scoperta. 
 Se si tratti realmente del treno d’oro perduto è un fatto ancora da appurare, ma questo ritrovamento potrebbe mettere la parola fine ad una ricerca durata oltre 70 anni.

 La camera d’Ambra


La camera d’Ambra è una stanza del Palazzo di Caterina a Carskoe Selo, a San Pietroburgo, ricoperta interamente da sei pannelli di decorazioni per complessive sei tonnellate d’ambra, ma anche foglie d’oro e specchi.
 La camera fu realizzata fra il 1701 e il 1709 da esperti artigiani russi, e il risultato fu così spettacolare che venne spesso definita l’ottava meraviglia del mondo.

 Durante il secondo conflitto mondiale i nazisti smontarono interamente la camera e la trasferirono a Königsberg, dove sparì nel nulla. 
Della camera vennero ritrovati differenti frammenti presso collezionisti privati di tutto il mondo, ma dove siano finiti tutti i preziosi al suo interno è, a tutt’oggi, un mistero.

 Nel 1976 fu ordinata la ricostruzione della camera e, nel 2003, fu finalmente aperta al pubblico. 

 La storia del furto della camera è alquanto interessante.
 Nel Settembre 1941 il palazzo entrò in possesso del Terzo Reich, con i sovietici che non riuscirono ad asportare in tempo i pannelli della stanza.
 Per evitare che fosse trafugata, la camera fu camuffata con dei pannelli di carta da parati, ma i nazisti ben presto scoprirono l’inganno. 
Il 18 Ottobre 1941 i tedeschi smontarono i pannelli in sole 36 ore, spedendoli poi a Königsberg, dove vennero esposti insieme alla “Collezione di Prussia”.
 Un incendio del 1944 costrinse i tedeschi a smontare la camera, che fu riposta nelle sotterranee del castello.
 Durante quell’anno il castello fu bombardato dalla RAF ma, sembra, la camera non fu danneggiata che parzialmente.
 Dal 1945 se ne persero completamente le tracce, anche se viene ritenuto altamente probabile che la camera si trovi ancora negli angusti cunicoli del castello, dei quali non esiste una planimetria. 

Sul rudere del castello venne costruita, nel 1968, la casa dei Soviet ma, anche in quell’occasione, della magnifica stanza non fu trovato nulla. 
Gli unici pezzi originali oggi ufficialmente pervenuti al governo russo sono un comò e un mosaico, che furono sequestrati dalla polizia tedesca nel momento in cui finirono all’asta sul mercato “grigio” dell’arte, nel 1997.
 I pezzi furono in seguito riconsegnati alla Russia.

 L’oro di Yamashita 

 Per finanziare le ingenti spese delle campagne militari giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, l’allora Imperatore del Giappone Hirohito e il governo giapponese ordinarono il saccheggio di massa del sud-est asiatico.
 Il fratello dell’imperatore Chichibu fu messo a capo di un’organizzazione segreta chiamata “Il Giglio d’Oro” appositamente creata con lo scopo di trafugare il maggior numero di preziosi possibile.
 Queste tesi sono sostenute dai coniugi Seagrave, che hanno pubblicato i libri The Yamato Dynasty: the Secret History of Japan’s Imperial Family (2000) e Gold Warriors: America’s Secret Recovery of Yamashita’s Gold (2003). 

Il nome del tesoro, conosciuto come “l’oro di Yamashita”, proviene dal Generale Tomoyuki Yamashita, comandante in capo delle truppe giapponesi che conquistarono la Malesia e Singapore e responsabile delle operazioni nelle Filippine, conosciuto anche come “La Tigre della Malesia”. 
Yamashita venne condannato a morte dalla Corte Suprema degli Stati Uniti e giustiziato, il 23 Febbraio del 1946, nelle Filippine.


Secondo le fonti ufficiose il tesoro venne trasferito dal sud-est asiatico prima a Singapore e poi nelle Filippine, per poi essere spedito, nei piani dei generali, in Giappone. 
Le perdite subite dalla flotta nipponica non consentirono il trasferimento del tesoro, che rimase quindi nascosto nelle isole Filippine in seguito al secondo conflitto mondiale. 
 Dalla fine della Guerra le teorie seguono due strade separate, entrambe legate a scopi di finanziamento politico/militare. Le teorie potrebbero essere anche interpretate in una visione d’insieme che le comprende entrambe. 

 1) Il tesoro sarebbe stato localizzato dagli statunitensi i quali, in accordo con il governo giapponese e lo stesso Hirohito, utilizzarono i guadagni della vendita per finanziare i progetti bellici della guerra fredda.
 2) Il tesoro fu ritrovato, almeno in parte, da Rogelio Roxas, nei pressi di una città chiamata Baguio, dove scoprì una camera con lingotti d’oro, una statua di un Buddha d’oro e altri oggetti fra cui spade di samurai.
 La camera si trovava su territorio statale, e fu anche la tomba per alcuni soldati giapponesi, ritrovati in forma di scheletri all’interno delle loro uniformi.
 Rogelio aveva preventivamente ottenuto il permesso di ricerca dal giudice Pio Marcos, quindi si stava muovendo nei limiti della legge. 
 Roxas prese il Buddha e una cassa di lingotti, vendendo l’oro e cercando acquirenti per la statua.
 L’ex presidente delle Filippine Ferdinand Marcos, scoperta l’attività di Roxas, ordinò l’arresto dell’uomo, appropriandosi del tesoro di Yamashita.


Roxas rimase in silenzio fino al 1986, anno della caduta del governo Marcos, quando fece causa, presso un tribunale delle Hawaii, all’ex-presidente Filippino, accusandolo di furto e violazione dei diritti umani.
 Nel 1996, a riprova dell’esistenza del tesoro e dell’effettivo ritrovamento da parte di Roxas, il tribunale decretò che fossero versati alla Golden Buddha, l’azienda detentrice dei diritti sul tesoro, e alla famiglia Roxas (che nel frattempo era deceduto) la somma di 22 miliardi di dollari, che vennero poi rivalutati al ribasso in funzione della non completa conoscenza del tesoro scoperto. 

Conclusioni

 Il tesoro di Yamashita potrebbe quindi esser stato del tutto o almeno in parte scoperto da Roxas, il quale fu derubato da Marcos. L’esistenza di questo tesoro ha alimentato le ricerche da parte dei cercatori di tesori e dei loro finanziatori, che però potrebbero esser stati preceduti dai governi interessati (Stati Uniti e Giappone) nell’appropriarsi del prezioso bottino.

 Il tesoro dell’Awa Maru


L’Awa Maru era un transatlantico giapponese di proprietà della Nippon Yusen Kaisha.
 La nave fu costruita nel 1941-1943 dalla Mitsubishi Shipbuilding & Engineering Co. a Nagasaki, in Giappone e venne progettata per il servizio passeggeri, ma l’inizio della guerra decretò la modifica dell’imbarcazione, che fu requisita dalla Marina giapponese.
 Nel 1945 l’Awa Maru fu impiegata come nave di soccorso della Croce Rossa, per trasportare rifornimenti ai prigionieri americani in custodia ai giapponesi.
 In base ai trattati di guerra avrebbe dovuto percorrere rotte di navigazione sicura, in modo da consegnare i carichi senza problemi.
 Il 28 Marzo 1945 partì dal porto di Singapore, non prima di aver caricato un immenso numero di oggetti. 
Dapprima la nave fu vista essere riempita di sacchi di riso ma poi, col favore della notte, fu scaricata e ricaricata con materiali di contrabbando non meglio identificati. 
Alcuni ufficiali parlarono di 40 tonnellate d’oro, 12 di platino e 150.000 carati di diamanti. Gli scettici affermano invece che fu caricata soltanto con Nichel e gomma.
 Il suo viaggio è legato anche all’ultimo avvistamento dei fossili dell’uomo di Pechino, che sparì misteriosamente proprio in quei giorni.
La Awa Maru fu intercettata il 1° Aprile nello Stretto di Taiwan da parte del sottomarino americano USS Queenfish, che la scambiò per un cacciatorpediniere e la silurò, affondando la nave.
 Solo uno dei 2.004 passeggeri e membri dell’equipaggio, Kantora Shimoda, sopravvisse. Era lo steward personale del capitano, e per lui fu la terza volta in cui risultò l’unico superstite di una nave silurata. 
Il comandante del Queenfish, Charles Elliott Loughlin, fu condannato dalla corte marziale statunitense, ma ne uscì soltanto con un’ammonizione.
 Nel 1980 la Repubblica Popolare Cinese finanziò un progetto di recupero della nave, convinta di poter scovare il tesoro perduto. 
Le operazioni si rivelarono infruttuose e, sfortunatamente, il tesoro non fu mai recuperato.


 Il tesoro degli ebrei di Salonicco

 Max Merten era il responsabile dell’amministrazione nazista a Salonicco, la città greca con la più grande comunità ebraica del paese, il quale fu a capo di atrocità e crimini mostruosi. 
L’uomo rastrellò circa 50.000 persone nella zona, inviandoli alla prima tappa di lavori forzati in Grecia.
 I prigionieri avrebbero poi seguito le vie ferrate sino ad arrivare ai campi di concentramento in Polonia e Germania. 
Merten durante i suoi rastrellamenti aveva accumulato una fortuna di oltre 2 miliardi di dollari, che non aveva alcuna intenzione di spedire a Berlino.
 I preziosi erano costituiti dalle proprietà degli ebrei imprigionati, ma anche dalle offerte pervenute per chiedere la scarcerazione delle persone care.

Merten decise che il Terzo Reich aveva sufficiente denaro per continuare la guerra da solo, e spedì, mediante un sottomarino, il tesoro nel Peloponneso.
 Qui l’immenso bottino venne caricato su un peschereccio, il Sofia, e fatto affondare in una zona di cui Merten annota nella sua mente le coordinate, compresa fra le due dita del Peloponneso che si trovano fra Porto Kagio e le isole Inusse. 
 La Seconda Guerra Mondiale era quasi finita e, nella confusione di quei giorni concitati, Merten riesce a fuggire in Germania.
 Qui il nazista attende che la situazione politica si calmi, sopratutto a causa della guerra civile che si sta consumando in Grecia, per tornare a recuperare il tesoro con tutta calma.
 Il momento propizio gli sembra essere durante il 1958, ma sbaglia il tempismo: Max Merten viene riconosciuto e arrestato, e finisce nelle carceri greche per i suoi crimini di guerra.
 Una volta in cella si confida con il suo compagno, sicuro che la propria prigionia sarebbe durata molto a lungo e che l’altro non avrebbe svelato il segreto perché condannato a decenni di carcere. Merten viene invece scarcerato dopo solo un anno e torna alla vita civile in Germania, diventando avvocato e dimenticando tutta la vicenda. 
Morirà nel 1971.


Il prigioniero però non dimentica il tesoro e, alla soglia dei 60 anni, ne parla con il proprio avvocato, il quale contatta Gregoire Koulbanis, un subacqueo che aveva lavorato a lungo con Jacques-Yves Cousteau.
 Il “Fantasma X”, il prigioniero di cui non venne mai svelato il nome, vuole un quarto del bottino, in cambio delle coordinate.
 Il subacqueo si mette quindi al lavoro ma le autorità greche avanzano immediatamente pretese sul tesoro: il 50% del bottino va allo stato greco, che è competente sul territorio dove è affondata la nave. 
Agli ebrei di Salonicco sarebbe stato destinato soltanto un quarto delle ricchezze loro spettanti, un’ennesima ingiustizia ai danni di una comunità vessata dalla storia. 

 Il subacqueo, che completò diverse immersioni per cercare il tesoro, non riuscì però a trovare nulla, anche perché le acque di questo tratto di mare sono profondissime e, a poca distanza, si trova il punto più basso del mediterraneo, la Fossa Calypso, a oltre 5000 metri di profondità. 
 Il governo greco organizzò anche altre spedizioni, sostenute anche da altre parti interessate, ma la nave non fu mai ritrovata.

 Fonte: vanillamagazine.it
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