lunedì 21 settembre 2015

5 misteriosi tesori perduti della Seconda Guerra Mondiale

La Seconda Guerra Mondiale fu l’occasione per molti invasori di appropriarsi di tesori e ricchezze come bottino di guerra. 
Alcune di queste furono rubate e accumulate andando a costituire veri e propri patrimoni dal valore difficilmente stimabile, recuperati dai governi alla fine della guerra. 
Alcuni tesori vennero però persi, nel tentativo di sottrarli ai rastrellamenti dei concitati ultimi giorni della fine della guerra. La storia di queste 5 gigantesche ricchezze ha alimentato la fantasia dei cacciatori di tesori per decenni… 

 Il treno d’oro dei nazisti


Nel Maggio del 1945 un Terzo Reich ormai morente decise di trafugare il maggior numero di oggetti e preziosi dalla Polonia, in procinto di essere liberata dalle truppe sovietiche.
 I soldati tedeschi caricarono trecento tonnellate di lingotti d’oro provenienti dalla Banca Wroklaw, documenti e altro materiale su un treno del quale si persero completamente le tracce.
 I ricercatori del secondo conflitto sostengono che il convoglio potrebbe esser lungo 150 metri, dotato di protezioni e cannoni automatici e, molto probabilmente, contenere il famigerato tesoro polacco.
 La locazione del treno è però rimasta misteriosa per oltre 70 anni, dato che i nazisti costruirono nei pressi di Walbrzych molti di chilometri di tunnel sotterranei adatti anche a nascondere, appunto, un intero treno.
 Il progetto era denominato Riese (gigante in tedesco) ed era concepito per nascondere, originariamente, armamenti e truppe per proteggerli dai raid aerei delle incombenti truppe russe.


Al progetto lavorarono oltre 13.000 prigionieri, ma non fu completato che in piccola parte a causa di un’epidemia di tifo e dell’imminente sconfitta nazista.
 La costruzione dei tunnel significò la morte per moltissimi di questi lavoratori a causa delle condizioni di malnutrizione, epidemie, nessuna sicurezza nei cantieri e delle vessazioni delle 853 unità delle SS che supervisionavano i lavori. 
Moltissimi dei lavoratori provenivano dai campi di concentramento ed erano in larga parte ebrei ma anche Polacchi, Greci, Rumeni, Cechi, Olandesi, Belgi e Tedeschi. 
Quando un lavoratore diventava letteralmente consumato dal lavoro e dalla fatica veniva spedito indietro ad Auschwitz, dove trovava la morte.
 A causa della mancanza di documentazione del progetto e dell’intricato sistema di tunnel le ricerche sono state difficoltose e infruttuose sino al giorno d’oggi, quando due persone, assistite dall’avvocato Jaroslaw Chmielewski, hanno comunicato di aver ritrovato il treno e di chiedere il 10% del suo valore a compenso della scoperta. 
 Se si tratti realmente del treno d’oro perduto è un fatto ancora da appurare, ma questo ritrovamento potrebbe mettere la parola fine ad una ricerca durata oltre 70 anni.

 La camera d’Ambra


La camera d’Ambra è una stanza del Palazzo di Caterina a Carskoe Selo, a San Pietroburgo, ricoperta interamente da sei pannelli di decorazioni per complessive sei tonnellate d’ambra, ma anche foglie d’oro e specchi.
 La camera fu realizzata fra il 1701 e il 1709 da esperti artigiani russi, e il risultato fu così spettacolare che venne spesso definita l’ottava meraviglia del mondo.

 Durante il secondo conflitto mondiale i nazisti smontarono interamente la camera e la trasferirono a Königsberg, dove sparì nel nulla. 
Della camera vennero ritrovati differenti frammenti presso collezionisti privati di tutto il mondo, ma dove siano finiti tutti i preziosi al suo interno è, a tutt’oggi, un mistero.

 Nel 1976 fu ordinata la ricostruzione della camera e, nel 2003, fu finalmente aperta al pubblico. 

 La storia del furto della camera è alquanto interessante.
 Nel Settembre 1941 il palazzo entrò in possesso del Terzo Reich, con i sovietici che non riuscirono ad asportare in tempo i pannelli della stanza.
 Per evitare che fosse trafugata, la camera fu camuffata con dei pannelli di carta da parati, ma i nazisti ben presto scoprirono l’inganno. 
Il 18 Ottobre 1941 i tedeschi smontarono i pannelli in sole 36 ore, spedendoli poi a Königsberg, dove vennero esposti insieme alla “Collezione di Prussia”.
 Un incendio del 1944 costrinse i tedeschi a smontare la camera, che fu riposta nelle sotterranee del castello.
 Durante quell’anno il castello fu bombardato dalla RAF ma, sembra, la camera non fu danneggiata che parzialmente.
 Dal 1945 se ne persero completamente le tracce, anche se viene ritenuto altamente probabile che la camera si trovi ancora negli angusti cunicoli del castello, dei quali non esiste una planimetria. 

Sul rudere del castello venne costruita, nel 1968, la casa dei Soviet ma, anche in quell’occasione, della magnifica stanza non fu trovato nulla. 
Gli unici pezzi originali oggi ufficialmente pervenuti al governo russo sono un comò e un mosaico, che furono sequestrati dalla polizia tedesca nel momento in cui finirono all’asta sul mercato “grigio” dell’arte, nel 1997.
 I pezzi furono in seguito riconsegnati alla Russia.

 L’oro di Yamashita 

 Per finanziare le ingenti spese delle campagne militari giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, l’allora Imperatore del Giappone Hirohito e il governo giapponese ordinarono il saccheggio di massa del sud-est asiatico.
 Il fratello dell’imperatore Chichibu fu messo a capo di un’organizzazione segreta chiamata “Il Giglio d’Oro” appositamente creata con lo scopo di trafugare il maggior numero di preziosi possibile.
 Queste tesi sono sostenute dai coniugi Seagrave, che hanno pubblicato i libri The Yamato Dynasty: the Secret History of Japan’s Imperial Family (2000) e Gold Warriors: America’s Secret Recovery of Yamashita’s Gold (2003). 

Il nome del tesoro, conosciuto come “l’oro di Yamashita”, proviene dal Generale Tomoyuki Yamashita, comandante in capo delle truppe giapponesi che conquistarono la Malesia e Singapore e responsabile delle operazioni nelle Filippine, conosciuto anche come “La Tigre della Malesia”. 
Yamashita venne condannato a morte dalla Corte Suprema degli Stati Uniti e giustiziato, il 23 Febbraio del 1946, nelle Filippine.


Secondo le fonti ufficiose il tesoro venne trasferito dal sud-est asiatico prima a Singapore e poi nelle Filippine, per poi essere spedito, nei piani dei generali, in Giappone. 
Le perdite subite dalla flotta nipponica non consentirono il trasferimento del tesoro, che rimase quindi nascosto nelle isole Filippine in seguito al secondo conflitto mondiale. 
 Dalla fine della Guerra le teorie seguono due strade separate, entrambe legate a scopi di finanziamento politico/militare. Le teorie potrebbero essere anche interpretate in una visione d’insieme che le comprende entrambe. 

 1) Il tesoro sarebbe stato localizzato dagli statunitensi i quali, in accordo con il governo giapponese e lo stesso Hirohito, utilizzarono i guadagni della vendita per finanziare i progetti bellici della guerra fredda.
 2) Il tesoro fu ritrovato, almeno in parte, da Rogelio Roxas, nei pressi di una città chiamata Baguio, dove scoprì una camera con lingotti d’oro, una statua di un Buddha d’oro e altri oggetti fra cui spade di samurai.
 La camera si trovava su territorio statale, e fu anche la tomba per alcuni soldati giapponesi, ritrovati in forma di scheletri all’interno delle loro uniformi.
 Rogelio aveva preventivamente ottenuto il permesso di ricerca dal giudice Pio Marcos, quindi si stava muovendo nei limiti della legge. 
 Roxas prese il Buddha e una cassa di lingotti, vendendo l’oro e cercando acquirenti per la statua.
 L’ex presidente delle Filippine Ferdinand Marcos, scoperta l’attività di Roxas, ordinò l’arresto dell’uomo, appropriandosi del tesoro di Yamashita.


Roxas rimase in silenzio fino al 1986, anno della caduta del governo Marcos, quando fece causa, presso un tribunale delle Hawaii, all’ex-presidente Filippino, accusandolo di furto e violazione dei diritti umani.
 Nel 1996, a riprova dell’esistenza del tesoro e dell’effettivo ritrovamento da parte di Roxas, il tribunale decretò che fossero versati alla Golden Buddha, l’azienda detentrice dei diritti sul tesoro, e alla famiglia Roxas (che nel frattempo era deceduto) la somma di 22 miliardi di dollari, che vennero poi rivalutati al ribasso in funzione della non completa conoscenza del tesoro scoperto. 

Conclusioni

 Il tesoro di Yamashita potrebbe quindi esser stato del tutto o almeno in parte scoperto da Roxas, il quale fu derubato da Marcos. L’esistenza di questo tesoro ha alimentato le ricerche da parte dei cercatori di tesori e dei loro finanziatori, che però potrebbero esser stati preceduti dai governi interessati (Stati Uniti e Giappone) nell’appropriarsi del prezioso bottino.

 Il tesoro dell’Awa Maru


L’Awa Maru era un transatlantico giapponese di proprietà della Nippon Yusen Kaisha.
 La nave fu costruita nel 1941-1943 dalla Mitsubishi Shipbuilding & Engineering Co. a Nagasaki, in Giappone e venne progettata per il servizio passeggeri, ma l’inizio della guerra decretò la modifica dell’imbarcazione, che fu requisita dalla Marina giapponese.
 Nel 1945 l’Awa Maru fu impiegata come nave di soccorso della Croce Rossa, per trasportare rifornimenti ai prigionieri americani in custodia ai giapponesi.
 In base ai trattati di guerra avrebbe dovuto percorrere rotte di navigazione sicura, in modo da consegnare i carichi senza problemi.
 Il 28 Marzo 1945 partì dal porto di Singapore, non prima di aver caricato un immenso numero di oggetti. 
Dapprima la nave fu vista essere riempita di sacchi di riso ma poi, col favore della notte, fu scaricata e ricaricata con materiali di contrabbando non meglio identificati. 
Alcuni ufficiali parlarono di 40 tonnellate d’oro, 12 di platino e 150.000 carati di diamanti. Gli scettici affermano invece che fu caricata soltanto con Nichel e gomma.
 Il suo viaggio è legato anche all’ultimo avvistamento dei fossili dell’uomo di Pechino, che sparì misteriosamente proprio in quei giorni.
La Awa Maru fu intercettata il 1° Aprile nello Stretto di Taiwan da parte del sottomarino americano USS Queenfish, che la scambiò per un cacciatorpediniere e la silurò, affondando la nave.
 Solo uno dei 2.004 passeggeri e membri dell’equipaggio, Kantora Shimoda, sopravvisse. Era lo steward personale del capitano, e per lui fu la terza volta in cui risultò l’unico superstite di una nave silurata. 
Il comandante del Queenfish, Charles Elliott Loughlin, fu condannato dalla corte marziale statunitense, ma ne uscì soltanto con un’ammonizione.
 Nel 1980 la Repubblica Popolare Cinese finanziò un progetto di recupero della nave, convinta di poter scovare il tesoro perduto. 
Le operazioni si rivelarono infruttuose e, sfortunatamente, il tesoro non fu mai recuperato.


 Il tesoro degli ebrei di Salonicco

 Max Merten era il responsabile dell’amministrazione nazista a Salonicco, la città greca con la più grande comunità ebraica del paese, il quale fu a capo di atrocità e crimini mostruosi. 
L’uomo rastrellò circa 50.000 persone nella zona, inviandoli alla prima tappa di lavori forzati in Grecia.
 I prigionieri avrebbero poi seguito le vie ferrate sino ad arrivare ai campi di concentramento in Polonia e Germania. 
Merten durante i suoi rastrellamenti aveva accumulato una fortuna di oltre 2 miliardi di dollari, che non aveva alcuna intenzione di spedire a Berlino.
 I preziosi erano costituiti dalle proprietà degli ebrei imprigionati, ma anche dalle offerte pervenute per chiedere la scarcerazione delle persone care.

Merten decise che il Terzo Reich aveva sufficiente denaro per continuare la guerra da solo, e spedì, mediante un sottomarino, il tesoro nel Peloponneso.
 Qui l’immenso bottino venne caricato su un peschereccio, il Sofia, e fatto affondare in una zona di cui Merten annota nella sua mente le coordinate, compresa fra le due dita del Peloponneso che si trovano fra Porto Kagio e le isole Inusse. 
 La Seconda Guerra Mondiale era quasi finita e, nella confusione di quei giorni concitati, Merten riesce a fuggire in Germania.
 Qui il nazista attende che la situazione politica si calmi, sopratutto a causa della guerra civile che si sta consumando in Grecia, per tornare a recuperare il tesoro con tutta calma.
 Il momento propizio gli sembra essere durante il 1958, ma sbaglia il tempismo: Max Merten viene riconosciuto e arrestato, e finisce nelle carceri greche per i suoi crimini di guerra.
 Una volta in cella si confida con il suo compagno, sicuro che la propria prigionia sarebbe durata molto a lungo e che l’altro non avrebbe svelato il segreto perché condannato a decenni di carcere. Merten viene invece scarcerato dopo solo un anno e torna alla vita civile in Germania, diventando avvocato e dimenticando tutta la vicenda. 
Morirà nel 1971.


Il prigioniero però non dimentica il tesoro e, alla soglia dei 60 anni, ne parla con il proprio avvocato, il quale contatta Gregoire Koulbanis, un subacqueo che aveva lavorato a lungo con Jacques-Yves Cousteau.
 Il “Fantasma X”, il prigioniero di cui non venne mai svelato il nome, vuole un quarto del bottino, in cambio delle coordinate.
 Il subacqueo si mette quindi al lavoro ma le autorità greche avanzano immediatamente pretese sul tesoro: il 50% del bottino va allo stato greco, che è competente sul territorio dove è affondata la nave. 
Agli ebrei di Salonicco sarebbe stato destinato soltanto un quarto delle ricchezze loro spettanti, un’ennesima ingiustizia ai danni di una comunità vessata dalla storia. 

 Il subacqueo, che completò diverse immersioni per cercare il tesoro, non riuscì però a trovare nulla, anche perché le acque di questo tratto di mare sono profondissime e, a poca distanza, si trova il punto più basso del mediterraneo, la Fossa Calypso, a oltre 5000 metri di profondità. 
 Il governo greco organizzò anche altre spedizioni, sostenute anche da altre parti interessate, ma la nave non fu mai ritrovata.

 Fonte: vanillamagazine.it
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