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lunedì 27 ottobre 2014

Spettacolare filmato sulla vita dei fiori da lasciare senza parole!

Il vero volto di Tutankhamon


Dimenticate il profilo regale dipinto nella sua maschera funeraria: la verità sull'aspetto di Tutankhamon è ben più deludente.

 Il faraone più celebre e misterioso della Storia aveva probabilmente denti sporgenti da cavallo, fianchi larghi e disallineati, e un piede caprino che lo obbligava a un'andatura zoppicante.
 È quanto emerge dalla più completa "autopsia virtuale" mai eseguita sui suoi resti: una serie di radiografie compiute sulla mummia oltre a più di 2 mila scansioni computerizzate, corredate da estese analisi genetiche, i cui risultati sono stati diffusi in un documentario della BBC, dal titolo Tutankhamun: The Truth Uncovered.

 Si scopre così che al posto della mascella squadrata e delle labbra carnose care alla sua iconografia il faraone doveva avere denti sporgenti e per nulla "divini"; e che invece di un fisico atletico, mostrava fianchi larghi, quasi femminili, e un piede storpio, che lo costringeva a camminare con un bastone (nella sua tomba ne sono stati ritrovati 130, usati).

 Il suo goffo aspetto era probabilmente dovuto al fatto che il faraone era figlio di un incesto: nato, cioè, da una relazione tra il padre Akhenaten e la sorella, ossia la zia di Tutankhamon.
 È quanto ha dedotto l'italiano Albert Zink, Direttore dell'Istituto per le mummie e l'Iceman presso l'EURAC di Bolzano, dalle analisi genetiche compiute sulla salma reale.

 Nel 1300 a.C., all'epoca in cui visse il re, l'incesto era socialmente tollerato, perché non si conoscevano ancora le conseguenze di queste relazioni sulla salute dei nascituri. 
 Ma la rivelazione più amara riguarda forse la morte del giovane re, sulla quale si è molto speculato in passato: a 19 anni Tutankhamon passò a miglior vita non per un omicidio, e nemmeno per un incidente di caccia o in seguito a una caduta da una biga. 
Secondo la ricostruzione, invece, il piede malato del faraone avrebbe reso impossibile guidare un cavallo.
 Probabilmente Tutankhamon soffriva di uno squilibrio ormonale ereditario, legato alla parentela dei genitori, che lo lasciò molto debole e suscettibile a cadute (soltanto una delle fratture evidenziate sulle sue ossa risale, però, a prima della morte). 
Ma su questo punto occorreranno ulteriori analisi: il faraone aveva infatti, anche la malaria, un ulteriore fattore che potrebbe averlo indebolito. 

Da: focus.it

Sabbia al microscopio


La sabbia : quanto l’abbiamo apprezzata da bambini, quando in riva al mare creavamo formine e castelli, scavavamo buche, creavamo percorsi per giocare con le biglie, incuranti di ‘impanarci’ come una cotoletta.
 Già allora sapevamo quanto fosse bella oltre che divertente, benché ad occhio nudo si mostrasse solo una enorme distesa di colori caldi, dal dorato al marrone. Ma oggi possiamo avere un’idea della sua incredibile meraviglia, osservandola al microscopio.

 Le sue immagini parlano da sole e ci lasciano quasi senza parole.


Il dottor Gary Greenberg, scienziato, biologo e fotografo, da anni immortala la struttura della sabbia vista al microscopio, regalandoci queste spettacolari fotografie. 
La sua passione per la scienza e la fotografia lo ha portato, nel corso degli anni, a creare da sé uno strumento in grado di dare una spettacolare profondità di campo alle immagini, fino ad arrivare ad una definizione in 3D.


Greenberg ha scoperto le meraviglie della composizione della sabbia quasi per caso, cercando di sviluppare un microscopio sempre più avanzato.
 Cominciò ad esaminare la sabbia delle Hawaii che gli spedì il fratello come souvenir da Maui e rimase sbalordito nello scoprire le sue forme.


Sfogliare le sue foto è come guardare il catalogo di una collezione di perle e monili.
 Le particelle hanno delle forme incredibilmente belle ed ognuna di esse è il risultato di un processo di trasformazione lungo migliaia, milioni di anni.


Oggi Greenberg afferma di avere circa un centinaio di ampolle di sabbia stipate nel suo laboratorio e provenienti quasi da ogni spiaggia del mondo: dalle Bermuda alle Hawaii, dall’Asia agli Stati Uniti.
 La composizione dei granelli è la più variegata: scaglie minerali, granelli di lava, frammenti di resti biologici (coralli, ecc.), che rispecchiano l’ecosistema biologico e geologico dell’area in cui la sabbia è stata prelevata.


Il lavoro che sta portando avanti questo scienziato ci offre uno spunto di riflessione apparentemente banale, ma effettivamente trascurato da ciascuno di noi: dobbiamo sempre osservare con attenzione anche le cose più semplici che abbiamo attorno, è attraverso quelle che è possibile vedere l’universo che vi si cela all’interno.

 CLAUDIA RAGANÀ

Il dinosauro più strano della storia


Con la gobba, un aspetto simile a uno struzzo e braccia con artigli incredibilmente lunghe (quasi due metri e mezzo). 
Appariva così lo strano dinosauro noto (ma solo in parte) dagli anni Sessanta e che grazie ai fossili di sue scheletri rinvenuti in Mongolia ha ora finalmente un aspetto completo.

 La ricostruzione del Deinocheirus mirificus, presentata sulle pagine di Nature, mostra che lo sconosciuto rettile fu il più grande rappresentante degli ornitomimosauri, famosi come dinosauri-struzzo. 
Uno dei due esemplari rinvenuti infatti sarebbe stato lungo 11 metri per un peso di oltre 6000 kg. 

 Degli ornitomimosauri il Deinocheirus mirificus non era però solo il più grande. 
Alcune caratteristiche, spiegano gli scienziati guidati da Yuong-Nam Lee del Korea Institute of Geoscience and Mineral Resources (Daejeon, South Korea) ne facevano un rappresentante davvero unico, come il muso allungato e la gobba. 
Muso sul quale si trovava una sorta di becco, simile a quello delle anatre, attraverso cui il dinosauro avrebbe cacciato cibo sul fondo dei ruscelli.


Secondo i ricercatori infatti l’animale era bene adattato agli ambienti fluviali, dove riusciva a muoversi (lentamente, come suggerisce l’anatomia del rettile, con grande bacino e piedi abbastanza larghi) senza affondare sul terreno bagnato, grazie a ossa piatte sotto i loro artigli.
 Ma oltre a cibarsi di pesce (come mostrano anche alcuni resti rinvenuti in quello attribuibile come lo stomaco dell’animale) il dinosauro avrebbe consumato anche piante, suggerendo che fosse un onnivoro. 

Fonte : http://www.wired.it/scienza/ecologia

Stanchi? Sfiduciati? Dal Perù arriva la miracolosa “Maca”


La Maca si ottiene da una pianta perenne che cresce in Perù, più precisamente sull’altopiano delle Ande Peruviane, a una altitudine di oltre 3500 metri sul livello del mare.

 La pianta della Maca appartiene alla famiglia delle Brassicaceae, e il suo nome botanico è Lepidium Meyenii. Una nota curiosa che la dice lunga sulla ricchezza di questo alimento è che la pianta della Maca impoverisce il terreno dove viene coltivata al punto da non poterci coltivare altro per diversi anni.
 La parte più importante e preziosa del Maca impiegata nell'alimentazione è la radice, il tubero che cresce nel suolo, spesso anche chiamato Ginseng peruviano.

 La storia di questa radice è molto antica e affascinante: le sue straordinarie virtù nutrizionali e medicamentose erano note già in età precolombiana agli Inca che la consideravano un dono degli dei, una carica di energia riservata a guerrieri e sacerdoti.
 Oltre al significato di energia vitale, salute, resistenza e forza per prestazioni elevate che gli Incas attribuivano alla Maca, un altro motivo di notorietà di questa pianta era relativo alle sue qualità afrodisiache e rinvigorenti in ambito sessuale. 

La Maca, crescendo tra le alture inospitali delle Ande, vive spontaneamente in balia dell’escursione termica: pare che la pianta disponga di un particolare meccanismo di autoprotezione tutto da studiare.

 Le popolazioni locali la utilizzano da migliaia di anni 

 È un alimento versatile proprio perché i tuberi – sempre nella cucina locale – sono consumati sia freschi che secchi, cotti in modi diversi, come piatto base oppure come contorno. 
La polvere tostata invece diventa ingrediente principale nella preparazione di dolci e alcolici.

 La Maca è un alimento completo: ricca di aminoacidi essenziali (circa il 10%), sali minerali e vitamine, acidi grassi, carboidrati, proteine (10%) e fibre. Per questo motivo può essere definita “ricostituente” ed è largamente utilizzata da soggetti che necessitano di un supporto energetico supplementare sia a livello fisico che mentale, ed anche a coloro che desiderano sviluppare la massa magra. Infatti proprio la presenza degli aminoacidi conferisce a questo superfood proprietà anabolizzanti, rendendolo un ottimo supplemento alimentare nelle attività ad alto consumo energetico e un coadiuvante dell'aumento della massa muscolare negli sportivi.

 Al contrario di molte piante energizzanti la Maca, però, non contiene stimolanti nocivi. 
Pur essendo però priva di caffeina, la radice della Maca ha un effetto simile al caffè, stimolando e riequilibrando il sistema nervoso e coadiuvando fisiologicamente le capacità di concentrazione, la lucidità mentale e la memoria.

La Maca, grazie alla sua azione tonica ed energizzante, che ricorda le sue proprietà comuni ad altri superfood come il ginseng, è un naturale aiuto per chi soffre di stanchezza cronica e depressione, e per chi svolge attività intellettuale impegnativa. 
Ha inoltre la capacità di riequilibrare e stabilizzare il sistema cardiovascolare, quello linfatico e la muscolatura. 
Tecnicamente si dice che è un alimento “adattogeno” in grado di fornire più energia al corpo quando è necessario, rendendosi un alleato prezioso per migliorare l'adattabilità del corpo a situazioni di stress.


Quanto alle decantate proprietà a favore della fertilità maschile e femminile e a quelle afrodisiache, diversi studi hanno confermato entrambe le azioni sia a livello di miglioramento di produzione di spermatozoi e della loro mobilità, sia come incremento della fertilità nelle donne, oltre ad un aumento del desiderio sessuale: grazie a questa sua capacità di incrementare la libido (senza tuttavia modificare la quantità di testosterone circolante) questo tubero si è guadagnato anche il nome di Viagra peruviano. 
Grazie ad una benefica azione per la sindrome pre-mestruale e i dolori mestruali, e regolarizzante del ciclo, la Maca è indicata in ogni fase della vita delle donne.

La Maca si trova in commercio in forma di integratore alimentare (estratto secco) in compresse oppure in polvere, ed in tal caso è a tutti gli effetti un alimento. 
La migliore qualità di Maca in polvere in commercio è di tipo biologico, essiccata al sole e macinata a mano per preservarne la vitalità e la struttura nutrizionale.
 La polvere di Maca può essere semplicemente mescolata con acqua calda o fredda, e bevuta, oppure aggiunta a frullati di frutta e verdura o anche a bevande a base di latte vegetale (riso, soia, avena). Infine si può usare come ingrediente per dolci. 

Per quanto riguarda il dosaggio consigliato, come sempre è soggettivo .
Non è consigliabile assumerla durante gravidanza e allattamento. 

Dettifoss: la cascata delle meraviglie


Siamo nel Parco Nazionale di Vatnajokull, nella parte nord-orientale dell’Islanda, dove scorrono le acque di una cascata che molti avranno visto nelle scene del film Prometeo: la cascata Dettifoss.

 Questa cascata detiene due importanti primati, essendo al primo posto in Europa per la potenza e il volume delle sue acque.
 Le sue acque nascono dal ghiacciaio Vatnajökull, da cui parte il corso del fiume Fjollum che poi si butta giù per il canyon Jökulsárgljúfur.

 Raggiunge la portata di 193 metri cubi di acqua al secondo e la potenza è così elevata che le rocce vibrano al suo passaggio, producendo anche rumore.
 Quando è in piena, il fiume è ricco di sedimenti scuri che fanno contrasto con l’acqua limpida e chiara della cascata.

 La cascata presenta una larghezza di 100 metri e una caduta di 45 metri.






venerdì 24 ottobre 2014

La via della seta


I nomi, si sa, possono contribuire in modo decisivo al successo delle idee.
 Una fortunata ispirazione deve aver assistito, tra gli altri, anche il barone Ferdinand von Richthofen, insigne geografo e geologo tedesco, quando - nell'introduzione all'opera Tagebücher aus China, pubblicata a Berlino nel 1907- stabilì di chiamare Via della Seta il tortuoso groviglio delle vie carovaniere lungo le quali nell'antichità si erano snodati i commerci tra gli imperi cinesi e l'Occidente. 
Da allora, l'espressione coniata da von Richthofen non è più tramontata. 
 Su quelle strade, a dire il vero, si sono incrociati profumi, spezie, oro, pelli, metalli, porcellane, medicinali e quant'altro bene fosse disponibile nel primo millennio dell'Era cristiana. Per non parlare di ambascerie, eserciti, missionari ed esploratori.
 Eppure fu proprio la seta, il prezioso e fin dall'inizio costosissimo tessuto dall'origine ammantata di mistero, a permettere che quegli scambi commerciali e culturali cominciassero a fiorire.


All'inizio dell'estate del 53 avanti Cristo, precisamente 700 anni dopo la fondazione di Roma, sospinto dall'invidia per i trionfi militari di Cesare e Pompeo, Marco Licinio Crasso partì alla volta della Persia al comando di sette legioni, per sfidare l'esercito dei Parti a tornare a Roma carico di bottino e onori.
 Le cose non assecondarono le previsioni del povero Crasso il quale, uomo di commerci più che di battaglie, pagò quell'imprudenza con la vita, oltre che con una sonora sconfitta ricordata nella storia romana sotto il nome di battaglia di Carre.
 Per quanto funesto, quell'episodio segna la prima occasione in cui i Romani vennero in contatto con la seta, con la quale erano tessute le cangianti insegne innalzate dai guerrieri Parti.

 Nemmeno mezzo secolo dopo, la "serica" - così detta perché fabbricata dal lontano popolo dei Seri, come a Roma venivano chiamati i cinesi - era il più ambito status symbol della nobiltà romana, che ne faceva sfoggio in ogni occasione di mondanità, un po' come oggi. 
Separate da altri due grandi imperi - dei Parti in Persia e dei Kushana nei territori degli attuali Afghanistan e Pakistan - in quel periodo Roma e la Cina non vennero in contatto diretto, sebbene entrambe tentassero di inviare ambasciatori dall'altra parte del mondo.




Fu così che, per secoli, i Romani non seppero nulla circa l'origine della seta e della lavorazione necessaria per tesserla.
 Nella Storia naturale di Plinio il Vecchio si dice dei Seri che fossero "famosi per la lana delle loro foreste". E aggiungeva: "Staccano una peluria bianca dalle foglie e la innaffiano; le donne quindi eseguono il doppio lavoro di dipanarla e di tesserla". 
Dei bachi, nessuna notizia.

 In Cina, d'altronde, il segreto di quel prodotto così fondamentale nei rapporti commerciali con il mondo occidentale era custodito con la massima cura, tanto che l'esportazione dei bachi da seta era proibita da una legge severissima.
 Solo intorno al 420 dopo Cristo, durante la profonda crisi che divise la Cina nei tre imperi Wei, Wu e Shu, la figlia di un imperatore si rese colpevole di un crimine che, secondo la legge, era punibile con la morte. 
Concessa in sposa a un principe di Khotan - una delle città Stato del bacino del Tarim - per assecondare i desideri del marito, la "principessa della seta" riuscì a contrabbandare le uova dei bachi da seta e i semi di gelso, nascondendoli nell'ornamento della sua acconciatura. 
A quell'epoca, le città del bacino del Tarim - nell'attuale Regione autonoma cinese dello Xinjiang - erano tappe obbligate per chi, provenendo da Xi’an (allora Chang'an), percorreva il Gansu e si apprestava ad attraversare l'Asia centrale tra mille insidie. Il clima, innanzitutto, molto rigido d'inverno e torrido d'estate nelle depressioni del deserto del Takla Makan, metteva a dura prova gli uomini e gli animali, che avrebbero poi dovuto affrontare gli aspri passi del Pamir per scendere lungo le valli del Pakistan a dell'Afghanistan. 
In più, le carovane correvano un serio pericolo, poiché erano esposte agli attacchi degli Xiongnu, una popolazione di bellicosi nomadi del Nord che assaliva i viaggiatori che si avventuravano in quelle zone deserte.

 Attraverso quello stesso percorso, intorno alla metà del I secolo dopo Cristo, il buddhismo fece il suo ingresso in Cina. 
Nata più di cinque secoli prima nelle inospitali vallate del Nepal, la nuova religione aveva ormai molti proseliti in India e i più intraprendenti si incamminarono lungo le piste della Via della Seta predicando il verbo del principe Siddharta, l'ormai famoso e venerato Buddha Sakyamuni. 
Dalla valle dell'Indo alle città dello Xinjiang, sono innumerevoli le testimonianze dell'arte religiosa buddhista, la cui popolarità esplose letteralmente in Cina sul finire del III secolo, quando tra Xi’an e Luoyang si contavano 180 istituti religiosi buddhisti e più di 3.000 monaci. 

 Nonostante abbia vissuto una seconda età dell'oro grazie alle memorie dei viaggiatori medievali come Marco Polo a Ibn Battuta, intorno al VI-VII secolo la Via della Seta cominciò il suo lento declino, in parte per la scarsa stabilità politica dell'impero cinese nelle sue regioni più occidentali e poi per la spinta dell'Islam.

 Ma fu soprattutto la concorrenza di una nuova arteria commerciale a determinare lo spostamento d'interesse dei mercanti europei: l'India e la Cina venivano raggiunte via mare. 
Fin dai primi secoli dopo Cristo le imbarcazioni partivano dai porti del Mar Rosso o del Golfo Persico e, grazie all'aiuto dei monsoni, approdavano a Barygaza o Muziris, sulla penisola Indiana.
 A volte, il tragitto proseguiva fino alla Cina meridionale, doppiando la penisola indocinese.
 Pericolosi pirati assalivano spesso le navi di passaggio al largo della costa pakistana o di quella malese ma, a conti fatti, la via di mare era ormai decisamente più rapida a sicura della via di terra.

 A cavallo tra la fine del secolo scorso a l'inizio di questo, venne poi la riscoperta archeologica delle città del bacino del Tarim, che culminò nel 1906-1907 con il ritrovamento, da parte di sir Marc Aurel Stein, delle "grotte dei mille Buddha" a Mogao.


In quelle nicchie scavate nell'arenaria erano raccolte le opere di tutta la Cina dotta, il più completo repertorio di manoscritti cinesi. Stein non era estraneo all'attitudine "predatoria" degli studiosi dell'epoca, e così dispose al più presto il trasferimento del materiale, tuttora conservato al British Museum di Londra. 
Oggi l'operazione potrebbe sembrare un furto bello e buono, ma probabilmente Stein salvò i manoscritti dall'avidità dei funzionari del Kuomintang e, poi, dall'ossessione distruttrice della rivoluzione culturale.

 Fatta eccezione per quanto è esposto al British e in altri musei europei, oggi le testimonianze dell'antica Via della Seta sono custodite nelle rovine delle città, delle fortificazioni, dei caravanserragli, delle torri di avvistamento che, da Xi’an a Petra, punteggiano l'Asia.

 Negli ultimi cinquant'anni, a quelle piste polverose si è sovrapposta una lingua d'asfalto.
 Il formidabile progresso economico che sta investendo il continente la trasformerà presto in una fantascientifica autostrada del Duemila, lungo la quale scorreranno le ricchezze a le speranze del nuovo capitalismo asiatico. Lasciando agli ultimi viaggiatori un’inguaribile nostalgia dell'epopea delle grandi esplorazioni.

Galline ovaiole: il falso mito del benessere negli allevamenti biologici


Quali sono le reali condizioni di vita degli animali all'interno degli allevamenti biologici?
 Ancora una volta le associazioni animaliste smontano con immagini reali il mito di queste strutture erroneamente considerate come rispettosa del benessere, in quanto 'bio'.
 Dopo l'investigazione di Essere Animali che documentava il grande bluff degli allevamenti all'aperto e biologici, da Animal Equality arriva una nuova testimonianza sulle condizioni di vita delle galline all'interno dei capanni in una struttura certificata 'biologica' e sostenuta dal Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale secondo le direttive del Reg. (CE) n. 1698/2005; un'ulteriore evidenza dell'errore che si commette se si reputa questa tipologia d'allevamento come etica e rispettosa.
 Durante l'operazione, che ha portato al salvataggio di 10 galline ovaiole, è stato documentato che all'interno di ogni capanno diviso in 3/4 micro-settori, le galline venivano ammassate in spazio ristretti.
 Durante il giorno potevano accedere a un'area di 'sgambamento' chiusa, che non lasciava quindi alcuna possibilità di interagire con l'esterno.
 Gli animali risultavano anemici, feriti, privati di ogni assistenza veterinaria. 
Alcuni erano lasciati morti, in decomposizione, a contatto con tutti gli altri. 
A completare il quadro da film horror, feci e urine ovunque, con il rischio di infezione e contaminazione delle uova.




Il processo di raccolta, poi, era completamente meccanizzato; i nidi artificiali e i macchinari aumentavano le difficoltà di movimento all'interno dei capanni.
 La distribuzione automatizzata dell'acqua, realizzata per mezzo di cavi elettrici scoperti, provocava numerose scosse che gli animali sono costretti a subire dato lo scarso spazio a disposizione. 
Tutti questi fattori, uniti alle innaturali condizioni di vita, alla noia, al mancato espletamento delle più elementari necessità etologiche, erano ovviamente fonte di enorme stress per gli animali.
 E non si tratta di un caso isolato.
 "Nel nostro paese le galline ovaiole allevate ogni anno sono 40 milioni. È nostro compito mostrare alle persone questa realtà, proponendo delle alternative concrete che non comportino l'utilizzo di prodotti animali.
 Al contempo, è nostro dovere offrire a questi individui un'opportunità come è accaduto per queste 10 galline, simbolo di quello che accade a tantissime loro simili e speranza per tutti gli animali che sognano la libertà", ricorda la portavoce dell'associazione Fabrizia Angelini. 
 Conclusione? L'industria delle uova è una realtà orribile, piena di violenza e sofferenza, anche quando si nasconde dietro all'aggettivo "biologico".

http://www.greenme.it/informarsi
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