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domenica 28 marzo 2021

Crolla l’ultimo ponte Inca in Perù per mancanza di manutenzione a causa della pandemia


 Era l’unico ponte inca ancora conservato in Perù. 
Un capolavoro in fibre naturali di 30 metri intrecciato a mano secondo una tradizione tramandata di generazione in generazione dalle comunità contadine che tutti gli anni, da almeno sei secoli, si ritrovano nel mese di giugno per ricostruirlo e mantenerlo in vita.

Tutti gli anni meno uno: il 2020, annus horribilis della pandemia. Uno stop che ha determinato il deterioramento delle sue corde causandone il crollo.

Profondamente dispiaciuti per quanto accaduto, sono stati proprio le persone delle comunità della zona di Quehue, presso Cusco, i primi a segnalare la caduta dell’ultimo ponte inca. 

Sono costoro infatti coloro i quali hanno svolto, senza mai interrompere la tradizione, a giugno di ogni anno il tradizionale compito di tessere e sostituire le vecchie fibre con quelle nuove, permettendo in questo modo che il ponte rimanesse in piedi dai tempi degli Incas. 

Tuttavia lo scorso anno, per via del divieto di mobilità e per il distanziamento, il compito non è stato svolto, con il risultato a cui ora assistiamo. 


Dopo una riunione di emergenza fra tutte le autorità e le quattro comunità che ogni anno si incaricano della cerimonia di manutenzione del ponte, il sindaco del distretto di Quehue, Mario Tacuma Taype, ha annunciato che i lavori per il recupero del Q´eswachaka inizieranno a metà aprile.

Il ponte naturale, costruito a mano interamente con fibre vegetali, sta in piedi da circa 600 anni ed è una testimonianza vivente di una delle più grandi conquiste della civiltà Inca: il “Qhapaq Ñan” o Cammino Inca. 

Dichiarato dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità nel 2013, questo ponte ci lega con la nostra eredità ancestrale e speriamo possa presto rinascere.

Fonte: www.greenme.it



mercoledì 24 marzo 2021

Sigiriya: la rupe che divenne il palazzo dalle zampe di leone


 Nello Sri Lanka centrale si trova uno dei siti archeologici più suggestivi del mondo: si tratta di Sigiriya, una maestosa rupe che si innalza tra le pianure circostanti immerse in una fitta giungla.

Sigiriya contiene le rovine di un antico palazzo costruito durante il regno di re Kasyapa nel V secolo d.C., e per lo straordinario scenario che offre e l’antica testimonianza che preserva è stato insignito del titolo di Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco sin dal 1982.

I visitatori che si recano nello Sri Lanka non mancano quasi mai di visitare le rovine di Sigiriya, poiché quello che è uno degli otto Patrimoni dell’Umanità Unesco dello Sri Lanka, ed è a buon diritto una delle attrazioni preferite dai turisti.

Nella giungla che circonda il sito archeologico ogni tanto spuntano Stupa e statue di Buddha, ma il luogo in cui si respira l’atmosfera più magica è certamente la rupe che divenne un palazzo dalle zampe di leone di Sigiriya, visibile anche a chilometri di distanza.

La collina ha un’altezza di 370 metri e una sommità a forma di ellissi che si presenta piatta e declina a picco sui lati. La roccia sui cui sorge Sigiriya è composta da una dura placca magmatica probabilmente eredità di un vulcano eroso.


Da molti è considerata l’ottava meraviglia del mondo, e in effetti l’emozione che suscita lo stagliarsi sulla linea dell’orizzonte è uno spettacolo unico.
Il complesso monumentale, poi, custodisce le rovine di un antico palazzo, edificato sotto il regno di re Kasyapa, che governò tra il 477 e il 495 d.C., ed è circondato da un’estesa rete di fortificazioni, giardini, stagni, fontane, canali e viali.

Il palazzo maggiore, fungeva sia da palazzo che da fortezza, esso si colloca sulla cima della roccia comprende cisterne intagliate nella roccia che contengono ancora l’acqua, mentre le mura e i fossati e le mura che circondano i palazzi conservano intatte le loro caratteristiche originarie.


L’accesso al sito consta di un percorso proprio attraverso il complesso di giardini e fossati di cui si componevano i giardini reali. I giardini acquatici si estendono sulla base occidentale della rocca e racchiudono un’area in cui sono disposti simmetricamente laghetti e isolotti.

Mentre i giardini rocciosi, più vicini alla rocca, sono formati appunto dai massi che in passato costituivano le basi degli edifici. Le depressioni sui lati delle rocce, simili a gradini, sorreggevano i muri di mattoni e le colonne di legno, tra questi, particolarmente imponenti erano le rocce su cui poggiavano la cisterna e la sala delle udienze.


Ai piedi del rilievo qui si trovano due gigantesche sentinelle: due zampe di leone scolpite nella roccia che proteggono la scalinata che dà accesso al palazzo e probabilmente sono ciò che rimane di quella che un tempo doveva essere la “Porta dei Leoni”, una enorme testa di leone con le fauci spalancate che fungevano proprio da entrata per il palazzo reale, proprio per questo motivo il sito è noto anche come Lion Rock.


L’escursione è piuttosto impegnativa poiché dopo aver attraversato o giardini acquatici con le piscine e le vasche in marmo si affronta la faticosa salita di circa 1200 gradini che conducono alla cima.


A metà della scalata si raggiungono una serie di pitture murali ben conservate che raffigurano fanciulle; pare infatti che il re Kasyapa fosse un estimatore della bellezza femminile e non è escluso che quelle rappresentate fossero le sue numerose concubine, o secondo altre teorie rappresenterebbero le apsara (ninfe celestiali).

Sebbene non sia stata stabilita con certezza la data di esecuzione degli affreschi si può affermare che in base allo stile si possano trovare delle similitudini con le pitture rupestri di Ajanta, in India, ma queste si distinguono per la straordinaria fusione tra classicismo e realismo.



Le scale hanno termine nel punto più alto del rilievo roccioso che ha una superficie di 1,6 ettari e in passato era interamente occupata da edifici, di cui ora sono rimaste solamente le fondamenta.
La struttura di questo palazzo e i magnifici panorami di cui gode indicano che Sigiriya svolgesse più le funzioni di luogo di residenza che di fortezza. 

La vasca di 27 x 21 metri scavata nella roccia ha, infatti, l’aspetto di una moderna piscina, sebbene probabilmente venisse allora usata semplicemente come cisterna.


Secondo la leggenda Kasyapa uccise il padre murandolo vivo e usurpandone in tal modo il trono che per diritto di successione sarebbe toccato al fratello Mugallan. Questi fuggì in India per evitare la furia omicida del fratello e meditare il modo di ottenere vendetta.

Durante il periodo in India mise infatti insieme un esercito con l’intento di riappropriarsi del trono dello Sri Lanka; ma Kasyapa, venuto a conoscenza delle intenzioni del fratello, fece costruire il suo palazzo proprio sulla sommità della roccia di Sigiriya così che nessuno potesse raggiungerlo.

Il bellicoso fratello riuscì comunque a dare battaglia e, abbandonato dal suo esercito, Kasyapa scelse di togliersi la vita lanciandosi sulla propria spada. Dopo questa vicenda Mugallan trasformò Sigiriya in un monastero.

Le rovine di Sigiriya furono scoperte solamente nel 1907 dall’esploratore britannico John Still, e tra le ipotesi avanzate dagli studiosi la roccia potrebbe essere stata abitata fin dalla preistoria e usata come riparo per un monastero a partire dal III secolo a.C.

Certamente dopo la morte del re Kasyapa, il palazzo mantenne l’uso monastico sino al XIV-XV secolo d.C., quando fu infine abbandonato.
Tuttavia, i nuovi studi condotti dall’archeologo Raja Da Silva e basati sull’analisi dei reperti, la comparazione dei dati provenienti da diversi testi storici nonché sulle indagini di laboratorio, avvalorano la teoria secondo la quale in realtà Sigiriya non sarebbe stata la capitale di alcun sovrano, ma solamente un centro di monaci buddhisti della dottrina Mahayana, diffusa appunto nello Sri Lanka, e che le famose “cortigiane” rappresentassero soltanto divinità femminili appartenenti al pantheon buddista.

Fonte: meteoweb.eu

lunedì 22 marzo 2021

Trovato il primo fossile di dinosauro col nido, intento a covare


 Recentemente, nei pressi di Ganzhou, una città dello Jiangxi, nella Cina meridionale, è stato ritrovato un fossile di dinosauro molto particolare, forse unico nel suo genere. 

Si tratta di un fossile di un oviraptor, colto nell’atto di covare sul suo nido, pervenutoci perfettamente conservato, con una covata di ben ventiquattro uova.

L’oviraptor era un animale alto circa 1m e lungo 2m, con forti zampe posteriori e un corpo snello e agile, in realtà molto simile ad un uccello.

 Il fossile ritrovato ha permesso di constatare che gli embrioni ritrovati avevano raggiunto livelli di sviluppo diversi tra loro.

 Tale fenomeno è tipico degli uccelli, e non si credeva fosse proprio anche di questo dinosauro.


La straordinarietà di questo ritrovamento, come afferma il Dr. Matthew Lamanna, consiste nel fatto che siano stati ritrovati gli embrioni, almeno all’interno di sette uova. Infatti, questo non è il primo nido fossilizzato ritrovato, ma è il primo che presenta la presenza di embrioni.

Gli studiosi sono riusciti a trarre molte informazioni dalla scoperta del fossile.

 Anzitutto, pare che nello stomaco del genitore, di cui ancora non si conosce il sesso, siano stati rinvenuti dei gastroliti, ossia dei calcoli allo stomaco, il che dimostrerebbe che l’oviraptor sia stato uno di quei dinosauri che consumava queste pietre per aiutare il processo digestivo, a causa di una limitata capacità di macinazione dei cibi con i denti (il becco dell’oviraptor, in realtà, era del tutto privo di denti).

Inoltre si è scoperto che le uova di questo dinosauro necessitavano di essere covate non solo a scopo difensivo, ma anche per permettere lo sviluppo e la crescita degli embrioni che avveniva solo ad un’alta temperatura, garantita solo dal calore del corpo del genitore.

Fonte : ilbosone.com

lunedì 15 marzo 2021

Antico cimitero di animali nei pressi del porto romano di Berenice


 Cani e gatti giacciono come se dormissero, in tombe individuali. Molti di loro indossavano collari o altri ornamenti ed erano stati curati da lesioni e malattie dovute alla vecchiaia, proprio come gli animali domestici di oggi. Con la differenza che l'ultima persona che seppellì il suo amato compagno a quattro zampe nell'arida terra egiziana, lo ha fatto quasi duemila anni fa.

Questo antico cimitero di animali, situato nei pressi del porto romano di Berenice, venne ritrovano dieci anni or sono, ma non se ne comprese la funzione, al di là di quella di conservare i corpi dei fedeli compagni di viaggio.
 Ora uno scavo approfondito ha portato alla luce i corpi di 600 tra cani e gatti con le evidenze che si trattava di animali domestici molto preziosi per l'uomo. Questo fatto renderebbe il sito il più antico cimitero di animali domestici mai conosciuto.
L'archeozoologa Marta Osypinska ed i suoi colleghi dell'Accademia delle scienze polacca hanno scoperto la necropoli nel 2011, appena fuori le mura della città, al di sotto di una discarica romana. 
Sembra che questo particolare cimitero sia stato utilizzato prevalentemente tra il I ed il II secolo d.C., quando Berenice era un vivace porto romano al quale affluivano avorio, tessuti ed altri beni di lusso dall'India, dall'Arabia e dall'Europa.
Nel 2017 il team della Dottoressa Osypinska ha riferito di aver portato alla luce i resti di circa 100 animali, per lo più gatti, curati al pari degli animali domestici. Ma all'epoca la natura esatta del sito non era ancora ben chiara. 
La Dottoressa Osypinska ed i suoi colleghi hanno, a tutt'oggi, scavato i resti di 585 animali, analizzando le ossa nel dettaglio.
 Un veterinario ha aiutato il team a determinare la salute, la dieta e la causa della morte delle bestie.

Gli animali sembra siano stati deposti con estrema delicatezza in fosse ben preparate.
 Molti erano coperti con tessuti o pezzi di ceramica che formavano una sorta di sarcofago.
 Il 90% degli animali erano gatti, molti dei quali portavano collari di ferro o collane di vetro e conchiglie. 
Uno dei felini è stato deposto sull'ala di un grande uccello. 
Sono state anche individuate prove di mummificazione, di sacrifici ed altri rituali già conosciuti come parte degli antichi luoghi di sepoltura di animali, come il sito di Ashkelon, in Israele. La maggior parte degli animali sepolta a Berenice sembra essere morta per ferite o malattie. Alcuni gatti presentano le zampe fratturate od altre fratture che potrebbero essere state causate da cadute accidentali o da calci di cavallo. 
Alcuni sono morti in giovane età, forse per malattie infettive che si diffondevano rapidamente nella città.

Le sepolture di cani sono il 5% del totale (il resto è costituito da sepolture di scimmie). 
I cani sembrano morti di vecchiaia.
 Molti avevano perso la maggior parte dei denti o soffrivano di malattie parodontali e degenerazione articolare.
 Sebbene molte patologie sembrano essere state piuttosto invalidanti, questi animali hanno potuto vivere a lungo grazie alla somministrazione di cibo, che talvolta era una pappa destinata a cani privi di denti.
Queste sepolture dimostrano l'esistenza di un forte legame affettivo tra i padroni ed i loro animali domestici, tanto più forte dal momento che Berenice era, all'epoca, una città quasi in rovina, dove tutte le merci necessarie dovevano essere importate.
Fonte: sciencemag.org

giovedì 4 marzo 2021

Ritrovamento archeologico unico nel suo genere a Pompei: uno straordinario carro da parata


 A due mesi dalla scoperta di un'antica tavola calda con tanto di bancone decorato, Pompei presenta al mondo un nuovo reperto di inestimabile valore: un carro cerimoniale abbellito con raffinate decorazioni a tema erotico, probabilmente destinato alle cerimonie nuziali, scoperto proprio accanto ai resti di tre cavalli ritrovati nel 2018.

 
Secondo gli archeologi potrebbe trattarsi di un pilentum, un carro da parata usato dagli aristocratici durante i matrimoni e ampiamente citato dalle fonti antiche, ma di cui non si era mai trovata traccia in Italia.
Il carro si trovava all'interno di un porticato a due piani della villa di Civita Giuliana, una dimora suburbana a 700 metri a nord di Pompei, fuori dalle mura dell'antica città. 
Nello stesso edificio, qualche mese fa erano venuti alla luce i resti di due uomini, forse un nobile con il suo schiavo, ricostruiti con la tecnica dei calchi.
 
Si tratta, come ha spiegato il direttore uscente del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, di «una villa molto grande e particolarmente preziosa per le indagini storiche, perché a differenza di tante altre che erano state svuotate dalle ristrutturazioni seguite al terremoto del 62 d.C., nei giorni dell'eruzione (il Vesuvio eruttò 79 d.C., ndr) era ancora abitata».
Il carro era sorretto da quattro alte ruote in ferro che sostenevano un leggero cassone, con una seduta per una o due persone contornata da braccioli e schienale metallici. Le fiancate del carro sono decorate con pannelli lignei dipinti in rosso e nero e lamine bronzee intagliate; sul retro compaiono invece medaglioni in bronzo con figurine in stagno applicate - satiri, ninfe, amorini, impegnati in una serie di amplessi. Analisi di archeologia botanica hanno concluso che per il carro sono stati usati almeno due tipi di legname, l'elastico e leggero frassino per la struttura e le ruote, e faggio come supporto alle decorazioni.

 I pilenta citati dagli antichi erano veicoli alla stregua delle nostre auto di rappresentanza, che servivano forse anche a condurre la sposa alla nuova dimora. 
Questi carri non erano mai stati ritrovati in Italia, e l'unico altro precedente è il pilentum rinvenuto ormai 15 anni fa in un tumulo funerario in Tracia (Grecia settentrionale): rispetto al carro pompeiano, però, quello della Tracia è meno riccamente decorato. 
Fonte: focus.it

lunedì 22 febbraio 2021

Il più antico strumento a fiato del mondo è una conchiglia di 18.000 anni fa


 Non era solo una conchiglia, ma uno strumento a fiato, il più antico del mondo: quasi 90 anni dopo la sua scoperta, un grande guscio di lumaca, ritrovato nella Grotta di Marsoulas, nei Pirenei, è stato identificato come strumento musicale da un team multidisciplinare di CNRS, Muséum de Toulouse, Université Toulouse e Musée du quai Branly (Francia). Ha suonato infatti di nuovo dopo 18.000 anni.

La grotta Marsoulas, al confine tra Haute-Garonne e Ariège, è la prima grotta decorata scoperta nei Pirenei, il cui ritrovamento risale al 1897. Testimonia l’inizio nella regione del Magdeliano, l’ultima cultura del Paleolitico superiore europeo, alla fine dell’ultimo massimo glaciale.

Durante un inventario del materiale derivante dagli scavi archeologici, conservato in gran parte nel Muséum de Toulouse, gli scienziati hanno esaminato una grande conchiglia della specie Charonia lampas, mollusco gasteropode marino appartenente alla famiglia Charoniidae.

Il guscio era già noto per essere stato nel Neolitico parte di corredi ornamentali, come ciondolo di collane, ma nel 1931 questo in particolare non fu oggetto di attenzione. 
80 anni dopo, però, i ricercatori hanno ipotizzato potesse essere uno strumento musicale.
La punta del guscio infatti era spezzata, formando un’apertura di 3,5 cm di diametro, e, poiché questa parte è la più dura del guscio, la rottura non poteva essere accidentale. Inoltre, all’altra estremità, l’apertura della conchiglia mostrava anche tracce di ritocco. Tutto molto “umano” per essere casuale.
I paleontologi hanno dunque condotto una serie di approfondimenti: una tomografia ha rivelato un’ulteriore perforazione di una delle prime curve e la conchiglia è decorata con un pigmento rosso (ematite) caratteristico della grotta di Marsoulas, che denota il suo status di oggetto simbolico.

E non finisce qui.

Gli scienziati erano convinti fosse stata usata come strumento a fiato, per cui hanno chiesto ad un musicista esperto di corno di usarla analogamente. E, sì, il guscio ha prodotto tre suoni vicini alle note, Do, Do Diesis e Re.

Poiché l’apertura è irregolare e ricoperta da un rivestimento organico, i ricercatori presumono che vi fosse attaccata una punta, come nel caso di conchiglie più recenti delle collezioni del Musée du quai Branly. 

Le stampe 3D della conchiglia permetteranno probabilmente di verificare questa ipotesi, cercando di riprodurre altre note.

Come confermato dalla prima datazione al carbonio-14 della grotta, eseguita su un pezzo di carbone e un frammento di osso d’orso, la grotta ha 18.000 anni: questo fa della conchiglia di Marsoulas il più antico strumento a fiato di questo tipo.

 Prima, infatti, solo i flauti erano stati scoperti in Europa in contesti più antichi del Paleolitico superiore, e le conchiglie trovate fuori dall’Europa sono molto più recenti.

La scoperta non è solo un “pezzo in più” dell’antica cultura magdaleniana: la conchiglia rafforza infatti l’idea che tra i Pirenei e la costa atlantica ci fossero degli scambi commerciali/culturali, a più di 200 chilometri di distanza.



mercoledì 10 febbraio 2021

Scoperta in Egitto una Mummia con una Lingua d’Oro


 La mummia scoperta in questi giorni a Taposiris Magna, una città a circa 50 chilometri da Alessandria d’Egitto, è di quelle che lasciano senza fiato gli appassionati di egittologia di tutto il mondo, ma non è un unicum. Essa presenta una lingua d’oro che gli storici spiegano essere qualcosa di già visto, uno stratagemma che gli antichi imbalsamatori egiziani utilizzavano per garantire al morto di presentarsi di fronte ad Osiride con la certezza di avere i mezzi per esprimere i propri pensieri, e da qui una lingua d’oro. 

Durante gli scavi, condotti da un team di archeologi egiziani e provenienti dalla Repubblica Dominicana, sono state rinvenute in tutto 16 sepolture contenenti innumerevoli tesori, ma il ritrovamento più “curioso” è quello legato alla lingua d’oro.


Le tombe risalgono al periodo immediatamente successivo all’ultima esponente dei faraoni egizi, Cleopatra, e alla conquista dell’Egitto da parte dell’Impero Romano.

 Coeve al regno di Ottaviano, si trovano in una zona sacra caratterizzata da tombe scavate nella roccia, nella quale, durante alcuni scavi precedenti, erano state trovate delle monete d’oro con l’effigie della regina che perse la sua battaglia contro il celebre Augusto.


Ritratto rinvenuto in una delle tombe.

Taposiris Magna è una città relativamente recente per l’antico Egitto. Fondata dal faraone Tolomeo II Filadelfo tra il 280 e il 270 a.C., il nome significa “grande tomba di Osiride”, che Plutarco identifica con un tempio della città.

Fonte : vanillamagazine.it

sabato 30 gennaio 2021

Il lago Titicaca e le isole galleggianti degli Uros


 

Al centro del Titicaca, il lago più alto del mondo, si trovano le isole galleggianti degli Uros che conservano la loro cultura tradizionale intatta così come quando fuggirono dagli Inca

Il Lago Titicaca è il bacino d’acqua che si trova alla maggiore altitudine del pianeta.
Sulle sue acque blu profondo si stagliano i profili della catena montuosa andina e offre uno spettacolo ineguagliabile per singolarità e ricchezza di peculiarità naturalistiche, storia, tradizioni e cultura autoctona degli abitanti delle isole galleggianti degli Uros.

Il Titicaca è il lago navigabile più alto del mondo, questo lago dalle acque di un profondo blu è da sempre la culla delle culture degli altopiani.
Qui vissero prima pukara, tiwanaku e colla, infine gli incas, oggi invece è popolato dai campesinos, i contadini boliviani che praticano un’agricoltura ancora del tutto manuale, le donne colorano il paesaggio lavorando nei campi indossando ampie sottane e cappelli a bombetta

La regione si presenta come un mosaico di cattedrali in rovina, desolati altopiani e campi a scacchiera che si stendono sotto l’imponente sfondo della catena montuosa delle Ande dove i cieli azzurrissimi si alternano alle scure notti gelide.

Il lago si estende tra Perù e Bolivia con una superficie di 8.330 chilometri quadrati a un’altezza di 3.812 metri sul livello del mare.
La sua profondità massima è 281 metri e la temperatura delle sue acque varia dagli 11 ai 14° centigradi, per cui, nonostante l’altitudine elevata, non congela mai.


Il Lago Titicaca è un’importante riserva naturale, creata nel 1978 per proteggere la fauna e la flora di questo particolare ecosistema andino.
Il lago si presenta circondato da una folta vegetazione caratterizzata prevalentemente da “totora”, una specie vegetale che appare di un materiale simile alle canne di bambù e che galleggia sull’acqua.

La riserva ospita anche oltre 150 specie di fauna locale di cui la più rappresentativa è probabilmente costituita dalle specie volatili come: analtre selvatiche, fenicotteri e keñola. Tra i mammiferi, invece, impossibile non citare il lama, splendido esemplare di ungulato che qui viene considerato un animale domestico.

Tuttavia, una vera singolarità che delizia i naturalisti è da considerarsi la rana gigante del Titicaca, la rana acquatica più grande del mondo che arriva a pesare fino a un chilogrammo e può respirare sott’acqua senza avere la necessità di risalire in superficie.
Si tratta, tuttavia di una specie in pericolo d’estinzione poiché la sempre crescente contaminazione delle acque lacustri mette a rischio il suo habitat; inoltre, viene catturata dalla popolazione locale che la smercia nei mercati vicini poiché da questa rana viene recuperato un estratto che viene ritenuto in grado di curare diverse malattie.


Per molti secoli il lago è stato fonte di sostentamento e di sviluppo economico per la regione circostante che oggi cerca, anche grazie al turismo, di preservare la propria cultura e mantenere intatti i paesaggi andini che la caratterizzano.


La leggenda narra che il Titicaca sia il luogo in cui il dio del sole Wiracocha emerse per dar vita a Mama Ocllo e Manco Capac a cui si attribuisce la fondazione dell’impero Inca.
Il nome stesso Titicaca è strettamente legato alla mitologia locale, infatti in lingia quechua significa “puma di pietra”, dove titi sta per puma e kaka si traduce con pietra.

Sulla Isla del Sol si trova proprio la roccia sacra a forma di puma che secondo la leggenda rappresenta il luogo in cui Wiracocha diede vita alla dinastia Inca.

Gli abitanti di questi luoghi sono gli Uros, una popolazione proprio fuggita alle invasioni Inca e che da allora si è rifugiata nelle isole artificiali che si trovano presso il lago.
Gli Uros sfruttano la totora sia per la costruzione delle isole artificiali sia per le capanne che utilizzano come abitazioni sia per realizzare le imbarcazioni, la parte più tenera della pianta, invece, è usata come alimento.


Le piccole isole ospitano ciascuna circa 20 o 30 persone e sono unite tra di loro da collegamenti percorribili costruiti con le canne intrecciate.
L’arcipelago è situato a circa 30 minuti di barca dalla riva e ospita non solo le case ma anche chiese, scuole, infermerie e altri ambienti pubblici.

Quando una famiglia del villaggio decide di spostarsi può semplicemente decidere di tagliare le corde che li lega ai propri vicini e lasciarsi trasportare dalla corrente verso una zona più gradita.


Fonte: meteoweb

venerdì 22 gennaio 2021

L’uomo Osterby e i suoi capelli conservati con il Nodo Suebo


 Anzitutto vediamo chi erano i Suebi. 

Quello dei Suebi (o Svevi) era un popolo di origine germanica proveniente dal Mar Baltico, il “Suebicum mare” dei romani.

 Una definizione accettata, ma molto semplicistica però, sicché, come scriveva il coevo storico romano Publio Cornelio Tacito nella sua opera etnografica dal titolo “De origine et situ Germanorum”, più conosciuta semplicemente come “Germania”, dei Suebi non esisteva un solo popolo con un’unica origine, ma numerose e sparse tribù nella cosiddetta Germania Magna, una vasta area a est dell’antica provincia romana della Germania.


Proprio in “Germania”, parlando dei Suebi, Tacito citava il curioso nodo ai capelli in uso tra queste genti: “È segno distintivo di questa gente ravviare lateralmente i capelli e fermarli con un nodo: in questo modo gli Svevi si differenziano dagli altri Germani e, al loro interno, distinguono gli uomini liberi dagli schiavi […] fino alla vecchiaia si tirano all’indietro le ispide chiome e spesso le legano soltanto in cima al capo. I nobili vi aggiungono qualche ornamento: è un modo per curare, senza malizia, la loro immagine fisica; e non lo fanno per essere più attraenti, ma per sembrare ancora più imponenti e terribili agli occhi dei nemici, quando vanno in guerra”.

Il vecchio Tacito ci parla di un’autentica moda di duemila anni fa.

Approfondiamo, dunque, l’argomento. 

Il Nodo suebo – chiamato in tedesco “suebenknoten” – in voga tra i Suebi, questo variegato popolo di guerrieri germani, consisteva nel dividere i capelli, spesso lunghi, in due ciocche e portarli su un lato del capo per poi fissarli con un nodo, stretto e stabile.

L’uso del Nodo non era dovuto a fattori legati alla vanità o comunque soltanto guidato dalla comodità che comportava, evitando ai guerrieri suebi fastidiosi capelli dinanzi gli occhi durante le cruenti battaglie, ma probabilmente fu scelto anche per il fatto che questa pettinatura rendeva i Suebi più alti, più ieratici e, in qualche maniera, anche più minacciosi di fronte al nemico.

Specifica di fatti Tacito: “La loro attenzione a farsi belli è tutta qui, ma innocente; non si ornano infatti per amare o farsi amare, bensì per accrescere l’imponenza e incutere timore agli occhi del nemico, quando vanno alla guerra”.

Come sosteneva lo storico romano, poi, il Nodo serviva anche a distinguersi tra classi sociali: la tipica pettinatura poteva essere portata soltanto dai guerrieri e dai nobili, mai dagli schiavi o dagli stranieri.


L’esempio migliore di Nodo suebo arrivato ai giorni nostri è quello rinvenuto nel 1948 in una torbiera di Osterby, cittadina del nord della Germania, regione dello Schleswig-Holstein, a una settantina di chilometri dal confine con la Danimarca.

 Quello conosciuto come “Osterby Man” è un cranio perfettamente conservato caratterizzato da una lucente chioma rossiccia (probabilmente divenuta così a causa degli acidi sprigionati in quasi due millenni di riposo) bloccata da un impeccabile Nodo suebo.

 Lo straordinario rinvenimento, il principale esemplare delle cosiddette mummie di palude, è datato tra il 75 e il 130 d.C. e oggi è conservato nelle sale del museo archeologico del castello di Gottorf, una vecchia residenza degli Oldenburg, a Schleswig.

Per ricordare la scoperta, nel suo cinquantesimo anniversario, nel 1998 la cittadina di Osterby ha inserito una rappresentazione argentata del Nodo suebo nella parte inferiore del suo stemma comunale.

Un altro Nodo suebo eccellentemente conservato è stato scoperto pochi anni dopo, nel 1959, a Dätgen, poco più di quaranta chilometri a sud di Osterby, sempre nello Schleswig-Holstein.

 In questo caso, differentemente dal primo rinvenimento, oltre al cranio è stato trovato anche l’intero corpo del cadavere che ha permesso di stabilire la dinamica della morte del suebo: l’uomo, conosciuto come “Dätgen Man”, è stato prima accoltellato, poi decapitato e infine gettato in una fossa per quasi duemila anni.

 Anche questa scoperta è oggi esposta al museo archeologico di Schleswig.

Oltre che sui teschi di questi eccezionali rinvenimenti archeologici, il Nodo suebo è raffigurato su moltissimi monumenti e sculture. Citiamo una statuetta di bronzo conservata al museo romano di Vienna, una maschera di terracotta in mostra al British Museum di Londra, una statuetta germanica esposta al Rheinische Landesmuseum, il museo archeologico di Treviri.


Anche l’Italia ha le sue rappresentazioni di Nodo suebo: alcuni guerrieri con la tipica acconciatura sono identificabili sul Sarcofago di Portonaccio, un sarcofago romano di marmo, alto più di un metro e mezzo, scoperto negli anni trenta del Novecento e riconducibile al 180 circa.

 Con tutta probabilità si tratterebbe della tomba di un generale caduto nel corso delle guerre marcomanniche, il lungo periodo di conflitto tra i romani e i popoli germano-sarmatici dell’Europa continentale (166-189).

 Il Sarcofago di Portonaccio è conservato a Palazzo Massimo alle Terme, la principale delle sedi del Museo nazionale romano.


Altri nodi suebi “italiani”, infine, sono visibili sui rilievi raffiguranti alcuni principi germanici sulla Colonna Traiana, sempre a Roma, su cui è rappresentata la conquista romana della Dacia (101-106), e su un rilievo dell’anfiteatro romano di Pozzuoli.

Fonte: vanillamagazine




lunedì 18 gennaio 2021

Ritrovamento archeologico senza precedenti in Francia: la tomba di un bambino con il suo cagnolino risalente al tempo dei Galli


 E’ una scoperta archeologica di quelle destinate a far parlare di sé, ma anche a far luce su lontano passato.

 In Francia è stata rinvenuta la tomba di un bambino sepolto con un cagnolino nel I secolo d.C.. Si tratta della rara testimonianza di un antico rito funebre della popolazione dei Galli.


 Durante gli scavi effettuati in un sito nei pressi dell’aeroporto di Clermont-Ferrand-Auvergne, ad Aulnat, gli archeologi dell’Inrap (Institut national de recherches archéologiques préventives) hanno portato alla luce una sepoltura che ospitava i resti di un bimbo, inumato con una notevole serie di offerte funebri tra cui stoviglie, fibule, anfore, lampade votive.

 Al momento della morte il bambino aveva poco più di un anno e i suoi resti erano accompagnati anche da quelli di un cucciolo di cane, dotato di collare e campanello.


La scoperta è fondamentale perché getta nuova luce sulle conoscenze delle pratiche funebri gallo-romane legate alla mortalità dei bambini piccoli. 

“Ciò che è particolarmente eccezionale è che tutti gli oggetti erano disposti intorno ai resti del bambino“, hanno spiegato gli archeologi. In particolare erano stati disposti una ventina di contenitori, per lo più vasi e balsamari, ma anche pezzi di macelleria, un mezzo maiale e due galline.

 Nella tomba sono stati trovati anche un perone e un dente da latte, probabilmente appartenenti a un membro della famiglia del piccolo defunto.

 La presenza del cane, sepolto vicino al bambino in una cosiddetta tomba “di accompagnamento” non ha stupito gli archeologi: si tratta di una pratica funeraria già ben documentata.

 Ad essere particolarmente interessante è la scoperta della collana dell’animale, circondata da una targhetta in bronzo, e del suo campanello: non ha precedenti.


Fonte: meteoweb.eu

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