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sabato 5 settembre 2020

Il gioiello più prezioso del medioevo fu trovato per caso fra le rovine del Castello di Middleham


Il “Gioiello di Middleham” è una preziosa opera di oreficeria medioevale inglese, l’unico del suo genere mai ritrovato. 
Non si tratta solo di un gioiello, ma di un oggetto con valenze religiose e scaramantiche. 

Il suo ritrovamento avvenne casualmente nel 1985, grazie all’uso di un metal detector, nei pressi del Castello di Middleham (Yorkshire), dove trascorse l’infanzia Riccardo III.


La preziosità del gioiello, oltre che dallo zaffiro blu, è data dalle incisioni che occupano sia la parte anteriore che quella posteriore della losanga in oro. 


Lo zaffiro blu, colore associato alla Madonna, così come la scena della natività, costituisce probabilmente un omaggio a Maria, e forse il pendente veniva indossato con la funzione di aiuto al parto. Alla pietra preziosa erano comunque attribuite anche altre proprietà medicinali, come generica protezione dalle malattie, e in particolare da ulcere, problemi con la vista, mal di testa e balbuzie. 

 Quasi certamente la losanga in oro era ulteriormente impreziosita da una fila esterna di perle, e forse decorata con smalti colorati. 
Il supporto dello zaffiro può rappresentare il cerchio del sole, ma può anche essere un rimando alla lettera ‘O’, l’omega greco che simboleggia la fine, il completamento delle cose.




Sul lato frontale è raffigurata una scena della Trinità, tra cui la crocifissione di Gesù, e un’iscrizione con la frase “Che l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo abbia pietà di noi”. 

Seguono poi due parole ritenute ‘magiche’, Tetragrammaton e Ananizapta: quest’ultimo termine serviva a proteggere le persone dall’epilessia e dall’ubriachezza. 


 Sul retro del gioiello c’è un’incisione della Natività, circondata da quindici santi, non tutti identificabili, ma tra i quali si può riconoscere San Giorgio, San Pietro, Sant’Anna e altri meno conosciuti.
 Questo tipo di gioiello si può vedere in diversi dipinti che ritraggono nobildonne del XV secolo, ma è l’unico pendente di questo tipo che sia mai stato ritrovato. 


La preziosa losanga risale all’incirca al 1475, e si suppone, proprio per la scena della Natività, che appartenesse a una donna di fede, che forse non era in grado di avere figli. 
Tra le probabili proprietarie del gioiello si possono considerare le parenti stretti di Riccardo III: sia la moglie Anne Neville, sia la madre Cecily Nevile, ma in alternativa anche la suocera, Anne Beauchamp, sicuramente presente al castello nel 1473. 


 Il gioiello, che nel 1986 venne battuto ad un’asta da Sotheby per una cifra vicina al milione e mezzo di sterline, fu dichiarato inesportabile, e quindi acquistato, grazie a una raccolta fondi, dallo Yorkshire Museum, che nel 1992 riuscì a raggranellare 2,5 milioni di sterline per accaparrarsi questo prezioso cimelio risalente a quella lontana epoca in cui anche le guerre avevano nomi gentili: Riccardo III morì, nel 1485, nella battaglia che pose fine alla Guerra delle due Rose.
 In realtà il nome non si deve certo al profumato fiore, ma ai simboli araldici delle due casate in lotta.

 Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 31 agosto 2020

La Casina delle Civette: un regno fantastico nel cuore di Roma


La Casina delle Civette si trova all’interno del parco di Villa Torlonia, possedimento di una ricchissima famiglia dalle origini francesi, divenuta potente nel Settecento grazie all’istituzione di una banca– la Banca del Fucino – che la famiglia possiede ancora oggi e che in passato rese possibile la loro ascesa al potere.

 Tra il 1908 e il 1914 principe Giovanni Torlonia Jr. fece edificare all’interno della sua tenuta in Via Nomentana un casino molto particolare, affinché rispecchiasse completamente la natura curiosa del principe, uomo solitario, malinconico, che mai si sposò o ebbe eredi.


A prima vista vi sembrerà di trovarvi di fronte ad una casetta emersa direttamente da una delle storie dei fratelli Grimm: una casa delle fiabe con logge, balconcini, parapetti, arcate e tanti piccoli avancorpi uno addossato all’altro.

 Il principe seguì direttamente i lavori, consigliando e pilotando gli architetti chiamati a lavorare alla sua realizzazione, Enrico Gennari, Venuto Venuti e soprattutto Vincenzo Fasolo.


 Definirlo un edificio di stile Liberty è riduttivo, perché vi è una mescolanza di stili tipici di tutte le differenti fasi architettoniche: reperti romani incastonati nelle pareti, mascheroni grotteschi, finestrelle gotiche, loggette rinascimentali… La fantasia è la vera protagonista: mescolanza di materiali che confondono e portano colore e movimento all’intero edificio.


Ma perché “Casina delle “Civette”? La presenza ossessiva proprio del tema delle civette negli elementi decorativi più disparati – stucchi, maioliche, vetrate, stoffe da parati e oggetti di arredo – fu ciò che diede il nome alla residenza del principe Torlonia, di cui si hanno pochissime informazioni, ma che il motto inciso sopra la porta di ingresso aiuta a inquadrare: “Sapienza e Solitudine”.


È però entrando che si raggiunge l’estasi.

 Le stanze, che in parte ancora conservano l’aspetto originario nonostante i pesantissimi danneggiamenti subiti durante la Seconda Guerra Mondiale, presentano delle vetrate coloratissime realizzate dal laboratorio allora prestigiosissimo di Cesare Picchiarini, chiamato “Mastro Picchio”. 

L’artista, abilissimo nella realizzazione delle vetrate, chiamò a lavorare insieme a lui alcuni disegnatori straordinari, tra cui Dulio Cambellotti, Paolo Paschetto e Umbero Bottazzi. 
Il gruppo diede vita a capolavori di straordinaria bellezza, dai temi più disparati: non possono certamente mancare le civette, ma anche serie di rondini in volo leggiadre e spensierate, cigni e pavoni, edere rampicanti, tralicci d’uva e un romanticissimo balcone delle rose, la cui vista quasi porta a sentire il loro inebriante profumo.











La Casina è oggi un museo dedicato all’arte della vetrata e alle pareti sono esposti i numerosissimi cartoni dei disegni preparatori realizzati dal gruppo, che permettono di comprendere quanto sofisticata ed elevata a livello tecnico fosse la loro arte, documentando, come nessuna altra residenza è in grado di fare, la perizia e l’abilità esecutiva raggiunta proprio da questi artisti nei primi anni del Novecento.
 Insomma, una visita che coinvolgerà tutti i sensi, destando stupore continuo, perché ogni volta che si torna a visitare la Casina si notano particolari nuovi e sensazionali. 


 Fonte: nonsoloturisti.it

martedì 25 agosto 2020

Apre per la prima volta in 300 anni Sipson Island: “E’ come un giardino segreto”


Aperta al pubblico per la prima volta in 300 anni. Sipson Island è un'isoletta al largo di Cape Cod, in Massachusetts. 
E' di proprietà privata dal 1711, da quando il popolo Monomoyick l'ha «venduta» a 11 coloni inglesi. Ma lo scorso giugno è stata acquistata da un Trust appositamente creato per farla tornare accessibile al pubblico. 
 Un obiettivo raggiungo proprio in questi giorni, grazie alle donazioni private arrivate da tutto il mondo, raccolte dal Friends of Pleasant Bay e dal Compact of Cape Cod Conservation Trusts: stiamo parlando di 5,3 milioni di dollari, 4,48 milioni di euro, raccolti dal 2018, da quando l'isolotto è stato messo sul mercato.


Sipson Island è raggiungibile da est in barca privata e da ovest in kayak o paddle board, grazie a 15 punti di accesso pubblici allestiti intorno a Pleasant Bay.

 I nuovi proprietari consentono solo alle barche sotto i 22 piedi di approdare, per proteggere la vita marina e l'habitat che questi anni senza turismo hanno indirettamente tutelato. Ma sarebbe stato un peccato lasciarla così com'era: inaccessibile e irraggiungibile. «Siamo così entusiasti di accogliere i visitatori in questo luogo straordinario», ha affermato la presidente del Trust, Tasia Blough. «Mentre preparavamo l'isola per l'apertura, siamo rimasti costantemente stupiti dalla vasta gamma di bellezze che ha da offrire. È come aprire un giardino segreto: ci sono così tanti posti da esplorare e non vediamo l'ora di condividerli con tutti».


Otto acri sulla proprietà non sono ancora del Sipson Island trust, ma l'ente spera di poter raccogliere ora i fondi anche per acquistare quell'ultimo spicchio rimasto privato grazie alle attività turistiche che verranno proposte sull'isola.
 In questo primo periodo, l'isola è aperta alle escursioni via terra e via acqua, o anche solo come meta per giornate al mare o picnic. Per il futuro l'isola ospiterà anche un centro di ricerca storico e ambientale. 

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 29 luglio 2020

Riparte il Bernina Express, il trenino rosso sulla tratta alpina più alta e panoramica d’Europa


Tutti in carrozza! 
Riparte il Bernina Express, il treno rosso sulla tratta ferroviaria alpina più alta che porta attraverso un favoloso percorso da Tirano, in Valtellina, fino a St. Moritz, in Engadina, nel Canton Grigioni, a sud delle Alpi svizzere. 

Con vista sul massiccio del Bernina, il ghiacciaio del Morteratsch, i tre laghi Lej Pitschen, Lej Nair e Lago Bianco, l’Alpe Grüm e sul viadotto elicoidale di Brusio, dalle moderne carrozze panoramiche si può godere di una vista a 360° su un panorama alpino mozzafiato.






Qui, su Qui, su un tracciato costruito agli inizi del secolo scorso a scopi turistici, il picco massimo arriva 2.253 metri, tanto che questa linea è considerata una delle più ripide al mondo, con il suo 7% di pendenza tra 55 gallerie e 196 ponti. 
Un tracciato costruito agli inizi del secolo scorso a scopi turistici, il picco massimo arriva 2.253 metri, tanto che questa linea è considerata una delle più ripide al mondo, con il suo 7% di pendenza tra 55 gallerie e 196 ponti.


Dall’Ospizio Bernina, il punto più alto della Ferrovia retica (la linea ferroviaria di montagna composta da più tratte, tra cui quella dell’Albula e proprio quella del Bernina, e inserite nel 2008 nel World Heritage List dell’UNESCO), al ghiacciaio del Piz Bernina, fino alla splendida e caratteristica St. Moritz, all’alta Engadina e alla vallata del fiume Inn, salire su questo treno panoramico almeno una volta nella vita varrà sicuramente la pena.

 GERMANA CARILLO

Una scarpa antica 2.300 anni trovata sui Monti Altaj in Siberia, perfettamente conservata


L’archeologia è una materia di grande fascino sia per gli studiosi che per molte persone comuni.
 Nuovi reperti archeologici possono aiutare a comprendere sempre meglio il nostro passato e quello di altre culture, e capire così il nostro presente. 

Trovare dei reperti antichi migliaia di anni in buono stato di conservazione è piuttosto difficile, a meno che si tratta di oggetti fatti di materiali che resistono al tempo. 
Per questo, la scoperta di una scarpa scita di 2.300 anni fa è stata sensazionale, tanto quanto quella di una scarpa romana antica 2.000 anni trovata in Germania.
 Si tratta di uno stivaletto da donna rinvenuto sui Monti Altaj in Siberia insieme ad altri straordinari reperti come gioielli, armi e persino cibo.
 Una curiosità: la suola della calzatura, fatta di morbida pelle rossa, è ornata con dei cristalli di pirite.


Gli antichi Sciti erano un popolo nomade che attraversava il continente eurasiatico.
 Si ritiene che il luogo dove è stata ritrovata la scarpa, anche per la presenza degli altri oggetti, fosse un sepolcro.
 Come avveniva in altre antiche civiltà e culture, questi nomadi seppellivano i loro morti insieme ad alcuni beni e oggetti ritenuti essenziali affinché li accompagnassero nel loro viaggio verso l’aldilà. 


 Gli sciti in genere costruivano strutture di legno nel terreno, simili a una capanna, per ospitare i loro morti, e ogni corpo era collocato all’interno di una bara di legno insieme ai loro beni.
 Questa struttura, insieme al permafrost dei Monti Altai, ha conservato lo stivale per millenni.


Molta curiosità ha destato la decorazione della suola di questa scarpa.
 Secondo gli storici, gli Sciti socializzavano spesso davanti a un fuoco, attorno al quale si sedevano in ginocchio; per questo la suola era visibile agli altri membri della comunità e faceva quindi parte dell’abbigliamento.
 Secondo un’altra teoria, invece, questo stivaletto veniva realizzato esclusivamente in occasione della sepoltura dei morti, il che spiegherebbe anche il perfetto stato della suola.


 Fonte: keblog.it

martedì 28 luglio 2020

Trovato il relitto di una nave romana a Marausa


Il mare siciliano nasconde ancora tantissimi tesori antichi che aspettano ancora di essere scoperti.
 La Soprintendenza del Mare ha individuato il relitto di una nave romana oneraria, ovvero addetta ai trasporti commerciali, nello specchio d’acqua antistante Marausa, in provincia di Trapani.

 Il ritrovamento, realizzato con la collaborazione della Capitaneria di porto di Trapani, è avvenuto grazie alla segnalazione di un relitto con anfore da parte di Francesco Brascia, dipendente del ministero della difesa del Terzo stormo Trapani-Birgi. 
 L’intervento è stato coordinato dal responsabile del gruppo subacqueo della Soprintendenza del mare, Stefano Vinciguerra, e da alcuni esperti collaboratori che sono stati assistiti dal Battello GCB36, con il comandante Giuseppe Giacalone. 


 L’immersione si è svolta a circa 60 metri dalla costa, dove è risultata subito visibile una porzione di circa dieci metri di un relitto.
 Proprio tra la sabbia sono stati individuati innumerevoli frammenti di anfore.
 La Sopmare ha già prelevato tre reperti per le indagini diagnostiche: di questi uno presenta sull’orlo un’iscrizione, l’altro sotto il collo porta incise due lettere A e F e il terzo è una porzione di anfora contrassegnata da un’incisione che ricorda una torre. 


 “I reperti prelevati dalla nave, orli di anfora africana, sono attestabili alla tarda età imperiale“, ha spiegato, nelle parole riportate dall’Ansa, la soprintendente del mare Valeria Li Vigni. “Proseguiremo le ricerche di questo relitto di cui si vede parte del fasciame e alcune ordinate, oltre numerosi frammenti di anfora.


 Le anfore venivano utilizzate per il trasporto di derrate alimentari; ciò confermerebbe la presenza di un emporium, come aveva già ipotizzato Sebastiano Tusa al momento della scoperta del primo relitto di Marausa, recuperato a 500 metri di distanza e oggi esposto al Baglio Anselmi di Marsala“. 

 Fonte: passionesicilia.it

venerdì 24 luglio 2020

Santa Maria di Leuca: il luogo dove lo Ionio e l’Adriatico si abbracciano


Nei pressi di Santa Maria di Leuca, vicino al promontorio di punta Melisio, esiste una zona di mare in cui il confine tra Ionio e Adriatico in alcuni giorni è davvero ben visibile.

 La diversa salinità dell’acqua porta ad una differenza della colorazione delle acque dei due mari, che rende possibile individuare una vera e propria linea di demarcazione cromatica. Il confine ufficiale tra mar Ionio e mar Adriatico in realtà è rappresentato dal canale di Otranto, ma lo spettacolo dell’incontro delle acque dei due mari con i loro colori ben distinti vicino a Santa Maria di Leuca, secondo chi ha potuto ammirarlo, è davvero imperdibile.




L’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale di Trieste ha confermato che le differenze della salinità dell’acqua tra i due mari portano alla formazione di diverse colorazioni e correnti e ad uno scambio di acque e di specie marine che influenza tutto il Mediterraneo.

 Santa Maria di Leuca è una località situata nel punto più estremo della regione. 
Da secoli racchiude lo straordinario segreto dell’incontro tra le acque dello Ionio e dell’Adriatico.
 Un fenomeno simile si può ammirare soltanto in pochi altri luoghi del mondo, ad esempio nel golfo dell’Alaska, in Nuova Zelanda e in Grecia. 

 Quando le condizioni climatiche sono favorevoli, gli abitanti e i turisti possono osservare distintamente il confine tra le acque e fotografarlo.
 L’osservazione è più semplice in assenza di foschia. 


 Questi luoghi sono stati per secoli un punto di partenza per la nascita di numerose leggende dato che le popolazioni del passato credevano che proprio punta Meliso, nelle vicinanze di Santa Maria di Leuca, fosse uno dei confini più estremi della Terra, un vero e proprio Finis Terrae.

 Ecco perché ancora oggi questo luogo ci appare ancora come a dir poco magico. 

 MARTA ALBÈ

lunedì 20 luglio 2020

L’unico posto sulla Terra dove la pangea esiste ancora


L'unico posto al mondo in cui si può guardare con i propri occhi la pangea.
 Ecco qual è l'unicità di Cliffs of Fundy, la scogliera canadese che mostra ancora oggi gli effetti delle antiche forze geologiche che hanno plasmato, e continuano a farlo, la frastagliata costa atlantica.
Sebbene la baia di Fundy della Nuova Scozia non sia così conosciuta, è un vero cumulo di tesori geologici. 
Ecco perché l'Unesco l'ha inserita fra i Global Geopark, una rete di 161 siti in 44 paesi che custodiscono silenziosamente la storia del nostro pianeta.


«Non c'è nessun altro posto sul pianeta Terra in cui è possibile vedere com'era il paesaggio 300 milioni di anni fa, ai tempi della Pangaea, così come gli effetti della sua rottura di 100 milioni di anni dopo, ovvero la nascita del mondo moderno», ha affermato il geologo John Calder. 

 The Cliffs of Fundy racconta la storia dell'incontro del supercontinente e della sua demolizione, fra scogliere a strapiombo sul mare, spiagge di fossili, crateri e insenature, fra cui si nasconde la dimora dei leggendari Glooscap e Malsumis, mitologici gemelli con il potere di creare, rispettivamente, un mondo buono e il suo opposto.




Le scogliere di questo litorale si estendono lungo 165 chilometri e sono state create dalle più alte maree della terra, con picchi alti come palazzi di cinque piani. 

Le fredde acque del Nord Atlantico hanno scolpito le antiche rocce, dalle cui fratture sono emersi grandi flussi di lava incandescente. Ogni angolo di questo posto trasuda storia, e ci si può casualmente imbattere in cimeli preziosissimi, così come capitato pochi giorni fa a una signora che si è trovata sotto i piedi un fossile di 310 milioni di anni fa. 


 Fonte: lastampa.it

mercoledì 15 luglio 2020

Stuart Sutcliffe: la drammatica storia del quinto Beatle dimenticato


Certamente ci sarebbe qualcosa di strano se qualcuno dicesse di non conoscere i Beatles, forse il gruppo musicale più famoso della storia. 
Il gruppo di Liverpool formatosi alla fine degli anni ’50 ebbe il potere di entusiasmare tutto il mondo ottenendo un successo travolgente durante il boom degli anni ’60, mentre era in atto una ripresa importante dopo la guerra. 
 I membri del gruppo li conosciamo tutti, il fondatore John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, ma una delle curiosità che tende a rimanere nell’ombra riguarda il processo di formazione della band, quando ne faceva parte un quinto membro. Sì, nel gruppo che poi divenne leggendario c’era anche Stuart Sutcliffe, il quinto Beatle dimenticato.


Stuart Sutcliffe, da tutti chiamato Stu, nasce ad Edimburgo il 23 giugno 1940, e già da piccolo dimostra una certa sensibilità per l’arte. 
Durante un’infanzia non particolarmente felice, con un padre assente per lavoro (imbarcato con la marina mercantile) e violento nei confronti della moglie durante quel poco di tempo che si trovava in famiglia, il piccolo Stu è sempre al fianco della madre per consolarla. 

 Stu non ha difficoltà durante gli anni della scuola, e dopo il liceo si iscrive al Liverpool College of Art dove emerge subito il suo talento artistico, sia nei lavori di base sia nel riprodurre gli stili dei classici come quello di Michelangelo.
 Il suo talento artistico è innato e il suo insegnante, Arthur Bellard, lo definisce “rivoluzionario”. 

Ammirato anche dai suoi compagni per la sua intelligenza, ha il fascino tipico del ragazzo colto e interessato a diversi argomenti tra cui anche il cinema.
 Stuart mira ad arricchire le sue conoscenze e ha l’opportunità di farlo al pub Ye Cracke, insieme al suo insegnante Arthur e pochi altri studenti. 
Al pub si forma un gruppo di intellettuali chiamato i Dissenders che segue l’esempio della Beat Generation negli Stati Uniti.
 Stu inizia a farne parte e in quest’occasione conosce Bill Harry, che diventerà giornalista e scrittore, il pittore Rod Murray e John Lennon, un musicista che da poco aveva messo insieme un gruppo musicale.

 Come tanti altri, Lennon è subito attratto dall’originalità di Stuart, e un po’ alla volta i due stringono una profonda ma anche tempestosa amicizia. 
Tramite Stu, c’è la possibilità di apprendere qualcosa di nuovo, infatti Lennon viene a conoscenza di svariati aspetti dell’arte di Van Gogh e degli impressioni francesi.


Poco dopo, nel 1959, Stu, Murray e Lennon decidono di condividere un appartamento di Gambier Terrace che diventa luogo di diverse attività artistiche.
 Questo luogo è un altro centro per dibattiti culturali dove si svolgono anche le prove del gruppo musicale di Lennon, e una stanza resta riservata all’attività artistica pittorica di Stu.

 In quel periodo uno dei suoi dipinti viene esposto alla mostra biennale che si svolge alla Walker Art Gallery di Liverpool. 
Nel mentre Stuart comincia a frequentare l’ambiente musicale della città e il gestore del locale Jacaranda gli commissiona un murales per il club che Stu completa in collaborazione con Murray. 

 Intanto Stuart ha conosciuto anche Paul McCartney il quale, insieme a John, lo convincono ad acquistare un basso elettrico per poter suonare nel loro gruppo, e così Stuart entra a far parte del gruppo che poi sarà conosciuto come i Beatles. 

Preso dall’entusiasmo per la musica lascia gli studi delle arti figurative e va ad Amburgo come bassista. 
Lì incontrano tre ragazzi tedeschi interessati all’esistenzialismo, tra cui c’è la fotografa e stilista tedesca Astrid Kirchher. 

Astrid comincia a lavorare con il gruppo di Liverpool scattandogli una serie di foto artistiche, e anche lei rimane attratta dal fascino di Stu e ben presto ne diventa la fidanzata. 
Gli scatti della fotografa ottengono un buon successo, e durante le sessioni la donna suggerisce di cambiare stile ai membri, dandogli la “forma” con la quale sono passati alla storia. 
Il primo a cambiare pettinatura dietro consiglio di Astrid è proprio Stu, tagliandosi i capelli con un ciuffo che copre la fronte e l’abbigliamento in un giubbotto di pelle e stivaletti a punta, una moda che viene adottata anche dagli altri membri del gruppo.


Nonostante la buona volontà di apprendere di Stuart il talento musicale non eguaglia quello pittorico. 
Quando suona il basso non ne ha piena padronanza tanto che gli altri Beatles arrivano a suggerirgli di suonare dando le spalle al pubblico per non mettere in evidenza il suo disagio con lo strumento. 

Stu non è innamorato della musica, e lo spiega bene George Harrison:
“Stu non aveva mai scelto di dedicarsi alla musica, si presentava bene ma non era mai stato del tutto convinto di diventare un musicista”.


Purtroppo la sua mancanza di talento musicale causa un crescente disaccordo con gli altri Beatles, in primis con John Lennon.
 I due si trovano al club londinese Top Ten, quando cominciano a litigare furiosamente e quello che ha la peggio è Stuart.
 L’episodio è raccontato in un diario scritto a mano dello stesso Stuart in cui spiega l’accaduto. 

 Un mese dopo questa lite, a giugno del 1961, Stuart lascia definitivamente il gruppo, e mentre i Beatles ritornano a Liverpool lui resta ad Amburgo per amore di Astrid e riprende gli studi artistici.


 L’anno seguente iniziano alcuni problemi di salute per Stu, che accusa forti mal di testa e svenimenti e una cecità temporanea.
 Le sue condizioni continuano a peggiorare ma nessuno dei medici che lo visita (torna anche in Inghilterra per analisi più approfondite) fa una diagnosi corretta, e il 10 aprile del 1962, mentre si trova nell’ambulanza che lo sta trasportando in ospedale, a ventuno anni Stuart Sutcliffe muore.
 La causa di morte è: Una paralisi celebrale dovuta a un’emorragia nel ventricolo destro del cervello
 L’esame autoptico ha rivelato che, al momento del decesso, nel cervello di Stuart si stava sviluppando un tumore per via di una pregressa frattura cranica.

 In base al racconto del manager dei Beatles Alan Williams, Stu era stato vittima di un pestaggio avvenuto fuori dal Latham Hall di Liverpool dopo un’esibizione nel 1961. 
Stu è stato aggredito e picchiato con tale forza che è stato necessario l’intervento di Lennon e di Pete Best (batterista prima di Ringo Starr) per liberarlo dai suoi aggressori.

 Dopo la morte di Stuart, sua sorella Pauline Sutcliffe scrive un libro intitolato “Beatles’ Shadow”, in cui fa una serie di rivelazioni/bomba. 
Nel libro Pauline parla di una presunta relazione omosessuale tra Stuart Sutcliffe e John Lennon. 
Oltre a sostenere che Lennon fosse omosessuale e che avrebbe avuto altre relazioni omosessuali (in seguito, l’omosessualità di Lennon è stata smentita dalla moglie Yoko Ono), lo ritiene responsabile per la morte di Stu in quanto, secondo l’opinione della sorella, sarebbe stato lui a sferrare un calcio in testa al fratello durante una lite. 
Il libro racconta anche della rivalità tra Stuart e Paul McCartney, con George Harrison presente nella veste di paciere.


La carriera musicale di Stuart Sutcliffe è stata breve ma significativa e, anche se di lui non si parla molto, quando riaffiora il suo nome è spesso ricordato come (insieme a Pete Best) il quinto Beatle, per sottolineare la sua importanza nella storia della formazione dei Beatles. 
 Il nome del gruppo è infatti da attribuire proprio a Stuart.

 Secondo il giornalista Bill Murray, che ha avuto modo di frequentare i Beatles durante i loro primi anni come gruppo musicale, il nome è stato suggerito prima da Stuart, riferendosi al gruppo musicale di Buddy Holly chiamato The Crickets (I Grillini). Il quinto Beatle però ha fatto un gioco di parole cambiando una lettera: da Beetles che significa coleottero, scarabeo, ha sostituito un “e” con la “a” diventando Beatles (beat) che significa ritmo, battito, il termine con cui si descriveva la musica che era di moda in quel periodo. 
Anche la sperimentazione del cambio delle lettere nel nome è riportata nel diario di Stuart. 


 Il suo destino è stato infelice, come un astro bruciato troppo velocemente nel firmamento delle stelle. 

 Fonte: vanillamagazine.it

martedì 14 luglio 2020

Il monte Fanjingshan e i due templi alle porte del cielo


Red Clouds Golden Peak, questo è il nome della guglia di roccia che si eleva sopra le nuvole del Monte Fanjingshan, la vetta più alta della catena montuosa dello Wuling situata a sud-ovest della regione cinese di Guizhou.
 I due templi, uno dedicato a Buddha e l’altro a Maitreya, sono separati da una stretta gola e collegati tra loro da un ponte.

 Seduti sulla cima di questa meraviglia naturale, ad oltre cento metri di altezza, sono raggiungibili attraverso una scalinata di circa 8000 gradini. Una fatica ricompensata da una vista mozzafiato.




Costruiti tra il XII e il X secolo, dopo la dominazione della dinastia Tang, sono ritenuti uno dei luoghi buddisti dove raggiungere l’illuminazione spirituale. 

I templi, insieme a molti altri siti sacri, furono parzialmente distrutti e saccheggiati durante le varie ribellioni verso la fine del 1500, ma poi prontamente restaurati. 


 Il Fanjingshan, entrato a far parte del Patrimonio dell'Umanità Unesco nel 2018, è considerato il monte più ricco di biodiversità della Cina, una delle ultime foreste sub-tropicali della terra che conta ben 48 templi arroccati su straordinarie formazioni rocciose che sembrano toccare il cielo.

 La riserva naturale di Fanjingshan è circondata da ettari di natura selvaggia e rappresenta l’unico habitat di molte specie animali e vegetali in via di estinzione.
 Si tratta di una zona caratterizzata dalla presenza di oltre 4.395 varietà di piante e ben 2.767 esemplari animali, alcuni dei quali unici al mondo. 
Un ecosistema perfetto che si estende su una superficie di 567 km quadrati, a un’altitudine che varia tra i 500 e i 2570 metri sul livello del mare. 


 Fonte: mybestplace
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