mercoledì 30 gennaio 2019
Un ingegnere ha inventato il portachiavi lampeggiante che salva la vita ai pedoni
Flare è una torcia in miniatura arricchita da diverse sorgenti di luce.
Riprendendo le luci a bordo delle biciclette – preziose per la visibilità di chi pedala nelle ore notturne – l’ingegnere Carmelo Fallauto ha messo a punto un portachiavi in miniatura che, acceso, diventa un lampeggiante per incrementare la sicurezza dei pedoni.
Da chi cammina o staziona ai bordi della strada in attesa del bus, agli sportivi che si concedono una corsa serale, fino a chi si trova ad attraversare un incrocio, il dispositivo sarà utile a tutti: è elementare nell’uso, poiché è sufficiente tenere premuto un pulsante sulla parte anteriore per accendere la luce rossa o quella bianca (da 100 lumen), mentre in caso di necessità sul posteriore si può attivare un laser o raggi ultravioletti (sono tre le versioni disponibili).
Con una batteria agli ioni di litio ricaricabile via Usb e la possibile aggiunta di accessori come braccialetti elastici, supporto per la bicicletta, anello e moschettone, Flare ha superato i 20mila euro prefissati nella raccolta fondi su Kickstarter e si può prenotare a 19 euro, con spedizione in programma a maggio.
Fonte: wired.it
Dubai sfida Singapore per la piscina a sfioro più alta del mondo
Una nuotata a 200 metri sopra l’iconica palma di Dubai.
Lo skyline dell’emirato presto si arricchirà di un nuovo grattacielo di 52 piani con una incredibile infinity pool al cinquantesimo piano. La Palm Tower sta sorgendo proprio di fronte all’isola artificiale di Palm Jumeirah, quella del Burj al- Arab, il grattacielo a forma di vela simbolo di Dubai.
I primi 18 piani faranno parte dell’albergo St. Regis Dubai, gli altri saranno appartamenti e uffici. Ma la vera particolarità saranno le tre piscine che il resort gestirà sul tetto del grattacielo, inclusa una vertiginosa piscina a sfioro che circonderà il terzultimo piano della torre, con una vista a 360 gradi sulla costa.
La data di inaugurazione non è stata ancora rivelata, ma l’impresa ha tutti i numeri per far già parlare di se: ci vorranno 930 mila litri d’acqua per riempire la piscina di 775 metri quadrati che si troverà al cinquantesimo piano, pronta a guadagnarsi il record di piscina più alta del mondo, essendo una manciata di metri più su
lunedì 28 gennaio 2019
Le misteriose sfere di ferro che ricoprono lo Utah
Milioni di piccole sfere di ferro incastonate nella roccia o liberamente radunate in cavità del terreno.
Queste incredibili formazioni si chiamano Moqui Marbles: si trovano in grandi quantità nella lande desertiche dello Utah, negli Stati Uniti occidentali, dove sono conosciute come pietre degli sciamani, ma incredibilmente anche a 57.590.630 chilometri dalla Terra, su Marte.
La scoperta di sfere molto simili a quelle di Moqui, poi ribattezzate Martian Blueberries (mirtilli marziani), si deve alle immagini inviate sulla Terra dal rover Opportunity della Nasa.
Una somiglianza stupefacente, per delle «pietre» considerate da sempre speciali.
Queste concrezioni di ferro hanno dimensioni che variano da due a dieci centimetri, con eccezioni anche decisamente più grandi.
Non tutte sono perfettamente sferiche, ma nella maggior parte dei casi sembrano delle biglie con al loro interno un cuore di arenaria navajo, la sabbia rossa che da 180 a 190 milioni di anni fa ricopriva Utah, Arizona, Colorado, Wyoming, Idaho, Nevada e New Mexico.
A fare da «scudo», e a conferire il colore nero, uno strato molto sottile di ematite, minerale del ferro.
Moqui è la parola con cui la tribù indiana Hopi chiamava i morti: leggenda vuole che gli spiriti degli antenati tornino di notte sulla Terra per giocare con queste sfere per poi lasciarle al mattino vicino ai loro parenti per rassicurarli.
Sono conosciute con decine di nomi differenti, da Indian Balls a Navaho Cherries.
Ma nonostante le credenze non hanno nulla di surreale e sono opera di Madre Natura.
Fonte: lastampa.it
venerdì 25 gennaio 2019
Arrivano le prime uova prodotte senza uccidere pulcini maschi
In Germania sono già in vendita nei supermercati delle catene Rewe e Panny.
Si tratta delle uova – le prime al mondo – prodotte senza sacrificare alcun pulcino maschio.
Già, perché negli allevamenti intensivi di galline ovaiole i pulcini di sesso maschile sono considerati un sottoprodotto: non depongono uova e allevarli per la carne è antieconomico.
Dunque, appena nati, vengono tritati vivi e destinati alla produzione di mangime animale.
L’azienda tedesca Seleggt ha però messo a punto una soluzione per evitare questa inutile – e crudele – mattanza che ogni anno, solo in Germania, causa la morte di oltre 47 milioni di pulcini maschi.
Le uova salva pulcino sono frutto di anni di studio.
Come spiegato in un video dalla stessa azienda, il sistema permette di individuare il sesso del pulcino prima della schiusa delle uova. Tra l’ottavo e il decimo giorno di incubazione alle uova è praticato un microforo da dove viene estratto il liquido.
Il sistema funziona un po’ come un test di gravidanza: se lo stick diventa rosso il pulcino sarà di sesso femminile. Se diventa blu, si tratterà di un maschio.
In questo caso, l’uovo viene scartato e destinato alla produzione di mangime animale.
Infine, vengono fatte schiudere solo le uova contenenti pulcini femmina.
E i costi? Secondo l’azienda, l’impiego di questo metodo costa, al consumatore finale, 1 o 2 centesimi di Euro in più a uovo.
FONTE: RIVISTANATURA.COM
giovedì 24 gennaio 2019
Isola di Pasqua, svelato il mistero dei Moai: segnalavano la presenza di acqua potabile
Uno dei misteri più affascinanti dell'Isola di Pasqua potrebbe essere vicino alla soluzione.
Un nuovo studio ha rivelato che le celebri statue dei Moai furono costruite in prossima di fonti d'aqua dolce.
A sostenerlo è un team di ricercatori guidati dall'antropologo Carl Lipo della Binghamton University, che ha studiato le potenziali relazioni tra luoghi di costruzione, orti agricoli, vicinanza al mare e fonti di acqua dolce, le tre risorse più importanti di Rapa Nui. L'isola è nota per la sua elaborata architettura rituale, in particolare per le sue numerose statue, i moai, e le piattaforme monumentali che le sostenevano, chiamate ahu.
Da tempo, gli scienziati di tutto il mondo cercavano di capire il significato di questi emblematici volti e soprattutto il motivo della loro posizione in determinate località dell'isola, considerando anche il tempo e l'energia necessari per costruirli.
I risultati della nuova ricerca sembrano gettare nuova luce sul mistero e suggeriscono che le posizioni delle ahu sono dovute alla vicinanza alle limitate fonti d'acqua dell'isola.
"La questione della disponibilità di acqua (o della sua mancanza) è stata spesso menzionata dai ricercatori che lavorano a Rapa Nui/Isola di Pasqua", ha detto Lipo.
"Quando abbiamo iniziato a esaminare i dettagli dell'idrologia, abbiamo iniziato a notare che l'accesso all'acqua dolce e la posizione delle statue erano strettamente collegati tra loro.
Quando gli scienziati della Binghamton University hanno iniziato a esaminare le aree intorno alle ahu, hanno scoperto che la loro posizione era esattamente collegata ai punti in cui emergeva la fresca acqua di falda.
Più guardavano, più lo schema si ripeteva: i luoghi senza ahu e moai non mostravano acqua dolce mentre quelli in cui erano presenti indicavano vicine fonti di acqua potabile.
Secondo Terry Hunt dell'Università dell'Arizona, la vicinanza dei monumenti all'acqua dolce dice molto sull'antica società isolana.
"I monumenti e le statue si trovano in luoghi con accesso a una risorsa fondamentale per gli isolani su base giornaliera, l' acqua fresca: in questo modo, i monumenti e le statue degli antenati divinizzati degli isolani riflettono generazioni di condivisione, centrata sull'acqua, ma anche cibo, famiglia e legami sociali".
Nonostante le risorse limitate, gli isolani hanno avuto successo condividendo attività, conoscenze e risorse per oltre 500 anni fino a quando i contatti con gli europei ne hanno interrotto la vita con malattie straniere e scambi di schiavi.
I ricercatori attualmente dispongono solo di dati completi sulla presenza di acqua dolce nella parte occidentale dell'isola e intendono effettuare un'indagine completa per continuare a testare la loro ipotesi sulla relazione tra ahu e acqua potabile.
Lo studio è stato pubblicato su PlosOne.
Francesca Mancuso
Popcorn Bay: la Spiaggia di Fuerteventura con la Sabbia a forma di Pop-Corn
Le spiagge raccontano spesso la natura che le circonda, come i granelli di sabbia a forma di stella di Okinawa o le lucciole bioluminescenti della spiaggia Brava in Uruguay.
Nell’isola di Fuerteventura, nei pressi della città di Corralejo, nelle Canarie, si trova una spiaggia la cui sabbia sembra essere fatta di freschissimi Pop Corn.
Nel posto è conosciuta come “Popcorn Beach” o “Popcorn Bay”, e da lontano non è diversa da qualsiasi altra spiaggia dell’isola spagnola, ma quando ci si avvicina si osservano milioni di piccoli sassolini a forma di pop corn.
Gli strani frammenti sono in realtà dei piccoli pezzi di corallo bianco giunti sino in riva. Questi si mescolano con le rocce vulcaniche e la sabbia nera della spiaggia, e il risultato è un mix fra popcorn e pepe nero.
Il fenomeno della spiaggia a popcorn non è nuovo, ma ultimamente sono stati diversi gli Instagrammers a pubblicare immagini divenute virali con in mano una manciata di coralli/popcorn. Nonostante sembrino identici all’alimento, la sabbia corallina non è ovviamente commestibile, ma fa un sicuro effetto nelle fotografie dei turisti dell’isola.
Fonte: vanillamagazine.it
mercoledì 23 gennaio 2019
E' spuntata in Turchia una nuova città arcobaleno
Un'altra città arcobaleno.
L'invasione di colori questa volta sta trasformando Kusadasi, città turistica della costa occidentale del Mar Egeo, in Turchia.
Il suo borgo è stato suddiviso in spicchi secondo precise gradazioni di colori, creando così sulla collina un arcobaleno visibile 365 giorni l'anno.
I lavori saranno completati entro aprile.
La sbalorditiva trasformazione si potrà vedere anche dal mare, mentre si attracca al porto, e non mancherà di stupire i tanti turisti che scelgono questa meta per trascorrere le vacanze o che passano da qui in crociera o come punto di partenza per visitare la regione e le rovine classiche di Efeso.
Kusadasi significa «isola degli uccelli», proprio perché è la via di accesso a Guvercinada, Pigeon Island, isoletta collegata alla terraferma da una stretta strada artificiale. Il suo turismo spesso si ferma al porto e al lungomare, dove si trovano gli hotel e i ristoranti.
Ma ora questa trasformazione vuole portare i vacanzieri anche in «alto», nell'antico borgo decisamente trascurato, che ora si prepara a vivere una nuova vita grazie ai suoi incredibili colori.
Più di 400 case sono state totalmente pitturate nell'ambito del progetto «Let's color» promosso da AkzoNobel con l'intento di colorare il mondo e ridare nuova vita ai luoghi con vernice e pennelli, e l'aiuto di tutto la comunità.
«Questo è un luogo cruciale per noi, visto che è il primo posto che i turisti vedono della Turchia quanto arrivano al porto», sostiene il sindaco Ozer Kayali.
«È un panorama sorprendente, motivo per cui crediamo che questo progetto darà un grande contributo alla nostra comunità».
Fonte: lastampa.it
Ocean Cleanup, un guasto ferma il sistema per ripulire i mari
A pochi mesi dalla partenza, il Sistema 001 Wilson, un galleggiante a ferro di cavallo lungo 600 metri per la rimozione di materiale plastico accumulato nell’isola galleggiante più estesa del pianeta, mostra i primi segni di malfunzionamento.
A diffondere la notizia è Boyan Slat, fondatore e amministratore delegato della Ocean Cleanup, compagnia olandese che dal 2013 si è lanciata nella sfida di liberare almeno in parte gli oceani dalle tonnellate di plastica che li invadono.
Secondo quanto riportato dalla notizia rilasciata da Ocean Cleanup, il 29 dicembre sarebbe stato rilevato un guasto strutturale al Sistema Wilson.
Slat parla del distaccamento di una sezione terminale del Sistema 001, lunga 18 metri, individuata dai membri del team.
La causa della frattura potrebbe essere attribuita al forte stress localizzato cui il materiale è sottoposto, tuttavia ulteriori analisi faranno più chiarezza sulla questione.
Il resto del Sistema, precisa Slat, permane in perfette condizioni, senza alcuna possibilità di girarsi su sé stesso o senza nessun tipo di danno né perdita di eventuali materiali che potrebbero danneggiare l’ambiente o mettere a rischio la sicurezza del personale o delle navi.
Il Sistema 001 Wilson, ideato dal giovanissimo inventore Boyan Slat, è diventato una realtà l’8 settembre del 2018, quando ha lasciato la baia di San Francisco per essere trasferito in corrispondenza del Great Pacific Garbage Patch (GPGP), l’isola di plastica del Pacifico tra Asia e Nord America.
Dopo una serie di test durati settimane, volti a monitorare il comportamento del sistema in mare, il 16 ottobre Wilson ha finalmente raggiunto il sito stabilito per dare il via alla pulizia.
Con una flotta di altri 60 sistemi identici a Wilson, l’ambizioso progetto della Ocean Cleanup potrebbe rimuovere il 50% della plastica dal Great Pacific Garbage Patch in soli 5 anni.
Ma non finisce qui: entro il 2040 l’obiettivo di Slat è quello di eliminare il 90% dei materiali plastici galleggianti sugli oceani di tutto il mondo.
Essendo le due estremità di Wilson punti di installazione di satelliti e dispositivi di navigazione, la decisione della compagnia in seguito all’accaduto è stata quella di trasportare il Sitema 001 fino al Porto di Honolulu per cercare una soluzione al danno e riprendere il largo quanto prima possibile.
L’idea di Ocean Cleanup di trascorrere più tempo in mare in questa prima spedizione per raccogliere quanti più dati possibili sull’interazione tra il sistema e la plastica galleggiante, deve ora andare incontro ad un periodo di pausa che metterà alla prova le conoscenze e abilità degli esperti, ma non solo spiega Slat, «ci darà l’opportunità per apportare miglioramenti al sistema».
Non è di certo la prima sfida che la compagnia affronta né l’ultima a cui andrà incontro.
Già dopo circa 6 settimane di permanenza di Wilson in mare, il sistema riportava un problema nella capacità di cattura della plastica.
Wilson sembrava essere in grado di attrarre e concentrare la plastica, ma non di immagazzinarla per un suo successivo smaltimento.
Secondo gli esperti una delle possibili cause era la velocità troppo ridotta del sistema che gli impediva di trattenere il materiale.
Per ovviare a tale problema le due estremità furono allungate con l’aggiunta di ulteriori elementi in modo da incrementare la superficie esposta al vento e aumentare così la velocità del sistema, ma nemmeno questa soluzione sembrò funzionare.
La nuova proposta fu quella di rimuovere gli annessi e focalizzarsi sulla cosiddetta locking line, ovvero la distanza che separa le due estremità del sistema.
Purtroppo i test non durarono a lungo per studiarne gli effetti, proprio a causa del malfunzionamento registrato dopo alcune settimane che vede ora Wilson muoversi in direzione delle Hawaii rimorchiato dalla nave Maersk Launcher.
Non ci sono dubbi sul fatto che l’intero progetto sia di per sé un’idea sensazionale e innovativa con obiettivi concreti.
Gli ostacoli sono molti e mettono a dura prova il team che tuttavia non si fa intimorire dagli inconvenienti.
La determinazione di Ocean Cleanup nel dare un nuovo volto all’oceano è pronta ad affrontare qualsiasi difficoltà.
FONTE: RIVISTANATURA.COM
La raganella con l'artiglio delle Ande ecuadoriane
Questa bellezza dalla pelle cinerea punteggiata d'oro era rimasta finora inosservata, perfettamente camuffata tra i sassi e gli arbusti di fiume di una foresta andina.
Finché non è stata scoperta e descritta, per la prima volta, da un gruppo di biologi dell'Università Cattolica dell'Ecuador, che l'hanno ribattezzata Hyloscirtus hillisi (in onore di David Hillis, uno scienziato statunitense che negli anni '80 ha largamente contribuito allo studio degli anfibi delle Ande).
La nuova specie, che raggiunge i 6,5-7 cm di lunghezza, è stata trovata in una piccola foresta di una remota montagna tabulare della Cordillera del Cóndor, un'area praticamente inesplorata delle Ande orientali, raggiungibile solamente con due giorni di marcia a piedi su un versante scosceso.
Curiosamente, presenta una sorta di artiglio alla base del prepollice, una sorta di dito nell'arto anteriore: la funzione di questo aculeo non è nota, ma potrebbe servire a scopo difensivo o nelle lotte tra maschi rivali.
Nonostante sia appena stata scoperta, la raganella è già a rischio estinzione.
Si distribuisce infatti in un'area molto ridotta, vicino a un grande sito di scavi minerari gestito da una compagnia cinese.
Di recente la Ong Amazon Conservation aveva documentato la distruzione dell'habitat in questa regione.
Fonte: focus.it
lunedì 21 gennaio 2019
Le Hawaii hanno una nuova, straordinaria spiaggia nera
Si chiama Isaac Kepo’okalani Hale Beach Park ed è la nuova spiaggia nera creata sull’isola hawaiana di Pahoa dall’esplosione del vulcano Kilauea avvenuta nel 2018.
Questa incredibile spiaggia lavica dai riflessi argentei che creano dei contrasti cromatici con il mare di spettacolare impatto, è forse l’unico ricordo positivo di quella terribile devastazione che ha distrutto gran parte dell’isola principale dell’arcipelago hawaiano. Danni per milioni di dollari, un’intera economia in ginocchio, case distrutte: sotto la cenere e i detriti, il tempo ha fatto emergere questo gioiello, frutto della furia eruttiva del vulcano.
Ed è anche grazie a questa spiaggia che, in qualche modo, il turismo sull’isola è risorto.
Un luogo magico, ambito da tutti i visitatori che giungono numerosi per ammirare quello che è giustamente considerato un vero capolavoro della natura.
Una bellezza selvaggia e incontaminata che ha fatto guadagnare a questa spiaggia un posto nella CNN Travel 2019, la classifica dei luoghi del mondo imperdibili.
Anche se la Isaac Kepo’okalani Hale Beach Park non è l’unica grande spiaggia di sabbia nera creata dalla roccia lavica dell’eruzione di Kilauea, è sicuramente quella più affascinante e seducente.
Le stesse autorità dell’isola la considerano una sorta di “benedizione”, un luogo speciale da cui ripartire e in cui creare nuovi ricordi ed emozioni positive, specie per la comunità autoctona che ha subito gli effetti più devastanti dell’eruzione.
Tra le dune disegnate dalla sabbia scurissima, sono stati creati quattro bacini termali naturali di acqua oceanica che presto saranno pronti per l’apertura al pubblico.
Nel frattempo, chiunque abbia la fortuna di visitare questo luogo non potrà fare a meno di catturarne l’essenza in qualche scatto da collezionare tra i ricordi più belli.
Fonte: siviaggia.it
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