web

martedì 5 dicembre 2017

Cosa rivelano le 200 uova di pterosauri ritrovate intatte?


Un importante ritrovamento, ben 200 uova e 16 embrioni di pterosauri sono state portate alla luce da un team di scienziati cinesi. 

L'eccezionale scoperta potrebbe risolvere uno dei misteri su cui ancora i paleontologi si interrogano.
 Gli pterosauri erano in grado di volare subito dopo la loro nascita? 

Questi rettili alati subito dopo la schiusa delle uova non sapevano spiccare il volo.
 La ricerca è stata condotta da un team di scienziati cinesi su oltre 200 uova e 16 embrioni di pterosauro Hamipterus, attraverso le prime scansioni di tomografia computerizzata e fa luce sulle capacità di volo di questi cugini dei dinosauri. 


 Finora si sono preservati pochi fossili di pterosauri a causa delle fragilità delle loro ossa, davvero molto sottili. 
Ancora più rari sono i fossili dei giovani esemplari, delle uova e degli embrioni. 
Ciò ha reso difficile capire come siano cresciute e si siano evolute le diverse specie.

 Il primo embrione di pterosauro fu trovato in Cina nel 2004, ma l'uovo e l'embrione riuscirono a dare ben poche informazioni visto che erano seriamente danneggiati e schiacciati.

 Il primo uovo di pterosauro tridimensionalmente conservato proviene dall'Argentina da un animale chiamato Pterodaustro. 
 Ma nel 2014, i paleontologi cinesi scoprirono un vero e proprio tesoro: centinaia di ossa e uova dello pterosauro Hamipterus, che visse nel primo periodo del Cretaceo, circa 120 milioni di anni fa. Sorprendentemente, il sito dove sono stati trovati i fossili conteneva otto strati geologici separati, quattro dei quali conservavano anche le uova.




Il team di paleontologi cinesi e brasiliani guidati da Xiaolin Wang ha esaminato queste uova in modo più dettagliato, utilizzando la tomografia computerizzata e studiando le microstrutture dell'osso per capire come fossero cresciute queste antiche creature.
 Con i raggi X sono riusciti a vedere dentro le uova e gli embrioni senza minimamente danneggiarli.

 I paleontologi in passato avevano già trovato altri siti con molte ossa di pterosauro al loro interno, ipotizzando che si trattasse di animali sociali. Ma la nuova scoperta è la prima a confermare che anche i nidi fossero comuni.

 A differenza di altri embrioni di pterosauro provenienti dalla Cina o dall'Argentina, c'era poco materiale dal cranio, solo una mascella inferiore. Le ossa di ali e zampe mostravano segni di ossificazione, il processo di deposizione dei minerali per formare le ossa, ma le estremità non erano completamente formate o mineralizzate. 
Ciò suggerisce che i muscoli non fossero ben sviluppati negli embrioni e che i piccoli non fossero in grado di volare immediatamente dopo la nascita.

 La ricerca è stata pubblicata su Science. 

 Francesca Mancuso

lunedì 4 dicembre 2017

L' Area 51


Basta pronunciarne il nome per evocare segreti, velivoli sospetti e cadaveri alieni tenuti nascosti. 
Tra tutti i luoghi misteriosi, l'Area 51 è forse quella più amata dai cospirazionisti, che vi hanno ambientato fantomatici ritrovamenti di extraterrestri e persino le "riprese" dello sbarco sulla Luna (le teorie del complotto non vengono mai da sole). 

 Ma come ha fatto questa porzione di deserto a circa 160 km da Las Vegas ad alimentare, nel tempo, così tante bufale?
 A che cosa è servita, davvero, e perché è tenuta così nascosta? Come spesso accade, la realtà è molto più affascinante delle leggende metropolitane. 
 Perché questa parte remota del Nevada di segreti ne nasconde, ma sono tutti, squisitamente terrestri...

 Ecco alcuni fatti interessanti sull'Area 51 e la sua storia.


L'esistenza dell'Area 51 è stata riconosciuta ufficialmente nel 2013, quando un documento redatto da due storici della CIA nel 1992 è stato declassificato. 
Il documento è il primo a nominare esplicitamente l'area (il cui nome in precedenza veniva sempre occultato con inchiostro nero) e a indicarla su una mappa. 
In esso si trova la conferma che in questo luogo furono portati avanti diversi programmi per testare aerei militari segreti, tra cui i velivoli-spia che sorvolarono l'Unione sovietica durante la Guerra Fredda.


 Nel 1955, alcuni funzionari della CIA in cerca di un luogo in cui fare esperimenti su un nuovo tipo di velivolo militare invisibile ai radar (l'U-2) sorvolarono quella che sembrava una vecchia pista aerea abbandonata nei pressi del Groom Lake, il letto prosciugato di un antico lago salato. 
L'area, un vecchio poligono da tiro utilizzato per addestramenti durante la Seconda Guerra Mondiale, si trovava a 160 km da Las Vegas e confinava con il Nevada Test Site, un sito dove furono condotti oltre 700 tra i test atomici dell'Autorità per l'Energia Nucleare statunitense. 
Era talmente pericolosa e isolata che nessuno si sarebbe spinto fino a lì: perfetta per testare tecnologie militari segrete e addestrare i piloti. 

 Le origini del nome di questo terreno appartenente alla Nellis Air Force Base (una base militare statunitense che controlla un'area di 1,2 milioni di ettari e 12.959 km quadrati di spazio aereo ristretto) non sono chiarissime.
 Si pensa derivi dal sistema di numerazione a griglia usato dall'Autorità per l'Energia Nucleare, che già possedeva una vasta area del Deserto del Nevada dove venivano compiuti test nucleari nei primi anni '50.
 Il nome asettico e burocratico doveva passare il più possibile inosservato, e per rendere il luogo più appetibile agli addetti ai lavori fu scelto anche il termine più "eccitante" di Paradise Ranch. Curiosamente, questa seconda denominazione è stata nel tempo offuscata dalla prima, più criptica.

 Come se i test nucleari e i test di aerei-spia non fossero temi abbastanza spaventosi, l'Area 51 è passata alla storia come il simbolo della volontà dell'esercito degli Stati Uniti di tenere nascosta al mondo la verità sugli extraterrestri. 
 Nel luglio 1947, sulla prima pagina del Roswell Daily Record si riferiva di un presunto disco volante catturato sopra un ranch della regione di Roswell, e portato nell'Area 51 per uno studio ravvicinato.
 I militari USA dissero che il misterioso oggetto era in realtà un pallone meteorologico. 

Nel settembre 1994, un rapporto ufficiale svelò però la vera storia: non si trattava di un semplice pallone meteo, ma di un sistema di palloni d'alta quota top secret per individuare le onde sonore causate da test nucleari sovietici 

 La vera associazione di questo luogo con gli alieni esplose, tuttavia, negli anni '80, quando un uomo di nome Robert Lazar disse a un'emittente televisiva di Las Vegas di aver lavorato in un'area chiamata S-4 vicino all'Area 51, in cui si studiava la tecnologia dei dischi volanti caduti. 
 Le sue affermazioni suscitarono un polverone, ma si rivelarono false, come anche le esperienze del presunto ingegnere: a differenza di quanto affermato, non aveva studiato al MIT né alla Caltech, né aveva lavorato al Los Alamos National Laboratory.


Se l'Area 51 è stata più volte associata agli UFO, è soprattutto per via del programma militare sugli aerei U-2 iniziato in questo luogo nel 1955.
 Questi velivoli - impiegati dagli USA in missioni di ricognizione durante la Guerra Fredda - erano invisibili ai radar e capaci di volare così in alto da essere irraggiungibili dalla contraerea: potevano raggiungere i 18 mila metri di altitudine, una quota più alta di quella di qualunque altro aereo.

 All'epoca, gli aerei di linea arrivavano a 6 km di quota: nessuno pensava che si potesse volare tanto in alto.
 Inoltre gli U-2 apparivano "luccicanti" per un curioso effetto ottico. Alla quota a cui volavano, il Sole non era ancora tramontato: risultavano quindi illuminati, mentre i piloti che viaggiavano a quote inferiori si trovavano già al buio. 

 Molti dei presunti avvistamenti di UFO erano noti agli ufficiali dell'Air Force come test di U-2, ma alimentare le superstizioni era spesso più facile che svelare questioni militari strettamente confidenziali. 

 L'area è utilizzata ancora oggi per addestrare i piloti a scenari di combattimento, per sviluppare nuove tecnologie aree e droni da ricognizione. 

Le immagini di Google Earth mostrano piste di decollo ben mantenute e alcuni nuovi gruppi di edifici costruiti negli ultimi dieci anni.


Negli anni '50, dall'Area 51 fu fatto volare uno dei primi droni creati dalla CIA: somigliava a un'aquila gigante e serviva a sorvegliare il Mar Caspio e individuare aliscafi sovietici nascosti. 

Dopo il programma U-2, in questa parte di deserto furono testati altri aerei spia, come il Lockheed A-12 Oxcart usato poi nella Guerra in Vietnam.
 Qui furono condotti anche i primi test dell'F-117 Nighthawk, il primo aereo invisibile ai radar usato nella Guerra del Golfo, e nei conflitti in Jugoslavia e in Iraq.
 Si pensa che in quest'area sia stato testato inoltre l'elicottero Blackhawk, usato dai Navy Seals per raggiungere il nascondiglio di Bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, e ucciderlo.


L'Area 51 è sulle mappe, ma anche solo avvicinarvisi è un'impresa. Proprio per i test di velivoli spia, il suo perimetro è strettamente sorvegliato da guardie armate in tenuta mimetica, che sono anche tra le prime vittime di tanta segretezza. 
Negli ultimi anni questi militari si sono battuti per avere indennizzi per i problemi respiratori causati dai rivestimenti tossici usati per schermare i caccia dai radar. 

 Chi tentasse di oltrepassare le recinzioni dell'Area 51 rischierebbe 1.000 dollari (850 euro) di multa o sei mesi di prigione (o entrambi, come chiariscono alcuni minacciosi cartelli attorno alla base).

 I turisti possono sempre ripiegare sulla vicina Rachel (Nevada) il cui sito rivendica "una popolazione umana di 98 abitanti, e aliena di ??". 
 Anche altri vicini centri abitati hanno investito sul turismo a sfondo ufologico cambiando i nomi dei locali, e delle strade, per ricordare esseri con le antenne e teorie cospirative.

 Dal 1996 esiste persino la Extraterrestrial Highway: è una statale poco trafficata che costeggia l'Area 51 e che prima si chiamava soltanto Nevada State Route 375.

 Fonte: .focus.it

venerdì 1 dicembre 2017

Tracce tossiche di antimonio nelle acque di Pompei


Una squadra di scienziati ha scoperto livelli altamente tossici di antimonio nel frammento di un tubo di piombo in una casa di Pompei. 
Le conseguenze sono ancora da dimostrare ma potenzialmente erano gravi: intossicazione da antimonio, diarrea, vomito, disidratazione e, col tempo, danni al fegato e ai reni. 
 Pompei avrebbe pure avuto la sfortuna di trovarsi vicino al Vesuvio, dato che l’antimonio si trova in maggiori quantità nelle acque sotterranee vicine ai vulcani.


Quando il Vesuvio eruttò nel 79 d.C., inghiottì la città di Pompei così rapidamente che molti residenti non ebbero il tempo di reagire al disastro.
 I loro ultimi momenti vennero congelati nel tempo, sepolti sotto a strati di cenere calda.

 Ma prima ancora dell’eruzione vulcanica, nelle case di Pompei si aggirava una minaccia nascosta e potenzialmente mortale.
 Recenti analisi di un frammento di una conduttura di piombo hanno mostrato tracce di antimonio – un elemento metallico altamente tossico che storicamente veniva mescolato al piombo per rafforzarlo. 

I tubi di piombo, utilizzati in tutto l’Impero romano, oggi sono considerati una scelta di bassa qualità per il trasporto di acqua potabile. Sebbene meno soggetto alla corrosione rispetto ad altri metalli, le particelle di piombo si infiltrano nell’acqua e possono accumularsi nel corpo umano, provocando l’avvelenamento da piombo.
 Nel corso del tempo, esso può danneggiare i reni e il sistema nervoso, e anche causare colpi apoplettici o cancro. Bambini e neonati ne sono particolarmente vulnerabili, visto che questo tipo di avvelenamento può portare a ritardi nello sviluppo.

 L’antimonio potrebbe però aver rappresentato una minaccia ancora maggiore del piombo per la salute dei Romani.
 Secondo l’analisi di una tubatura di una casa di Pompei, diretta dal professor Philippe Charlier (Hôpital Max Fourestier), il sistema idrico della città avrebbe contenuto quantità sufficienti di antimonio per causare attacchi giornalieri di diarrea e vomito, potenzialmente provocando gravi disidratazioni, e nel tempo anche danni epatici e renali.



Dall’inizio del XVIII secolo, gli storici sostengono che i sistemi di tubi di piombo nelle città romane avrebbero portato ad avvelenamenti cronici di piombo che alla fine causarono la caduta dell’impero.
 Ma la calce nell’acqua probabilmente impediva questo processo, scrivono gli autori dello studio. 
Negli ultimi decenni, altri ricercatori hanno spiegato che le superfici interne dei tubi si sarebbero rapidamente calcificate nel giro di qualche mese al massimo, proteggendo così l’acqua dalle dannose particelle di piombo.
 Tuttavia, l’antimonio è molto più tossico del piombo. Prima che si formassero gli strati protettivi di calcite, anche delle piccole quantità di antimonio filtrate nell’acqua avrebbero fatto ammalare le persone molto rapidamente, portandole all’arresto cardiaco nei casi gravi. Per identificare i composti nel tubo, i ricercatori hanno utilizzato un metodo in grado di rilevare anche piccole quantità di elementi metallici e non metallici. Hanno sciolto un campione in acido nitrico concentrato e l’hanno riscaldato a 6.000 gradi per ionizzare gli elementi – aggiungendo o rimuovendo gli elettroni per cambiare la loro carica – in modo da poterli identificare e analizzare con uno spettrometro di massa. 

Sulla base della loro analisi, la concentrazione di antimonio nel tubo era di circa 3,680 microgrammi, approssimativamente 0,0001 oncie. 
Potrebbe non sembrare molto, ma in realtà è un “livello di allarme” se si trova in prossimità dell’acqua potabile, e sarebbe stato sufficiente a causare gravi sintomi di intossicazione da antimonio. La vicinanza di Pompei con il vulcano potrebbe inoltre aver peggiorato il problema. 

L’antimonio si presenta naturalmente nelle acque sotterranee vicine ai vulcani, e la vicinanza di Pompei al Vesuvio sarebbe risultata in concentrazioni tossiche di antimonio nell’acqua, ancora più alte che in un’altra città romana. Poiché i loro test sono stati eseguiti solo su un piccolo frammento, saranno necessari ulteriori esami di tubi, denti e ossa umane per confermare la diffusione di questo problema all’interno dell’Impero romano.

 I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Toxicology Letters.

 Fonte: ilfattostorico.com

In Spagna c'è una sinuosa muraglia in pietra a strapiombo sull'oceano


Una scala sull'oceano. 
E' questa l'unica via d'accesso per Gaztelugatxe, isoletta sulla costa della Biscaglia, nei Paesi Baschi, collegata alla terraferma da un «ponte» del Trecento: stiamo parlando si una sinuosa muraglia cadenzata da 241 scalini costruiti dai templari oltre sette secoli fa. 

La passerella di San Juan de Gaztelugatxe offre un panorama mozzafiato sull'oceano: una serpentina di curve a gomito che sale sino alla rocca medievale, il Gaztelugatxeko Doniene dedicato a San Giovanni Battista.




La parola Gaztelugatxe deriva dalle parole basche gaztelu, castello, e gaitz, pericoloso: un castello difficile da raggiungere ma anche un amuleto contro le emicranie e per la fertilità.

 Tutt'oggi l'eremo è meta di pellegrinaggi, che si ripetono tre volte l'anno: il 24 giugno, il 29 agosto e il 31 dicembre. Ma la scalinata, così come la chiesa, è aperta tutto l'anno. 

All'interno della chiesa-fortezza potrete trovare un timone, dei salvagenti e persino lo scafo di una barca... 
Ma a rendere davvero unica la visita sarà il panorama, così come la scarpinata in mezzo all'oceano.


Fonte: lastampa.it

mercoledì 29 novembre 2017

Gli “Occhi di Dio” nella Cava di Prohodna, in Bulgaria


In Bulgaria esiste una caverna molto suggestiva, soprattutto per i due larghi fori che presenta in cima, soprannominati “Oknata”, ovvero “Occhi di Dio”. 
Si tratta della Cava di Prohodna, una delle destinazioni più famose del nord della Bulgaria.
 Situata a 2 chilometri dal villaggio di Karlukovo e a 120 km dalla capitale Sofia, Prohodna è l’attrazione del passo di Iskar Gorge, un valico che passa attraverso i monti Balcani, collegando Sofia a Mezdra. 

 La spettacolare grotta si presenta come una cavità carsica lunga 262 metri. 
A renderla unica sono i due enormi e suggestivi lucernari naturali, formatisi in seguito ad un particolare fenomeno di erosione.
 Situati uno vicino all’altro, hanno una forma davvero singolare: questi enormi fori che si sono naturalmente formati sul tetto della cava, sembrano proprio due occhi giganti, ancora più suggestivi quando c’è la luna piena, che appare quasi simile ad una pupilla “divina”.


Non è un caso se le persone del luogo hanno ribattezzato i due lucernari scavati nella roccia gli “Occhi di Dio”. 

Guardata da una certa angolazione, la Cava di Prohodna assomiglia addirittura ad un viso proteso verso il basso, con gli occhi che guardano in giù.
 Pensate che quando piove, sembra che stiano piangendo!

 La conformazione di questa cava, unica al mondo, l’ha trasformata in una delle più grandi attrazioni della Bulgaria. Per accedervi ci sono due ingressi, conosciuti con il nome di Small Entrance (piccola entrata) e Big Entrance (grande entrata). La prima misura 35 metri di altezza, mentre quella più grande è alta 45 metri. Questo rende la Cava di Prohodna il più grande passaggio scavato nella roccia della Bulgaria.




I giochi di luce creati dai grandi fori sul tetto della grotta sono visibili da entrambi gli accessi, creando l’effetto di due occhi che stanno guardando il sole dalla buia profondità della cava.

 I bulgari li chiamano sia “Occhi di Dio” che “Occhi del Diavolo”, tanto che nel 1988 sono stati immortalati nella pellicola del film bulgaro “Time of Violence”.

 Un tempo probabilmente abitata o usata come luogo per riti esoterici, oggi la cava di Prohodna è una delle location più popolari per il bungee jumping.



Fonte: siviaggia.it

Scoperta in Messico la vasca dell’acqua mortale


Una vasca apocalittica in cui l’acqua è mortale.
 Accade in Messico, dove è stata trovata una pozza d’acqua così salata da risultare velenosa.
 L’insenatura è larga trenta metri per dieci e ha una profondità davvero unica.
 In sostanza si tratta di un lago subacqueo altamente velenoso, in cui l’acqua è densa e caldissima, così tanto che non riesce a mescolarsi con quella dell’Oceano Atlantico che si trova tutto intorno.
 Nel corso degli anni, non a caso, in questa zona è nato un cimitero di pesci e crostacei che si sono cristallizzati.

 La vasca si trova nel Golfo del Messico, al largo di New Orleans, ed è stato scoperto da alcuni sub.
 Il luogo è stato ribattezzato Jacuzzi of despair, ossia piscina della disperazione ed assomiglia molto ai laghi dell’Africa.
 La piscina ha una temperatura di 19 gradi ed è un luogo di morte. Tutti gli esseri viventi che finiscono nell’acqua infatti finiscono per morire in pochi secondi. 
I cadaveri si depositano sul fondo e vengono ricoperti da uno strato di sale.


Secondo le indagini compiute dagli esperti, la salinità della vasca mortale è quattro volte superiore a quella presente nell’Oceano.
 A rendere l’acqua densa sono i minerali, ma anche idrogeno solforato e il metano.
 L’alta quantità di questi materiali fa sì che la vita nella Jacuzzi of despair, sia impossibile.
 Nonostante ciò esistono degli esseri viventi che riescono a sopravvivere anche in quest’ambiente tossico.
 Intorno al lago infatti sono stati trovati dei vermi tubo e dei gruppi di cozze che in modo straordinario sono riusciti ad adattarsi alla vita in questo posto così estremo. 
Come? Trasformando le sostanze tossiche in elementi nutritivi che gli consentono di crescere e proliferare.


La scoperta ha suscitato un forte interesse e presto, secondo gli esperti sarà possibile visitare il lago, ovviamente prendendo le giuste precauzioni.

 

 Fonte: siviaggia.it

martedì 28 novembre 2017

Svelati "nuovi" tesori di Tutankhamon


Finalmente fatto straordinaria scoperta nella Valle STOP 
Grandiosa tomba con sigilli intatti STOP 
Ricoperto tutto fino vostra venuta STOP 
Congratulazioni 

 Era il 26 novembre 1922 e queste sono le esatte parole usate nel telegramma che l'archeologo Howard Carter inviò al suo mecenate, Lord Carnavon, per annunciare la scoperta di quella che poi si rivelò essere la tomba del faraone Tutankhamon.


 A 95 anni da quel fondamentale momento della storia della Egittologia, il tesoro del giovanissimo sovrano della XVIII dinastia che salì al trono a 9 anni e morì a 18, continua a stupire. 100 lamine d'oro finora mai viste dal grande pubblico sono state sottoposte a un lungo restauro e ora sono esposte per la prima volta.
 I motivi animali avvolti dall'albero della vita sono sorprendenti: uno stile insolito per l'arte egizia e che, a detta degli esperti, arriverebbe dell'arte mediorientale.


La tomba di Tutankhamon ha lasciato agli egittologi uno scrigno di importantissime risorse.
 Mai violata fino alla sua scoperta nel 1922, ha conservato preziose informazioni sulla religione, sullo stato e sul sovrano dell'Antico Egitto.

 Ora, all'apertura di questa cassa dimenticata nei meandri del Museo del Cairo, le lamine d'oro che una volta fungevano da elementi decorativi per le faretre e le briglie usate dal faraone, potranno darci indizi anche sull'arte dell'antico impero.


«Presumibilmente questo stile, sviluppatosi in Mesopotamia, è arrivato al Mediterraneo e all'Egitto attraversando la Siria», spiega Peter Pfälzner, fra i restauratori dell'Università di Tübingen. «Anche questa è una prova dell'importante ruolo della Siria antica nel trasmettere e disseminare la cultura durante l'Età del Bronzo». 

La tesi di Pfälzner è avvalorata anche dall'enorme somiglianza fra queste lamine e altre ritrovate nel 2002 in un tomba a Qatna, l'antica città reale siriana.

 Fonte: focus.it

Ossidiana, il vetro vulcanico


Tra le meraviglie che l’attività vulcanica riesce a creare, come intere isole o labirinti di caverne, c’è un materiale le cui particolari proprietà sono note e utilizzate da millenni: l’ ossidiana. 

L’ossidiana è un vetro vulcanico che si forma quando una lava ricca di feldspato e quarto si raffredda rapidamente senza creare grossi cristalli, lasciando un materiale duro, fragile e che si frattura creando bordi estremamente taglienti, così taglienti da essere tutt’ora utilizzati per la realizzazione di bisturi chirurgici d’eccellenza. 

 Il nome dell’ossidiana lo si deve a Obsidius, un esploratore Romano che in Etiopia trovò alcune pietre nere che chiamò “lapis obsidianus”.

 L’ossidiana è reperibile in località che hanno vissuto eruzioni vulcaniche riolitiche (ad alto contenuto di silicio), come Lipari e Pantelleria in Italia. 
Il suo primo utilizzo risale a circa 700.000 anni fa, mentre i resti di una lavorazione precisa ed esperta risalgono al V° millennio a.C. L’ossidiana è generalmente scura con tonalità di colore date dalla presenza di impurità, andando da un marrone scuro a un nero profondo. 
Non si tratta di un vero minerale perché manca di una struttura cristallina; inoltre, la sua composizione è troppo variabile da essere considerata un mineraloide. 

 L’ossidiana è un materiale relativamente instabile dal punto di vista geologico. 
E’ raro trovare pezzi di ossidiana più vecchi di 20 milioni di anni perché nell’arco del tempo l’ossidiana tende a trasformarsi da vetro vulcanico a semplice roccia in un processo noto come “devetrificazione”: in questa fase le molecole di silicio pian piano si riorganizzano in una struttura cristallina, facendo perdere le peculiari proprietà dell’ossidiana. 

 Grazie alla sua capacità di creare bordi estremamente taglienti, l’ossidiana è stata utilizzata fin dall’antichità per produrre lame e punte di armi. 
Ancora oggi alcuni strumenti chirurgici da taglio hanno lame di ossidiana, più affilate (ma più fragili) dell’acciaio anche a livello microscopico.


I nostri antenati si resero conto che l’ossidiana, quando si spacca, crea fratture concoidi come il quarzo o la selce. 
Una frattura concoide non segue il piano cristallino del materiale fratturato, ma crea frammenti e schegge con curvature che ricordano molto quelle delle conchiglie dei molluschi.
 Quando si colpisce un blocco di ossidiana, si genera un “bulbo di percussione” in prossimità del punto di impatto.
 Dal bulbo di percussione si estendono le onde d’urto lasciando segni simili alle increspature generate da un sasso caduto in acqua.


Le popolazioni mesoamericane precolombiane elevarono ad arte la lavorazione dell’ossidiana, utilizzando questo materiale non solo per la fabbricazione di lame ma anche per oggetti decorativi come specchi e piatti.
 Grosse schegge di ossidiana fornivano bordi taglienti al macuahuitl, una versione primitiva ma efficace delle spade del Vecchio Continente. 
Sebbene alcuni popoli possedessero nozioni di metallurgia di base e lavorassero metalli teneri come l’oro, nessun metallo a loro conosciuto consentiva di avvicinarsi alle capacità di taglio di una lama di ossidiana. 

 Fonte: vitantica.net

lunedì 27 novembre 2017

In Turchia è stato scoperto un antichissimo castello sul fondo di un lago


Dopo dieci anni di ricerche nel Lago di Van, il più grande della Turchia, è stato trovato il cuore di una civiltà risalente a 3.000 anni fa.
 Ad annunciare la scoperta è stata l'università locale Van Yüzüncü Yıl, che, in collaborazione con una squadra di sommozzatori, ha scoperto un castello nascosto sotto la superficie del lago. 
L'acqua alcalina ha però conservato bene le mura del castello, che si innalzano ancora per 3 - 4 metri e si estendono per più di un chilometro.




Secondo i ricercatori, l'enorme fortezza è stata la capitale del regno di Urartu, un antico regno che agli inizi del 1° millennio a.C. ha proliferato dall'odierna Siria fino al Caucaso.

 La città fortificata sorgeva proprio sulle rive del lago di Van, ma, come già dimostrato da altri studi, il livello delle acque è cambiato radicalmente nel corso dei millenni, fino a sommergere il castello. Ma altre parti della fortificazione si sono salvate dall'innalzamento delle acqua e sono oggi oggetti di studi archeologici.


«Molti popoli e civiltà hanno stanziato nei pressi del Lago di Van - spiega Tahsin Ceylan, capo del gruppo di sommozzatori, - chiamavano il lago "mare superiore" e credevano nascondesse molti misteri.
 Oggi andiamo a caccia proprio di quei misteri».

 Con un discreto successo: oltre al castello il suo team ha ritrovato i resti di una nave turca affondata nel 1948, tombe dell'impero selgiuchide di mille anni fa e un pavimento di stalagmiti che si estende per 4 km quadrati.


Ma i misteri sono lontani dall'essere completamente svelati. 
La ricerca non è ancora riuscita a capire quanto in profondità i muri del castello penetrano il fondale, non si conosce quindi l'effettiva altezza del castello.
 Sarà interessante anche studiare gli oggetti rimasti nel castello per capire qualcosa di più sulle persone che lo abitavano. 

 Fonte: focus.it

L'incredibile fioritura fuori stagione dei ciliegi di Shillong, in India


C'è un posto dove i ciliegi fioriscono a novembre, nel pieno dell'autunno. 
E' questa la straordinaria magia regalata da Shillong, nel Meghalaya: una municipalità indiana che con otto mesi di ritardo (o quattro di anticipo, questioni di punti di vista) vuol far concorrenza ai regali viali giapponesi inondati dai Sakura, i fiori di ciliegio. 

 La natura non smette mai di stupire, soprattutto quando regala degli spettacoli così mozzafiato. E anche se in questo caso c'è lo zampino dell'uomo, il risultato non è da meno. 
Duemila alberi di ciliegio sono stati piantati nella regione di Khasi Hills dal Dipartimento Ambiente del Governo di Meghalaya pochi anni fa. E proprio in questi giorni hanno raggiunto il loro massimo splendore.






La regione raggiunge i duemila metri di quota ma regala proprio in questo periodo il clima adatto alla fioritura delle spettacolari piante. Un incanto che ha portato a scegliere Shillong come sede di uno dei Cherry Blossom Festival che si svolgono in tutto il mondo, aggiudicandosi il primato di essere l'unico «fuori stagione». 

Meghalaya è famosa per le sue colline e i paesaggi selvaggi. E il significato del nome - dimora delle nuvole - si adatta alla perfezione alla tradizione del Sakura, che in Giappone simboleggia anche le nubi, oltre ad essere una metafora per la natura effimera della vita. 

 Fonte: lastampa.it
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...