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martedì 20 giugno 2017

Ritrovate le "terrazze bianche e rosa", l'ottava meraviglia del mondo andata perduta


L’ottava meraviglia del mondo esiste e potrebbe trovarsi nell’Isola del Nord, in Nuova Zelanda.
 Secondo i ricercatori si tratterebbe delle suggestive terrazze bianche e rosa.

 Sepolte da un’eruzione vulcanica circa 131 anni fa, le straordinarie terrazze di pietra rosa e bianca, somiglianti a vasche a cascate formate da fonti geotermiche saturate di silicio, un tempo si gettavano sulle acque del lago Rotomahana. 
 Da tempo i ricercatori dell’Institute of Geological and Nuclear Sciences studiano la zona, ma alcuni di loro, in particolare Rex Bunn e Sasha Nolden in un articolo pubblicato sul Journal of the Royal Society of New Zealand, sostengono che le terrazze non sono rimaste distrutte o spinte fino in fondo al lago, come suggerito da precedenti ricerche, ma sono sepolte sulle coste del lago. 

 Il luogo è stato scoperto alla fine del Settecento ed è sempre stato meta di turisti avventurosi, ma anche protagonista di quadri. 
Per tanto tempo, raggiungerlo non è stato facilissimo, ma c’era chi pur di immortalare l’Isola del Nord, affrontava un viaggio in barca lungo mesi.


Le terrazze divennero la più grande attrazione turistica nell'emisfero sud e nell'impero britannico, e navi cariche di turisti affrontavano il viaggio dall'Europa e dall'America per ammirarle, ma non è stata mai eseguita una ricognizione accurata da parte del governo del tempo, quindi non erano state finora registrate le loro coordinate", si legge nello studio. 

 Studiando i diari del geologo austro-tedesco Ferdinand von Hochstetter che contengono una descrizione dettagliata della località delle terrazze prima dell'eruzione del vulcano Tarawera nel 1886, i ricercatori sostengono di conoscerne ora la posizione esatta, ovvero 10-15 metri dal litorale, sommerse da cenere solidificata e fango.


Immaginate che meraviglia sarebbe se le Pink and White Terraces ricomparissero come per incanto. 
I lavori di scavo dovrebbero partire a breve, solo così si scoprirà se le terrazze sono state solo coperte.
 Intanto sogniamo con queste riproduzioni. 

 Fonte: www.greenme.it

venerdì 16 giugno 2017

Pineberry, le antiche fragole bianche al sapore di ananas


Sono bianche e hanno un sapore che ricorda quello dell’ananas. Non stiamo parlando, però, di un frutto nato in laboratorio, bensì di una varietà antica – e solo recentemente riscoperta – di fragole: le pineberry. 

 Originarie del Cile, le fragole bianche sono arrivate in Europa per la prima volta durante nel XIX secolo. 
Coltivate solamente in Francia, le fragole pineberry hanno rischiato di scomparire.
 La varietà si è potuta salvare grazie all’intervento di un gruppo di coltivatori olandesi che, solo in anni recenti, ha ricominciato a coltivare l’antica varietà destinata a scomparire.
 Da allora l’ascesa delle fragole bianche è stata inarrestabile tanto che, sul web, è possibile acquistare i semi di questa antica varietà.


Perché i frutti della varietà pineberry sono bianchi?
 Per rispondere alla domanda bisogna fare un passo indietro, e capire perché le varietà tradizionali di fragola sono rosse.

 A conferire la tradizionale colorazione è la presenza della proteina Fra a1, responsabile della maturazione del frutto.
 La presenza di questa proteina fa sì che le fragole, a maturazione compiuta, presentino un colore rosso vivace.
 Semplicemente, alle fragole bianche manca questa proteina, che fa sì che i frutti cambino colore a maturazione avvenuta. 
Insomma, le pineberry maturano senza cambiare colore. 

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

Il fuso orario spagnolo: sbagliato dal Nazismo


Il prendersela comoda in fatto di orari è una delle caratteristiche note dello stile di vita spagnolo: lunghe pause pranzo dalle 14:00, cena dalle 21:00 in poi, e il primo spettacolo in TV che inizia alle 22:30. 
Ma questo spostamento di ritmi non dipende solo dalle alte temperature e dall'indole mediterranea. 
Il fuso orario ci mette lo zampino: quello adottato in Spagna è, infatti, tecnicamente sbagliato. 

 Il Paese si trova geograficamente sul meridiano di Greenwich, e fino al 1942 utilizzava la stessa ora della Gran Bretagna. Ma quell'anno, per volere del dittatore Francisco Franco, fu adottato il Central Europe Time (CET, lo stesso di Roma) come segno di solidarietà verso la Germania di Hitler, suo alleato.
 Alla fine della guerra, la Spagna non tornò all'orario precedente: semplicemente, i suoi abitanti si adeguarono, spostando i pasti un'ora più in là.


Non altrettanto fu fatto con gli orari di lavoro però, che da allora occupano una parte sempre più importante della giornata.
 In ufficio si arriva comunque alle 9:00, ma pranzando alle 14:00 si interrompe la mattina con una lunga pausa, anche di mezz'ora. L'interruzione del pranzo e le lunghe pause nell'arco della giornata portano a lavorare fino alle 20:00, spostando inevitabilmente in avanti il tempo della cena e limitando le ore di sonno.

 Per questo motivo, ciclicamente, esponenti del governo riprendono la proposta di tornare al GMT, l'orario di Greenwich, più in linea con i ritmi di luce (il Sole sorge e tramonta più o meno alla stessa ora della Gran Bretagna). 
Si potrebbe così terminare la giornata lavorativa per le 18:00 e stabilire un ritmo ufficio-tempo libero più sano.



Fonte: focus.it

giovedì 15 giugno 2017

In Germania c'è un partenone ateniese fatto con centomila libri censurati


Un partenone costruito con cento mila testi proibiti nella Friedrichsplatz di Kassel, proprio lì dove, nel 1933, Hitler ordinò il rogo di migliaia di libri ebrei e marxisti «degenerati».

 In occasione del festival di arte contemporanea Documenta14, l’artista argentina Marta Minujín ha costruito nella cittadina tedesca «Partenón de libros prohibidos»: una riproduzione del tempio che sorge sull'acropoli di Atene, in scala uno a uno, interamente ricoperta di libri.


La struttura dalle dimensioni colossali (70 metri di lunghezza per 31 di larghezza e 10 di altezza) è stata realizzata grazie ad una chiamata pubblica, a cui hanno risposto migliaia di persone da tutto il mondo, inviando libri che sono stati o sono tuttora censurati. 

«Sarà uno scandalo, una monumentale opera di collaborazione di massa», aveva detto Minujín lo scorso anno, durante il lancio dell'iniziativa che segue l'analoga costruzione realizzata in piccolo nel 1983 a Buenos Aires per celebrare il ritorno della democrazia in Argentina.




Il Partenón de libros prohibidos continuerà ad arricchirsi di libri anche durante il festival: è formato da un’impalcatura metallica alla quale vengono appesi i libri, ognuno sigillato in una bustina trasparente per proteggerli da pioggia e intemperie. 
Almeno sino al 17 settembre, giorno in cui Friedrichplatz tornerà alla sua normalità e i libri verranno ridistribuiti al pubblico per tornare ad essere letti nonostante le censure.

 Fonte: lastampa.it

martedì 13 giugno 2017

Questa spiaggia è riemersa in Irlanda dopo 33 anni


Era il lontano 1984 quando una violenta tempesta spazzò via la bella e sabbiosa spiaggia di Dooagh Bay, appartenente all'Achill Island, una delle isole più grandi al largo dell'Irlanda, nella Contea di Mayo.

 Gli irlandesi credevano che fosse scomparsa per sempre, e invece no. A 33 anni di distanza, infatti, la Dooagh Bay è riapparsa sotto gli occhi increduli degli abitanti del luogo.

 "Eppure era stata completamente 'distrutta', non era rimasto nemmeno un granello di sabbia" commenta all'Indipendent Sean Molloy, un operatore turistico dell'Achill Island. 
"La sabbia è scomparsa e la zona è stata ricoperta da sassi e brecciolino per più di 30 anni" racconta poi. 

 A seguito della tempesta distruttrice, le attività commerciali che erano sorte tutt'intorno alla bella spiaggia - pub, locali, ristoranti, hotel - hanno tutte dovuto chiudere, rendendo quel tratto di costa praticamente dimenticato. 

 Un sentore della riemersione della sabbia, tuttavia, c'era già stato due anni fa, quando alcuni surfer che si stavano esercitato in mare hanno notato della sabbia sotterranea a largo, mentre nei giorni di bassa marea si iniziava ad intravedere qualche granello anche a occhio nudo.
 La situazione è cambiata improvvisamente a Pasqua, quando la regione è stata colpita da fortissime ondate di vento provenienti dall'Atlantico, le quali hanno riportato la sabbia al suo posto. 

"Le folate di vento hanno spostato indietro i banchi di acqua di superficie, facendo sì che salisse su quella più in profondità. 
Con essa è risalita anche la sabbia" ha spiegato ancora Sean Molloy, esperto della zona.


La notizia ha fatto ben presto il giro del Paese, donando agli irlandesi la voglia di tornare a Dooagh Bay. 
Con la sabbia, allora, sembra tornata anche la vita in quel fazzoletto di terra.

 Fonte: huffingtonpost.it

lunedì 12 giugno 2017

Antiche "esplosioni" di metano sui fondali dell'Artico


All'interno di crateri sottomarini sono intrappolate enormi riserve di metano che al momento ne filtrano in quantità ridotte, ma che potrebbero dar luogo a improvvisi rilasci massicci, tali da raggiungere l'atmosfera, con effetti sul clima ancora tutti da chiarire.

 E' questa la conclusione di uno studio condotto da ricercatori dell'Università Artica Norvegese a Tromsø, che firmano un articolo pubblicato su "Science", che hanno analizzato lo stato di centinaia di questi crateri individuati sul fondale del mare di Barents. 

Durante le glaciazioni, il metano liberato dal fondale marino è rimasto intrappolato sotto gli spessi strati di ghiaccio soprastanti, formando miscele di gas e acqua, o idrati, che sono stabili e rimangono allo stato solido a pressioni come quelle che si hanno a 300 metri di profondità e se le temperature sono inferiori ai 5 °C. Karin Andreassen e colleghi hanno scoperto che in seguito al riscaldamento climatico avvenuto fra 15.000 e 12.000 anni fa, si liberarono improvvisamente enormi quantità di questo metano intrappolato, creando caratteristiche formazioni a cratere e raggiungendo l’atmosfera.

 Alcuni di questi crateri sono stati osservati per la prima volta negli anni novanta, ma grazie alle nuove tecnologie si è dimostrato che interessano un’area molto più ampia di quanto si credeva inizialmente.
 “Noi ci siamo concentrati sui crateri da 300 metri a 1 chilometro di diametro, mappandone circa un centinaio, ma ci sono molte centinaia di crateri più piccoli, di larghezza inferiore a 300 metri”, spiega Andreassen.


La presenza di grandi depositi di gas idrati nei fondali dei mari artici è nota da tempo, ma le modalità del rilascio di metano influiscono significativamente sul suo destino.

 Pur essendo un potente gas serra, il metano rilasciato lentamente dai depositi sottomarini non contribuisce in modo particolarmente sensibile al riscaldamento climatico – osservano i ricercatori – perché gran parte di esso viene ossidato nella risalita lungo la colonna d’acqua che attraversa per raggiungere l’atmosfera. 
Al contrario, un rilascio improvviso e violento permetterebbe al gas di raggiungere inalterato l’atmosfera sotto forma di grandi bolle. Allo stato attuale, concludono i ricercatori, non si può escludere che il cambiamento in atto delle condizioni dei mari artici, con l’assottigliamento dello stato dei ghiacci e l’innalzamento delle temperature dell’acqua, possa portare a una repentina destabilizzazione dei gasi idrati e quindi alla liberazione esplosiva di metano.

 Fonte: lescienze.it

Le spettacolari piscine terrazzate turche ci sono anche in Francia, ma sottoterra


Un universo incantato sotterraneo. 
Varcando la grotta di Saint Marcel d'Ardèche, nel sud della Francia, si ha come la sensazione di entrare in un mondo parallelo. 
Sale enormi, formazioni rocciose sorprendenti e suoni ovattati sono in grado di avvolgere il visitatore, catapultandolo al centro della Terra. 

 Oltre alle incredibili cattedrali di roccia, qui sotto si possono ammirare una serie di piccoli bacini a cascata: delle piscine terrazzate in carbonato di calcio, simili in tutto e per tutto a quelle che si possono ammirare, in scala più grande, a Pamukkale in Turchia e nel parco di Yellowstone.










Queste grotte sono situate nel territorio di Bidon, all'ingresso delle gole dell'Ardèche, e sono state scoperte casualmente nel 1836, durante una battuta di caccia. 
Finora sono stati esplorati 57 chilometri di gallerie e ancora non si sa quante altre bellezze nascondano nei loro meandri. 

 Fonte: lastampa.it

Il calcio azteco e i suoi sconfitti


Un gigantesco tempio dedicato al dio azteco del vento e un campo destinato all'antico gioco della palla sono venuti alla luce nel centro di Città del Messico, dopo lunghi scavi per risalire alle rovine della capitale precolombiana Tenochtitlan, oggi coperta dalla megalopoli. Nel campo, di cui rimangono solo parte di una scala e una porzione di spalti, sono stati trovati 32 resti di ossa del collo, che gli archeologi pensano appartenessero alle persone decapitate durante i rituali concomitanti alle partite (se a rimetterci la testa fossero i perdenti, i vincitori come premio d'onore o altri non è chiaro).

 Secondo le cronache dei primi conquistadores, lo stesso condottiero spagnolo Hernan Cortes avrebbe assistito a una partita del gioco della palla, proprio in questo campo, nel 1528, invitato dall'ultimo imperatore azteco, Montezuma.
 


Il campo originario doveva estendersi per 50 metri, mentre il tempio, una struttura semicircolare sistemata sopra una base rettangolare, misurava 34 metri di lunghezza per quattro di altezza. Secondo gli archeologi autori della scoperta, era dedicato al dio del vento, Ehēcatl, il cui respiro si dicesse muovesse il Sole, e fu edificato tra il 1486 e il 1502. 

 ll gioco della palla, l'ulama, era una delle manifestazioni religiose più importanti e diffuse in Mesoamerica. 
Poteva essere praticato in grandi spazi aperti o in strutture con bassi muretti e anelli di pietra alle pareti in cui far passare una palla di caucciù.


Le due strutture sono solo le ultime scoperte in ordine di tempo nel centro storico della città, che sorge sulle rovine dell'antica capitale azteca.
 Nel 1985 un terremoto distrusse l'hotel che si trovava sul sito degli attuali scavi: è in quell'occasione che si notarono le tracce degli antichi edifici.

 Fonte: focus.it

venerdì 9 giugno 2017

Perché le capre si arrampicano sull’Argan e sputano i semi da 10 metri di altezza?


Le capre, in Marocco, disseminano i semi di Argan sputandoli da 10 metri di altezza, arrampicate sugli alberi: così facendo permettono all’albero di diffondersi sul territorio.

 I ricercatori dell’Ecological Society of America hanno scoperto un nuovo processo di disseminazione di cui le capre sono responsabili che apre nuovi spunti di riflessione sulle modalità con cui alcune specie vegetali si diffondono. 
Lo studio, intitolato “Tree-climbing goats disperse seeds during rumination”, è stato pubblicato su Frontiers in Ecology and the Environment. 
Cosa succede.
 Nel secco sud del Marocco, è possibile osservare le capre addomesticate arrampicarsi sulla cima degli alberi di Argan alla ricerca di foraggio fresco di cui nutrirsi. 
In alcuni casi sono gli stessi pastori locali a tagliare gli alberi in modo da agevolare la salita degli animali, in particolare dei capretti che stanno muovendo i loro primi passi. 
Questa abitudine alimentare è ancor più frequente in autunno quando le capre passano tre quarti del loro tempo in cima agli alberi.


Gli alberi su cui si arrampicano sono gli argan (endemici proprio delle zone a sud del Marocco), che tutti noi conosciamo per l’olio molto diffuso come prodotto di cosmesi ed estratto dalle ‘noci’ contenute nel frutto, che è ricco di polpa, è più grande di un’oliva verde gigante e di cui le capre vanno ghiotte, ghiotte al punto di arrampicarsi fino a 10 metri di altezza.




Se le capre impazziscono per la polpa del frutto di argan, non sono però appassionate di ‘noci’ che infatti sputano.
 Questo sputare rappresenta per i ricercatori un’interessante variante della zoocoria, la disseminazione per opera degli animali che di solito disperdono i semi attraverso le feci. 
Insomma, se l’argan è così diffuso è grazie a queste capre coraggiose e golose. 

 Fonte: http://scienze.fanpage.it
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