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mercoledì 8 marzo 2017

Ipazia d'Alessandria, simbolo della libertà di pensiero e dell'indipendenza della donna


Ipazia d’Alessandria (in latino Hypatia), scienziata e filosofa greca, è ancora oggi un simbolo della libertà di pensiero, a 1600 anni dalla sua uccisione per mano di fanatici religiosi. 

Nata fra il 355 e il 370 (c’è incertezza sulla data esatta) presso Alessandria d’Egitto, fu una importantissima matematica, filosofa ed astronoma. 
 Figlia del noto filosofo Teone, studiò fin da giovanissima nella enorme biblioteca d’Alessandria, e ben presto fu a capo della Scuola Alessandrina. 
Donna di enorme cultura, di lei non sono rimasti scritti probabilmente a causa di uno dei tanti incendi che distrusse la biblioteca (c’è incertezza fra gli storici ma la distruzione della Biblioteca Alessandrina potrebbe essere avvenuta proprio durante la vita di Ipazia, nel 400). 

Nonostante l’assenza di suoi scritti, altri filosofi del tempo ne parlano come una delle menti più avanzate esistenti allora.
 Arrivò a formulare anche ipotesi sul movimento della Terra, ed è molto probabile che cercò di superare la teoria tolemaica secondo la quale la Terra era al centro dell’universo. 

Ipazia viene ricordata anche come inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, strumento con il quale si può misurare il diverso peso specifico dei liquidi. 
In filosofia aderì alla scuola neoplatonica, anche se secondo le fonti storiche lo fece in modo originale ed eclettico, e non si convertì mai al cristianesimo (uno degli elementi che la condannò a morte). Oltre a tradurre e divulgare molti classici greci (è grazie a lei ed al padre se le opere di Euclide, Archimede e Diofanto presero la via dell’Oriente tornado poi in Occidente moltissimi secoli dopo), insegnò e divulgò fra i suoi discepoli le conoscenze matematiche, astronomiche e filosofiche all’interno del Museo di Alessandria, che a quel tempo era la più importante istituzione culturale esistente.

In un clima di fanatismo, di ripudio della cultura e della scienza in nome della crescente religione cristiana, Ipazia venne trucidata nel marzo del 415, lapidata in una chiesa da una folla di fanatici. 

Il suo nome è tornato famoso durante l’Illuminismo, quando molti autori hanno iniziato a ricordarne la sua libertà di pensiero e l’alto livello a cui erano giunti i suoi studi. 
Da allora viene ricordata come un simbolo della libertà di pensiero e dell’indipendenza della donna, oltre che come martire del paganesimo e in generale del dogmatismo fondamentalista.

 Al suo nome è dedicato il Centro Internazionale Donne e Scienza, creato nel 2004 dall’UNESCO a Torino per sostenere lo studio, la ricerca e la formazione in particolare delle donne scienziate del Mediterraneo. 
Il suo essere donna infatti, in un clima di fanatismo religioso, fu un aggravante per la sua posizione di persona di libero pensiero. 
La religione cristiana in espansione non accettava che la donna potesse avere ruoli importanti nella società, men che meno una posizione libera come quella sua, capace di aprire le menti e di non inchinarsi a nessun dogma. Inoltre in un clima in cui si imponeva alle donne di girare con velo e di restare chiuse in casa in posizione di subordinazione all’uomo, non poteva essere accettato che una donna formulasse ipotesi sul funzionamento del cosmo intero.


Su Ipazia sono stati scritti molti libri e nel 2009 è stato girato un film-colossal del regista spagnolo Alejandro Amenábar, “Agorà”. Dopo pressioni da parte di gruppi di cittadini sui social network (oltre 10mila firme) e da parte del giornale La Stampa, il film è finalmente uscito a fine 2010 anche in Italia.
 In un primo momento infatti nessuno si era voluto prendere carico della sua distribuzione nei cinema. Fatto che alcuni hanno interpretato come una resistenza ad accettare la rappresentazione di un’immagine negativa della religione cristiana, che purtroppo in quegli anni (e pure nei secoli a venire), motivò crociate contro il sapere e contro la libertà di pensiero.

 Una storia, quella di Ipazia, che dovrebbe far riflettere su come i dogmi in generale, di tipo religioso ma anche ideologico, siano stati troppe volte nella storia nemici della libertà di pensiero e della sete di conoscenza del genere umano, oltre che fonte di assurde discriminazioni del genere femminile.

 Fonte: http://www.meteoweb.eu

La leggenda della Cascata delle sette sorelle intrappolate fra i fiordi della Norvegia


Sette spose per un solo pretendente. 
Dalle pareti del Geirangerfjord, uno dei fiordi più spettacolari della Norvegia, scendono tante cascate che portano l’acqua dei ghiacciai. La più spettacolare è sicuramente la Cascata delle sette sorelle, suddivisa, proprio come dice il nome, in sette scivoli d’acqua sulla roccia.
 E il nome di questa sontuosa opera della natura non poteva che essere legata ad una leggenda:
 le sette sorelle erano così belle e simili l’una all’altra da aver stregato un solo uomo.
 Un principe che si trovava a passare da quei fiordi e che trovò rifugio in un podere dove vivevano un padre con sette bellissime figlie.
 Abbagliato da tanta bellezza, il principe decise di sposarne una, la più bella: sfortunatamente però, ogni giorno al risveglio dopo una notte di bagordi non riusciva più a riconoscere la sua prescelta.


Passarono gli anni e le sorelle, prese dalla disperazione di essere rimaste nubili ad attendere il principe, diventarono inconsolabili. Così generavano tante lacrime da formare dei rivoli d’acqua sempre più tumultuosi, tanto da arrivare a fondo valle. 
E per punizione, essendo la causa di tanto dolore, il principe pretendente fu trasformato pure lui in una cascata – la Cascata del pretendente, che si trova proprio di fronte a quella delle sette sorelle – ma a forma di bottiglia, a simboleggiare tutto l’alcol che aveva bevuto per annebbiare la sua memoria.
 La sua «ingordigia» è stata così punita con la legge del contrappasso dantesco: rimanere «a bocca asciutta» a contemplare per sempre la bellezza delle sette sorelle, senza essere degnato di uno solo sguardo.


Il Geirangerfjord è entrato a far parte della lista dei beni patrimonio dell’umanità dell’Unesco. E basta guardarlo per capirne il perché. La sua maestosità non ha eguali ed è reso unico proprio dalle tante cascatelle d’acqua che lo lambiscono, mettendo in bella mostra tutta la forza della natura. 
 Stare al cospetto di questo fiordo viene descritto essere come qualcosa di magico. Soprattutto se c’è il sole: la luce crea tanti arcobaleni. 
E al tramonto le sette sorelle sembrano brillare, creando una meravigliosa dispersione cromatica. Facile capire perché il Pretendente se ne sia perdutamente innamorato. 

 Fonte: lastampa.it

martedì 7 marzo 2017

Le Isole dei Ciclopi : un paradiso in terra tra natura, mito e leggende


Ci sono posti in cui la bellezza del paesaggio si fonde col sapore inebriante del mito, luoghi incantati dove l’ambiente naturale è stato plasmato da gesta memorabili, scampoli di paradiso in cui si respira il soffio inesauribile della leggenda. 
Il mini arcipelago delle Isole dei Ciclopi è sicuramente tra questi. Un isolotto, 3 faraglioni e 4 scogli disposti a forma di arco al largo della costa catanese, nel tratto di mare del litorale di Aci Trezza, frazione del comune di Aci Castello. 
 Dominata dalla figura imponente dell'Etna che si staglia sullo sfondo, questa fascia costiera della Sicilia orientale è una terra dall'atmosfera magica, un tempo popolata da esseri mitologici, eroi, animali fantastici, ninfe, dei e titani. 
 Teatro di diverse leggende, la più poetica delle quali è senza dubbio la favola tragica dell'amore di Aci e Galatea, questa riserva naturale è costituita dall'isola Lachea, la più grande dell'arcipelago, tre Faraglioni (il Faraglione grande, il Faraglione piccolo e il Faraglione degli Uccelli) e 4 scogli.
 Istituita nel 1989, l'area marina protetta "Isola Lachea e Faraglioni dei Ciclopi" prende il nome dal mitologico incontro tra Ulisse e il ciclope Polifemo, episodio fondativo dell'intero arcipelago.
 Dalla spiaggia di Aci Trezza, il colpo d'occhio è davvero suggestivo e richiama alla mente memorie di un passato leggendario.










Sassi che sembrano affiorati dall'acqua, come meravigliose gemme incastonate nella cornice dell'orizzonte, sospese tra cielo e mare. Onde che riverberano ancora gli echi dell'amore mitologico tra il pastorello Aci e la ninfa Galatea, massi che tuttora trasmettono la forza sovrumana del ciclope Polifemo, lanciati contro Aci per gelosia e finiti rotolando in mare. 
Rocce che testimoniano ancora oggi la furia del gigante, da lui scagliate per eccesso di collera nei confronti di Ulisse e dei suoi uomini, in un gesto leggendario che è all'origine mitologica dell’intero arcipelago, chiamato per l'appunto “Isole dei Ciclopi”.


Narra le leggenda che in questo lembo della Sicilia orientale compreso tra l’Etna e il mare, vivesse una splendida ninfa chiamata Galatea, figlia di Nettuno.
 La giovane era innamorata del pastorello Aci, con cui soleva amoreggiare lungo una spiaggia della costa. 
Erano creature diverse, appartenenti a due mondi differenti: figlia del mare, Galatea era una Nereide, ovvero una delle 50 ninfe che avevano il compito di proteggere i marinai, mentre il regno di Aci era tra i boschi e le montagne. 

 Ogni giorno, al tramonto, i due si separavano, con la promessa di ritrovarsi all’indomani. 
Ma in quella zona viveva anche il ciclope Polifemo, gigante monocolo innamorato di Galatea. 
Polifemo era al servizio di Efesto, dio del fuoco, e lavorava nella sua fucina, all'interno del vulcano Etna, dove forgiava i fulmini di Zeus e altre opere mirabili come ad esempio l'armatura di Achille. Il classico triangolo amoroso è illustrato da Galatea in questo passo tratto dalle Metamorfosi di Ovidio : 
 “Aci era figlio di Fauno e una ninfa nata in riva al Simeto: delizia grande di suo padre e di sua madre, ma ancor più grande per me; l’unico che a sé mi abbia legata. bello, aveva appena compiuto sedici anni e un’ombra di peluria gli ombreggiava le tenere guance. Senza fine io spasimavo per lui, il Ciclope per me.” 

 Un giorno, Polifemo vide i due innamorati che si intrattenevano sulla riva del mare.
 Accecato dalla rabbia, sradicò alcuni alberi, quindi prese un masso gigantesco e lo lanciò contro Aci, uccidendolo.
 Il masso continuò la sua corsa e finì in mare, dando origine all’attuale isola di Lachea.
 Distrutta dal dolore, Galatea pianse tutte le lacrime del mondo, al punto che gli Dei ebbero pietà di lei. 
Trasformarono Aci in un fiume, e la ninfa in schiuma del mare, cosicchè i due innamorati potessero abbracciarsi per l’eternità.


Il fiume Aci sgorga dall'Etna e scorre in gran parte sotterraneo, gettandosi in mare proprio in quel tratto di costa in cui s’incontravano i due innamorati. 
Qui, a testimonianza di quel tragico amore, c’è una sorgente d’acqua dolce dal caratteristico colore rossastro che i siciliani chiamano “u sangu di Jaci”, il sangue di Aci. 

 Il corpo del pastorello, smembrato in nove parti, venne scaraventato lontano da Polifemo, e dove ricaddero i vari pezzi vennero fondate nove località che presero tutte il nome dello sventurato pastorello come prefisso, seguito dal suffisso che contraddistingue i diversi centri abitati. (Aci Trezza, Aci Reale, Aci Castello, Aci Sant'Antonio, Aci Santa Lucia, Aci Bonaccorsi, Aci Catena, Aci Platani e Aci San Filippo). 

 Quello di Aci e Galatea non è l’unico mito legato a questi faraglioni. 
Un’altra importantissima leggenda che aleggia nell’arcipelago è quella relativa all’incontro tra Ulisse-Nessuno e Polifemo, che simboleggia la vittoria dell’intelligenza e dell’astuzia sulla forza bruta.
 Questo mito, narrato da Omero nell’Odissea, racconta che Ulisse sbarcò con i suoi compagni proprio sull’isola di Lachea, causa della morte di Aci. Il ciclope divorò sei dei suoi uomini, ma Ulisse riuscì a fuggire, ingannando Polifemo con un abile stratagemma. 
In preda all’ira, il gigante prese dei sassi e li scagliò contro i fuggitivi. 
Quelle pietre finirono in mare e formarono gli attuali faraglioni dell’arcipelago
.

Uno scenario magico quello delle isole dei Ciclopi, terra di favolosi amori e avvincenti leggende.
 Un palcoscenico davvero unico, che ha affascinato anche la letteratura e il cinema. 
I faraglioni di Aci Trezza costituiscono infatti l'ambientazione dei Malavoglia di Giovanni Verga, nonché del film La terra trema di Visconti, ispirato al libro.

 L'arcipelago è un paradiso naturalistico dove è possibile nuotare, immergersi o effettuare escursioni in barca. 
Visitare questi luoghi meravigliosi, in cui risuona ancora l'irresistibile richiamo dei racconti mitologici, rappresenta un'esperienza indimenticabile. 
 Dalla spiaggia di Acitrezza si possono ammirare i faraglioni in tutto il loro splendore, specialmente quando il chiarore dell'alba o la luce del crepuscolo le ammanta di un'aura incantata.
 Si può fare un bagno nel mare cristallino, inseguendo le suggestioni della favola di Aci e Galatea, alla ricerca di quei vortici in cui il pastorello fa sentire ancora oggi la sua presenza, attraverso spinte di acqua fredda e non salata provenienti dal fondale.




Angela Petrella

lunedì 6 marzo 2017

I giganteschi animali meccanici de l'ile de Nantes


Un elefante di 12 metri di altezza emerge da una nave industriale, sulle sponde della Loira, nella città di Nantes.
 Residenti e visitatori non si allarmano. 
Contemplano il pachiderma, 48 tonnellate di acciaio e legno, che avanza lentamente, che barrisce e spruzza acqua dalla proboscide. Sul suo dorso sono saliti alcuni turisti per partecipare ai 30 minuti di passeggiata che l’animale effettua sull’isola di Nantes, un’isola fluviale nel cuore della città. 
Un viaggio per i mondi magici che popolavano l’immaginazione di Jules Vernes, l’abitante più famoso di questa città bretone. “Arriverà un momento in cui le creazioni della scienza supereranno quelle dell’immaginazione”, disse l’autore del “Giro del mondo in 80 giorni”.
 Fu profetico. 
Queste macchine superano i sogni di ogni anima, infantile o adulta che sia.

 Il Grand Elephant è diventato il simbolo ufficiale della città, al punto tale da diventare il protagonista di cartoline postali e souvenir. 
E’ anche il simbolo della compagnia teatrale di strada “La Machine”, oltre a far parte del progetto artistico ‘Les Machines de l’île’. 
Si sviluppa nel luogo in cui si trovavano gli antichi cantieri navali della città.
 Il punto di partenza del Grand Elephant sono le navi che ospitavano le caldarerie. 
Oggi le oniriche creature di Nantes formano un atipico parco di attrazioni all’aperto. L’Officina è la nave dove nascono tutte le “macchine”, sculture fantastiche che prendono vita grazie ai meccanismi posti nel suo scheletro.
 Dalle sue passerelle, che si affacciano sul lavoro quotidiano degli artigiani, i visitatori possono assistere al processo di creazione di una gazza ladra gigante, una manta, un drago cinese o un enorme ragno. 
Ma in questa officina-laboratorio i dettagli si intuiscono appena. 
Gli artigiani si preoccupano di svelare solo alla fine il risultato delle loro opere.












Di fronte all’Officina si trova la Galleria, che ospita un bestiario di macchine (tutte possono essere azionate e provate).
 E’ questo lo scenario dove scoprire il grande progetto della compagnia, ancora in fase di studio. 
Si tratta dell'”Arbre aux Hérons” (Albero degli Aironi), un albero di acciaio di 50 metri di diametro e 35 di altezza che verrà costruito – nel caso in cui il progetto avesse il via libera – nel centro della città. Sarà coronato da due aironi meccanici e popolato da creature che ospiteranno il visitatore tra le sue varie terrazze e passerelle. 
Oggi è possibile salire sull’unico ramo costruito, posto all’ingresso della galleria.


Gli esseri fantastici prendono vita grazie ai meccanismi robotici e all’azione degli scenografi François Delarozière e Pierre Orefice. Sono i genitori delle creature e del progetto artistico che collega i mondi inventati da Jules Verne, l’immaginario meccanico di Leonardo Da Vinci e la storia industriale della città di Nantes. L’obiettivo delle loro architetture viventi è “sognare le città future e trasformare lo sguardo che rivolgiamo verso il nostro spazio urbano”. 
Può sembrare una chimera ma, come diceva Verne: “Le grandi scoperte vengono fatte dando retta ai pazzi”. 

 Fonte: passenger6a.it

venerdì 3 marzo 2017

Levriero afgano, il cane nobile dalla storia millenaria


Secondo la leggenda, due esemplari di levriero afgano, ebbero l’onore di salire nientemeno che sull’arca di Noè! 
Miti a parte, quella di questa razza è una storia sicuramente antichissima e misteriosa. Basti pensare che, in un graffito risalente al 2000 a.C., appare la raffigurazione di un cane molto simile all’attuale levriero afgano.
 Si reputa che il progenitore della attuale razza, sia giunto assieme alle popolazioni indoeuropee, intente a formare un regno nelle zone settentrionali dell’attuale Afghanistan. 

Inizialmente selezionati come cani da caccia, ebbero un forte impatto nell’alta nobiltà, sia per le loro grandi doti di cacciatori, che per la grande capacità di convivere con l’uomo senza esserne dipendente.
 È strano pensare che una razza dalla storia millenaria, sia stata conosciuta in Europa solo nel 1800.
 In quel periodo, infatti, le forze colonizzatrici Britanniche, giunsero nelle remote regioni dell’Asia e dell’India. 
Fu così che conobbero il levriero afgano, portandolo successivamente nelle regioni europee e lavorando a uno standard che potesse definirne l’allevamento.
 Nel 1925 vediamo presentata la stesura definitiva di questa razza. All’oggi è un cane particolarmente conosciuto e, tuttavia, poco allevato e acquistato. 
I motivi sono da riscontrarsi nelle particolari cure di cui necessita, del carattere a prima impressione freddo e infine per il costo. 
Basti pensare che un cucciolo di questa razza potrebbe arrivare a costare 7.000€!


Nel complesso da un’impressione di eleganza, potenza e grandissima nobiltà (leggasi: snob come pochi). 
Il corpo è snello e muscoloso, tipicamente da levriero. 
Gli arti sono dritti e dalla ossatura abbastanza possente.
 La testa è anch’essa tipicamente “levriera”, con cranio e muso lunghi, lo stop è leggero e l’occipite è piuttosto prominente.
 Gli occhi sono quasi triangolari e obliqui, lo sguardo è esotico e vagamente orientale.
 Le orecchie sono attaccate basse, aderenti e arretrate.
 La coda è abbastanza lunga, attaccata alta e dalla tipica forma ad anello sulla punta. 
Il pelo è inconfondibile, lungo e fine su quasi tutto il corpo, si accorcia nelle zone del retro-spalla e sulla sella. Il pelo sulla testa è lungo dalla fronte, e forma il tipico ciuffo. Corto sul muso. 
Sono accettati tutti i colori del manto. 
La taglia ideale si aggira attorno ai 68-74 cm per i maschi e 63-69 cm per le femmine.


Chiunque veda un levriero afgano a passeggio con il proprietario, ha subito l’impressione di vedere un nobile re, con il suo fedele suddito al seguito (attenzione, il suddito è l’umano).
 Il portamento elegante, il pelo lungo e setoso, lo sguardo nobile e distaccato non posso far pensare ad altro.
 Questa razza da l’impressione di essere molto snob, ma non è solo un’impressione, lo è e basta! 
Questo non deve però far pensare a questo cane in modo negativo, infatti è in grado di molta dolcezza e tenerezza nei confronti del proprio umano. Mantiene tuttavia un gelido distacco con gli estranei.
 Non è in grado di compiere gesti plateali e se dovesse farvi capire che qualcosa non va, lo farà con lo sdegno, dandovi le spalle e ignorandovi completamente (fidatevi, brucia più di mille abbai). Non va dimenticata la sua antica origine di cacciatore, che andrà assecondata con lunghe passeggiate e un po’ di movimento.


Non è un cane che soffre di “dipendenza” nei confronti del proprietario, dimostrerà tuttavia una forte stima e amore.
 Solo con queste due prerogative si riuscirà ad intraprendere un percorso di collaborazione, il levriero afgano ripone la sua fiducia solo nelle persone che stima davvero. 

 Fonte rivistanatura.com

giovedì 2 marzo 2017

Il Deserto della Dancalia, "l'inferno sulla Terra"


Il Deserto della Dancalia è conosciuto come “l’inferno sulla terra”. Attraversarlo vuol dire seguire le orme di Rimbaud, che quando si stancò di scrivere poesie fece fortuna come trafficante d’armi in Africa. 
Sotto il sole cocente, le temperature raggiungono i 63°C e in estate non scendono mai sotto i 40ºC. 
Una prova di resistenza per un “faranji”, nome con il quale gli etiopi chiamano gli stranieri. 
Dallol è il cratere vulcanico situato nella depressione della Dancalia e detiene il record della temperatura annuale più alta registrata. 

Avventurarsi in questo luogo inospitale richiede misure di sicurezza. 
 “Restare senza veicolo di ricambio, senza comunicazione satellitare o senza acqua può essere fatale”, dice una delle guide. Sono necessari 500 litri di acqua per otto persone. 
Esplorare la Dancalia in gruppo non impresa per chiunque, ma anche viaggiare da soli non è un’opzione da considerare.
 Inoltre, il gruppo dovrà essere accompagnato da una scorta militare, formata da tre soldati.
 La sua presenza è imprescindibile per evitare incidenti con la popolazione locale. 

Il Deserto della Dancalia si trova nell’omonima depressione. Occupa parte dell’Etiopia, dell’Eritrea e di Gibuti, nella regione del Corno d’Africa. 
Il surrealismo dell’ambiente circostante compensa il rigido clima. 
È possibile vedere colori vivaci e contorni impossibili. 
Il paesaggio passa drasticamente dal candore immacolato dei suoi laghi salati, alle sorgenti colorate di Dallol, la zona vulcanica. 

Ci troviamo nel punto più basso dell’Africa, a 125 metri sotto il livello del mare. 
Non è difficile distrarsi un momento e mettere il piede in un geyser fumante.
 Le lagune di colore arancione, verde, rosso o giallo, bruciano e bollono, a causa del solfuro e dello zolfo che permeano l’atmosfera di un forte odore. 
I ruggiti che provengono dall’entroterra sono l’unica cosa che rompe il silenzio.






Ci sono più di 30 vulcani attivi nella Dancalia. 
Erta Ale è il vulcano dell’Etiopia con maggiore attività.
 Il suo soprannome, “la porta dell’inferno”, incute paura, pur essendo uno dei più bassi del mondo, con 613 metri di altezza. Bisogna aspettare che scenda la notte per salire fino al cratere centrale e guardare da vicino la lava che si accumula al suo interno, formando un lago. Ce ne sono quattro in tutto il mondo e questo è il più antico.


Dancalia è la terra degli Afar, tribù di pastori semi-nomadi che vive in questo mondo sotterraneo. 
Ali Noor aveva 14 anni quando iniziò ad estrarre sale come attività di sussistenza. Lo fa solo con l’aiuto di un bastone e di un machete. “A volte ti dimentichi del caldo”, sussurra senza smettere di zappare.

 Quando l’acqua del lago evapora, si forma una crosta di sale. Loro lo chiamano “oro bianco”. 
I lavoratori lo tagliano in blocchi e lo caricano sui cammelli, tutta la quantità che riesce a sopportare l’animale.
 Poi inizia il viaggio fino alla città di Berahile, dove lo scaricano, affinché gli esperti trasformino i blocchi in lingotti. 
Si tratta delle carovane di sale della Dancalia.
 Gli Afar vivono ripetendo giorno dopo giorno il loro passato, ma questo è il loro unico futuro





Fonte: passenger6a.it

mercoledì 1 marzo 2017

Lo splendido rifugio nel cuore di un vecchio albero


Sembra uscita da un libro di favole, una casa in stile hobbit ricavata dal tronco senza vita di un albero.
 Una capanna in cui non manca nulla, realizzata nel cuore del ceppo di una conifera. Siamo in Canada, sulle isole di Haida Gwaii. 
 Qui gli alberi sono talmente grandi che è possibile addirittura vivere al loro interno.

 Il peccio di Sitka è un albero della famiglia delle Pinaceae originario della costa occidentale dell'America del Nord.
 È di gran lunga il peccio che raggiunge le più grandi dimensioni, ma anche la quinta conifera più grande al mondo.. Può raggiungere infatti i 50-70 metri d'altezza (eccezionalmente oltre 90 metri), con un diametro del tronco fino a 5-7 metri). 
 Un sogno per molti di noi, così come per Noel Wotten, personalità versatile e tuttofare.
 Artista, narratore e pescatore, Noel è riuscito a creare uno splendido rifugio nel cuore di un vecchio tronco, nella città di Tlell.




Ha impiegato 22 anni di lavoro all'interno del moncone per costruire questa suggestiva stanza, ornata anche di fotografie, note umoristiche, e omaggi di alcuni dei musicisti (tra cui Eric Clapton) che hanno suonato al suo interno.
 Una nicchia che ha un'acustica davvero unica. Chi ha avuto la fortuna di suonare lì ha detto:
 “Suonare la chitarra qui è come suonare la chitarra all'interno di una chitarra!”




Qui quasi ogni cosa è stata realizzata in legno. 
Anche se la pianta che la ospita non è viva, l'interno del tronco non è stato verniciato. 
All'interno vi sono alcuni mobili in legno fatti a mano, scaffali e arredi. 
 Un piccolo angolo di paradiso tutto naturale. 

 Francesca Mancuso

martedì 28 febbraio 2017

Le risorse nascoste della nostra psiche: la “resilienza”


In psicologia il termine “resilienza” indica la capacità dell’individuo di superare e di trarre forza da eventi stressanti e traumatici. 
 E’ un’espressione della duttilità della psiche e del dinamismo della personalità, che spiega come molti individui trasformino situazioni oggettivamente sfavorevoli in occasioni di cambiamento vantaggiose per la propria evoluzione verso la piena realizzazione di sé e della propria felicità.

 Il concetto di resilienza è mediato dalla scienza dei materiali, per la quale un materiale ad alta resilienza è quello in grado di adattarsi a pesanti sollecitazioni mantenendo la sua forma originaria. Analogamente, ci sono persone che rispetto a situazioni avverse dimostrano un’elevata soglia di tolleranza alla frustrazione e anzi sanno adottare strategie per ricavarne un vantaggio, e persone “non resilienti” o “scarsamente resilienti” che si lasciano schiacciare dalle difficoltà, partendo dall’idea di non poter cambiare.
 Queste persone si irrigidiscono su sistemi di convinzioni negative che le atterrano nell’insoddisfazione o in forme più o meno gravi di disagio psicologico. 

 La resilienza è associata alla perseveranza, alla creatività, all’empatia e al pensiero positivo e si basa sul presupposto che tutto serva.
 Tutto serve, tutto contiene un messaggio prezioso, tutto rappresenta una possibilità evolutiva, anche se nell’emergenza della sofferenza è difficile individuarla. 
Gli individui resilienti si pongono rispetto alla realtà in modo attivo: la inventano, la costruiscono, la adattano a sé e, tra i molteplici significati degli eventi, selezionano sempre quello più positivo.

 La resilienza non è una caratterista genetica, ma un’opportunità che tutti gli esseri umani possono cogliere lavorando su l’unica variabile che possono veramente controllare: il proprio pensiero.

 Il resiliente usa tutti i colori della tavolozza del proprio cervello. Il non resiliente, si limita al grigio e al nero: i primi saranno persone serene ed equilibrate, i secondi, alteri guardiani del proprio ergastolo mentale da loro stessi inflitto.

 Dagli anni ’80, la resilienza è diventato un concetto-chiave nella psicoterapia, nel coaching professionale e nella psicologia del lavoro: l’intervento psicologico, a prescindere dal contesto che lo richiede, si configura sempre di più come un insieme di strategie, di tattiche e di tecniche per apprendere, incoraggiare e incrementare la resilienza umana.
 Per sviluppare questo straordinario stile di pensiero, occorre prima di tutto assumere per quanto possibile un atteggiamento aperto e non giudicante rispetto a se stessi, agli altri e al mondo.
 E’ il passo più difficile, dato che definizioni rigide della realtà rappresentano per molti una barriera contro la sua complessità e un tentativo di controllarla illusoriamente.


Eliminare del tutto pregiudizi e convinzioni limitanti è però utopistico: si può al limite diventarne consapevoli e cercare di arricchire il proprio punto di vista di alternative diverse da quelle offerte dall’abituale approccio alle cose, quello che consideriamo spontaneo ma che è soltanto il frutto di una combinazione di esperienze e di apprendimenti, a volte inconsci, non sempre funzionali. 
A cosa serve giudicarsi sbagliati, tristi, sfortunati? 
A cosa serve pensare che un problema sia irrisolvibile?
 A cosa serve piangere sul latte versato? 
Qual è l’utilità del pensare che il mondo sia un luogo pieno di insidie? 
Si tratta di giudizi, di visioni della realtà certamente vere, ma non più di altre di segno opposto che però aprono la strada alla resilienza, alla soluzione strategica e creativa dei problemi e alla costruzione di un equilibrio nuovo.


La resilienza psicologica non è semplice “pensiero positivo”, consiste nell’accompagnare il pensiero positivo all’azione con perseveranza, anche nelle situazioni più complicate.
 Si può definire resiliente chi apprende dalle difficoltà senza la pretesa di risolvere subito i problemi e chi ha un’elevata soglia di resistenza alle frustrazioni.

 Soggetti scarsamente resilienti, invece, sono caratterizzati da un certo grado di rigidità e, una volta strutturato uno schema della realtà, rifiutano di variarlo anche quando risulta impedire equilibrio e realizzazione personale. 
Bassa resilienza è correlata ad elevati livelli di conflittualità interpersonale e sofferenza psicologica, oltre che a scarsa capacità di realizzare le proprie attitudini. 

 Per capire meglio cosa sia la resilienza, si pensi alla storia di un ragazzo molto sfortunato: figlio di una ragazza madre che lo dà in adozione e costretto a frequentare l’università prima ancora di aver compreso cosa volesse fare nella vita.
 Gli studi, costosissimi, vanno a rotoli gettando quasi sul lastrico la sua famiglia. 
Disorientato, ma perseverante, il ragazzo resta la Campus.
 Si arrangia raccogliendo lattine nel parco in cambio di pochi dollari e dormendo ospite nelle stanze dei colleghi e a volte per strada. 
Una situazione terribile. 
 Nel grigiore e nell’apatia per la vita universitaria, il ragazzo trovava la bellezza soltanto nei manifesti e nelle scritte appesi nei corridoi provenienti dal corso di calligrafia ospitato in quella Università. 
Così, sulla scia di un’intuizione, decide di frequentare le lezioni di calligrafia e si appassiona ai diversi tipi di carattere, all’arte di disegnarli, comporli e separarli a mano, così da ottenere sempre un risultato perfetto. 
Certo, quella scelta non aveva nulla a che fare col suo ambito di studi, ma era la sola cosa che sentisse di fare in quel momento confuso della sua esistenza.

Quel ragazzo era Steve Jobs, fondatore di Apple, che è, a tutti gli effetti, uno dei più fulgidi esempi viventi di resilienza umana. 
Come ha spiegato lo stesso Jobs, senza quel casuale corso di calligrafia non avrebbe mai creato più avanti i caratteri che oggi usiamo tutti, bellissimi e funzionali, e che derivano dal primo Machintosh. 
Senza la resilienza, Jobs si sarebbe forse piegato davanti all’evidenza dei fallimenti universitari e all’apparente incapacità di trovare un senso compiuto al proprio percorso di allora… come succede a molti. 

 Raccontando la sua interessante vicenda agli studenti del Reed College, Jobs spiega la sua resilienza come la “capacità di unire i punti”, ovvero di mettere insieme all’interno di un disegno compiuto tutte le esperienze esistenziali, anche quelle più difficili o drammatiche e dice: 
“Se non avessi abbandonato gli studi, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. 
Certamente non era possibile all’epoca “unire i puntini” e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo”. 
 “Non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi appaiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. 
Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra e ha fatto la differenza nella mia vita.”

Non possiamo scegliere tutto e a volte ci capitano situazioni in cui ci sentiamo imprigionati.
 La resilienza, se attivata, è una risorsa miracolosa perché fa leva sull’unico aspetto della realtà su cui possiamo acquisire molta libertà: il pensiero.

 Henry Ford diceva: “Non importa che pensiate di saper fare o non saper fare qualcosa, comunque avete ragione”. In questo senso, per stimolare la resilienza, occorre selezionare i pensieri e buttare via tutti quelli che non servono o che lasciano un problema immutato o lo peggiorano. 

 Fonte: fisicaquantistica.it

lunedì 27 febbraio 2017

L'incredibile rivestimento delle piramidi


Nel loro stato originale ognuno dei quattro lati delle Piramidi di Giza aveva un rivestimento liscio composto da lucidi blocchi perfettamente sagomati. 
Questo rivestimento le copriva interamente e il sole d'Egitto le avrebbe fatte brillare come degli specchi giganteschi in mezzo al deserto.
 Gli antichi egizi chiamavano la Grande Piramide di Cheope "Ikhet", che significa "luce gloriosa". 
Ci tengo a far notare la complessità del lavoro svolto dagli ingegneri che hanno realizzato questo capolavoro.

 Del rivestimento che copriva le piramidi di Giza è rimasto soltanto quello della parte superiore della piramide di Chefren, una buona parte si è staccata in seguito a un devastante terremoto che colpì la zona del Cairo nel 1301 a.C., il resto invece è stato usato per edificare la città in un periodo storico in cui non c'era alcun interesse per le antichità, portando le piramidi di Giza ad una progressiva spogliazione.


Questo rivestimento e' un capolavoro dell'ingegneria, immaginate le enormi difficoltà che ci potevano essere nell'adattare i blocchi del rivestimento a quelli che compongono il corpo della piramide.
 I blocchi del rivestimento combacino alla perfezione e il raggiungimento di un simile risultato avrà sicuramente richiesto continue misurazioni. 
I blocchi del rivestimento dovevano essere tagliati e sagomati alla perfezione in quanto ogni pezzo doveva combaciare sia con i blocchi grezzi della piramide, sia con gli altri blocchi del rivestimento


Questo lavoro rappresenterebbe una sfida ardua per gli ingegneri di oggi che hanno a disposizione computer, gru, ruspe, strumenti idraulici e macchine di ogni genere, figuriamoci per quelli di migliaia di anni fa che potevano contare solo su strumenti tecnici di poco superiori a quelli dell'eta' della pietra.
 Inoltre non bisogna dimenticarsi di calcolare le enormi difficoltà che ci potevano essere nel muovere carichi di decine di tonnellate sull'inconsistente sabbia del deserto.

 Alla base del lato nord alcuni blocchi che componevano il rivestimento sono ancora intatti e hanno dimensioni enormi.


Nella piramidi Romboidale di Snefru a Dahshur invece è rimasta intatta una considerevole parte del rivestimento. 
Guardando questa piramide possiamo immaginare meglio quale fosse l'aspetto originale delle tre piramidi di Giza ed avere un'idea di quanto fosse magnifico il lavoro svolto per creare una superficie liscia su tutti e quattro i lati delle piramidi. 

 Fonte: civiltaanticheantichimisteri
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