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lunedì 1 febbraio 2016

Château de Noisy: il Castello Abbandonato più bello del Mondo


Il Castello Noisy, forse conosciuto maggiormente con il nome Miranda, è un’antica roccaforte situata a Celles nella provincia di Namur, in Belgio.
 Il castello fu utilizzato sino al 1991 come campo scuola estivo da parte dell’azienda delle ferrovie del Belgio, che lo aveva destinato a residenza per i figli dei ferrovieri durante la breve estate della regione.

 Il Castello, nonostante mostri i segni degli anni, non è antico come potrebbe sembrare all’apparenza, ma fu costruito durante l’800 dalla famiglia Liedekerke-Beaufort, in fuga dai propri possedimenti originari in seguito alla Rivoluzione Francese. 
Gli ultimi lavori di costruzione risalgono addirittura al 1902/1907, quando fu eretta la grande torre centrale che oggi identifica l’edificio da lontano.

 Durante la Seconda Guerra Mondiale il castello entrò in possesso delle truppe tedesche di stanza a Namur, decretando, di fatto, la fine della fortezza come residenza privata.

 Gli eredi della famiglia Liedekerke-Beaufort nel 1950 concessero in uso il castello all’azienda SNCB/NMBS, che però non lo mantenne con lavori a livello strutturale, decretando un rapido degrado di tutta la struttura.

 A seguito dell’abbandono del castello, avvenuto nel 1991, questo è diventato una delle mete preferite degli urbex della zona, a caccia di fotografie in uno dei luoghi abbandonati più belli al mondo.












Nel 2013 l’erede dell’antica casata nobiliare presentò addirittura una richiesta di demolizione per la struttura, spaventato dalle continue visite all’edificio e dal rischio, costante, di crollo dell’intera struttura.
 Il Castello Miranda però non sarà demolito, ma il suo destino è ancora incerto, ancorato ad una burocrazia che fatica a trovare investitori interessati a spendere i circa 20 milioni di euro necessari alla ristrutturazione. 

 Fonte: vanillamagazine.it

Scoperti geroglifici di 5 mila anni fa che riscrivono la storia di una regina, di un faraone e di una città


Una serie di disegni e iscrizioni geroglifiche, risalenti a circa 5 mila anni fa, è stata rinvenuta nel sito di Wadi Ameyra, nella parte egiziana del deserto del Sinai. 
 Le incisioni, circa sessanta, secondo gli archeologi sono state scolpite nel corso di spedizioni minerarie inviate dai primi faraoni, al fine di rivendicarne la proprietà.
 Gli studiosi stimano che le prime incisioni siano state realizzate circa 5,2 mila anni fa, mentre le ultime vengono datate al regno di un faraone chiamato Nebre, che regnò circa 4,8 mila anni fa.


Secondo quanto ha detto a LiveScience Pierre Tallet, capo del progetto e professore presso l’Università della Sorbona, probabilmente le iscrizioni erano un modo per proclamare il territorio come proprietà dello stato egiziano. 
La zona, infatti, è ricca di giacimenti di pietre preziose come il turchese e il rame.
 Il ritrovamento ha suscitato l’interesse dei ricercatori perché fornisce nuove informazioni sui primi faraoni.
 In una delle iscrizioni, per esempio, si narra della regina di nome Neithotep, la quale governò l’Egitto circa 5 mila anni fa, come reggente del giovane faraone di nome Djer. 
 Gli archeologi sapevano dell’esistenza di Neithotep, ma si è sempre pensato che fosse la consorte del faraone Narmer. 
«Le iscrizioni dimostrano che Neithotep non era moglie di Narmer, ma una regina reggente all’inizio del regno di Djer», spiega Tallet. Un’altra importante iscrizione mostra che la città di Menfi, antica capitale d’Egitto, è più antica di quanto finora creduto.
 Le cronache della Grecia antica e degli scrittori romani sostengono che Menfi è stata costruita da un mitico re di nome Menes, che gli egittologi hanno sempre identificato con il faraone Narmer.
 In realtà, le iscrizioni dicono chiaramente che Menfi esisteva già prima che Narmer nascesse.
 «L’iscrizione associa la città di Menfi, nota anche come “Pareti Bianche”, al nome di Iri Hor, un re che governò l’Egitto due generazioni prima di Narmer», spiega Tallet, ed è molto plausibile che la città possa essere stata costruita prima che Iri Hor diventasse faraone.




Le incisioni comprendono anche le raffigurazioni di alcune imbarcazioni.
 Su tre di queste, gli archeologi hanno trovato il “serekht reale”, una cornice rettangolare nella quale è inserito un simbolo usato nell’Egitto del Periodo Arcaico per indicare il sovrano. 
 Come spiega Tallet, il design delle barche raffigurate nelle incisioni è molto arcaico, molto più antico rispetto a quello utilizzato per le raffigurazioni trovate accanto a buona parte delle piramidi d’Egitto.
 Certamente, la scoperta delle incisioni di Wadih Amyera getta nuova luce sull’antichità della storia dell’antico Egitto, la quale si conferma custode di numerosi aspetti ancora tutti da chiarire.

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

venerdì 29 gennaio 2016

Cos’è e come si trasmette il virus Zika


Archiviata o quasi, per il momento, l'emergenza Ebola, un nuovo patogeno sta ora guadagnando un'infausta popolarità mediatica: è il virus Zika, che da ottobre agita il Brasile e si sta facendo strada in altri 21 stati tra Caraibi, Nord e Sud America. 
 Proprio in queste ore l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che è probabile che il virus si diffonda presto in tutto il continente americano.
 Intanto, quattro casi di febbre da virus Zika, ormai curati e risolti, sono arrivati anche in Italia, su viaggiatori che rientravano dal Brasile.
 Ma che sintomi dà questo virus? 
Perché, e per chi, è pericoloso? 
Si può prevenire? 

Un identikit dell'infezione e dei rischi che questa comporta. 

Il virus Zika (ZIKV) è un virus della famiglia dei Flaviviridae che prende il nome dalla foresta dell'Uganda in cui fu per la prima volta isolato, nel 1947.
 È trasmesso dalle zanzare tropicali e subtropicali Aedes aegypti (le stesse che veicolano dengue e febbre gialla), ma anche, con minore efficacia, dalla zanzara tigre (Aedes albopictus).
 Dal momento della sua scoperta ha causato piccole e contenute epidemie in alcuni paesi di Africa e Sudest asiatico.
 In Brasile è arrivato lo scorso maggio e nel giro di sei mesi ha infettato, complice forse la mancanza di naturale immunità al virus nel continente, ben 1,5 milioni di persone. 
 Ma non dobbiamo immaginare un virus letale come Ebola. Soltanto un quinto delle persone infettate si ammala effettivamente, e i sintomi non vanno in genere al di là dei classici dell'influenza: febbre, eruzioni cutanee, dolori alle articolazioni, occhi rossi.


A ottobre le autorità sanitarie brasiliane hanno svelato però un aspetto più preoccupante: la correlazione dell'infezione da virus Zika con un aumento impressionante dei casi di microcefalia - una riduzione nella crescita di cranio e cervello con conseguenti gravi problemi neurologici - nei neonati e di alcune malattie neurologiche e autoimmuni - come la sindrome di Guillain-Barré, una condizione che può portare alla paralisi - negli adulti.

 PER CHI È PERICOLOSO? 

Per le donne in gravidanza. Anche se un legame causa effetto non è ancora stato scientificamente dimostrato, la comparsa di Zika in Brasile è coincisa con l'impennata dei casi di microcefalia tra i neonati: da ottobre ad oggi, quelli registrati sono 3.893 e in continua ascesa. 
Un incremento del 2500% rispetto al 2014, quando i casi di microcefalia sono stati 150. 
 L'allarme è stato dato a ottobre dai medici di Pernambuco, nel nordest del Brasile e nessuna delle cause ad oggi note per lo sviluppo ridotto di cranio nel feto - l'uso di alcol e droghe in gravidanza, la rosolia, anomalie genetiche o l'esposizione ad alcune sostanze chimiche - basta a spiegare l'accaduto.
 Zika è il principale indiziato anche dopo che la scorsa settimana gli esperti dei Centres for Disease Control and Prevention (CDC) americani hanno annunciato di aver trovato tracce del virus in feti con microcefalia morti nell'utero o poco dopo la nascita. 
La prova che il virus si trasmette da madre a figlio e passa attraverso il liquido amniotico. 

 Ecco perché, mentre le autorità sanitarie sconsigliano alle donne incinte di recarsi in viaggio nei paesi colpiti, quelle di Brasile, Ecuador, El Salvador e Jamaica si sono spinte oltre e hanno chiesto alle donne che progettano una gravidanza di rimandare i loro piani fino a quando l'emergenza non sarà contenuta.

 Le autorità sanitarie nazionali raccomandano alle donne incinte o alle donne che stanno pensando di iniziare una gravidanza di riconsiderare eventuali decisioni su viaggi nei paesi in cui l'epidemia è più diffusa, in particolare in Brasile (che sarà meta di turismo di massa durante le Olimpiadi) e Colombia, El Salvador, Guiana francese, Guatemala, Haiti, Honduras, Martinica, Messico, Panama, Paraguay, Portorico, Suriname e Venezuela.
 In gravidanza, il virus Zika rappresenta un pericolo in qualunque trimestre, ma soprattutto nel primo e all'inizio del secondo trimestre, per la fase di sviluppo neurologico in cui si trova il feto e perché nelle prime settimane è più facile che una donna non sappia ancora di essere incinta e sia meno prudente nella profilassi anti-zanzare.
 Alle donne incinte di ritorno da un viaggio nei paesi colpiti si raccomanda di recarsi dal proprio medico curante se sono state nelle aree interessate dal virus o se si presentano sintomi riconducibili a quelli descritti, e in generale una particolare attenzione agli esami ecografici.


Ricercatori di Stati Uniti, Brasile e altre nazioni stanno già lavorando a un vaccino, ma i tempi non saranno brevi come per Ebola. 
Se nel caso dell'ultima infezione infatti, si lavorava a una soluzione già da un decennio, gli studi per un vaccino, e per un eventuale trattamento antivirale contro Zika stanno partendo praticamente da zero. 
Creare un vaccino e sperimentarlo richiederà diversi anni e diversi milioni di dollari.


In questo momento, la lotta a Zika si gioca tutta sull'eradicazione delle zanzare vettore, le uniche responsabili della trasmissione del virus (che non si trasmette da uomo a uomo). 
Questi insetti pungono in genere di giorno - le zanzariere intorno ai letti non sono quindi così efficaci - e si moltiplicano attorno alle acque stagnanti.
 Sbarazzarsi dei focolai in cui si annidano è il primo passo per contenere l'epidemia. 

Fonte: http://www.focus.it/

Alla scoperta della Tataouine, tra storia, tradizioni e architettura berbera


Tataouine, Tunisia. Alzi la mano chi la conosce. 
Alcuni forse conoscono Tatooine, il pianeta natale di Luke Skywalker di Guerre Stellari; l’assonanza non è un caso visto che George Lucas girò molte scene della saga proprio qui.

 Vale la pena saperne di più su Tataouine. 
Perchè? 
Per la sua architettura berbera, i tradizionali ksour (gli antichi granai), le oasi verdeggianti, i villaggi trogloditi scavati nelle montagne. 
 Scoprire questa regione significa fare letteralmente un viaggio fino alle radici della storia, ripercorrendo le antiche tradizioni berbere e immergendosi nella natura e nella spiritualità.
 Tataouine è nota per i suoi notevoli esempi di architettura berbera. Abbarbicati tra le montagne ci sono alcuni villaggi trogloditi (Chenini, Douiret, Ksar Ouled Soltane e Ksar Hadada) assolutamente da visitare per le loro particolarità artistiche e religiose (come la bellissima Moschea dei Sette Dormienti).
 Le montagne venivano scavate per ospitare case, moschee o oleifici.
 Tutta la regione è inoltre disseminata di ksour, i tradizionali e stupefacenti granai fortificati (“ksour” in arabo significa castello). Le strutture più antiche risalgono al XII secolo e alcuni sono tuttora utilizzati.


Il paesaggio della regione della Tataouine è inciso da centocinquanta milioni di anni di storia.
 Ciò è testimoniato da strati archeologici ben visibili, tracce di animali preistorici e meteoriti.
 La zona è di notevole interesse geologico e storico. Gli appassionati di storia e paleontologia sono nel posto giusto. La regione occupa circa il 25% del territorio della Tunisia, con una densità di popolazione bassissima. 
Sperduta e fuori dai classici circuiti turistici, la Tatatouine è ancora profondamente attaccata alle tradizioni ma si contraddistingue per la calorosa ospitalità del suo popolo.






Il sud-est tunisino, con la sua natura arida e inospitale, è testimone di sistemi di coltivazione agricola ancestrale come i jessour, piccole dighe costruite per trattenere la terra e la misera acqua piovana. 
La Tataouine è anche oasi verdeggianti, piante medicinali ed erbe aromatiche.
 In loco vengono organizzate anche visite alle realtà di produzione locale, attraverso un contatto diretto con le popolazioni locali, nel rispetto di un impatto economico positivo sui villaggi. 

 Fonte: wanderlustt

giovedì 28 gennaio 2016

Omo, la rara giraffa bianca della Tanzania


Nel Tarangire National Park, in Tanzania, nel gennaio 2015 venne avvistato un rarissimo cucciolo di giraffa bianco che ora dovrebbe avere 15 mesi e che è stato riavvistato pochi giorni fa dai ricercatori del Wild Nature Institute che dicono che questo eccezionale animale è riuscito miracolosamente a sopravvivere agli attacchi di predatori come leoni, leopardi e iene e, soprattutto, ai bracconieri umani. 
 Il piccolo di giraffa, che è stato chiamato Omo, come la marca di un detersivo che va ancora per la maggiore in Africa, non è albino ma leucistico, cioè le sue cellule superficiali del corpo non sono in grado di produrre pigmenti, così una parte o tutta la superficie del corpo resta “bianca”.
 Al Wild Nature Institute spiegano che «Un modo per capire la differenza tra gli animali albini e leucistici è che negli individui albini la melanina manca ovunque, anche negli occhi, in modo che il colore degli occhi risulta di colore rosso, a causa dei vasi sanguigni sottostanti».
 A differenza degli albini, Omo ha un po’ di colore: la sua criniera è rosso-ruggine, il ciuffo della sua coda e nero e gli occhi sono scuri come quelli della maggior parte delle giraffe, orlati da lunghe ciglia pallide. 
Come scrive Liz Boatman sulla Berkeley Science Review. «Il leucismo è poco pigmento, che è il motivo per cui gli occhi di Omo sono ancora scuri e che ha ancora sui fianchi un debole pattern di macchie delle giraffe».


Il giovane Omo sembra andare d’accordo con le altre giraffe del suo branco che hanno una colorazione normale che non sembrano curarsi del suo aspetto diverso, anzi, sembrerebbero aver protetto il cucciolo bianco in qualche modo, visto che sorprendentemente è sopravvissuto per i primi 15 mesi di vita, che sono il periodo più pericoloso per le giovani giraffe che possono essere uccise da un grande carnivoro. 
 Ma ora Omo deve affrontare un pericolo maggiore, che molto probabilmente lo perseguiterà per tutta la sua vita: i bracconieri umani. 
Infatti, gli animali bianchi diventare un bersaglio molto ambito di bracconieri e cacciatori semplicemente per il loro aspetto. 

Nel 2009 The Indipendent denunciò che un cacciatore tedesco aveva offerto più di 5.400 sterline per poter abbattere un capriolo albino che vive in Gran Bretagna. I serpenti del grano albini costano di più rispetto ai loro simili colorati e in Brasile sono stati rubati da uno zoo 7 alligatori albini per venderli ai collezionisti. Per non parlare della vera e propria persecuzione degli esseri umani affetti da albinismo che in Africa a volte vengono uccisi e mutilati per realizzare pratiche “magiche” frutto di pregiudizi e razzismo. 

Derek Lee, fondatore del Wild Nature Institute, che ha la sua sede ad Arusha, la capitale safari della Tanzania, ha detto a Sam Wood di Philly.com che Omo «Ora ha più di un anno di età, le sue possibilità di sopravvivenza nell’età adulta sono buone se non verrà disturbato».


La Giraffa bianca è stata scoperta per caso: lo staff del Wild Nature Institute scatta foto digitali alle giraffe per poi identificarle individualmente con l’ausilio di software di riconoscimento dei modelli unici delle loro macchie. 
«Stiamo documentando nascite, decessi e movimenti di oltre 2.100 singole giraffe attraverso 4.000 chilometri quadrati di territorio che sono un mosaico di parchi nazionali, allevamenti e Wildlife Ranch turistici, pascoli del bestiame dei Masai e campi agricoli – spiega Lee – Stiamo studiando le giraffe in un territorio in  cui molte persone vivono fianco a fianco con le giraffe, in modo che possiamo imparare dove giraffe stanno bene, dove no e perché, al fine di proteggere e collegare le aree più importanti per la sopravvivenza delle giraffe. 
Guidiamo lungo centinaia di km di piste 6 volte all’anno per raccogliere le nostre catture fotografiche e abbiamo trovato Omo durante una delle nostre indagini periodiche».
 Il piccolo sembra il solo esemplare bianco tra le circa 3.000 giraffe che vivono nell’area del Tarangire. 
 Per quanto riguarda il rischio bracconaggio, Lee ricorda che «In Tanzania è illegale uccidere giraffe, in quanto sono l’animale nazionale, ma è ben noto che la caccia per rifornire il mercato illegale della carne è dilagante intorno al Tarangire.
 Purtroppo tutte le giraffe, non solo quelle bianche come Omo, sono minacciate dal bracconaggio di animali selvatici.
 Fortunatamente, Omo vive in un parco nazionale dove c’è la più alta probabilità di sopravvivenza grazie agli sforzi anti-bracconaggio nella zona. 
Ci auguriamo che la popolarità di Omo aumenterà la consapevolezza globale sui problemi delle giraffe».

 Fonte: greenreport.it

Alla scoperta di Villa d’Este: un capolavoro assoluto del giardino all’italiana


Tivoli, alle pendici occidentali dei monti Tiburtini, ad est di Roma, lungo il fiume Aniene, ha goduto, sin dall’antichità, di condizioni favorevoli dal punto di vista climatico e strategico. 
In questa città tappa obbligata è Villa d’Este, capolavoro assoluto del giardino all’italiana, un modello che ha influenzato, attraverso il suo fascino, l’evoluzione dell’arte del giardino in Italia e in Europa. Inserita tra i siti Unesco, la straordinaria Villa cattura l’attenzione dei visitatori per l’impressionante concentrazione di fontane, ninfei, grotte, giochi d’acqua e musiche idrauliche, sviluppandosi su più terrazzamenti ed è privilegiata da un terrazzo con affaccio sul paesaggio dell’agro romano. 

Voluta dal cardinale Ippolito II d’Este, nominato governatore della città di Tivoli da papa Giulio III, nacque in un luogo che aveva un nome felice: “Valle Gaudente”; un breve vallata che scendeva tra dolci pendici di vigne e oliveti, percorse tra viuzze campestri, popolate da casupole bianche con tetti rossi, da ruderi dorati, da qualche tabernacolo e da una piccola chiesa.
 Villa d’Este, che ha attraversato un grave periodo di decadenza sotto gli Asburgo, per poi ritornare a risplendere col cardinale Gustav Adolf von Hogenlohe Schillingsfurst a metà 800, ha richiesto 20 anni per la sua realizzazione, a partire dal 1550. 

Il cardinale conferì tale incarico all’architetto napoletano Pirro Ligorio, che fece un lavoro davvero notevole, avvalendosi della collaborazione di valenti idraulici tra cui Giacomo della Porta e Claude Venard. 

 Proprio in quegli anni il musicista Franz Liszt compose al pianoforte la famosa "Giochi d'acqua a Villa d'Este, eseguendola in un concerto all’interno della villa.

 



Solo per citare alcuni imponenti numeri riguardanti la sua composizione: 35.000 mq complessivi di giardino, 250 zampilli, 60 polle d’acqua, 255 cascate, 100 vasche e 50 fontane, 30.000 piante a rotazione stagionale, 150 piante secolari ad alto fusto, 15.000 piante e alberi ornamentali perenni, 9000 mq di viali, vialetti e rampe.
 Il visitatore è trasportato in una reggia d’altri tempi, amata dagli artisti del Grand Tour tra 700 e 800, ampiamente riprodotta nelle opere di Fragonard, famoso artista francese settecentesco.
 Il giardino con i suoi cipressi pluricentenari e le sue gigantesche sequoie, era impostato per meravigliare e stupire papi, sovrani e principi e, nella sua conformazione architettonica a terrazzamenti, doveva ricordare i mitici giardini di Babilonia.


Una curiosità: le fontane non sono alimentate da congegni meccanici ma semplicemente sfruttando la pressione naturale dell’acqua del fiume Aniene, convogliata nella Villa attraverso incredibili lavori idraulici.
 Spiccano: la Fontana dell’Ovato, le Cento Fontane (dove l’acqua sgorga da innumerevoli mascheroni e zampilli), la Fontana dell’Organo, la Fontana dei Draghi, quella di Nettuno, di Madre Natura o dell’Abbondanza, dove l’acqua sgorga da numerose mammelle, simbolo di fecondità.








Fonte: http://www.meteoweb.eu

La leggenda dei giorni della merla


Ci sono diverse varianti della leggenda dei giorni della merla, ma in tutte le varianti ci sono due cose che rimangono sempre fisse, una sono i merli e l’altra sono i giorni: il 29, il 30 e il 31 Gennaio. Questi tre giorni si dice che siano “i tre giorni più freddi dell’anno”, quelli che gli “anziani del paese” sanno leggere per prevedere come sarà il clima di tutto l’anno. 

La leggenda più bella è quella che narra della continua “bagarre” tra il mese Gennaio e i merli, che una volta portavano un piumaggio candido con un becco bello arancione. 
Si narra che Gennaio fosse un mese alquanto dispettoso, di soli 28 giorni, e che si divertisse a gelare una merla quando lei cercava di uscire dal nido in cerca di cibo.
 La merla stufa dei continui attacchi del mese antipatico, decise di fare scorte per tutti i 28 giorni, e allo scadere del tempo uscì dal nido a sbeffeggiare il mese… che però non contento decise di chiedere in prestito tre giorni a Febbraio (che all’epoca pare avesse 31 giorni) e attaccò con tutto il freddo che poteva la povera merla, alla quale non restò che un’unica via di salvezza, un caldo comignolo dove ripararsi… Purtroppo quando il terzo giorno la merla uscì dal comignolo, la fuliggine aveva trasformato il suo candido piumaggio in un nero brillante… e da allora tutti i merli sono diventati neri.


Ogni leggenda ha un fondo di verità, per esempio il fatto che Gennaio fosse un mese breve lo possiamo ritrovare confermato nell’antico calendario romano, dove il primo mese dell’anno aveva solo 29 giorni. 
Come dicevo prima gli anziani sanno “leggere” questi tre giorni per prevedere l’andare delle stagioni, ebbene si dice che se i giorni della merla sono terribilmente freddi, la primavera sarà bella e arriverà presto, se invece in quei tre giorni il tempo sarà clemente, la primavera tarderà ad arrivare e non sarà così fiorente.

 Un’altra leggenda narra che i merli da candidi siano diventati neri perché papà merlo lasciò la mamma merla e i suoi pulcini al riparo accanto ad un camino, durante gli ultimi giorni di Gennaio, per andare a cercare del cibo.
 Quando tornò, la fuliggine aveva fatto diventare neri sia la mamma che i piccoli, e lui faticò a riconoscerli… Da quella volta tutti i piccoli nacquero neri.

 Fonte: www.eticamente.net
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