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lunedì 19 gennaio 2015

Piramidi circolari scoperte in Bolivia e in Perù


I resti di un monumento circolare risalente a più di 2 mila anni fa sono stati trovati nella foresta amazzonica della Bolivia, nel dipartimento di Santa Cruz.
 La struttura si mostra come una piramide circolare con un diametro di base di circa 180 metri e un’altezza di quasi 14 metri. 

 “Non è una piramide di pietra”, spiega l’archeologo Danilo Drakic, coordinatore del gruppo di ricerca. “Si tratta di una piccola collina con tre livelli, che è stata abbassata e circondata con mura per mantenere la forma piramidale a gradini circolari”.

 Come riporta La Prensa, la struttura è costruita su una superficie di due ettari, circondata da molte strutture ancora sepolte. 
“La piramide si compone di tre corpi circolari e presenta cinque ingressi, dei quali il principale è rivolto verso sud”, continua Drakic.
 Secondo il ricercatori, la struttura potrebbe essere collegata a Fuerte de Samaipata e altri siti archeologici presenti nelle valli di Santa Cruz, una regione che comprende il nord dell’Argentina, il Paraguay nordoccidentale, il sud-ovest del Brasile e il sud-est della Bolivia. 
 La datazione della piramide, presumibilmente più antica di 2 mila anni, è stata ricavata comparando altre strutture costruite dalle culture amazzoniche tra i 2 mila e i 2,5 mila anni fa.
 La piramide sarà totalmente visibile per la fine del 2015, quando a causa della stagione delle piogge gli archeologi saranno costretti a fermare gli scavi. 

PERU'


Gli archeologi del Perù hanno scoperto a Miravalles, nella regione di Cajamarca, nel nord del Perù, quelli che sembrano i resti di un antichissimo centro cerimoniale, con al centro una piramide a base circolare. 
 Secondo quanto riportato dall’edizione spagnola di Epoch Times, il sito risale ad oltre 5,5 mila anni fa, dimostrandosi come uno dei siti più antichi mai scoperti in sudamericana. 

Fino ad oggi, si riteneva che la civiltà Norte Chico fosse la prima civiltà delle Americhe.
La loro capitale fu la sacra città di Caral, una metropoli di 5 mila anni fa, nella quale si praticavano complesse attività agricole e dove sono state trovate sei grandi strutture piramidali, insieme a templi, anfiteatri, piazze circolari e aree residenziali. 
 Tuttavia, questa ultima scoperta suggerisce che la civiltà Norte Chico non può essere la più antica: qualcun altro li ha preceduti.

 La scoperta è stata annunciata dal ricercatore Victor Colan nel corso di una conferenza stampa tenuta nell’ottobre del 2014. 
Colan ha spiegato che la piramide si trova al centro di quello che sembra essere un vero e proprio centro cerimoniale, con tre piattaforme ampie 30 metri di diametro.
 La struttura presentava grandi pareti semicircolari costruite con una miscela di malta di fango e pietre pesanti fino a 200 chilogrammi.
 “Il sito archeologico di Miravilles, con i suoi 5,5 mila anni, è di ben 500 anni più antico della città sacra di Caral”, ha detto Colan. “Dunque, non solo Caral è stato il centro originale della civiltà peruviana, ma anche Cajamarca, nel nord del Perù”.
 Il ricercatore ha concluso che “quella del Perù è la più antica civiltà del mondo insieme con la Mesopotamia e l’Egitto”. 
Ora l’obiettivo del ricercatore è quello di ottenere nuovi finanziamenti dal Ministero della Cultura per continuare gli scavi. 


 Fonte: http://www.ilnavigatorecurioso.it/

Riaperta la capsula del tempo di Boston


La capsula del tempo di Boston, uno scrigno pieno di cimeli storici risalenti a 220 anni fa, è stata riaperta ieri dai curatori del Museum of Fine Arts della città, davanti a una folla impaziente di giornalisti. La scatola, sepolta nel 1795 da alcuni dei padri fondatori degli Stati Uniti, sotto a una delle prime pietre di costruzione della Boston State House (uno storico edificio cittadino), era stata dissepolta a metà dicembre, durante i lavori per risolvere una perdita d'acqua nel monumento. 
Al suo interno sono stati trovati le pagine ripiegate di cinque giornali del tempo, ancora in perfette condizioni, una medaglia con l'effigie di George Washington, una collezione di almeno 24 monete di vario conio (la più antica delle quali risale al 1652), una piastra d'argento incisa con la commemorazione della costruzione della nuova State House, un sigillo e alcuni documenti dell'epoca coloniale del Massachusetts.






L'apertura della scatola si è rivelata complessa: ha richiesto 4 ore di tempo e alcuni utensili degni del miglior scassinatore, come aculei di porcospino e strumenti da dentista, per far saltare le viti arrugginite. 
 A chiuderla con una tale perizia furono - come riportano alcune testimonianze storiche - Samuel Adams, governatore dell'epoca, la cui opera politica fu fondamentale per spingere le prime Tredici colonie e ribellarsi alla Gran Bretagna; Paul Revere, esperto incisore e caricaturista anti-britannico, che immortalò con la sua arte i principali eventi della Rivoluzione americana; e William Scollay, eroe di guerra, tra i membri più in vista delle milizie rivoluzionarie. 

 La piastra d'argento, forse incisa proprio da Revere, reca scritti i loro nomi, che lega alle celebrazioni del 20esimo anniversario dell'indipendenza americana (che si sarebbe celebrato poco dopo la sepoltura della scatola). 

 Non è la prima volta che la capsula rivela il suo contenuto. Era già accaduto, per caso, nel 1855, durante alcuni lavori di ristrutturazione.
 In quell'occasione erano stati aggiunti alcuni fogli di giornali e alcune monete in rame (forse per proteggere il contenuto della scatola: il rame ha proprietà fungicide), e il contenitore era stato sostituito prima di essere ricollocato nella stessa posizione. 

 Prima di aprirla, i curatori del museo l'avevano scannerizzata ai raggi X (dunque conoscevano già, almeno in parte, il suo contenuto); ora, terminati i processi di conservazione, gli oggetti trovati al suo interno saranno messi in mostra per breve tempo, prima di essere riposizionati nella capsula e sepolti di nuovo, a beneficio dei posteri. Con l'aggiunta, forse, di alcuni cimeli della nostra epoca.

 Fonte: focus.it

Le tartarughe e l'impronta magnetica della spiaggia natale


Le tartarughe marine ritrovano la spiaggia dove sono nate - e dove torneranno a deporre le uova - riconoscendo la “firma” magnetica unica che caratterizza i diversi tratti di costa. 
A scoprirlo sono stati due biologi dell'Università del North Carolina, J. Roger Brothers e Kenneth J. Lohmann, che illustrano la loro ricerca in un articolo pubblicato su “Current Biology”. 
 La ragione per cui le tartarughe marine depongono le uova nella stessa spiaggia in cui sono nate è, molto probabilmente, che sono sicure di trovarvi la giusta combinazione di caratteristiche favorevoli: sabbia soffice, giusta temperatura, pochi predatori e facile accessibilità. 
Ma come fanno a ritrovarla?


Studi precedenti hanno dimostrato che per orientarsi durante le migrazioni, nel corso delle quali percorrono migliaia di chilometri, le tartarughe marine usano come guida il campo magnetico terrestre. 
Di conseguenza, già diversi anni fa Lohmann aveva ipotizzato che nel loro sistema sensoriale (come pure forse in quello dei salmoni, che hanno un comportamento analogo), rimanesse impressa in qualche modo l'impronta del campo magnetico del loro luogo di nascita.
 La dimostrazione diretta di questa ipotesi è però al di là delle attuali possibilità tecniche, anche perché non è chiaro con quale meccanismo le tartarughe percepiscano il campo geomagnetico, benché vi siano indizi che sia legato alla presenza di minuscole particelle magnetiche nel loro cervello.

 Lohmann e Brothers hanno quindi adottato un metodo indiretto: "Abbiamo pensato che se le tartarughe usano il campo magnetico per trovare la spiaggia natale, il naturale, lento cambiamento che si verifica nel campo geomagnetico dovrebbe influenzare il punto in cui nidificano", ha spiegato Brothers.
 I ricercatori quindi hanno analizzato 19 anni di registrazioni dei singoli punti di deposizione delle uova sulla costa orientale della Florida della più grande colonia di tartarughe Caretta caretta del Nord America.
 Hanno così scoperto che i diversi siti di nidificazione effettivamente si erano via via spostati in modo perfettamente conforme al cambiamento del campo magnetico.

 Fonte: http://www.lescienze.it/

giovedì 15 gennaio 2015

Dover – La fortezza sulle bianche scogliere

Arrivando in Gran Bretagna in traghetto si vedono già da lontano, le magnifiche “white cliffs of Dover”. 
Qui, nell’estremo sud-est, Romani e Anglosassoni innalzarono le loro fortezze a difesa dell’isola e qui, tra il 1168 e il 1180, Enrico II edificò il castello odierno.


Edoardo il Confessore, re d’Inghilterra alla metà dell’XI secolo, aveva disegnato come proprio erede il duca Guglielmo di Normandia. Ma alla morte di Edoardo, nel 1066, i signori anglosassoni (“thanes”) misero sul trono il cognato del re, Aroldo. Contro di lui Guglielmo rivolse le armi, ottenendo una schiacciante vittoria ad Hastings. 
In questo modo acquisì il regno e passò alla storia con il nome di Guglielmo il Conquistatore.
 Per rinsaldare il proprio dominio costruì una serie di castelli, tra cui quello di Dover, a protezione della terra inglese più vicina al continente.
 Si trattava di un edificio costruito velocemente, in cui erano state inserite anche parti prefabbricate in legno, eseguite sotto la supervisione del fratellastro di Guglielmo, il vescovo Odo di Bayeux.


Il primo castello completamente in pietra si deve al re Enrico II Plantageneto detto ‘dal corto mantello’. 
Risalgono a questo periodo il possente mastio (“keep”) del 1180 e le prime mura fortificate esterne.
 Più tardi Riccardo Cuor di Leone ordinò l’ampliamento del complesso, proseguito poi da Enrico III.

 Verso il 1255 il castello raggiunse l’assetto attuale, con una serie di poderose cortine disposte attorno al mastio centrale.
 Mai conquistato in epoca medievale, il complesso fu occupato nel corso della sollevazione protestante contro re Carlo I: un drappello dell’esercito parlamentare riuscì nel 1642 ad espugnarlo con un rapido quanto inatteso assalto.


Già nel Duecento sotto il castello vennero realizzati parecchi ambienti sotterranei.
 Tra il 1807 e il 1812, nel corso delle guerre napoleoniche, queste gallerie furono allargate e consolidate così da costituire un rifugio sicuro, mentre le torri venivano parzialmente smantellate e trasformate in piattaforme per i cannoni. 
Durante la seconda guerra mondiale, i britannici utilizzarono nuovamente questo labirinto sotterraneo per alloggiarvi il cosiddetto “Helfire Corner”, il comando centrale dal quale l’ammiraglio Ramsay, nel 1940, diresse la drammatica evacuazione delle truppe alleate da Dunkerque, in Francia. 
Il castello svolse poi un compito essenziale come installazione di prima linea durante la battaglia d’Inghilterra tra la Luftwaffe (aviazione militare tedesca) e la RAF (Royal Air Force britannica).


E' tipico delle costruzioni normanne il cosiddetto ‘keep’, tradotto in italiano come mastio.
 Tuttavia c’è una profonda differenza tra il mastio italiano, di solito una semplice torre, sia pure quasi sempre più alta e poderosa delle altre, e il ‘keep’ inglese, generalmente un vero e proprio castello interno, dotato di cortine, torri, fossato. 
Si tratta di una costruzione in grado non solo di garantire un’estrema difesa, come il mastio italiano, ma anche di fungere da caposaldo autonomo.


Il castello di Dover dovette superare la prova più dura della sua esistenza nel 1216.
 In Inghilterra regnava Giovanni, detto Senza Terra per aver ceduto i possedimenti al re francese Filippo II Augusto.
 Giovanni era considerato un sovrano incapace e ingiusto.
 I sudditi lo odiavano perché aveva conteso la corona al fratello e predecessore Riccardo Cuor di Leone. Alcuni nobili inglesi lo detestavano al punto tale di schierarsi con gli storici nemici francesi.
 Approfittando di questa situazione l’erede al trono di Francia, il futuro re Luigi VIII il Leone, sbarcò nell’isola e mise Dover sotto assedio. 
Hubert de Burgh, constable (cioè governatore) del castello, organizzò la difesa della “chiave d’Inghilterra”. 
Quando la sua condizione sembrava disperata e la vittoria francese ormai imminente, improvvisamente, nel mese di ottobre, arrivò la notizia che Giovanni era morto dopo una nottata di bagordi. Destinato a succedergli era il figlio Enrico III, di appena nove anni, al quale la Chiesa e la nobiltà garantirono pieno sostegno.
 Di fronte a un regno di nuovo unito, l’erede al trono francese decise di interrompere l’assedio e di rinunciare anche ai futuri piani espansionistici.


“Questa preziosa pietra immersa nell’argenteo mare”: la celebre citazione dal dramma shakespeariano “Riccardo II” descrive le famosissime scogliere cretacee di Dover, alte fino a 115 m. ; alla parte occidentale della falesia fu dato il nome di Shakespeare, che vi ambientò la sua tragedia “Re Lear”. 
Dal ‘keep’, mastio, si gode un panorama vastissimo e meraviglioso: nelle giornate serene lo sguardo si può spingere fino al continente.


Nel mastio è visitabile la camera da letto di Enrico II.
 Presso il reggimento militare stazionato nel castello è allestita un’esposizione sulla gloriosa storia della celebre unità militare.
 Si possono visitare anche, all’interno del complesso, i labirinti sotterranei con varie testimonianze della seconda guerra mondiale.


La chiesetta di “Saint Mary in Castro” fu eretta nell’XI secolo. Il “faro romano” di 12 m (in origine però innalzatesi sino a 30 m) risale al I secolo; in seguito venne trasformato in campanile della chiesa di Saint Mary.

mercoledì 14 gennaio 2015

Le incredibili linee di Sajama in Bolivia


Nella Bolivia occidentale esiste una rete di migliaia di percorsi incisi nel terreno, perfettamente rettilinei.
 Questo incredibile reticolato di perfetti geoglifi è stato realizzato sul terreno in un periodo ininterrotto di circa 3 mila anni dai popoli indigeni che vivono nei pressi del ghiacciaio Sajama.

 Come le più note Linee di Nazca, lo scopo di queste linee rimane un mistero, soprattutto per il grande sforzo richiesto dalla loro realizzazione e la complessità dei calcoli richiesta.

 Le linee di Sajama coprono una superficie di circa 22 mila chilometri quadrati. 
Risultano essere perfettamente diritte e composte in una rete complessa. approssimativamente un’area 15 volte superiore a quella coperta dalle linee di Nazca in Perù.
 La loro lunghezza è stimata grossolanamente attorno ai 16 mila chilometri, circa 3 volte la larghezza degli Stati Uniti d’America. Per questi motivi le linee di Sajama sono il sito archeologico più grande delle Ande e potrebbe essere considerato la più grande opera artistica del mondo.
 La creazione di queste linee, senza l’aiuto della tecnologia moderna, ai nostri occhi risulta una vera meraviglia.
 Le linee furono create scavando e spostando la vegetazione, i materiali che ricoprono il suolo, e le rocce ossidate, esponendo la sottostante superficie più chiara.


La precisione delle linee Sajama è notevole. 
Secondo gli studiosi della University of Pennsylvania:
 “Sebbene molte di queste linee sacre si estendono per oltre 10 o 20 chilometri (e forse anche di più), sembrano essere state tracciate con una incredibile precisione, nonostante la topografia ostile e gli ostacoli naturali.
 Il numero totale di linee è difficile da percepire stando a livello del terreno, ma dall’aria o dalla sommità di una collina sono impressionanti”.
 Molti credono che le linee siano originalmente usate da popolazioni indigene per i loro pellegrinaggi sacri.
 Dispersi lungo questa rete di linee radiali sono state rinvenute huacas (santuari), chullpas (cimiteri) e piccoli villaggi, che rendono l’area un luogo unico al mondo sia per interesse storico che artistico. 
Sebbene la regione sia scarsamente popolata, vi sono segnali che queste linee siano ancora utilizzate come sentieri. 

  
Il primo riferimento delle linee di Sajama si deve ad una breve descrizione del viaggiatore Aimé Felix Tschiffely nel 1932. Nella stessa decade, l’antropologo Alfred Metraux portò le linee e le strutture associate all’attenzione degli studiosi, pubblicando un lavoro etnografico circa le popolazioni Aymara della regione di Carangas.
 Negli anni settanta, lo scrittore e cineamatore inglese Tony Morrison, richiamò l’attenzione sulle linee di Sajama. Recentemente, organizzazioni come la Landmarks Foundation hanno studiato e mappato le linee di Sajama per creare un database per aiutare la protezione del territorio dalla minaccia dell’erosione, dallo sviluppo indiscriminato internazionale, dal turismo nella zona, nonché da altri pericoli come l’assenza di un piano di protezione. 
 La Landmarks Foundation lavorò con l’Università della Pennsylvania per sviluppare il progetto “Tierra Sajama” che usò dati digitali (GIS ed altri) per mappare, descrivere ed analizzare le linee e le strutture a loro associate, in modo da offrire strategie per proteggere e promuovere le linee nel futuro. In particolare, il progetto “Tierra Sajama”: 
 Creò un database di mappe e informazioni pertinenti alle linee, la vegetazione locale e topografia di rilievo. 
 Analizzò ed interpretò i disegni ed i significati di varie strutture, come santuari ed altri edifici religiosi per determinare possibili allineamenti con le linee sacre.
 Sviluppò una serie di propositi che dovrebbero provvedere alla protezione a lungo termine delle linee.


Purtroppo, la mappatura delle dimensioni, la forma e la posizione delle linee di Sajama non risponde alle molte domande che rimangono senza risposta, come l’identità dei loro creatori, lo scopo per cui sono state create, e quali strumenti sono stati usati. Rispondere a queste domande potrebbe aiutarci a comprendere un altro pezzo della storia umana.
 Per ora, possiamo solo continuare ad ammirare la vasta area coperta dalle linee, e la grande perizia dei loro creatori, senza poter comprenderne appieno lo scopo o la funzione. 

 Fonte: http://www.ilnavigatorecurioso.it/

Marvin Gaye - I Heard It Through The Grapevine

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