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venerdì 31 ottobre 2014

Filippine: il ristorante ai piedi delle cascate


Le cascate sono uno dei più straordinari spettacoli della natura, ma osservarle da vicino non è sempre possibile. 
Si tratta infatti di un'occasione molto rara, oltre che non priva di pericoli, tanto che, quando possibile, le visite alle cascate sono parte di viaggi organizzati con tanto di guide. 
Ecco però un'eccezione.
 Si tratta di Villa Escudero. Un vero e proprio ristorante in riva alle cascate. Il Villa Escudero Resort si trova nelle Filippine, per la precisione nella località di San Pablo.
 Il ristorante offre ai propri ospiti un'esperienza davvero unica. Pranzare o cenare al ristorante di Villa Escudero significa provare l'emozione di una lunga pausa proprio accanto ad una cascata. 
Gli ospiti possono osservare le cascate da vicino e ascoltare il loro suono caratteristico, senza temere pericoli.
 Il ristorante si trova ai piedi delle Labasin Falls.
 Sulla riva delle cascate gli ospiti possono degustare le pietanze della cucina locale, sedendosi a tavoli di bambù realizzati a mano agli artigiani filippini, mentre l'acqua scorre direttamente al di sotto dei loro piedi. 
I più coraggiosi possono avvicinarsi direttamente all'acqua che scorre dall'alto, per godere di un massaggio benefico o di una breve doccia naturale prima di dedicarsi al pranzo.


Per sedersi ai tavoli non si indossano scarpe o pantaloni lunghi. Anzi, sarebbe bene portare con sédirettamente il costume da bagno. 
Il terreno occupato dal resort è parte di un antico insediamento, circondato da montagne e palme da cocco.
 Dopo che gli ospiti si sono rifocillati e rinfrescati sulle rive della cascata, sono pronti per dedicarsi alle attività turistiche disponibili nella zona, dal rafting al birdwatching, oppure possono avventurarsi nei villaggi vicini, alla scoperta delle tradizioni locali.

Cani Panda: l'ultima insana mania della Cina


Il chow chow panda non esiste.
 È solo un cane tinto per assomigliare al mammifero in via di estinzione, emblema nazionale della Cina.
 Eppure il fatto che si tratti di un "trucco" non demoralizza le migliaia di acquirenti, che impazziscono ugualmente per i "cani-panda".
 Lo racconta il proprietario di un negozio per animali domestici di Chengdu, capitale della provincia del Sichuan, Hsin Ch'en, che ha raccontato di non riuscire a tenere il passo con la domanda di cani Chow chow tinti come i panda.


"Ho perfezionato la tecnica e ora si sta diffondendo in tutto il paese, racconta. 
Con un po' di cura e colore è facile trasformare un chow in un cane panda, in circa due ore.
 Il trattamento rimarrà per circa sei settimane, poi i proprietari dovranno tornare per alcuni ritocchi".
 Un make-up, assicura il negoziante, senza sostanze chimiche né maltrattamenti (ci fidiamo?) è piuttosto costoso, anche se agli acquirenti "non dispiace pagare un extra, a loro piace il fatto che la gente si giri per strada e possano dire ai loro amici: "Ho un cane panda"', continua Chen.


Prima di dire "che carini", fermatevi a riflettere sulla necessità di applicare questa non meglio definita tecnica solo per il nostro gusto estetico. Anche perchè i Chow Chow son stupendi di loro.
 Il nostro consiglio?
 Lasciate perdere trattamenti di colorazione delle pellicce degli animali: se siete alla ricerca di un compagno a quattro zampe e sicuri di assumervi questa responsabilità, date un'occhiata nei nostri canili e troverete esemplari stupendi anche senza trucco.


Roberta Ragni

Samhain, la vera storia di Halloween


Forse non tutti sanno che la festa di Halloween non nasce in America ma ha origini antichissime rintracciabili in Irlanda, quando la verde Erin era dominata dai Celti. 
Halloween corrisponde infatti a Samhain, il capodanno celtico. 
Dall’Irlanda, la tradizione è stata poi esportata negli Stati Uniti dagli emigranti, che, spinti dalla terribile carestia dell’800, si diressero numerosi nella nuova terra.



Il nome Halloween (in irlandese Hallow E’en), deriva dalla forma contratta di All Hallows’ Eve, dove Hallow è la parola arcaica inglese che significa Santo: la vigilia di tutti i Santi, quindi. 

 I Celti erano prevalentemente un popolo di pastori, a differenza di altre culture europee, come quelle del bacino del Mediterraneo. I ritmi della loro vita erano, dunque, scanditi dai tempi che l’allevamento del bestiame imponeva, tempi diversi da quelli dei campi.

 Alla fine della stagione estiva, i pastori riportavano a valle le loro greggi, per prepararsi all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno.
 Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo, il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende. 
 Il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti, lo Samhain (pronunciato sow-in, dove sow fa rima con cow), che deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate. In Irlanda la festa era nota come Samhein, o La Samon, la festa del Sole, ma il concetto è lo stesso.

In quel periodo dell’anno i frutti dei campi (che pur non essendo la principale attività dei celti, venivano comunque coltivati) erano assicurati, il bestiame era stato ben nutrito dell’aria fresca e dei pascoli dei monti e le scorte per l’inverno erano state preparate.
 La comunità, quindi, poteva riposarsi e ringraziare gli Dei per la loro generosità. 
Ciò avveniva tramite lo Samhain, che, inoltre, serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità.
 L’importanza che la popolazione celta attribuiva a Samhain risiede nella loro concezione del tempo, visto come un cerchio suddiviso in cicli: il termine di ogni ciclo era considerato molto importante e carico di magia. 

 L’avvento del Cristianesimo non ha del tutto cancellato queste festività, ma in molti casi si è sovrapposto ad esse conferendo loro contenuti e significati diversi da quelli originari.

 La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti.
 Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.
 I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge, e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.
 Samhain era, dunque, una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno.

Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. 
Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. 
Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.
 In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.


L’avvento del Cristianesimo 

Attraverso le conquiste romane, Cristiani e Celti vennero a contatto. 

L’evangelizzazione delle Isole Britanniche portò con sé un nuovo concetto della vita, molto distante da quello celtico e durante tale periodo la Chiesa tentò di sradicare i culti pagani, ma non sempre vi riuscì.
 Halloween non fu completamente cancellata, ma fu in qualche modo cristianizzata, tramite l’istituzione del giorno di Ognissanti il 1° Novembre e, in seguito, della commemorazione dei defunti il 2 Novembre.
 Fu Odilone di Cluny, nel 998 d.C., a dare l’avvio a quella che sarebbe stata una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. Allora egli diede disposizione affinché i monasteri dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° Novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un’Eucarestia offerta al Signore, pro requie omnium defunctorum. 

Un’usanza che si diffuse ben presto in tutta l’Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi.

 La Festa di Ognissanti, infatti, fu celebrata per la prima volta a Roma il 13 Maggio del 609 d.C., in occasione della consacrazione del Pantheon alla Vergine Maria. 
Successivamente, Papa Gregorio III stabilì che la Festa di Ognissanti fosse celebrata non più il 13 Maggio, bensì il 1° Novembre, come avveniva già da tempo in Francia.
 Fu circa nel IX secolo d.C. che la Festa di Ognissanti venne ufficialmente istituzionalizzata e quindi estesa a tutta la Chiesa, per opera di Papa Gregorio IV.

 Fanno eccezione i cristiani Ortodossi, che coerentemente con le prime celebrazioni, ancora oggi festeggiano Ognissanti in primavera, la Domenica successiva alla Pentecoste.


 L’influenza del culto di Samhain non fu, tuttavia, sradicata e per questo motivo la Chiesa aggiunse, nel X secolo, una nuova festa: il 2 Novembre, Giorno dei Morti, dedicato alla memoria delle anime degli scomparsi.


 Dall’Irlanda agli Stati Uniti 


Verso la metà del XIX secolo, l’Irlanda fu investita da una terribile carestia, ancor oggi ricordata con grande partecipazione dagli irlandesi.

 In quel periodo per sfuggire alla povertà, molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentar fortuna negli Stati Uniti, dove crearono, come molte altre nazionalità, una forte comunità. All’interno di essa venivano mantenute vive le tradizioni ed i costumi della loro patria, e tra di essi il 31 Ottobre veniva celebrato Halloween. 
 Ben presto, questa usanza si diffuse in tutto il popolo americano, diventando quasi una festa nazionale. 
 Più recentemente, gli Stati Uniti grazie al cinema ed alla televisione hanno esportato in tutto il mondo i festeggiamenti di Halloween, contagiando anche quella parte dell’Europa che ne era rimasta estranea.
 In moltissimi film e telefilm spesso appaiono la famosa zucca ed i bambini mascherati che bussano alle porte. E molti, infine, sono i libri ed i racconti horror che prendono Halloween come sfondo o come spunto delle loro trame. 

 Negli Stati Uniti Halloween ha perso i suoi significati religiosi e rituali, ed è diventata un’occasione per divertirsi e organizzare costosi e allegri festeggiamenti. Pare che ogni anno gli Americani spendano due milioni e mezzo di dollari in costumi, addobbi e feste per il 31 ottobre!



http://www.irlandando.it/

giovedì 30 ottobre 2014

A Dallas il parco coi sentieri e le case fatte di zucche


Dallas.
 A pochi minuti dal centro città, sorge l'Arboretum, nel cuore del Giardino Botanico.
 Con una particolarità.
 Al suo interno racchiude un vero e proprio percorso-villaggio fatto di zucche. 
Dallas Arboretum, è questo il suo nome, cambia quattro volte l'anno offrendo colori mozzafiato ai visitatori da marzo a novembre.


Arancio, bianco, verde, giallo. Ce n'è per tutti i gusti. 

Con i suoi 66 acri (circa 27 ettari), questa oasi urbana attira oltre 950.000 visitatori ogni anno grazie ai suoi 19 giardini ben curati e alle feste stagionali, ma anche ai percorsi e alle attività all'aria aperta che invitano residenti e turisti a visitarlo.
 Il Dallas Arboretum si trova sulla riva di White Rock Lake, nella parte orientale di Dallas. 

Aree studio, ma anche programmi educativi dedicati ai ragazzi e un nuovo giardino di oltre 3 ettari pensato i bambini.
 Il villaggio quest'anno è cresciuto fino a includere 50.000 zucche, diecimila in più rispetto al 2010).
 In totale 45 diverse varietà utilizzate come materiale da costruzione, per le case e le altre strutture e ancora per delimitare i sentieri, fino all'area a tema dedicata, non a caso, a Cenerentola. Utilizzando circa 1.200 zucche, gli operai del giardino hanno costruito case fatte usando solo le zucche dedicate alla favola, con tanto di carrozza trainata da finti topini e sala da ballo a tema. Ma non solo. I preziosi ortaggi sono parsi per tutto il parco e tra i giardini.
 L'idea di realizzare un giardino a tema è stata lanciata dal Botanic Garden pochi anni fa, ma fin da subito ha riscosso successo. Popolarità che si è accresciuta di pari passo alle dimensioni.


Le passeggiate tra le zucche fanno parte del programma “Autumn in the Arboretum”, un festival stagionale che include anche la mostra Dale Chihuly e diversi spettacoli musicali e giochi come la caccia al tesoro tra le zucche e i labirinti.


Ma non è finita.
 In primavera, l'arboreto aprirà un'altra grande attrazione per i bambini quando verrà inaugurato il Rory Meyers Children’s Adventure Garden.
 Un nuovo parco a tema di 3 ettari che si concentrerà sulle scienze della terra.
 Il progetto sarà caratterizzato da 17 gallerie interne e all'aperto, un'area interattiva e una passerella attraverso un tunnel di alberi, per portare i più piccoli a stretto contatto con la natura, anche nelle grandi città.


www.greenme.it

mercoledì 29 ottobre 2014


La leggenda di Jack O’ Lantern – l’origine delle zucche di Halloween


Cos’hanno in comune un ubriacone d’Irlanda, il Diavolo e le zucche di Halloween? La risposta è: Jack O’ Lantern. 

 Chi non ha mai sentito pronunciare il suo nome probabilmente non conosce una delle leggende più famose d’Irlanda.
 In questa si intravede un sottofondo religioso e una favola di buonsenso, ma anche molta ironia e quel classico bagliore di mistero che circonda le terre irlandesi.

 Jack O’ Lantern era un vecchio fabbro con il vizio del bere. Spilorcio e di cattivo carattere, è da credere che non abbia mai avuto un vero amico.  
Tra le altre cose si recava spesso al pub per tracannare alcolici e vivere una vita viziosa come si immagina per un simile personaggio.
 E’ stato proprio in uno dei pub, immerso in una delle sue sbronze, che Jack ha avuto un infarto. Sul punto di morte, gli apparve allora il Diavolo, venuto a reclamare la sua anima sporca. 
Jack aveva molti difetti, ma di certo non si poteva accusarlo di non essere astuto. Chiese infatti al Diavolo l’ultimo desiderio – un’ultima bevuta – ma rivelò di essere completamente al verde e di non potersi pagare il boccale. 
 Il Diavolo si lasciò convincere e si tramutò in una moneta da sei pence. 
Jack non si lasciò scappare l’occasione. Lesto, ficcò la moneta nel borsello in cui teneva anche una croce d’argento, un anatema per il Diavolo che gli impediva di riprendere la sua forma originaria.
 Con il sorriso sulle labbra, Jack gli strappò la promessa di non reclamare più la sua anima per i successivi dieci anni, in cambio della liberazione (secondo alcune versioni, in realtà si trattò di un solo anno). 
Com’è ovvio immaginare, il Diavolo acconsentì. 

 Chi dice che si impara dai propri errori, probabilmente non conosceva Jack O’ Lantern, perché il vecchio fabbro riprese a condurre la sua solita vita dissoluta.
 Trascorso il tempo concordato, il Diavolo tornò a fargli visita, reclamando l’anima dovuta. Jack tergiversò ancora, chiedendo al Diavolo di raccogliergli una mela da un albero vicino e, ritenendo di non avere niente da temere, questi acconsentì.
 Salì sulle spalle del vecchio e allungò il braccio verso la mela. Jack estrasse subito un coltello e incise una croce sul tronco dell’albero: quando si spostò dalla sua posizione, il Diavolo rimase appeso, trattenuto in volo dal suo solito tallone d’Achille.
 Questa volta la richiesta di Jack fu definitiva: il Diavolo non avrebbe mai più dovuto chiedere la sua anima. 
 Come andò finire, a questo punto? 
Si potrebbe credere che Jack O’ Lantern fosse stato così furbo da eludere l’inferno, ma forse dopotutto non ebbe un destino migliore. Arrivato il tempo della morte, infatti, Jack fu rifiutato dal paradiso a causa della sua anima sporca. 
Pur di non rimanere solo, cercò di entrare negli inferi, ma il Diavolo lo respinse a sua volta.


Jack dovette tornare al punto di partenza.
 Visto che la strada di ritorno era buia, convinse il Diavolo a farsi dare un carbone ardente, che il nostro fabbro inserì in una rapa per illuminare il proprio cammino.
 La sua simil-lanterna gli diede il soprannome che conosciamo di Jack O’ Lantern (ma per trovare questo nome scritto, dobbiamo aspettare fino il 1750). 
 Jack vagò da allora come un’anima in pena, con il suo lucore in mano.

 Con il tempo le leggende trasformarono la rapa in zucca: quando a metà del 1800 una massa di irlandesi emigrò verso le Americhe a causa di una carestia, trovò le rape poco diffuse e dovettero portarsi verso le più ordinarie zucche. 
Ecco spiegata la nascita delle zucche di Halloween, che in America ogni anno vengono intagliate e illuminate da una candela messa all’interno.

Lipari, riaffiora dal mare il vecchio porto romano dell’isola


Il mare della Sicilia,non finisce mai di stupire, continuando dopo tanti e tanti anni a regalarci importanti pezzi di storia.
Basi di colonne, strutture murarie, sono queste alcune delle sorprese che il mare della Sicilia continua a regalare al patrimonio culturale italiano.
 L’ultimo regalo è stato davvero grande, ovvero l’antico porto dell‘isola di Lipari, situata nell’arcipelago delle Eolie, e riaffiorato dove adesso è presente l’area portuale di Sottomonastero, vicino il molo di attracco degli aliscafi.
 La sorpresa è stata il risultato di un lavoro di ricerca e di sacrifici portata avanti dalla Soprintendenza del Mare, guidata da Sebastiano Tusa, nell’ambito dell’operazione Archeoeolie 2014, che si è conclusa nella giornata di lunedì.
 La presenza delle strutture portuali erano state già individuate , ma lo scavo effettuato in seguito ha permesso di poter aver maggiori informazioni e conoscenze, infatti grazie alla strumentazione tecnologica utilizzata, i ricercatori impegnati nell’operazione hanno potuto tracciare quasi la mappa completa dell’intera area portuale sommersa.




Ulteriori studi, che dovranno essere effettuati nelle prossime settimane permetteranno di capire se nell’area del nuovo molo potrebbero essere presenti eventuali strutture antiche.
 Inoltre, in questi ultimi giorni, si è pensato ad attuare un progetto volto alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio subacqueo dei fondali di Lipari. 
A tal riguardo, la Sovrintendenza del Mare, ha fatto sapere di essere ben predisposti alla offerta fatta dalla progettazione europea POR 2014-2020, con oggetto la presentazione di uno studio di fattibilità per la realizzazione di un innovativo sistema di visita museale un ambiente totalmente asciutto, che verrebbe costruito con dei tunnel trasparenti per dare la possibilità ai visitatori di essere percorsi dalla superficie, vicino il molo. 
Un buon mix tra la tutela del bene culturale e il potenziamento dell’economia locale attraverso il turismo.
 Importantissima scoperta dunque, quella effettuata a Lipari che ha riportato alla luce il vecchio porto di Lipari risalente all’epoca romana.

Tom, il gatto che assiste i malati terminali


Quando Edwin Gehlert ha esalato il suo ultimo respiro in un letto di ospedale, il veterano della seconda Guerra Mondiale era circondato dalla moglie, dalla figlia, dal genero e da un gatto soriano dal pelo arancione. 
Il micio Tom era adagiato sulla libreria e osservava quanto capitava nella stanza di Gehlert, ricoverato all’interno dell’ospizio del Centro Medico VA, Unità Per Le Cure Palliative nella cittadina americana di Salem, in Massachusetts.
 Il gatto, come riportano alcuni quotidiani online americani, sembrava un membro dello staff medico a tutti gli effetti. 

Da più di due anni Tom vive in questo reparto, dove può vagare liberamente e, come un vero dottore, ogni mattina fare il giro dei pazienti. 
Qualche volta riesce a rubacchiare qualche stuzzichino ma, soprattutto, Tom porta conforto ai veterani e ai loro famigliari nel momento più difficile ed emozionante della loro vita.
 «Quel giorno non ho lasciato l’ospedale in lacrime e in preda al dolore dopo la morte di mio padre - ricorda Pam Thompson, la figlia di Gehlert -. Ho provato una tale gioia nel cuore, da sentirmi quasi in colpa. Non è stato un giorno triste. E tutto questo grazie a Tom». 

Tom è un gatto di sette anni salvato da un rifugio per animali.
 Era “al lavoro” solo da pochi giorni quando arrivò Gehlert, nel maggio del 2012.
 Qualcuno del personale dell’ospizio aveva letto di un gatto che aiutava i malati di Alzheimer in un centro di cura di Rhode Island. E così Tom arrivò in reparto. 
Lo staff del Salem VA aveva pensato che la presenza di un micio avrebbe potuto attenuare la sofferenza dei pazienti e delle loro famiglie. 
Una scommessa alla cieca, si potrebbe quasi dire, che alla fine però si è rivelata vincente. 

Oggi, per tutte quelle persone, è difficile immaginare il reparto senza Tom.
 Anche le famiglie, commosse, hanno voluto ringraziare lo staff per la presenza del gattone. E, a coronamento della sua ormai innegabile celebrità, il gatto è anche diventato il protagonista di un libro per bambini scritto da un autore locale il cui padre è morto proprio nel reparto di cure palliative del VA Center, assistito dalle amorevoli cure del micio Tom. 

Fonte : http://www.lastampa.it

Una cattedrale sommersa




L'Europa a destra, l'America a sinistra. 
Strano, ma vero: le pareti rocciose della foto appartengono ognuna a un continente diverso. 
Ci troviamo in Islanda, a 50 chilometri dalla capitale Reykjavik, nel Parco Nazionale di Thingvellir, dove si trova la cosiddetta "Silfra Crack", una spaccatura che separa i continenti in corrispondenza della frattura della crosta terrestre, piena di acqua dolce, che scende direttamente dai ghiacciai.
 Il corridoio roccioso ricorda la navata di una chiesa, da cui il nome di "Silfra Cathedral". 
Il sito non è molto profondo: appena venti metri. L'acqua proviene dai ghiacciai, dunque è fredda (tra i 2°C e i -4°C) e purissima, al punto da consentire ai sub una visibilità orizzontale di oltre 100 metri.


Le rocce di origine vulcanica che formano la spaccatura di Silfra sono scavate da caverne di diverse dimensioni, al cui interno l'acqua può raggiungere una certa profondità, anche di 60 metri. Una sorta di labirinto di lava solidificata dovuto all'incessante attività geotermica accessibile solo ai sub più accorti. Ma lo spettacolo non è riservato solo agli addetti ai lavori chiunque abbia un po' di esperienza di snorkelling può nuotare nella "spaccatura" e osservare da vicino il fenomeno della deriva dei continenti, che in questo punto si allontano l'uno dall'altro di circa due centimetri all'anno.


Una veduta dall'altro del Parco Nazionale di Thingvellir, dichiarato patrimonio mondiale dell'umanità dall'Unesco per la sua importanza storica e in virtù delle caratteristiche geologiche che ne fanno un luogo unico al mondo.
 La laguna che si vede nella foto è molto grande, larga 120 metri e profonda cinque.
 La visita alla "cattedrale", richiede un paio giorni al ritmo di un paio di immersioni al giorno. Anche perché a causa delle basse temperature non è consigliato rimanere in acqua più di mezz'ora. E inoltre è necessario abituarsi con un po’ di tempo, l’incredibile limpidezza delle acque potrebbe dare un senso di vertigine, tirando brutti scherzi anche ai sub più esperti.


In questi fondali la vegetazione è formata perlopiù da alghe di tutti i tipi, ma è molto difficile incontrare dei pesci, a causa delle fredde acque. In compenso però l’acqua è potabile e la si può bere senza alcun timore perché proviene direttamente dai ghiacciai islandesi. Da qui, attraverso le montagne di Hofsjokull l'acqua passa per le rocce laviche che l'accompagnano in un percorso sotterraneo fino a Silfra, filtrandola continuamente.


A Silfra ogni anno arrivano tra i duecento e i trecento sub, attirati dall'idea di nuotare tra due continenti.
 Le immersioni avvengono alla presenza di un istruttore e i costi vanno dai 150 euro in su. 
Il sito è aperto tutto l'anno, ma il periodo migliore per visitarlo è tra maggio e settembre, durante l’estate islandese quando le giornate durano 24 ore e il sole è sempre sopra l'orizzonte. Ma non è che faccia molto caldo, in questi mesi la temperatura esterna non supera mai i 18 gradi. 

 Da: focus.it
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