giovedì 18 settembre 2014
mercoledì 17 settembre 2014
Amalfi bizantina
Il villaggio di Amalfi, secondo il “Chronicon Amalphitarum”, venne fondato da un gruppo di Romani che, viaggiando verso Costantinopoli, fecero naufragio con la nave sulle coste pugliesi. Dapprima i naufraghi fondarono Melfi ed in seguito si spinsero sulla costiera amalfitana.
Con la conquista dell’Italia ad opera dei Bizantini, Amalfi venne inclusa nel Ducato di Napoli.
La prima notizia storica della cittadina è racchiusa in una lettera del papa Gregorio Magno, scritta nel gennaio del 590 d.C. ed inviata ad Antemio, rettore del Patrimonio di Campania. Nell’epistola viene citato il primo vescovo di Amalfi, Pimenio. La città, posta tra i monti Lattari e il Mar Tirreno, indusse i suoi abitanti a potenziare le attività marittime attraverso il commercio d’importazione e d’esportazione.
All’inizio del VII secolo d.C. Amalfi costituiva l’estremo baluardo meridionale del Ducato napoletano.
Nella perenne lotta tra Bizantini e Longobardi, all’epoca del re Rotari, la cittadina, che aveva una posizione strategica tra le montagne e il mare, divenne particolarmente importante, soprattutto dopo che Salerno entrò a far parte del Ducato di Benevento.
Gli abitanti di Amalfi goderono quasi sempre di una sostanziale “autonomia periferica” che col tempo andò aumentando.
Una prova dell’importanza della base navale amalfitana si ebbe nel 812 d.C. quando diverse galee di Amalfi vennero in aiuto dello stratega siracusano Gregorio, governatore della Sicilia bizantina, in armi contro i Musulmani dell’emiro Abu Al-Abbas. Nonostante la fine del “Regnum Longobardorum” con la sconfitta a Pavia di Desiderio, il Ducato longobardo di Benevento continuò a vivere e ad espandersi, riuscendo a superare gli attacchi dei Franchi.
Il principe Sicardo, successore di Arechi II, molestò il Ducato di Napoli con numerose scorrerie.
In quell’epoca gli Amalfitani commerciavano con Bisanzio, l’Italia meridionale, la Sicilia e perfino con gli Arabi insediatisi nell’Africa settentrionale.
La merce più richiesta erano gli schiavi longobardi.
Il primo settembre dell’839 d.C., narra il “Chronicon Salernitanum”, i proprietari terrieri amalfitani, che formavano la nobiltà locale, elessero un proprio “comes o comite” nella persona di Petrus.
Sicuramente non si poteva parlare di piena indipendenza, giacché era ancora presente una formale tutela di Bisanzio attraverso il Ducato di Napoli, ma si trattava di autonomia amministrativa che preludeva alla piena libertà.
Amalfi, libera di fatto e non di diritto, ebbe parecchi “comites”. Inoltre nelle guerre tra i pretendenti al trono del Principato longobardo di Benevento, gli Amalfitani parteggiarono ora per l’uno ora per l’altro pretendente, fornendo navi e marinai ben pagati dai nobili longobardi.
Gli Arabi del Magreb, dopo la conquista di Bari e Palermo, tentarono di assediare Roma, ma il pontefice Leone II chiese soccorso al Duca bizantino di Napoli, che riuscì a mobilitare navi napoletane, caetane ed amalfitane.
La flotta cristiana sotto il comando del console Cesario sbaragliò i nemici vicino ad Ostia, presso le foci del Tevere.
Nei canti di gesta venne esaltata Amalfi e si scrisse:” contra hostes fidei semper pugnavit Amalphis”.
La battaglia di Ostia della primavera dell’849 d.C. sarà in seguito immortalata nell’affresco di Raffaello Sanzio nelle “stanze” del Vaticano.
Verso la fine del IX secolo d.C. Amalfi commerciava non soltanto con Bisanzio e le regioni amministrate dai Bizantini, ma anche con i Musulmani.
Numerose furono le onorificenze elargite dagli imperatori bizantini ai prefetti di Amalfi.
Si ricorda a titolo di esempio che il prefetto Mansone, soprannominato Fusilis, ebbe il titolo di “imperialis spatarius candidatus”.
Milizie del prefetto di Amalfi parteciparono ad una spedizione militare del principe beneventano Atenolfo contro i Musulmani della Calabria, trinceratisi sulla riva destra del Garigliano.
Alla morte del prefetto Mansone, suo figlio Mastalo I e successivamente suo nipote Leone divennero prefetti della cittadina campana.
Essi intensificarono i legami con gli imperatori bizantini e per tale motivo Mastalo fu insignito del titolo di “imperialis patricius” e Leone del titolo di “proto spatarius”.
Sempre maggiore importanza ebbe l’Arsenale da dove uscivano riparate o nuove le navi che portavano il legname ad alto fusto dalla Campania agli Arabi dell’Africa, ricevendo gli Amalfitani oro utilizzato per comperare merci provenienti dall’Oriente.
Si interessarono ai traffici marittimi tutti gli abitanti, non esclusa la nobiltà che era più legata alla proprietà fondiaria.
Gli Amalfitani, grazie al commercio marittimo, ottennero fondaci ed altre proprietà dal Magreb fino a Costantinopoli.
Nel 996 d.C. vi era una numerosa e forte colonia amalfitana al Cairo durante il governo del Califfo Ramansor Mustasaph, il quale autorizzò i coloni ad edificare in Gerusalemme la chiesa di Santa Maria dei Latini, l’ospedale di San Giovanni e l’ospizio di Santa Maria Maddalena.
Mercanti amalfitani risiedevano pure a Costantinopoli, dove compravano preziosi prodotti orientali come i tessuti di seta.
Nella città avevano costruito le chiese di Santa Irene e di San Andrea e i conventi di Santa Maria degli Amalfitani e di San Salvatore.
Nel periodo in cui Amalfi raggiungeva grandezza e potenza il governo cittadino era nelle mani di Mansone II.
Il primo arcivescovo nella cittadina campana fu Leone di Urso Comite nel 987 d.C., un tempo abate del monastero dei Santi Ciriaco e Giuditta sopra Atrani e membro dell’aristocrazia comitale.
Nella seconda metà del secolo XI i Normanni occuparono tutti i territori dell’Italia meridionale, non risparmiando la cittadina campana.
Nel marzo 1076 il Guiscardo prese possesso di Amalfi. Ma la repubblica marinara mal sopportava la dominazione normanna e quando Ruggero II, il 22 agosto 1128 ebbe l’investitura a duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, dopo aver rafforzato il suo potere pretese che i magistrati amalfitani rinunciassero al loro sistema di difesa e consegnassero le fortezze della costa.
I magistrati si rifiutarono ed Amalfi dovette subire un duro assedio per terra e per mare conclusosi con la resa della città.
Questo avvenimento riaccese le ribellioni in tutta la Campania e riavvicinò le posizioni della Chiesa e dell’Impero contro i Normanni.
Anche le repubbliche di Pisa e Genova si unirono al papato e all’Impero.
I Pisani raccolsero immediatamente l’invito del pontefice per un diretto intervento in Campania ed inviarono mille balestrieri che sbarcarono nel porto di Napoli, accolti festosamente dalla cittadinanza.
La flotta di Pisa, comandata dal console Pietro Albizzoni, attaccò il 4 agosto 1135 la città di Amalfi oramai soggetta ai Normanni e saccheggiò le navi che erano nel porto e quasi distrusse l’intero abitato.
La tradizione narra che i Pisani, nel saccheggiare palazzi pubblici e privati, trovarono una copia del Codice giustinaneo o Pandette, che era custodita nel Palazzo del Consiglio di Amalfi.
Però la guerra ebbe un esito favorevole per Ruggero II, al quale nel 1139 fu riconosciuto dalla Chiesa e dall’Impero il pieno dominio su tutta l’Italia meridionale.
Pertanto Amalfi cadde per sempre sotto la dominazione normanna e farà parte del “Regnum Siciliae” e successivamente diverrà possesso di tutti quegli uomini che regnarono nel Mezzogiorno d’Italia.
La decadenza politica di Amalfi non determinò la fine delle colonie d’oltremare e del commercio che fu attivo anche nei secoli successivi.
Le navi amalfitane continuarono a solcare il Mediterraneo, ma la libertà non tornò mai più.
Con la conquista dell’Italia ad opera dei Bizantini, Amalfi venne inclusa nel Ducato di Napoli.
La prima notizia storica della cittadina è racchiusa in una lettera del papa Gregorio Magno, scritta nel gennaio del 590 d.C. ed inviata ad Antemio, rettore del Patrimonio di Campania. Nell’epistola viene citato il primo vescovo di Amalfi, Pimenio. La città, posta tra i monti Lattari e il Mar Tirreno, indusse i suoi abitanti a potenziare le attività marittime attraverso il commercio d’importazione e d’esportazione.
All’inizio del VII secolo d.C. Amalfi costituiva l’estremo baluardo meridionale del Ducato napoletano.
Nella perenne lotta tra Bizantini e Longobardi, all’epoca del re Rotari, la cittadina, che aveva una posizione strategica tra le montagne e il mare, divenne particolarmente importante, soprattutto dopo che Salerno entrò a far parte del Ducato di Benevento.
Gli abitanti di Amalfi goderono quasi sempre di una sostanziale “autonomia periferica” che col tempo andò aumentando.
Una prova dell’importanza della base navale amalfitana si ebbe nel 812 d.C. quando diverse galee di Amalfi vennero in aiuto dello stratega siracusano Gregorio, governatore della Sicilia bizantina, in armi contro i Musulmani dell’emiro Abu Al-Abbas. Nonostante la fine del “Regnum Longobardorum” con la sconfitta a Pavia di Desiderio, il Ducato longobardo di Benevento continuò a vivere e ad espandersi, riuscendo a superare gli attacchi dei Franchi.
Il principe Sicardo, successore di Arechi II, molestò il Ducato di Napoli con numerose scorrerie.
In quell’epoca gli Amalfitani commerciavano con Bisanzio, l’Italia meridionale, la Sicilia e perfino con gli Arabi insediatisi nell’Africa settentrionale.
La merce più richiesta erano gli schiavi longobardi.
Il primo settembre dell’839 d.C., narra il “Chronicon Salernitanum”, i proprietari terrieri amalfitani, che formavano la nobiltà locale, elessero un proprio “comes o comite” nella persona di Petrus.
Sicuramente non si poteva parlare di piena indipendenza, giacché era ancora presente una formale tutela di Bisanzio attraverso il Ducato di Napoli, ma si trattava di autonomia amministrativa che preludeva alla piena libertà.
Amalfi, libera di fatto e non di diritto, ebbe parecchi “comites”. Inoltre nelle guerre tra i pretendenti al trono del Principato longobardo di Benevento, gli Amalfitani parteggiarono ora per l’uno ora per l’altro pretendente, fornendo navi e marinai ben pagati dai nobili longobardi.
Gli Arabi del Magreb, dopo la conquista di Bari e Palermo, tentarono di assediare Roma, ma il pontefice Leone II chiese soccorso al Duca bizantino di Napoli, che riuscì a mobilitare navi napoletane, caetane ed amalfitane.
La flotta cristiana sotto il comando del console Cesario sbaragliò i nemici vicino ad Ostia, presso le foci del Tevere.
Nei canti di gesta venne esaltata Amalfi e si scrisse:” contra hostes fidei semper pugnavit Amalphis”.
La battaglia di Ostia della primavera dell’849 d.C. sarà in seguito immortalata nell’affresco di Raffaello Sanzio nelle “stanze” del Vaticano.
Verso la fine del IX secolo d.C. Amalfi commerciava non soltanto con Bisanzio e le regioni amministrate dai Bizantini, ma anche con i Musulmani.
Numerose furono le onorificenze elargite dagli imperatori bizantini ai prefetti di Amalfi.
Si ricorda a titolo di esempio che il prefetto Mansone, soprannominato Fusilis, ebbe il titolo di “imperialis spatarius candidatus”.
Milizie del prefetto di Amalfi parteciparono ad una spedizione militare del principe beneventano Atenolfo contro i Musulmani della Calabria, trinceratisi sulla riva destra del Garigliano.
Alla morte del prefetto Mansone, suo figlio Mastalo I e successivamente suo nipote Leone divennero prefetti della cittadina campana.
Essi intensificarono i legami con gli imperatori bizantini e per tale motivo Mastalo fu insignito del titolo di “imperialis patricius” e Leone del titolo di “proto spatarius”.
Sempre maggiore importanza ebbe l’Arsenale da dove uscivano riparate o nuove le navi che portavano il legname ad alto fusto dalla Campania agli Arabi dell’Africa, ricevendo gli Amalfitani oro utilizzato per comperare merci provenienti dall’Oriente.
Si interessarono ai traffici marittimi tutti gli abitanti, non esclusa la nobiltà che era più legata alla proprietà fondiaria.
Gli Amalfitani, grazie al commercio marittimo, ottennero fondaci ed altre proprietà dal Magreb fino a Costantinopoli.
Nel 996 d.C. vi era una numerosa e forte colonia amalfitana al Cairo durante il governo del Califfo Ramansor Mustasaph, il quale autorizzò i coloni ad edificare in Gerusalemme la chiesa di Santa Maria dei Latini, l’ospedale di San Giovanni e l’ospizio di Santa Maria Maddalena.
Mercanti amalfitani risiedevano pure a Costantinopoli, dove compravano preziosi prodotti orientali come i tessuti di seta.
Nella città avevano costruito le chiese di Santa Irene e di San Andrea e i conventi di Santa Maria degli Amalfitani e di San Salvatore.
Nel periodo in cui Amalfi raggiungeva grandezza e potenza il governo cittadino era nelle mani di Mansone II.
Il primo arcivescovo nella cittadina campana fu Leone di Urso Comite nel 987 d.C., un tempo abate del monastero dei Santi Ciriaco e Giuditta sopra Atrani e membro dell’aristocrazia comitale.
Nella seconda metà del secolo XI i Normanni occuparono tutti i territori dell’Italia meridionale, non risparmiando la cittadina campana.
Nel marzo 1076 il Guiscardo prese possesso di Amalfi. Ma la repubblica marinara mal sopportava la dominazione normanna e quando Ruggero II, il 22 agosto 1128 ebbe l’investitura a duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, dopo aver rafforzato il suo potere pretese che i magistrati amalfitani rinunciassero al loro sistema di difesa e consegnassero le fortezze della costa.
I magistrati si rifiutarono ed Amalfi dovette subire un duro assedio per terra e per mare conclusosi con la resa della città.
Questo avvenimento riaccese le ribellioni in tutta la Campania e riavvicinò le posizioni della Chiesa e dell’Impero contro i Normanni.
Anche le repubbliche di Pisa e Genova si unirono al papato e all’Impero.
I Pisani raccolsero immediatamente l’invito del pontefice per un diretto intervento in Campania ed inviarono mille balestrieri che sbarcarono nel porto di Napoli, accolti festosamente dalla cittadinanza.
La flotta di Pisa, comandata dal console Pietro Albizzoni, attaccò il 4 agosto 1135 la città di Amalfi oramai soggetta ai Normanni e saccheggiò le navi che erano nel porto e quasi distrusse l’intero abitato.
La tradizione narra che i Pisani, nel saccheggiare palazzi pubblici e privati, trovarono una copia del Codice giustinaneo o Pandette, che era custodita nel Palazzo del Consiglio di Amalfi.
Però la guerra ebbe un esito favorevole per Ruggero II, al quale nel 1139 fu riconosciuto dalla Chiesa e dall’Impero il pieno dominio su tutta l’Italia meridionale.
Pertanto Amalfi cadde per sempre sotto la dominazione normanna e farà parte del “Regnum Siciliae” e successivamente diverrà possesso di tutti quegli uomini che regnarono nel Mezzogiorno d’Italia.
La decadenza politica di Amalfi non determinò la fine delle colonie d’oltremare e del commercio che fu attivo anche nei secoli successivi.
Le navi amalfitane continuarono a solcare il Mediterraneo, ma la libertà non tornò mai più.
Scone – L’incoronazione dei sovrani scozzesi
È uno dei luoghi più antichi e sacri della Scozia. Ma come edificio è tra i più recenti: fu eretto in forme neogotiche a partire dal 1802. qui si trovava la Stone of Scone e i re di Scozia vi ricevevano la corona.
All’epoca in cui il luogo fu scelto per incoronare i re scozzesi vi sorgeva soltanto un monastero.
Anche in seguito, quando ormai da tempo gli inglesi avevano portato a Londra la “pietra dell’incoronazione”, la cerimonia continuò a svolgersi qui.
Proprio per accogliere gli ospiti che intervenivano alla cerimonia accanto al monastero fu innalzato un primo castello, sulle cui fondamenta sorge quello attuale, di forme neogotiche. L’incoronazione più spettacolare e carica di significati fu quella del 25 marzo 1306 quando Roberto Bruce (1274 – 1329) si autoproclamò re.
Quella più precaria avvenne nel 1651, quando decise di farsi incoronare qui anche Carlo II che, durante la guerra civile e l’intermezzo repubblicano di Oliver Cromwell, provò a insediarsi sul trono di Scozia, nove anni prima di essere riconosciuto re di Scozia e Inghilterra.
Il monastero venne distrutto nel 1559, dopo un’appassionata predica del riformatore John Knox a Perth.
Il castello invece fu risparmiato, e passò nelle mani della famiglia Gowrie.
Nel 1604, quando questa famiglia risultò implicata in una congiura contro il re Giacomo I Stuart, scoperta grazie a David Murray, il delatore ricevette in compenso la tenuta di Scone, che appartiene tuttora alla sua famiglia.
William Murray, signore di Scone, elevato nel 1776 al rango di conte di Mansfield, è considerato uno dei giudici più importanti nella storia inglese.
Nel 1812 David Murray, terzo conte di Mansfield, modificò e ampliò l’edificio, che venne completamente rifatto in stile neogotico su progetto dell’architetto William Atkinson.
A vederlo da lontano, il castello di Scone sembra proprio un fortizio medievale, nonostante le incongrue finestre bianche che campeggiano sulle facciate. Avvicinandosi, si scoprono i particolari che denunciano l’età assai più recente della costruzione. Considerando le cose secondo i criteri di oggi, si tratta di edifici incongrui. Ma, visto con l’ottica del tempo, la situazione appare ben diversa.
Queste ricostruzioni stilistiche di opere medievali sono uno dei mezzi con cui il nascente Romanticismo si “riappropriava” della tradizione artistica dei vari paesi, soprattutto nordici, per secoli “conculcata” dal successo delle forme artistiche di derivazione classica, messe in circolo dal Rinascimento italiano.
Secondo la leggenda questa sarebbe la pietra sulla quale Giacobbe sognò la scala celeste (“Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran.
Capitò così in un luogo, dove passò la notte…; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo.
Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa.”: Genesi 28, 10 - 12).
Un’altra leggenda sostiene che la pietra sarebbe invece un pezzo del trono del faraone egiziano, portato in dono dalla figlia Scotia (progenitrice dagli scozzesi) dopo il matrimonio con un capotribù celtico.
Certo è comunque che Kenneth MacAlpin nell‘838 portò la pietra a Scone, vi si sedette sopra e venne incoronato come re.
La cerimonia, da allora, fu ripetuta da tutti i successori, finche il re inglese Edoardo I nel 1296 non fece trasportare la pietra a Londra come bottino di guerra e la fece porre in Westminster.
Ciò nonostante l’incoronazione dei sovrani scozzesi continuò ad avvenire a Scone, anche senza la pietra.
Quando Elisabetta II diventò regina, nel 1953, la pietra di Scone si trovava sotto il trono. Ma era quella vera? Diverse sono le voci in proposito: secondo alcuni i monaci avrebbero consegnato a Edoardo I una pietra falsa e sepolto quella originale; altre leggende sostengono che la vera pietra sarebbe stata trovata e segretamente scambiata con l’attuale nel 1818, dopo di che se ne sarebbero perse le tracce; una terza versione accrediterebbe un furto per mano di nazionalisti scozzesi nel 1950, seguito da un ritrovamento e dalla restituzione alla famiglia reale, ma è sorto in seguito il sospetto che fosse una copia.
Vera o falsa, la pietra tornò in Scozia nel 1996 e appartiene ora ai gioielli della Corona custoditi nel castello di Edinburgo.
Ora Lord Mansfield la vorrebbe riportare a Scone Palace, dove per altro è custodita una copia sul luogo su cui doveva poggiare l’originale.
Arredato con pregiati mobili francesi, il castello di Scone è noto anche per i suoi notevoli oggetti di porcellana, avorio e cartapesta. La collezione d’avorio è esposta nella Dining Room e comprende oltre 70 pezzi di provenienza bavarese, fiamminga, italiana e francese.
I più raffinati sono una Sacra Famiglia francese del Seicento e una Venere sulla spalla di Cupido di provenienza italiana.
Nell’Ante Room campeggia un quadro di David Murray, primo conte di Mainsfield.
Le porcellane, sistemate nella biblioteca, si segnalano in particolare per diversi rari pezzi di Meissen e Ludwigsburg.
La collezione di oggetti di cartapesta, unica al mondo, si basa in gran parte sulla produzione settecentesca della famiglia francese Martin.
martedì 16 settembre 2014
Blue Lake: l'incontaminata vasca di Dio" che da 7mila anni resiste ai cambiamenti climatici
È noto come 'vasca di Dio', ed è uno dei luoghi ancora incontaminati del pianeta.
È il Bue Lake di North Stradbroke Island, l'isola australiana del Queensland.
Qui i ricercatori dell'Università di Adelaide hanno scoperto che il lago non ha subito gli effetti dei cambiamenti climatici negli ultimi 7000 anni, e finora ha resistito anche all'impatto degli esseri umani.
Il Blue Lake è uno dei laghi più grandi di North Stradbroke Island, a sud est di Brisbane ed è al centro di varie ricerche, che ne hanno esaminato la risposta ai cambiamenti climatici nel corso del tempo. I ricercatori hanno studiato la qualità dell'acqua e hanno fatto un confronto attraverso le foto storiche degli ultimi 117 anni, esaminando al tempo stesso fossili di pollini e alghe per comprenderne meglio la storia nel corso degli ultimi 7500 anni. E i risultati, pubblicati online sul Freshwater Biology Journal, mostrano che il “Lago Blu” è rimasto relativamente stabile e resistente per millenni.
"Il Blue Lake è uno di quei rari, bellissimi laghi in Australia. Insolito perché ha una profondità di circa 10 metri ma è così limpido che si può vedere il fondo," ha detto l'autore principale dello studio, il dottor Cameron Barr.
“Non ci siamo accorti di quanto fosse unico e insolito questo lago fino a quando non abbiamo iniziato a guardare ad una vasta gamma di indicatori ambientali”.
Stando agli esiti delle ricerche, vi sarebbero state variazioni climatiche nella regione di North Stradbroke Island negli ultimi decenni, ma in quel periodo il lago non ha mostrato praticamente alcun cambiamento.
Non solo oggi, anche in epoche remote la zona è stata soggetta a cambiamenti climatici.
Accadde circa 4000 anni fa, quando il clima divenne più secco. Ma anche in quel caso, secondo gli esperti australiani, Blue Lake dimostrò di cambiare poco, in netto contrasto con altre variazioni nella regione a causa dei cambiamenti climatici. E in futuro potrebbe continuare ancora per questa strada e potrebbe rimanere relativamente immutato per centinaia e forse migliaia di anni. Almeno lui...
Francesca Mancuso
L'arte egizia al servizio della paleontologia
I due lati di una tavoletta cerimoniale rinvenuta nella zona di Ieracompoli e risalente a 5.150 anni fa. Sono rappresentati licaoni, struzzi, alcelafi, gnu, stambecchi, orici e giraffe.|ASHMOLEAN MUSEUM/PNAS 2014
C'era una volta la valle del Nilo, dove leoni, licaoni, elefanti, orici, alcelafi e giraffe popolavano un ecosistema che comprendeva ben 37 specie di grandi mammiferi.
Non è una favola, ma ciò che ci raccontano gli artefatti dell'antico Egitto, reperti che hanno permesso agli scienziati di stilare un elenco dettagliato dei mammiferi che vivevano nella valle del Nilo oltre sei mila anni fa.
Uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) ha utilizzato questi dati per ricostruire le interazioni tra predatori e prede e spiegare, attraverso nuovi modelli, i drastici cambiamenti avvenuti negli ecosistemi nei secoli successivi.
Delle 37 specie di grandi mammiferi presenti in questa zona all'inizio dell'Olocene (l'epoca geologica in cui ci troviamo, iniziata 11.000 anni fa), solo otto sono sopravvissute fino a oggi.
I ricercatori hanno identificato cinque episodi avvenuti negli ultimi 6 mila anni che hanno provocato una drastica diminuzione dei mammiferi.
Questi avvenimenti hanno principalmente a che fare con l'inaridimento climatico iniziato 5.500 anni fa con la fine del periodo umido africano e l'aumento esponenziale della densità di popolazione umana lungo la valle del Nilo.
Un ghepardo annusa un riccio. Il dipinto è stato ritrovato nella tomba del faraone Khnumhotep II. | UNIVERSITY OF SYDNEY
Questi cambiamenti hanno innescato una grave destabilizzazione. Al diminuire del numero delle specie è venuto a mancare quell'esubero che permetteva all'ecosistema di mantenere il suo equilibrio: se inizialmente l'estinzione locale di un mammifero tra tanti non aveva un grande impatto, la perdita costante di varietà ha amplificato notevolmente l'importanza di ogni singolo organismo. Come spiega Justin Yeakel, autore principale dello studio:
«In quest'area c'erano diverse specie di gazzelle e altri piccoli erbivori che venivano cacciati da moltissimi predatori.
Al diminuire della varietà delle prede, la perdita di ogni singola specie ha un effetto maggiore sulla stabilità del sistema e può portare a successive estinzioni».
Il cambiamento più recente si è verificato circa 150 anni fa con la scomparsa locale dell'antilope bianca, del leopardo e del cinghiale.
La conseguenza è che delle otto specie rimanenti, tra cui la iena striata, lo sciacallo dorato (Canis aureus) e la volpe egiziana si trovano oggi in una condizione di vulnerabilità molto grave, mai verificatasi negli ultimi 12 mila anni, spiega Science.
Fonte: http://www.focus.it/
Scoperti nuovi sotterranei segreti nella città di Ani
Situata su una collina vicino alla riva del fiume Akhuryan, Ani è la più famosa tra le capitali armene.
Rinomata per il suo splendore e magnificenza, Ani era conosciuta come “La città della 1001 chiese”, o anche come “La città dei 40 cancelli”.
All’apice del suo splendore, Ani rivaleggiava in dimensioni e influenza con città come Costantinopoli, Baghdad e Il Cairo.
Nell’11° secolo, Ani contava oltre 100 mila abitanti. Nel corso della storia è poi diventata il campo di battaglia per lo scontro di vari imperi contendenti, causandone la sua distruzione e l’abbandono.
Oggi, in uno scenario aspro e desolato, è possibile ammirare le vestigia di centinaia di antiche chiese, templi zoroastriani e altri edifici, molti dei quali in rovina.
Gli scavi hanno rivelato che la zona è stata abitata fin dai tempi antichi, almeno a partire dall’Età del Bronzo.
Tuttavia, i primi documenti storici che menzionano La Rocca di Ani risalgono al 5° secolo d.C.
Alla fine dell’8° secolo, Ani è passato sotto il controllo della dinastia Bagratid. La crescita della città è cominciata nel 961 d.C., quando il re Bagratid Ashot III trasferì la capitale da Kars a Ani.
In soli 50 anni, Ani è passata dall’essere una piccola città fortificata in una grande città medievale.
I sotterranei di Ani sono stati individuati per la prima volta nel 1880. George Ivanovic Gurdjieff, che ha trascorso gran parte della sua infanzia e giovinezza a Kars, era in compagnia di un amico di nome Pogosyan, quando notò delle irregolarità nel terreno.
I due cominciarono a scavare fino a quando si imbatterono in uno stretto cunicolo: era l’inizio di un’incredibile scoperta.
George e Pogosyan si trovarono di fronte a canali idrici segreti, celle di monaci, sale di meditazione, enormi corridoi, tunnel intricati e anche alcune trappole.
In una delle stanze, Gurdjieff trovò un pezzo di pergamena in una nicchia. Anche se conosceva l’armeno molto bene, ebbe grande difficoltà a leggere quanto c’era scritto sulla pergamena. Infatti, il testo era scritto in un’antica lingua armena, il primo indizio che indicava che il mondo sotterraneo di Ani era molto, molto antico. Dopo qualche tempo, Gurdjieff riusci a decifrare l’insolito testo. Presto si rese conto che la pergamena era una lettera scritta da un monaco ad un altro monaco.
Secondo la pergamena, il luogo che i due avevano scoperto era sede di una famosa scuola esoterica della Mesopotamia.
Così scriveva Gurdjieff:
«Eravamo particolarmente interessati a una lettera in cui lo scrittore riportava di alcune informazioni concernente alcuni misteri. Un passaggio in particolare ha attirato la nostra attenzione: “Il nostro degno Padre Telvant è finalmente riuscito a conoscere la verità sulla Fratellanza Sarmoung. La loro organizzazione in realtà si trovava vicino la città di Siranoush, cinquanta anni fa, poco dopo la migrazione dei popoli”.
Poi la lettera continuava su altre questioni. Ciò che più ci ha colpito è stata la parola “Sarmoung”, incontrata più volte in un libro intitolato “Merkhavat”.
Questa parola è il nome di una famosa scuola esoterica che, secondo la tradizione, fu fondata a Babilonia nel lontano 2500 a.C., conosciuta per essere situata in qualche parte della Mesopotamia fino al sesto o settimo secolo d.C. Ma sulla sua esistenza non si è mai potuta ottenere la minima informazione.
Si diceva che questa scuola era in possesso di una grande conoscenza, contenente la chiave per la decifrazione di molti misteri tenuti segreti».
“La scoperta di Gurdjieff, avvenuta quasi 135 anni fa, non è stata confermata fino al 1915, quando una campagna di scavi condotta da una squadra di archeologi italiani confermò che qui vi era un monastero”, spiega il ricercatore di storia Sezai Yazici, intervenendo al simposio.
Da allora, nuove strutture sotterranee sono state scoperte sotto Ani. In totale, le strutture sotterranee di Ani attualmente note sono 823, tra cui abitazioni, negozi di alimentari, tombe e monasteri, cappelle, mulini, stalle e serbatoi: una vera e propria città sotterranea.
Yazici sostiene che sia giunto il momento di far conoscere la città sotterranea di Ani al mondo e per finanziare ulteriori ricerche e scavi.
Il recente simposio è stato il primo passo verso il raggiungimento di questo obiettivo.
Tratto da: http://www.ilnavigatorecurioso.it/
lunedì 15 settembre 2014
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