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domenica 27 aprile 2014

A ciascuno i suoi usi e costumi

Le origini della vita



Il problema dell'origine della vita (biogenesi e abiogenesi) non puo' prescindere da una esatta definizione della "vita".
Appare, tuttavia, subito evidente di quanto possa essere difficile fornire una esatta interpretazione di un fenomeno tanto complesso ed imponente; molti studiosi, addirittura, ritengono che non sia possibile definire la stessa parola "vita"!
Molteplici sono stati nel passato ed in epoca più recente, i tentativi di dare una precisa definizione del fenomeno "vita", in alcuni casi fornendo interpretazioni approssimative o troppo generiche che potrebbero includere, tra i viventi, anche sistemi meccanici particolarmente sofisticati, in altri arrivando alla esclusione di alcune forme biologiche quali, ad esempio, i virus.
Comunque, anche se risulta oggettivamente difficile trovare una corretta definizione che tenga contemporaneamente conto di tutti i diversi aspetti di una tale fenomeno, e' facile riconoscere negli organismi viventi le seguenti caratteristiche peculiari ed esclusive che li separano nettamente da tutti gli altri:
I sistemi viventi sono capaci di autoconservazione, cioe' sono in grado di riprodurre se stessi e di originare discendenti a loro volta in grado di riprodursi.
Tali sistemi sono soggetti ad un basso tasso di alterabilita' (mutazione) ed allo stesso tempo sono capaci di trasmetterlo alla propria progenie.
Gli organismi viventi risultano complessi ed altamente organizzati; al contrario, i corpi inanimati costituiscono generalmente miscugli casuali di composti chimici piuttosto semplici.
Gli stessi cristalli, che rappresentano strutture piu' ordinate e complesse, sono molto semplici se confrontati con una cellula vivente.
I sistemi viventi utilizzano energie presenti nell'ambiente, trasformandole; comunque, la capacita' di utilizzare e trasformare energia non e' una prerogativa dei soli organismi viventi.
Anche i minerali e le rocce, infatti, assumono e trasformano energia (solare) pero', a differenza degli organismi viventi, tale scambio energetico con l'ambiente comporta generalmente una diminuzione del loro ordine struttturale.
Ciascun essere vivente e' in grado di adattarsi all'ambiente in cui vive (omeostasi).

TELEONOMIA DEI SISTEMI VIVENTI
Un' altra fondamentale caratteristica degli organismi viventi e' la loro teleonomia (Monod, 1970), cioè la presenza di processi diretti verso uno scopo, molto diffusi nel mondo organico (vivente).
I viventi sono cioè strutture dotate di un progetto: un animale, per esempio, ha occhi per vedere, zampe per camminare, apparati boccali per nutrirsi, etc.
Non esiste quasi nessuna attività e nessun comportamento, a partire dallo sviluppo dell'uovo, che non siano diretti verso un determinato scopo. A questo stesso ambito possono essere ricondotte tutte le fasi della riproduzione, la ricerca del nutrimento, le interazioni preda-predatore, le migrazioni, etc.
L'universalità dei processi diretti verso un ben definito scopo è forse la proprietà più caratteristica del mondo vivente. Il termine "teleonomico " è stato introdotto da C. S. Pittendrigh per designare i processi che hanno queste caratteristiche. Secondo l' autore un processo o un comportamento teleonomico è quello la cui direzione verso uno scopo è dovuta all'opera di un preciso programma.
Il comportamento teleonomico è caratterizzato da due componenti: 1) è guidato da un 'programma" 
2) dipende dall'esistenza di un fine o scopo, previsto nel programma stesso, che regola il comportamento.
Questo scopo può essere una struttura (come nell'ontogenesi), una funzione fisiologica, una nuova posizione geografica (come nel caso della migrazione) o un atto "consumatorio" (come nell'accoppiamento). Per capire bene che cos'è un programma si può affermare, che il programma di base è il genotipo dell'individuo. Ogni programma genetico è il prodotto della selezione naturale ed è costantemente messo a punto dal valore selettivo dello scopo raggiunto.
L'aspetto più caratteristico di un tale processo consiste nel fatto che la sua causalità è intrinseca. Il carattere immanente di questo tipo di teleologia è già stato chiaramente visto da Aristotele e da molti autori dopo di lui, assai prima della scoperta della genetica moderna.
Sinteticamente gli organismi viventi possono considerarsi come complessi di molecole che obbediscono alle leggi fondamentali della termodinamica e della cibernetica, cioe' un insieme di molecole compartimentate ed attraversate da un flusso di materiali, energia ed informazioni: 
Da un punto di vista più generale si può affermare che ciascun organismo vivente è rappresentato da una struttura altamente complessa, in grado di auto conservarsi, e di utilizzare energie esterne servendosi rispettivamente di un sistema genetico e di un sistema metabolico:
Il primo si basa sugli acidi nucleici DNA e RNA, il secondo sulle proteine.
I due sistemi sono entrambi indispensabili per mantenere la vita, tuttavia quale dei due si sarebbe formato per primo? A questa domanda e ad altre quali "come", "quando" e "dove" il fenomeno si sarebbe verificato, si rifanno praticamente tutte le ipotesi formulate circa l'origine della vita!
Nel passato la biogenesi (origine della vita da forme viventi pre-esistenti) e la abiogenesi (origine della vita da forme non viventi) hanno sempre stimolato l'interesse e la curiosita' scientifica di scienziati e filosofi (Democrito, Epicuro, Aristotele, Lucrezio, Darwin, Lamarck. Haeckel, etc.) e un tale affascinante problema e' stato oggetto di studi e controversie da parte di molti biologi e naturalisti di differente specializzazione e diverse sono state le ipotesi proposte a tale riguardo.
Di queste, se si esclude a priori quella, scientificamente non proponibile,del "Creazionismo", secondo la quale la vita sarebbe stata creata da un Ente Soprannaturale, le due principali ipotesi storiche riguardo l'origine della vita prendono in considerazione la possibilita' che il "fenomeno" sia stato importato sulla terra da altri pianeti, mediante germi o spore (ipotesi cosmozoica o della panspermia) (Arrhenius, 1903) o che la vita si sia originata direttamente sul nostro pianeta per "generazione spontanea". Entrambe le suddette ipotesi sono attualmente facilmente confutabili: la prima, in quanto non risolverebbe il problema dell'origine delle spore o dei germi responsabili del trasporto, peraltro improbabile se si tiene conto delle enormi difficolta' di un ipotetico viaggio interplanetario; la seconda, perche' e' stato ormai ampiamente dimostrato (Redi, Spallanzani, Pasteur) che batteri ed altri microorganismi non possono originarsi che da altri organismi preesistenti (Omne vivum e vivo; omnis cellula e cellula).
Tuttavia, in tempi più recenti, Crick e Orgel hanno parzialmente rivalutato la prima delle suddette ipotesi, suggerendone un'altra, più "ardita", definita "della panspermia orientata".
Secondo questi autori la terra potrebbe essere stata colonizzata deliberatamente da esseri intelligenti, molto evoluti, provenienti da altri sistemi solari; una tale affascinante ipotesi sarebbe confortata dalla constatazione che, ad esempio, il molibdeno, molto scarso sul nostro pianeta, sia d'altro canto essenziale per il funzionamento di numerosi enzimi!

Confessioni di un finanziere "Incasso tangenti per lo Stato"



Memorie di un finanziere della polizia tributaria.
Si potrebbe intitolare così il sorprendente documento esclusivo che state per leggere.
Si tratta della trascrizione, fedele alla lettera, del disarmante sfogo di un disincantato, onesto e preparato maresciallo della Guardia di Finanza, impegnato da diversi lustri nei temutissimi controlli alle imprese.
L’uomo, di cui evitiamo di indicare dati anagrafici e curriculum per non renderlo riconoscibile, ha apparecchiato per Libero uno zibaldone di pensieri, suddiviso in capitoletti, sul suo lavoro di tutti i giorni.
Che per lui è diventato un tran tran asfissiante, capace di condurlo quasi al rigetto.
Il risultato è questa spietata radiografia che stupisce e, in un certo senso, preoccupa di un mestiere che tanto trambusto porta nelle vite degli italiani.
Infatti in questo sfogo il militare dipinge le ispezioni delle Fiamme gialle come un ineluttabile meccanismo stritola-imprenditori il cui obiettivo non sarebbe una vera e sana lotta alle frodi fiscali, ma una fantasiosa e famelica caccia al tesoro indispensabile a lanciare le carriere di molti professionisti dell’antievasione.
«Nel nostro lavoro ci sono forzature evidenti, a volte imbarazzanti», ammette con Libero il maresciallo. Che qui di seguito svela retroscena e segreti dei controlli che intralciano ogni giorno il lavoro di centinaia di imprenditori. 
Una lettura che potrebbe agitare qualcuno e far alzare il sopracciglio ad altri.
Ma a tutti deve essere chiaro che non di fiction si tratta e che domani il nostro maresciallo e la sua pattuglia potrebbero bussare alla vostra porta.
Preparatevi a leggere il testo di questo finanziere raccolto in esclusiva da Libero.
Ossessione numeri -
Dietro alle verifiche ci sono enormi interessi economici: il dato del recupero dell’imposta serve a molti. Sia ai politici che ai finanzieri. Nella Guardia di Finanza il raggiungimento degli obiettivi legittima l’ottenimento dei premi incentivanti e gli stipendi stellari dei generali, che sono decine: uno per provincia, più uno per regione. Nel nostro Corpo esistono vere e proprie task-force che si occupano di fare previsioni di recupero d’imposta e a fine anno queste devono essere raggiunte, come se l’evasione fiscale si basasse su dei budget.
Gli operatori sul territorio sono meno di chi elabora questa realtà virtuale, su 64 mila finanzieri siamo circa 4 mila a fare i controlli. Indietro non si torna -
A fine anno i generali chiedono il dato dell’imposta evasa constatata e lo confrontano con quello dell’anno prima.
Il risultato non può essere inferiore a quello di 12 mesi prima.
Se il dato scende bisogna dar conto al reparto centrale di Roma del perché si siano recuperati meno soldi e il comandante del reparto periferico rischia di vedersi bloccare la carriera.
Per questo le nostre verifiche proseguono anche di fronte a evidenti illogicità.
I nostri ufficiali parlano solo di numeri e quando hanno sentore di un risultato, magari per una previsione affrettata di un ispettore, corrono dai loro superiori anticipando che da quella verifica potrà venir fuori un certo risultato: a quel punto non si può più tornare indietro. Il verbale diventa subito una statistica, una voce acquisita e ufficiale di reddito non dichiarato.
Quando si prospetta un ventaglio di possibilità per risolvere una contestazione si concentrano le energie sempre su quella che porta il risultato più alto.
Che sarebbe poco grave se fosse la strada giusta.
Ma spesso non lo è.
Per la Finanza quello che conta è il dio numero.
Il nostro unico problema è come tirarlo fuori.
Per riuscirci c’è un nuovo strumento infernale, la cosiddetta “mediana”, che va di gran moda tra gli ufficiali.
La si pronuncia con rispetto e deferenza, anche perché da essa dipende la carriera di chi la evoca.
Si tratta di uno studio fatto a tavolino, che stabilisce il valore medio della verifica necessario a raggiungere gli obiettivi, il tetto al di sotto del quale non si può andare.
Se capiamo che in un’azienda il verbale sarà di entità inferiore alla mediana, derubrichiamo la verifica a controllo in modo che non entri nelle statistiche ufficiali.
Alla Guardia di Finanza abbiamo uffici informatici che elaborano dati in continuazione.
Ma si tratta di numeri “drogati”, come lo sono quelli dei sequestri. Nei magazzini dei cinesi ho visto colleghi registrare alla voce “giocattoli” ogni singolo pallino delle pistole per bambini.
Spesso questi servizi si fanno in occasione delle feste natalizie, così passa l’informazione che sul territorio c’è sicurezza.
Con questi numeri i generali si riempiono la bocca il 21 giugno, giorno della festa del Corpo.
Lo speaker spara cifre in presenza di tutte le autorità, dei presidenti dei tribunali, dei politici, ecc. ecc.
Quel giorno è un tripudio di dati pronunciato con voce stentorea: recuperata tot Iva, scovati tot milioni di redditi non dichiarati, arrestati x emittenti fatture false.
Una festa!
Normativa astrusa - La normativa tributaria italiana è talmente ingarbugliata che si presta alla nostra logica del risultato a ogni costo. Per noi è piuttosto semplice fare un rilievo visto che siamo aiutati da questa legislazione astrusa e abnorme, spesso contradditoria e conflittuale.
Nel nostro Paese è quasi impossibile essere in regola e per chi lo sembra ci prendiamo più tempo per spulciare ogni carta.
Infatti se una norma può apparire favorevole all'imprenditore, c’è sicuramente un’altra interpretabile in maniera opposta.
E in questo ci aiuta l’oceanica produzione di sentenze, frutto di un eccessivo contenzioso.
Un contratto, un’operazione possono essere interpretati in mille modi e alla fine trovi sempre una sentenza della Cassazione che ti permette di poter fondare un rilievo su basi giuridiche certe.
Questo è il Paese delle sentenze.
Analizzando un bilancio, un’imperfezione si trova sempre. Magari per colpa dello stesso controllore che prima dice all’imprenditore di comportarsi in un modo e poi in un altro, inducendolo in errore.
Per esempio, su nostro suggerimento, un’azienda non contabilizza più certe spese come pubblicità (deducibili), ma come spese di rappresentanza (deducibili solo in parte).
Quindi arriva l’Agenzia delle Entrate e spiega che quelle non sono né l'una né l’altra.
A volte succede che qualcuno abbia già subito un controllo, abbia aderito a un condono e, zac, arriviamo noi e contestiamo lo stesso aspetto, ma in modo diverso.
Dopo i primi anni nel Corpo non ho più sentito di controlli chiusi con un nulla di fatto e in cui si torna a casa senza aver contestato qualcosa.
Alla fine chi lavora impazzisce. Chi sbaglia non paga - Come è possibile tutto questo? Semplice: perché chi sbaglia non paga, ma anche perché chi sbaglia non saprà mai di averlo fatto.
Il motivo è semplice: noi non comunichiamo con l’Agenzia delle Entrate e non sappiamo mai che fine facciano i nostri verbali.
Per questo se ho commesso un errore non lo verrò mai a sapere: il nostro è solo un verbale di constatazione, a renderlo esecutivo è l’Agenzia delle Entrate che lo trasforma in verbale di accertamento. Però raramente i nostri colleghi civili bocciano il nostro lavoro, anzi questo non succede nel 99,9 per cento delle situazioni.
Si fidano di noi e, anche se sono molto più preparati, nella maggior parte dei casi prendono il nostro verbale e lo notificano, tale e quale, al contribuente. Quello che sappiamo per certo è che i nostri verbali, giusti o sbagliati che siano, diventano numeri e quindi non ci interessa che vengano annullati, tanto non ne verremo mai a conoscenza né saremo chiamati a risponderne.
Per noi resta un grosso risultato.
E visto che nessuno paga per i propri errori, il povero imprenditore continuerà a trovarsi ignaro in un castello kafkiano fatto di norme e risultati da ottenere.
Imprese sacrificali
- Gli imprenditori con noi sono sempre gentili, ci accolgono con il caffè, sopportano di averci tra i piedi per settimane, ma si capisce che vorrebbero dirci: scusateci, ma avremmo pure da lavorare.
A noi però questo non interessa: dobbiamo contestargli un verbale a qualsiasi costo e quando bussiamo alla loro porta sappiamo che non hanno praticamente speranza di salvezza.
Per contrastare e contestare questa trappola infernale l’imprenditore è costretto a pagare consulenti costosissimi, ma noi rimaniamo sempre sulle nostre posizioni.
A volte capita che per provare a difendersi il presunto evasore chiami in soccorso come consulenti ex finanzieri, ma spesso questo non gli evita la sanzione. Anzi.
Negli ultimi anni ho notato una certa arrendevolezza da parte degli imprenditori: dopo un po’ si stancano.
Capiscono, e ce lo dicono, che tanto dovranno fare ricorso perché noi non cambieremo idea.
Per tutti questi motivi molti di loro costituiscono a inizio anno un fondo in previsione della visita della Finanza.
Sono coscienti che qualcosa dovranno comunque pagare.
Chi fa veramente le grandi porcate, chi apre e chiude partite Iva, emette false fatture o costituisce società di comodo magari alle Cayman è molto più veloce di noi e per questo non lo incastriamo, mentre azzanniamo quelli che operano sul territorio e che sono regolarmente censiti nelle banche dati.
Alla fine lo Stato colpisce sempre i soliti noti.
Non è una nostra volontà, ma dipende dal fatto che non abbiamo risorse per fare la vera lotta all’evasione e in ogni caso dobbiamo fornire dei numeri al ministero per poter legittimare la nostra esistenza come istituzione.Anche in Europa.
Tangente di Stato
- L’imprenditore, se accetta la proposta di adesione al verbale entro 60 giorni, paga solo un terzo di quanto gli viene contestato e spesso salda anche se non lo ritiene giusto, per togliersi il dente ed evitare ricorsi costosi (a volte più dei verbali) e sine die.
In pratica accetta di pagare una tangente allo Stato.
Agli imprenditori i ricorsi costano molto e se la commissione provinciale, il primo grado della giustizia tributaria, dà ragione allo Stato, l’imprenditore prima di ricorrere alla commissione regionale, il secondo grado, deve pagare metà del dovuto.
Per questo chi lavora spesso preferisce chiudere la partita all’inizio, pagando un terzo.
Giustizia da farsa
- Il contradditorio tra Guardia di Finanza e imprenditori durante le verifiche è una farsa, perché ognuno rimane sulla propria posizione, ma va fatto per legge.
Nel contradditorio gli imprenditori non hanno scampo: quel numero, quell’ipotesi di evasione, ormai è stato venduto e non può più essere ridimensionato.
È entrato nel sistema e nelle nostre statistiche. A noi non interessa se magari dopo anni quel verbale verrà annullato e non avrà prodotto alcun introito per lo Stato.
Le cose non vanno meglio con la giustizia tributaria, gestita da commissioni composte da avvocati, commercialisti, ufficiali della Finanza in pensione che fanno i giudici tributari gratuitamente giusto per fare qualcosa o per sentirsi importanti.
È incredibile, ma in Italia il sistema economico-finanziario viene affidato a un servizio di “volontariato”.
La verità è che un tale esercito di volontari senza gratificazioni economiche non se la sente di cassare completamente il lavoro di finanzieri e Agenzia delle Entrate e l’imprenditore qualcosa deve sempre pagare.
Difficilmente questi giudici per hobby danno torto allo Stato. L’assurdità è che vengono pagati 30-40 euro per motivare sentenze complesse che hanno come oggetto verbali da milioni di euro, scritti da marescialli aizzati dal sistema.
Formazione assente
- Il nostro vero problema è la mancanza di specializzazione di un Corpo che cerca di riscattarsi nel modo sbagliato, provando a portare a casa grandi risultati, sebbene “storti”.
A volte l’ignoranza aiuta a far montare un rilievo che non sta né in cielo né in terra.
Sulla nostra formazione non ho niente da dire, perché non esiste. Eppure dobbiamo confrontarci con specialisti agguerriti, leggere documenti in lingue straniere, e la gran parte di noi non sa una parola in inglese.
Non ci forniscono nemmeno i codici tributari aggiornati, mentre spendono milioni per farci esercitare ai poligoni, visto che siamo inspiegabilmente ancora una polizia militare, come solo in Equador e Portogallo.
Un commercialista lavora 12 ore al giorno e si forma continuamente.
Dall’altra parte della barricata c’è gente come noi che non vede l’ora di scappare via dall’ufficio, dove spesso non ha neppure a disposizione una scrivania o la deve condividere con altri colleghi. In questo modo il lavoro diventa l’ultimo dei pensieri.
I più bravi vanno in pensione appena possono, per riciclarsi come professionisti al soldo delle aziende.
Ci vuole una fortissima motivazione per studiare una materia terribile come il diritto tributario.
Avvocati e commercialisti trovano gli stimoli nelle parcelle, da noi un maresciallo con vent’anni di servizio guadagna 1.700 euro.
Gli incentivi li dobbiamo trovare dentro di noi, magari pensando di sfruttare il sistema per trovare un altro lavoro.
È illogico che un mestiere così delicato, dove si contestano milioni di euro d’evasione, sia affidato a gente sottopagata e impreparata. L’unico modo di tenersi aggiornati è quello di studiare a proprie spese, pagandosi master e corsi.
Purtroppo la formazione è costosissima e spesso ci rinunciamo.
È chiaro che un sistema del genere presti il fianco al rischio della corruzione.
In più bisogna considerare che per noi le verifiche sono particolarmente rischiose.
In base alla mia esperienza non le facciamo con la giusta professionalità, possiamo commettere errori in buona fede, essere invischiati in fatti che neanche capiamo.
Per esempio alcuni di noi sono stati accusati di aver ammorbidito un verbale per un tornaconto, in realtà lo avevano fatto per ignoranza e per questo ora quasi nessuno vuole più fare questo tipo di lavoro. Risorse all'osso
- I nostri capi hanno budget di spesa sempre più ristretti. Nonostante ciò ogni ufficiale deve portare a casa i risultati con i soldi e le pattuglie che ha.
Risultati almeno uguali a quelli dell’anno precedente.
A causa di questa mancanza di mezzi siamo costretti a portare via dalle aziende penne, risme di carta, spillatrici.
E secondo me gli imprenditori se ne accorgono, ma non dicono nulla per compassione.
Onestamente gli ufficiali non sono responsabili di questa penuria di risorse, visto che i fondi destinati alla lotta all’evasione vengono decisi dai politici.
Ma la frustrazione dei nostri superiori viene compensata da ottimi stipendi personali che lievitano grazie ai risultati conseguiti.
Cosa che ovviamente non succede a noi.
Nel nostro lavoro, la mattina, ammesso che trovi una macchina libera, devi prima fare car-sharing e accompagnare diversi colleghi ai reparti, quindi ti restano due o tre ore per fare visita a un’azienda. Quando rientriamo da una verifica il nostro principale problema è segnare sul registro quanti chilometri abbiamo fatto e quanta benzina abbiamo consumato.
Arriveremo al paradosso di fare le verifiche in ufficio a contribuenti trovati su Google.
Lontani dalla realtà
- I nostri vertici sono lontani dalla realtà, sono convinti che noi facciamo “lotta all'evasione”. C’è una distanza siderale tra chi sta in trincea, come me, e chi vive nei salotti.
Un maresciallo può parlare solo con il tenente e non con i gradi superiori.
Il nostro messaggio viene filtrato e arriva al vertice completamente distorto.
Nel nostro sistema militare non conta quello che pensi del tuo lavoro, ma il grado che hai sulle spalle.
L’ufficiale non va a riferire al superiore se l’ispettore gli ha detto che un controllo potrebbe non portare a niente.
Al contrario insinua nei vertici la speranza che un risultato arriverà. E così chi va in giro per aziende deve ingegnarsi per trovare il cavillo che porti al risultato, solo per sentirsi dire bravo o per una pacca sulla spalla.
L’animo umano si accontenta di poco. In questa catena di comando in cui tutti devono fare carriera non sono ammessi dubbi od obiezioni, l’informazione reale resta a valle, al generale arriva quella virtuale, il famoso “numero”.
In nome del quale vengono immolati molti evasori virtuali.

Tratto da Libero Quotidiano.it

sabato 26 aprile 2014

Pure.... oltre a non bella anche sfortunata



Ci sono due recinti in uno c'è un toro e nell'altro una mucca.
Un giorno il toro salta la staccionata per andare a fare conoscienza cosi il toro dice:
-come ti chiami bella mucca?
- e la mucca risponde:
-mi chiamo anna bella, ma chiamami pure anna perchè non sono mica tanto bella.
E tu come ti chiami toro?
-Mi chiamo annibale ma chiamami pure anni perchè ho lasciato le balle sulla staccionata-.

Lucrezia Borgia Una donna tormentata



Lucrezia Borgia, nata a Subiaco il 18 aprile 1480 e morta a Ferrara il 24 giugno 1519, figlia di papa Alessandro VI, originario del paese valenciano di Xàtiva, e di Vannozza Cattanei, fu duchessa di Ferrara dal 1505 al 1519 grazie al matrimonio con il duca Alfonso I d'Este.

Strumento della politica matrimoniale del padre e del fratello Cesare Borgia, fu moglie di Giovanni Sforza, signore di Pesaro, matrimonio poi annullato, e poi di Alfonso d'Aragona, figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli, ucciso durante un misterioso agguato.
Signora di Nepi in compagnia del figlio avuto da Alfonso, Lucrezia venne data in sposa ad Alfonso d'Este, figlio di Ercole duca di Ferrara e dunque erede al trono del ducato, appartenente a una delle famiglie più antiche d'Italia e saldamente stabili sul proprio potentato.
Alla corte degli Estensi, dopo un breve periodo di diffidenza, specialmente da parte del suocero e della cognata Isabella, duchessa di Mantova, considerata la Signora del Rinascimento, Lucrezia, educata fin dalla più tenera età dai più grandi intellettuali della Roma papale, ebbe modo di brillare e distinguersi per cultura, comportamento e abilità diplomatica.
Dote, quest'ultima, che le valse la reggenza del ducato nei momenti di maggiore tensione internazionale, quando il marito, a causa delle guerre e delle battaglie, dovette assentarsi dal Ferrara.
Vera e propria prima donna di lettere, musica e belle arti, fu mecenate e amica di Ludovico Ariosto, Gian Giorgio Trissino e Ercole Strozzi. Amata, con trasporto ricambiato, dal grande intellettuale Pietro Bembo, intrattenne con lui uno scambio di lettere improntato al rispetto e all'uso nobile della lingua.
Lettere che Byron descrisse come le più belle lettere d'amore di tutti i tempi.
Con la morte del padre, Pontefice romano,  il ducato cadde in disgrazia presso i pontefici successivi. 
A causa di questi nefasti eventi e a causa di numerosi aborti spontanei che spossarono il suo fisico, coltivò uno speciale percorso religioso e interiore che la portò a indossare il cilicio e ad entrare nel Terz'ordine francescano.
Supportò inoltre gli ordini religiosi devoti di San Bernardino da Siena e di Santa Caterina e fondò il Monte di Pietà di Ferrara con l'intento di soccorrere la popolazione.
A causa di un parto particolarmente travagliato, morì a soli trentanove anni, pianta da tutta la famiglia di adozione e dal popolo. Durante i secoli, grazie a una diffusa azione diffamatrice nei confronti del padre e del fratello, Lucrezia è stata vittima di dicerie, leggende nere e informazioni manipolate sul proprio conto.
Dalla leggenda che la vuole amante del padre e del fratello creata da Giovanni Sforza (che, indispettito, vide annullato il suo matrimonio con lei a causa di una presunta impotenza), dalle dicerie sui suoi numerosi amanti (in realtà fu solo uno, un certo Perrotto, servo del quale osò innamorarsi e che la portò alla reclusione in un monastero dopo il parto), passando per i sospetti pseudo storici che la vogliono sfrenata mantide del sesso, capace di avvelenare i propri amanti dopo fugaci rapporti amorosi.
La figura di Lucrezia ha assunto nei secoli sfumature romanzesche che, alla luce degli studi più seri e accurati, perdono gran parte del loro accento negativo. 

L'immagine meravigliosa di questa piccola mano ha commosso il mondo

AGGRAPPARSI ALLA VITA (LA MANO DELLA SPERANZA)

Un fotografo che stava realizzando il servizio video di un' intervento chirurgico eseguito all'interno di un utero materno
- per correggere un problema di spina bifida- in un feto di appena 21 settimane ( un'autentica prodezza medica), mai avrebbe immaginato che la sua macchina fotografica potesse catturare il più eloquente grido in favore della vita sino ad ora conosciuto...
Mentre Paul Harris reallizzava il servizio nell'Università di Vanderbilt ( Nashville, Tennesse) da tutti riconosciuti come una delle strutture più avanzate nell'esecuzione di questo tipo di chirurgia, catturò il momento in cui il bimbo trasse la piccola mano dell'interno dell'utero materno afferrando il dito del chirurgo che lo stava operando.
La foto fu pubblicata in varie riviste negli USA e le sue ripercussioni fecero il giro del mondo sino ad arrivare in Irlanda, dove più forte è lo schieramento contrario alla legalizzazione dell'aborto.
La piccola mano che commosse il mondo appartiene a Samuel Alexander, nato il 28 dicembre 2002 ( il giorno della foto aveva soli 5 mesi di gestazione).
Se pensiamo a ciò, la foto è più che eloquente. La vita del bimbo era letteralmente appesa ad un filo.
I chirurghi sapevano che non avrebbero mai potuto mantenerlo in vita al di fuori dell'utero materno.
Per questo dovevano riuscire ad operarlo "dentro" correggendo l'anomalia fetale e risuturando poi l'organo perchè il bimbo potesse proseguire la sua crescita fisiologica. Per tutti questi motivi, l'immagine fu considerata come una delle fotografie mediche più importanti degli ultimi tempi e il documento di uno degli interventi più straordinari sino ad ora eseguiti nel mondo.
Samuel è il paziente più giovane che mai sia stato sottoposto a questo tipo di procedura. 

Come i mancini vissero nei secoli – Geni o “mano sinistra” del diavolo?


E’ opinione comune che i mancini siano rari nelle popolazioni del mondo.
 Se ci fate caso, però, con ogni probabilità avete già incontrato qualcuno che predilige l’uso della mano sinistra anziché della destra nelle azioni di tutti i giorni; forse sono mancini alcuni dei vostri amici e forse esistono sinistrorsi anche all’interno della vostra famiglia. 
Niente di strano, perché in termini di numeri si è scoperto che circa una persona su dieci è mancina. E sembra che anche in passato, qualsiasi periodo storico si prenda come riferimento, ci siano stati mancini tra la popolazione, e con lo stesso rapporto di circa una persona ogni nove “destri”. 
 Tra i personaggi famosi più recenti che usavano la sinistra come mano preferita troviamo Napoleone Bonaparte, il grande musicista Beethoven, Albert Einstein, Gandhi e Paul McCartney. 
Metà dei presidenti degli Stati Uniti – sei su dodici – sono stati mancini, compreso l’attuale Barack Obama. 
E andando più indietro, troviamo Alessandro Magno, Giulio Cesare, Raffaello e Leonardo Da Vinci (che era ambidestro).
 La lista dei famosi “sinistri” sarebbe ancora lunga.




Per lungo tempo i mancini non hanno avuto vita facile. 
Il lato destro è sempre stato il prediletto, mentre il fianco sinistro è stato a lungo ritenuto «sporco, infido, sbagliato».
 A nessuno di noi sfugge il gioco di parole che utilizziamo spesso nei discorsi.
 Un luogo troppo silenzioso è detto “sinistro”, uno scherzo pesante è chiamato “tiro mancino”.
 Fino a qualche decennio fa, i nostri avi erano convinti che un nato mancino dovesse essere corretto e costretto a imparare l’uso della mano destra. 
A seconda dei tempi, i mancini sono stati dichiarati – senza fondamento scientifico – ritardati mentali, tendenti al suicidio e alla delinquenza, legati all’alcolismo, ecc. 
 La causa principale di questa discriminazione sta nel fatto che i sinistri sono in numero minore e infatti quasi tutti gli strumenti sono creati per i destri, così come in gran parte dei Paesi i sensi di marcia delle strade danno la priorità alla destra. 
Ma un ruolo fondamentale lo ha giocato, come sempre, la religione. E’ scritto nella Bibbia: nel giorno del Giudizio universale, i «giusti» siederanno alla destra di Cristo e gli «empi alla sinistra»; i primi erediteranno il regno, i secondi bruceranno tra le fiamme dell’inferno.


Ci si aspetterebbe che al tempo della caccia alle streghe i mancini siano stati tra i perseguitati.
 Al contrario, sono stati per lo più ignorati: malvisti, ma ignorati, persino dalla Chiesa che tanto li adocchiava con sospetto. Probabilmente i mancini erano troppi nella popolazione per poterli perseguitare; molto più probabilmente alla Chiesa non portava alcun vantaggio il perseguitare una parte di popolazione tra cui rientravano anche personaggi di spicco.
 Peggio è andata a fine Ottocento, quando l’istruzione era basata su leggi severe che proibivano la diversità.
 Abbiamo citato Albert Einstein: fu infatti un mancino, ma costretto a “correggersi” e a imparare a muoversi con la mano destra. 
 Cosa dice la scienza al riguardo? Oggi circolano notizie sull’idea che i mancini abbiano caratteristiche particolari, che reagiscano più velocemente agli stimoli e siano quindi più reattivi, logici e intelligenti.
 In realtà, niente di tutto questo ha avuto una conferma statistica
.

Una teoria più accreditata vede il mancinismo come un fattore genetico, vista la sua presenza in tutte le Ere. 
Dal punto di vista dell’evoluzione, possiamo vederlo come un meccanismo di sopravvivenza: se i mancini rimangono in numero limitato, avranno sempre un vantaggio su un mondo fatto di destri. Questo, naturalmente, se lo vediamo nell’ottica delle battaglie, dove l’uso della spada nella mano opposta poteva disorientare l’avversario; al giorno d’oggi è un elemento trascurabile, tolto l’ambito sportivo. 
 C’è da dire che, in società costruite per i destrimani, i mancini siano costretti a sforzi più grandi per adattarsi. 
Maggiori sforzi significano più uso del cervello. 
Forse l’idea che i mancini siano più intelligenti non è proprio campata in aria… 

 Fonte esterna : http://www.diggita.it/

La Chiesa non denuncia i preti per tutelare le vittime degli abusi



CITTÀ DEL VATICANO

Il cardinale Bagnasco: l’obbligo morale è più forte di quello giuridico
Il no alla denuncia è a tutela delle vittime dei preti pedofili, assicura il cardinale Angelo Bagnasco.
Aveva suscitato nei giorni scorsi accese polemiche sui mass media il fatto che nelle linee guida della Cei non ci sia l’obbligo dei vescovi a denunciare all’autorità giudiziaria i sacerdoti che commettono abusi sessuali sui minori.
Ma, garantisce il capo della Chiesa italiana, ciò è dovuto soprattutto al rispetto della privacy delle vittime e «risponde a quel che i genitori ritengono meglio per il bene dei propri figli».
Infatti, «per noi l’obbligo morale è ben più forte dell’ obbligo giuridico e impegna la Chiesa a fare tutto il possibile per le vittime». Inoltre, precisa il leader dei vescovi in un convegno a Genova, «la questione è più ampia e il punto fondamentale è la cooperazione con l’autorità giudiziaria».
Dunque «il Vaticano prescrive di rispettare le leggi nazionali e la legge italiana non riconosce questo dovere di denuncia». 
Però «quello che è più importante è il rispetto delle vittime e dei loro familiari, che non è detto vogliano presentare denuncia, per ragioni personali».
Perciò «bisogna essere molto attenti affinché noi sacerdoti, noi vescovi non andiamo a mancare gravemente di rispetto alla privacy, alla discrezione alla riservatezza e anche ai drammi di vittime che non vogliano essere messe in piazza, brutalmente parlando».
Infatti «noi pastori abbiamo molto riflettuto e questa ragione ci è parsa importantissima».
Quindi «a seconda di quello che può essere la posizione dei familiari delle vittime, si può decidere nei casi concreti».
La Cei ha pubblicato venerdì le «linee guida» per i casi di abusi sui minori da parte dei religiosi, corrette dopo che l’ex Sant’Uffizio aveva chiesto di rivedere il precedente documento dell’episcopato. Nella versione finale si legge che i presuli non sono «pubblici ufficiali» e quindi non sono obbligati a denunciare all’autorità giudiziaria casi di abusi sessuali nei confronti dei minori che sono di loro conoscenza.
Si parla solo di un «dovere morale di contribuire al bene comune», quindi non riferito esplicitamente alla denuncia.
La collaborazione con l’autorità civile, definita «importante» nel documento della Cei, resta a discrezione dei singoli.
I vescovi di altri Paesi, come ad esempio Irlanda, Germania, Danimarca hanno invece scelto la strada di una più stretta collaborazione tra autorità ecclesiastiche e civili.
Venerdì il segretario Cei, Nunzio Galantino, presentando a Roma il testo , aveva già chiarito che «il vescovo ha il dovere morale di favorire la giustizia che persegue i reati: non è il difensore d’ufficio del sacerdote eventualmente accusato.
È un padre per tutti, soprattutto è padre di chi ha subito gli abusi. E deve agire di conseguenza, cioè prendere decisioni concrete». Inoltre le informazioni su un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria «ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro».
E «riscontrata la veridicità dei fatti», le sanzioni ecclesiastiche previste per i preti colpevoli vanno dalla restrizione del ministero pubblico (niente contatti con i minori) alla dimissione dallo stato clericale.
Ha bhe......non ho parole !!!!!!!!!
di GIACOMO GALEAZZI 
 tratto da stampa cronache 
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