giovedì 23 marzo 2017

Il canyon di Marafa, “la cucina del diavolo”


Si chiama Nyari, “il posto che si rompe da solo”, perché la terra davvero sembra fratturata, ma anche Hell’s Kitchen, tradotto in italiano come “la cucina del diavolo”, per le infernali temperature infuocate che raggiunge.

 In Kenya, 30 km a nord ovest di Malindi, un’ora di strada sterrata suggestiva tra radure, villaggi, acacie e baobab, si trova Marafa, paese caratterizzato da questo luogo singolare ed evocativo. 
Un canyon surreale, che a seconda dell’ora del giorno cambia colore, raggiungendo al tramonto, l’ora migliore per visitarlo, un rosso infuocato. 
 Artefici dell’erosione della roccia arenaria, la pioggia e il vento, che hanno dato origine nei secoli a un vero spettacolo della natura. A contrasto con il blu del cielo e il verde della foreste, si alternano pareti verticali con sfumature in chiaroscuro, tra il bianco e l’ocra, guglie rossastre, pilastri di pietra alti anche 30 metri. 
Ma gli abitanti del luogo si tramandano su come si è creato il canyon tutta un’altra storia.

 Racconta la leggenda della tribù Giriama, che un tempo questa fosse una terra verde e fertile.
 Ci abitava una famiglia talmente ricca, grazie a un gregge di mucche, da potersi concedere di fare il bagno e lavare i vestiti con il latte, un bene estremamente prezioso in Africa, dove manca persino l’acqua. 
Ma un giorno Dio vide tale spreco e si adirò, facendo sprofondare la ricca famiglia e tutto il suo bestiame in questa gola inospitale che porta i segni del sangue e del latte.

 Un’altra versione vuole che, a meritare l’ira, sia stato l’intera Marafa che, sempre a causa dei suoi sprechi, fu sommersa da una grande alluvione, dalla quale sarebbe nato il canyon.


La roccia arenaria tenera continua a consumarsi sotto l’effetto degli agenti atmosferici.
 Per la pioggia cede e crolla, facendo cambiare l’aspetto del sito ad ogni acquazzone.

 Dall’ alto lo spettacolo è mozzafiato, ma è scendendo all’ interno del canyon, lungo tre km di sentiero, che si definiscono i contorni, tra cespugli e alberi di ebano, rocce dalla conformazione originale, guglie appuntite e pareti levigate.






L’entrata al sito è gestita da una Cooperativa locale, che forma le guide e contribuisce al sostentamento dell’omonimo villaggio. 

 Fonte: lastampa.it
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