venerdì 10 giugno 2016

Gutenberg e la stampa a caratteri mobili


L’uomo che tradizionalmente è considerato l’inventore della stampa a caratteri mobili è Johann Gensfleish, passato alla storia col nome di Gutenberg, dal paese di provenienza. 
La stampa a caratteri mobili non è però un’invenzione nata dall’intuito di un genio ne tantomeno dalla fantasia di un artista ma il frutto delle costanti ricerche svoltesi nei laboratori ed officine europee durante il rinascimento.


Gutenberg già nel 1440 si dedicò alla sperimentazione di una modalità per realizzare uno scritto artificiale. Ma solo nel 1450 il suo sistema fu perfezionato al punto da permetterne uno sfruttamento commerciale. 
 La sua intuizione fu quella di fabbricare le matrici di ogni singola lettera dell’alfabeto per poter stampare un qualsiasi testo combinandole in tutti i modi, componendo e scomponendo testi, riutilizzando gli stessi caratteri per altre composizioni, nonché la possibilità di stampare svariate copie (identiche) in breve tempo rispetto ai libri manoscritti. 

 Gutenberg iniziò la composizione del primo libro stampato, ma per questioni finanziarie a portarlo realmente in stampa fu Peter Shoffer così nel 1455 veniva pubblicata la Bibbia a 42 linee di Gutenberg, solo successivamente l’inventore della stampa pubblicò la sua Bibbia a 32 linee (non firmata), era il 1458.


La stampa a caratteri mobili consiste in un punzone metallico, molto duro e recante all’estremità una lettera incisa a rilievo. Questo punzone veniva poi utilizzato per incidere una matrice o lastra di metallo più morbido dove successivamente si potevano fondere (con una lega di piombo, stagno ed ammonio) i singoli caratteri tipografici risultanti a rilievo come il punzone.
 I caratteri poi accostati permisero di ottenere la composizione tipografica, la stessa poi inchiostrata e tramite un torchio, veniva utilizzata per imprimere su fogli di carta le stampe.


Nel periodo tra il 1450 e il 1500 furono stampate in Europa più di 6000 opere e il numero di tipografi aumentò rapidamente.

 Se i tipografi dell’Europa settentrionale producevano soprattutto libri religiosi, quelli italiani stampavano principalmente opere laiche, come i classici greci e latini che il Rinascimento aveva riscoperto, le novelle degli scrittori italiani e le opere scientifiche contemporanee. 
 L’Italia fu una delle mete privilegiate dei tipografi tedeschi, “discepoli” di Gutenberg: due di loro, Arnold Pannartz e Konrad Sweynheym, raggiunsero nel 1464 il monastero benedettino di Subiaco, già centro importante per la produzione di manoscritti. Stampando i primi libri Italiani: il De oratore di Cicerone, il De divinis institutionibus di Lattanzio e il De civitate Dei di Sant’Agostino. 
 Nel 1468 si creò, proprio per la stampa delle lettere di Cicerone, il carattere Cicero. Successivamente passato ad indicare il carattere di corpo 12 e infine lo spessore di 12 punti Didot (corrispondente alla riga tipografica). 
 Dall’isolamento di Subiaco decisero poi di trasferirsi a Roma, avviando una collaborazione intensa con il circolo degli umanisti: oltre che con Giovanni Andrea Bussi, vescovo e umanista, sono probabili rapporti col cardinale Bessarione, al momento alla corte pontificia, prima di trasferirsi a Venezia cui dona la sua ricca biblioteca.

 Il più importante editore e stampatore fu Aldo Manuzio nativo di Bassiano presso Roma, dal 1495 al 1515 il più importante tipografo di Venezia.
 A lui si deve la definitiva affermazione del carattere latino su quello gotico. 
Grazie alla collaborazione del bolognese Grifo, fu il primo ad utilizzare una serie di caratteri inclinati, derivanti dalla scrittura corsiva della cancelleria papale.
 Con questi caratteri corsivi (che gli anglosassoni chiamano Italics), Manunzio stampò la sua famosa serie di libri classici.


Personalmente curò l’edizione di numerosi testi greci, latini e volgari.
 In un’opera di Lorenzo Maioli da lui edita, aggiunge una prefazione in cui loda le potenzialità di questo nuovo strumento che, secondo la sua opinione, è in grado di elevare lo spirito delle persone perché attraverso di esso la conoscenza può essere diffusa, diventando patrimonio di molti e non più di una ristrettissima minoranza.
 Manuzio loda anche Maioli per aver deciso di affidare le sue opere alla stampa.


Nel 1515 Ludovico Ariosto scrive una lettera indirizza al Doge di Ferrara, a cui chiede di essere aiutato a far rispettare i “Diritti d’autore” delle proprie opere, che verranno affidate ad una tipografia per essere stampate in serie.
 Le preoccupazioni dello scrittore sono molto sentite, tanto che propone al Doge una forma di risarcimento danni per i trasgressori, dividendo la pena tra lui ed il Doge stesso.
 Ecco che viene toccato un problema nuovo che gli scrittori dovevano fronteggiare ora che il riprodurre un’opera in più copie era questione di pochi giorni.
 Grazie all’incredibile facilitazione, vennero alla luce una gran quantità di falsi, contraffazioni, nonché copie illegalmente eseguite e distribuite.
 Anche il target iniziava a divenire ben più vasto delle epoche precedenti. 
Lentamente molte opere assumeranno significati propagandistici o addirittura consumistici. 


 Fonte: draft.it
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