venerdì 22 maggio 2015

La storia di Palmira


Oggi visitarla è impossibile, a causa della guerra in corso in Siria e della sua conquista da parte dello Stato Islamico (o ISIS). Ma a chi vi giungesse, apparirebbe come un miraggio, tra le sabbie del deserto, una distesa di splendide rovine vicino alla moderna città di Tadmor: è Palmira.

 La sua storia è famosa soprattutto per una sua regina, Zenobia: bella, dotta e spregiudicata, per molti aspetti simile a Cleopatra, conquistò l’Egitto e osò sfidare Roma.
 Sotto il suo regno Palmira divenne un luogo di tolleranza, in cui religioni molto diverse tra loro convivevano in pace; un luogo di cultura, dove le arti venivano esercitate liberamente e ai massimi livelli; e un luogo di commerci, dove benessere e ricchezza erano a portata di molti.


G. Tiepolo, La regina Zenobia arringa i suoi soldati, 1720-30, 

 Su Zenobia le notizie storiche scarseggiano e le poche fonti spesso contrastano, per eccesso o difetto di zelo.
 Di certo c’è che era diventata regina nel 267, alla morte di suo marito Settimio Odenato, come reggente del figlio Vaballato. Alcuni dicevano che fosse figlia di un commerciante di Palmira, ma diversi storici moderni sostengono che suo padre fosse Iulius Aurelius Zenobios, un personaggio politico cui i palmireni dedicarono una statua intorno al 240-242, gli anni in cui è probabile sia nata la futura regina. 
Bet-Zabbai, il nome in aramaico di Zenobia, significherebbe tra l’altro “figlia di Zabbai”, un suo antenato.

 Per gli antichi questa donna era una leggenda, ma nessuno ne ha mai descritto l’aspetto: bellezza senza volto, gli autori della Historia Augusta la definirono “straordinariamente avvenente”, casta, carismatica e generosa. 
Possedeva inoltre quelle doti virili richieste a una regina: partecipava infatti alle battaglie, a cavallo o sul carro da guerra, e la sua prestanza le permetteva di percorrere a piedi anche tre o quattro miglia. 
Era inoltre appassionata di caccia e di vino, al punto da riuscire a mantenersi sobria anche quando gli altri avevano ormai ceduto all’ebbrezza.
 Zenobia era colta, dotata in campo politico e poliglotta: conosceva, oltre all’aramaico, la sua lingua madre, anche l’egiziano, il greco e un po’ di latino.
 Esempio di virtù, era amata dai suoi sudditi e manteneva una corte fastosa, frequentata da intellettuali e filosofi.

«È l’immagine retorica e altamente idealizzata di una sovrana di cultura ellenistica-orientale, forte e illuminata», spiega Eugenia Equini Schneider, docente di Archeologia delle province romane all’Università La Sapienza di Roma, nel suo saggio sulla regina. «E le suggestioni che la associano a Cleopatra sono fortissime». Eppure nell’antichità non mancavano le voci discordi: tra gli storiografi a lei ostili, il greco Zosimo, autore della Historía néa, diceva che era superba.
 Lo confermavano gli ebrei, che raccontarono delle sue maniere sprezzanti nei confronti di due rabbini venuti a chiederle la liberazione di un correligionario imprigionato in Galilea. 
Pare che Zenobia avesse troncato la discussione così: “Viene insegnato che il vostro creatore adopera miracoli per coloro che si dedicano al suo servizio”.


In realtà, Zenobia trattava con tolleranza gli ebrei e favoriva l’integrazione e la convivenza di culture e religioni diverse: Palmira era infatti un importante centro carovaniero sul fiume Eufrate, nel deserto siriano. 
La vivace città sorgeva in una vasta e lussureggiante oasi ed era quindi un punto di incontro di mondi diversi: quelli dei mercanti d’Oriente e d’Occidente. 
 La sua posizione l’aveva favorita anche nei rapporti con l’Impero romano, permettendole di conservare una certa autonomia. 
Per i Romani era importante tenersi buona la regina, perché il suo regno faceva da cuscinetto tra le province orientali e l’Impero dei Parti, da sempre ostile a Roma. 
Con i loro movimenti di conquista, i Parti infastidivano anche i palmireni, che si erano visti precludere diverse vie commerciali: forse per questo, più che per fare gli interessi dell’Impero romano, il marito di Zenobia si era dato da fare a metter loro i bastoni fra le ruote. Ma Odenato era ben consapevole delle potenzialità politiche e militari di Palmira e delle difficoltà di Roma a gestire una terra così remota. Tanto più che il suo controllo sulle province orientali e sulla Siria era diventato effettivo una volta ottenuto dall’imperatore Gallieno il titolo di “coreggente di tutto l’Oriente”.
 Se avesse voluto, il re avrebbe potuto tentare ormai il colpaccio: il distacco completo dall’Impero. 
Non si conoscono le sue intenzioni, ma di certo i rapporti di Palmira con i Parti si fecero meno tesi quando, nel 267, il re fu ucciso insieme al figlio di primo letto Septimius Herodianus. 
Sui mandanti dell’omicidio esistono molte ipotesi: alcuni puntano il dito contro Zenobia, altri contro Gallieno.






In ogni caso, a fare quel che Odenato non aveva fatto ci pensò sua moglie.
 La regina voleva rendersi autonoma da Roma e riunire sotto di sé l’Asia Minore e l’Egitto, regioni che nominalmente erano parte dell’Impero romano, ma che in realtà sfuggivano al suo controllo. E cominciò stipulando un accordo con i Parti per garantire la pace alle carovane in transito. 
Gallieno, che sarebbe volentieri partito in quarta contro di lei, fu però fermato dai Goti che avevano invaso la Penisola. 

Agli inizi del 270, quando gran parte del territorio siriano doveva già trovarsi sotto il controllo di Palmira, Zenobia prese l’Arabia (provincia romana corrispondente a un territorio centrato più o meno nell’attuale Giordania). In tale occasione le truppe palmirene massacrarono una guarnigione romana, arruolando poi i superstiti tra le proprie file.


La conquista dell’Arabia era un passaggio obbligato per la successiva fase: la presa dell’Egitto. 
«Inizialmente Zenobia e Vaballato non contrastarono apertamente il potere di Roma: si affiancarono invece al partito filoromano di Alessandria, per legittimare formalmente il controllo palmireno sull’Egitto. 
Si proposero come baluardo della legalità dell’impero facendo apparire Aureliano come un usurpatore», scrive Equini.
 Aureliano, che era diventato imperatore nel 270, aveva riconosciuto a Vaballato i titoli di vir clarissimus rex e di imperator dux Romanorum: ma Zenobia osò troppo proclamando suo figlio Augusto. 
 Questo segnò la rottura con Roma. 
Risolti i problemi che aveva in Italia, all’inizio del 272 l’imperatore decise di ristabilire il controllo in Oriente. 
La riconquista della Siria e dell’Egitto fu rapida: alla fine dell’estate del 272 Palmira si era arresa. 
Zenobia, che aveva tentato la fuga verso l’Impero dei Parti con suo figlio, fu catturata e condotta a Roma. 
  Anche sulla sua fine esistono più versioni. La maggior parte degli storici antichi concorda sul fatto che Vaballato morì durante il viaggio, mentre lei fu costretta a sfilare in catene d’oro per le strade dell’Urbe nel 274, come preda di guerra nel trionfo dell’imperatore. Alcuni dicono che l’imperatore “la unì onorevolmente a un membro della classe senatoria”, altri che le concesse una villa a Tivoli, dove visse da regina fino alla fine dei suoi giorni. 
Secondo un’altra versione, la donna si lasciò morire di fame ancor prima di arrivare a Roma, sopraffatta dal dolore.
 In ogni caso aveva perso tutto, tranne la fama di regina che osò ribellarsi all’impero.
 Dopo la resa ad Aureliano, i palmireni non subirono ripercussioni, ma la città fu saccheggiata in seguito a una nuova ribellione e le sue mura furono abbattute. 
Abbandonata, tornò a essere un piccolo villaggio e divenne una base militare per le legioni romane. 

Dopo la conquista araba, avvenuta nel 634, Palmira andò progressivamente in rovina, finché nel 1678 qualcuno cominciò a interessarsi di nuovo a lei. 
Alcuni mercanti inglesi, infatti, decisero di tentare di scoprire la collocazione delle splendide rovine nel deserto descritte da diversi racconti arabi. 
La prima spedizione fallì, ma la seconda, nel 1691, fu un successo, anche se ci vollero altri sessant’anni perché una comitiva di disegnatori, guidata da due inglesi, visitasse le rovine.

 Nel 1753, venne pubblicato un blocchetto di schizzi, Les Ruines de Palmyra, autrement dite Tadmor au dèsert, che attirò l’attenzione degli studiosi. E, verso la fine del XIX secolo, il sito cominciò a essere studiato in modo scientifico: prima vennero copiate e decifrate le iscrizioni, poi cominciarono gli scavi archeologici, oggi interrotti dal conflitto.


Tratto e adattato da Focus Storia 86. Testi a cura di Maria Leonarda Leone.
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