martedì 7 aprile 2015

La terribile eruzione del Tambora e l’anno senza estate


Nel mese di Aprile del 1815, esattamente al tramonto dell’11, il Monte Tambora produsse la più violenta e la più mortale eruzione vulcanica dall’ultima Era Glaciale.
 L’emissione di ceneri fu, quantitativamente, circa 100 volte superiore a quella dell’eruzione, pur rilevante, del Mount St. Helens del 1980, e fu maggiore anche di quella della formidabile eruzione del Krakatoa del 1883.
 L’evento fu scatenato da un’eruzione pliniana capace di generare una gigante colonna euttiva di 50 chilometri di altezza. Il vulcano produsse sino a 150 chilometri cubici di cenere e aerosol in atmosfera, mentre la caduta di tefrite devastò l’isola indonesiana di Sumbawa e le sue aree circostanti.
 L’esplosione distrusse 30 chilometri cubici di montagna e fu catalogata come VEI 7 nell’indice di esplosività vulcanica. 
Gli effetti furono così devastanti che si fecero sentire in tutto il mondo. 
Fiumi di cenere incandescente si riversarono lungo i fianchi della montagna, bruciando praterie e foreste.
 La terra tremò ripetutamente e il pianeta conobbe un’epoca di estati mancate ed inverni freddissimi, che ebbero come conseguenza scarsissimi raccolti e un impoverimento importante di vaste aree del pianeta. 
Il 1816, l’anno successivo all’eruzione, fu poi ricordato come l’anno senza estate.


L’eruzione produsse effetti climatici globali che uccisero più di 100.000 persone direttamente ed indirettamente.
 In seguito a tale evento, tuttavia, il colera che ebbe origine nel Golfo del Bengala, causò milioni di vittime verso la fine del secolo. 

I primi segnali precursori ebbero inizio nel 1812 con piccoli terremoti e fuoriuscite di vapore.
 Tali manifestazioni continuarono sino al 5 Aprile 1815, quando ebbe inizio la prima significativa eruzione con un pennacchio di 24 chilometri.
 La sera del 10 Aprile 1815 l’eruzione cominciò ad intensificarsi. Una massiccia eruzione stava per avere inizio.
 Una serie di potenti boati, simili a tuoni o cannonate, che misero sull’avviso le truppe britanniche che da non molto tempo si erano stanziate nella regione dopo averne scacciato gli olandesi, ebbe inizo durante il tramonto del giorno 11, quando l’attività continuò con flussi piroclastici e ricadute di cenere sino al 19 Aprile, quando si verificò l’esplosione finale.
 Le emissioni di cenere oscurarono il cielo dell’intera regione per giorni e provocarono pesanti accumuli in tutti i villaggi circostanti. Le navi incontrarono anche dopo 4 anni dall’eruzione la cenere in mare nella forma di isolotti di pomice galleggianti. 
Tre mesi di convulsioni simili provocarono nel Tambora una diminuzione di quota di 1.300 metri; da più dei 4.100 metri originari, la montagna era passata agli attuali 2.850.
 Il vulcano sprigionò gas tossici su tutta l’isola, uccidendo 10.000 persone nella sola provincia di Tambora.


Quando i flussi piroclastici raggiunsero il mare provocarono una serie di tsunami verso le isole dell’arcipelago, provocando ulteriori vittime e devastazioni. 
A quei tempi il telegrafo era ancora in fase di sviluppo, e la notizia dell’eruzione viaggiò molto lentamente, trovando impreparati interi villaggi.
 Migliaia di persone non capivano cosa stesse accadendo. 
In Galles molte famiglie viaggiarono per lunghe distanze elemosinando cibo, ma i raccolti di patate, del grano e dell’avena erano ormai compromessi. 
La crisi colpì duramente anche la Germania, dove i prezzi alimentari salirono bruscamente. 
Le nubi di solfato rallentarono probabilmente lo sviluppo del monsone indiano per ben due anni, determinando gravi siccità in tutto il subcontinente indiano, devastato poi da intense inondazioni. Una combinazione che alterò l’ecologia microbica del Golfo del Bengala, dando inizio al colera.
 Entro la fine del secolo, il bilancio delle vittime del colera era di decine di milioni.

 Gli effetti si ripercossero anche nella Cina sud-occidentale, dove le provincie di montagna soffrirono terribilmente il freddo. A tre anni dall’eruzione gli agricoltori locali decisero di affidarsi ad un raccolto più affidabile: l’oppio.
 Nel giro di pochi decenni l’oppio veniva coltivato in tutta Yunnan, divenendo con la Birmania e Laos il triangolo d’oro della produzione.
 I tramonti sulla Terra si colorarono di tinte spettacolari, tanto da ispirare numerosi pittori fiamminghi. 


Nel 1816 poi, il Nord America e l’Europa Nord Occidentale vissero un terribile anno senza estate.
 In piena estate si girava con cappotto e guanti e si arrivò ad una pesante crisi alimentare.
 Fu un anno di carestia e i prezzi lievitarono alle stelle. 
Molti andarono in miseria e altri si tolsero la vita. Il pane era introvabile, l’uva andata distrutta.
 Pesanti i disagi in Inghilterra e Francia, mentre in Svizzera si macellava di tutto. 

Anche i racconti di Mary Shelley in villeggiatura sul lago di Ginevra in compagnia di Lord Byron e del marito, descrive interminabili settimane fredde e piovose. 
Epidemie interessarono il Bengala e la Russia europea, arrivando al colera. 
A quei tempi si rifanno le meravigliose fiabe di Andersen e i racconti di Natale di Dickens, sempre raffigurati con la neve. 
Dalla primavera del 1816 le temperature aumentarono come previsto, ma in alcuni luoghi persisteva il freddo.
 Gran parte dell’emisfero settentrionale sperimentò notti gelide tra Giugno e Settembre.
 Un freddo fuori stagione accompagnato da calamità naturali, carestie ed epidemie.
 Al vulcano si aggiunse un minimo storico dell’attività solare: il minimo di Dalton, che durò dal 1790 al 1830 circa, durante il quale si verificò una serie incredibile di grandi eruzioni vulcaniche.

 In quel periodo si ricordano le eruzioni del vulcano Soufrière, nei Caraibi, mentre l’anno prima fu il vulcano Mayon, nelle Filippine, ad entrare in attività.
 A questi vanno ricordate le eruzioni dell’Ula, tra i più letali in indonesia e del Suwanosejima nelle isole Ryukyu, in Giappone.
 La causa precisa del calo sotto media delle temperature, registrato durante il periodo del minimo, non è stata ancora ben capita, ma una delle tesi più accreditate afferma che, vista la concomitanza dei flare con le macchie solari, in questi periodi di minimo diminuisca anche l’energia emanata.

 Il vulcano Tambora se ne sta tranquillo nella zona di subduzione creata dal movimento della placca australiana verso una parte della zolla euroasiatica, ed è oggi costantemente monitorato dalle autorità competenti. 
Sono trascorsi 200 anni da quell’evento, ma ancora oggi il mondo ricorda le vittime di quella immane tragedia.


Fonte: http://www.meteoweb.eu/
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