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giovedì 25 novembre 2021

Monte Roraima: “il mondo perduto” del Venezuela


 Si trova tra Venezuela, Brasile e Guyana il Monte Roraima, il più famoso tepuy della Gran Sabana, la misteriosa vetta immersa tra le nuvole e intorno a cui aleggiano leggende autoctone che affascinano tutti gli scalatori del mondo.

Il fascino del luogo era già conosciuto in epoca vittoriana, tanto che il celebre scrittore Arthur Conan Doyle immaginò nel suo “Il mondo perduto” che qui fossero riusciti a sopravvivere addirittura i dinosauri. 
Non si allontanò poi di molto dalla verità perché le caratteristiche del luogo e l’isolamento prolungato hanno generato uno scrigno di biodiversità che oggi viene tutelato dal Parco Nazionale dei Canaima.

Il Monte Roraima è detto anche Tepuy di Roraima o Cerro Roraima e dalla lingua Pemon si traduce con “cima verde”, la sua peculiarità sta proprio nella punta dalla forma anomala, diversa da come siamo abituati a immaginare la cima di una montagna perché è completamente piatta.
Questa cima piatta misura 31 chilometri quadrati e proprio qui convergono i confini di Guyana, Brasile e Venezuela, in quello che viene definito “triple point”, mentre il punto di maggior rilievo prende il nome di “Maverick rock”.

La forma della montagna è caratteristica di quelli che dagli indigeni vengono chiamati tepuy, cioè le case degli dèi, e con cui indicano gli altopiani che svettano nella regione sudamericana della Gran Sabana.
Il Monte Roraima raggiunge l’altitudine di 2810 metri ma il tepuy più alto della Gran Sabana è quello del Pico Neblina che si erge per 3045 metri al centro della giungla amazzonica, ed è stato scoperto solamente grazie all’uso di ricognizioni aeree e radar che sono stati in grado di individuarlo nella perenne nebbia che lo avvolge.

I tepuy, secondo le stime risalgono al periodo Precambriano, tra 2,5 e 1,9 miliardi di anni fa, e sono il risultato di milioni di anni di erosione che hanno eroso tutte le rocce circostanti, lasciando solo questi possenti massicci, che sono composti prevalentemente da quarzite e arenaria, che emergono dal substrato di base formato principalmente da granito.

Come altri tepuy anche il monte Roraima spesso emerge con la sua cima piatta da una fitta coltre di nuvole che lo fanno apparire come un’isola immersa in un candido mare. In effetti, l’accostamento simbolico con il concetto di isola non è del tutto erroneo in quanto proprio con le isole i tepuy condividono alcune caratteristiche.


I tepuy sono infatti separati dagli ambienti che li circondano e questo isolamento in natura spesso genera differenze ed endemismi, cioè specie animali o varietà vegetali che sono proprie di un determinato territorio. 

Anche qui si trova una flora e una fauna che non si rintraccia in altre parti del mondo.

Nel corso del tempo sono state rintracciate centinaia di specie che presentano peculiari caratteristiche ed è più che probabile che molte altre ne vengano scoperte in futuro.
La prima spedizione che ebbe successo nell’esplorazione del Roraima risale al 1884, quando in botanico ed esploratore della Royal Geographical Society, Sir Everard Im Thurn, fu inviato per compiere ricerche scientifiche in quello che veniva considerato quasi un mondo perduto.

In effetti condizioni come la posizione remota, l’isolamento generato dalla presenza della foresta pluviale che lo avvolge e le peculiari condizioni ambientali, hanno portato l’altopiano a sviluppare una propria biodiversità.

Tra gli esemplari di piante e animali che vivono solamente qui vi sono alcune orchidee e piante carnivore, ma anche le minuscole rane nere, che incapaci di saltare per sfuggire ai predatori si spostano trasformandosi in palle rotolanti.

 Sulla cima del Roraima, inoltre, si trova “la valle dei cristalli”, un’area completamente ricoperta di quarzi.


Proprio quest’aura di impenetrabilità del Monte Roraima, difficilissimo da raggiungere anche agli stessi indigeni Pemòn, gli valse una strana aura leggendaria e molti si convinsero che non si poteva escludere l’ipotesi che vi si trovassero degli animali primordiali, persino i dinosauri.

Fantasticare su questo luogo straordinario portò lo scrittore Arthur Conan Doyle (il creatore di Sherlock Holmes) ad ambientare in un luogo del tutto simile il suo romanzo “Il mondo perduto” in cui immaginava che proprio in un inaccessibile altopiano della Guyana fossero riusciti a sopravvivere animali preistorici e dinosauri.


La leggenda locale invece narra che un tempo questo luogo ospitasse una sorta di paradiso terrestre ricco di corsi d’acqua. Un giorno proprio sulla sua cima pianeggiante nacque un banano di cui Paaba, il dio creatore, proibì a tutti gli abitanti di mangiarne i frutti. Qualcuno, tuttavia, osò avvicinarsi al sacro albero e sottrarre un casco di banane.

La furia della natura si abbatté su uomini e animali che provarono a darsi alla fuga prima che il terreno si sollevasse così in alto da creare il Monte Roraima.

 Anche i fiumi si sollevarono e ancora oggi lungo le pendici dei tepuy sgorgano corsi d’acqua che gli indios chiamano “lacrime di Dio”.
Il nome di questo tepuy in particolare dall’indigeno è traducibile più o meno con “la madre di tutte le acque” perché proprio dalla sua vetta le cascate che si formano danno origine alla maggior parte dei corsi d’acqua che scendono dalla montagna attraverso alte cascate che vanno verso il Rio delle Amazzoni, l’Orinoco e gli altri fiumi della Guyana.

Un altro tepuy molto celebre è l’Auyantepui da cui nasce Salto Angel, la cascata più alta del mondo.

Fonte:meteoweb.eu


domenica 21 novembre 2021

Il Castello di Bran in Transilvania e la leggenda del Conte Dracula


 Questo castello, dai tipici tratti dell’architettura gotica, si presenta come una roccaforte invalicabile in cima al monte sul quale venne costruito. Da qui svetta sulla vallata che si stende tutt’attorno con la sua mole in pietra, massiccia e severa, le sue torri ed i tetti tronco-conici con tegole rossastre.

 Quelli che oggi sono gli ambienti del Museo d’Arte Medievale, raggiungibili tramite strette scalinate, lunghi corridoi e passaggi segreti, era in realtà un avamposto che permetteva di avere un’ottima visuale sul confine tra i diversi territori ed il luogo in cui venivano pagati i dazi per poter attraversare le due giurisdizioni.


Le sue fattezze sono state spesso rimaneggiate nel corso dei secoli, infatti, durante la visita, è possibile notare negli ambienti la commistione dei diversi stili che nel tempo lo hanno interessato. La struttura è suddivisa in quattro piani: il più basso, quello rimasto pressoché simile a come doveva apparire nel Medioevo, adibito a sotterraneo; il primo piano destinato alla servitù, con ampie camere dagli arredi spartani;  il secondo occupato dalla Regina Maria di Sassonia e da sua figlia Ileana, dal mobilio massiccio e più ricercato, con drappi e corredi preziosi ed infine il terzo piano destinato al consorte, il Re Ferdinando I di Romania, molto più lussuoso e da cui si gode di una strepitosa vista panoramica.



Il legame con Vlad III di Valacchia, o Vlad Tepes (“L’impalatore”), lo si deve alla sua permanenza in questa roccaforte per un breve periodo, al fine di sorvegliare i propri possedimenti. 

In realtà la residenza storicamente accreditata del Principe (“voivoda” in rumeno) si trova ad Arefu, ad un centinaio di chilometri ad Ovest di Bran, sulla vallata del fiume Arges, conosciuta come Fortezza di Poenari di cui oggi restano alcuni ruderi molto scenografici.

La fama del crudele Vlad, storicamente esistito e vissuto a cavallo tra il 1431 ed il 1477, è dovuta alla cruenta morte che destinava ai suoi nemici, ovvero per impalamento e per questo conosciuto come il sanguinario conte di Valacchia. Difatti, quando egli si ritrovò a dover riconquistare i territori della Transilvania, adottò misure alquanto severe per gli oppositori: sterminandoli tutti a seguito di indicibili torture ed impalando dapprima i nobili e poi i cittadini sostenitori della casata nemica.

Il “soprannome” Dracula, significa letteralmente “figlio di Dracul”. In effetti, suo padre Vlad II era un “Dracul”, ovvero appartenente alla casata nobiliare dei “Del Drago”, dal quale proveniva l’appellativo “Dragonul”, storpiato poi in “Dracul” nella lingua locale, che invece significa “Il Diavolo”. Pertanto vi fu un sostanziale errore linguistico tra “Dragonul”, “Il Drago”, e “Dracul”, “Il Diavolo”, avvalorato dalla fantasia locale che vedeva nell’emblema presente sullo stemma familiare un grosso mostro minaccioso scambiato per  il demonio.

 Da qui si diffuse la tradizione secondo cui “Dracula”, ovvero Vlad III “figlio di Dracul”, fosse in realtà la personificazione di un diavolo, crudele, sanguinario e capace di cattiverie inenarrabili.


La storia moderna, poi, ha cavalcato l’onda del folklore e, a seguito dell’uscita del celebre romanzo “Dracula” (1897) dello scrittore irlandese Bram Stoker, si è alimentata la leggenda secondo cui il conte Vlad III di Valacchia fosse un mostro assetato di sangue. Contrariamente alla visione popolare di questo personaggio, per il popolo rumeno fu invece un valoroso condottiero nel periodo buio del Medioevo, capace di difendere i territori e le ricchezze di uno Stato anche a costo di sterminare ogni singolo nemico.

Questo luogo, come altri numerosi castelli che caratterizzano la Romania, è avvolto da un’atmosfera particolare, carica di fascino e mistero allo stesso tempo, ricco di storia e cultura che va oltre le celebri leggende qui ambientate.

Fonte: viaggiandonellabellezza


sabato 20 novembre 2021

Questa straordinaria coppa romana cambia colore in base a come viene colpita dalla luce


 L'incredibile Coppa di Licurgo è un manufatto di epoca romana, risalente al IV secolo.

 La coppa diatreta (che consiste di un contenitore interno e di una gabbia o un guscio decorativo esterno che si distacca dal corpo della coppa) è costruita con vetro dicroico.

 Questo tipo di vetro ha delle proprietà ottiche molto particolari.

La coppa di Licurgo, infatti, cambia colore in base al modo in cui la luce la colpisce: è di un rosso sangue quando è illuminata da dietro, e verde quando è illuminata frontalmente.

 La coppa di Licurgo è l'unico oggetto romano integro completamente costituito da questo tipo di vetro, e mostra una serie di figure tra cui il mitico Licurgo, re di Tracia.

 Secondo la mitologia, Licurgo cercò di uccidere Ambrosia, seguace di Dioniso (Bacco per i Romani). Ambrosia venne trasformata in un vitigno, che si attorcigliò intorno a Licurgo fino ad ucciderlo. Il vaso ritrae proprio questa scena, oltre a Dioniso e a Pan che si fanno beffe del destino del re.



L'incredibile effetto dicroico fu realizzato inserendo nel vetro alcune nanoparticelle di oro e argento

In realtà non è ben chiaro quale processo fu utilizzato, e c'è chi pensa che in realtà non lo sapessero neanche i fabbricatori della coppa. Forse, anzi, l'effetto può essere stato prodotto accidentalmente, con la contaminazione non intenzionale del vetro con nanoparticelle di oro e di argento.

 Le particelle hanno dimensioni minuscole, di circa 70 nanometri, e sono visibili soltanto con un microscopio elettronico a trasmissione.

Fonte: fattistrani.it


Archeologi rivelano come gli Assiri conquistarono Israele: tecniche e tattica militare di un’antica superpotenza


 I ricercatori sono riuscita a ricostruire le tattiche e il modo in cui l’esercito assiro è riuscito a costruire la mastodontica rampa d’assedio usata per conquistare la città giudea di Lachish nel 701 a.C. 

A ricostruire questo frammento della storia dell’umanità è stato un team di archeologi guidato dall’Università Ebraica di Gerusalemme ed i loro risultati sono stati pubblicati su Oxford Journal of Archaeology.

Come è noto, il popolo assiro è stato tra le grandi ‘superpotenze’ del Vicino Oriente, tanto che controllavano un territorio enorme che andava dall’Iran all’Egitto.

 Le tecnologie militari che utilizzavano, all’avanguardia, e li hanno aiutati a vincere tutte le battaglie in campo aperto o a penetrare in qualsiasi città fortificata che prendessero di mira.

 Nel IX-VII secolo a.C. il vantaggio tattico bellico di un esercito dipendeva dalla rampa d’assedio, ovvero una struttura elevata che trasportava rampe di assalto fino alle mura della città nemica e che ha permesso ai soldati neo-assiri di devastare le strutture avversarie.


Costruita in Israele, la rampa d’assedio assira di Lachis è l’unico esempio fisico sopravvissuto della loro abilità militare in tutto il Vicino Oriente. 

I ricercatori, facendo riferimento ad un ampio numero di fonti su questo evento storico, sono riusciti a fornirne un quadro completo. L’eccezionale quantità di dati include testi biblici, iconografia, iscrizioni accadiche, scavi archeologici, e fotografie di droni del 21 secolo. 

Lachis era una fiorente città cananea del secondo millennio a.C. ed era stata la seconda città più importante del Regno di Giuda. Nel 701 a.C. Lachis fu attaccata dall’esercito assiro, guidato dal re Sennacherib.

L’analisi di Yosef Garfinkel, professore dell’Istituto di Archeologia dell’Università Ebraica di Gerusalemme (HU), ha fornito un vivido resoconto della costruzione della massiccia rampa che fu costruita dagli assiri, in modo che potessero trasportare arieti fino alla città collinare di Lachis, violare le sue mura e invadere completamente la città. 

Ci sono state diverse opinioni contrastanti su come è stato realizzato il formidabile compito di costruire la rampa. Tuttavia, il metodo rigoroso impiegato da Garfinkel e dal suo team, compresa l’analisi fotogrammetrica delle fotografie aeree e la creazione di una mappa digitale dettagliata del relativo paesaggio, ha prodotto un modello pratico che tiene conto di tutte le informazioni disponibili su quella battaglia.

 Secondo Garfinkel, le prove sul sito hanno chiarito che la rampa era fatta di piccoli massi, di circa 6,5 kg ciascuno. Un grosso problema affrontato dall’esercito assiro era la fornitura di tali pietre, poiché erano necessarie circa tre milioni di pietre. La raccolta di pietre naturali dai campi intorno al sito richiederebbe molto tempo e rallenterebbe la costruzione della rampa.

Una soluzione migliore sarebbe quella di estrarre le pietre il più vicino possibile all’estremità opposta della rampa. “A Lachish c’è davvero una scogliera esposta del substrato roccioso locale esattamente nel punto in cui ci si aspetterebbe che sia“, ha condiviso Garfinkel. 

Secondo quanto dedotto grazie alla ricerca, la sua costruzione sarebbe iniziata a circa 80 metri di distanza dalle mura della città di Lachis, vicino a dove si potevano estrarre le pietre necessarie per la rampa. 

Le pietre sarebbero state trasportate grazie a catene umane, ovvero passate di mano in mano. Con quattro catene umane che lavorano in parallelo sulla rampa, ciascuna attiva 24 ore su 24, Garfinkel ha calcolato che ogni giorno venivano spostate circa 160.000 pietre.


Il tempo era la principale preoccupazione dell’esercito assiro. Centinaia di operai lavoravano giorno e notte trasportando pietre, possibilmente in due turni di 12 ore ciascuno. La manodopera era probabilmente fornita dai prigionieri di guerra e dai lavori forzati della popolazione locale. Gli operai erano protetti da massicci scudi posti all’estremità settentrionale della rampa. Questi scudi venivano fatti avanzare verso la città di pochi metri ogni giorno“, ha descritto Garfinkel. 

Nella fase finale, le travi di legno sono state posate sopra le pietre, dove sarebbero stati posizionati in modo sicuro gli arieti all’interno delle loro massicce macchine d’assedio del peso di 1 tonnellata. L’ariete, una grande e pesante trave di legno con una punta di metallo, colpiva le pareti venendo fatto oscillare avanti e indietro.


Garfinkel ha suggerite che l’ariete fosse sospeso all’interno della macchina d’assedio su catene metalliche, poiché le corde si sarebbero consumate rapidamente. In effetti, una catena di ferro è stata trovata in cima alla rampa di Lachis. Per avere ulteriori conferme, Garfinkel ha spiegato che sta “pianificando scavi a Lachis, all’estremità della rampa nell’area della cava. Questo potrebbe fornire ulteriori prove dell’attività dell’esercito assiro e di come è stata costruita la rampa”.

Fonte: meteoweb.eu

giovedì 18 novembre 2021

La Mappa su un uovo di struzzo è la più antica rappresentazione del Nuovo Mondo


Se la prima mappa a rappresentare il continente americano è quella di Juan de la Cosa, realizzata nel 1500, e la prima in cui il nome America sembra identificarlo è la cosiddetta Universalis Cosmographia di Martin Waldseemüller, del 1507, il primo globo che mostrava il Nuovo Mondo fu creato nientemeno che da Leonardo da Vinci nel 1504.

Tuttavia, che fosse opera di Leonardo non si sapeva quando il 16 giugno 2012 fu scoperto alla fiera cartografica londinese organizzata dalla Royal Geographical Society. Un commerciante olandese stava cercando di venderlo come se fosse un oggetto del XIX secolo, e in seguito avrebbe affermato di averlo appena acquistato lo stesso giorno da un altro collega, quindi la provenienza del manufatto rimane sconosciuta.


 Il fortunato acquirente del mappamondo, il ricercatore Stefaan Missinne, sarebbe giunto alla conclusione (come espone nel suo libro The Da Vinci Globe ) che si trattasse dell'opera del celebre artista rinascimentale basandosi sul fatto che Leonardo avrebbe realizzato un disegno per il globo nel 1503, che si trova nel Codex Arundel.

Un altro disegno, della nave mostrata sulla mappa a sud dell'Oceano Indiano, è presente in un codice di Francesco di Giorgio Martini datato 1487-90, e proprio il proprietario di questo codice era lo stesso Leonardo.

 È l'unico libro sopravvissuto della vasta biblioteca di Da Vinci, e quindi l'unico che contiene annotazioni nella sua stessa calligrafia.


Secondo i ricercatori, sia i dettagli pittografici che il modo di applicare le incisioni (realizzate da un mancino) indicano Leonardo come suo autore. In questo senso la mappa del globo presenta, secondo Missinne e Geert Verhoeven, un esempio di prospettiva inversa, una forma di anamorfosi di cui il primo esempio noto è anche attribuito a Da Vinci.

Inoltre, sul recto della pagina 331 del Codice Atlantico , che risale al 1504, Da Vinci scrisse: el mío mappamondo che ha Giovanni Benci (il mio globo che ha Giovanni Benci), sottintendendo che avesse creato un globo. Oggi non è solo il più antico mappamondo inciso che conosciamo, ma anche il più antico a rappresentare l'America, come dicevamo all'inizio.

Nelle parole di Missinne e Verhoeven:

Mentre viveva a Firenze nel 1504 Leonardo aveva accesso non solo alle mappe più recenti, ma a molte altre fonti di conoscenza come le tecniche di incisione e fusione. Incidendo questi gusci d'uovo di struzzo molto esotici e costosi, ha voluto sottolineare la nascita del quarto continente: l'America. Nonostante sia intitolato ad Amerigo Vespucci, il nome che compare sul globo è Mundus Novus (Nuovo Mondo), esattamente come lo aveva chiamato Vespucci.

Fonte:  amusingplanet.com

 

Le 300 mummie di Xiaohe: il “piccolo cimitero sul fiume” dell’età del bronzo


 Sperduto tra le sabbie desolate del deserto di Taklamakan, chiamato anche “il Mare della morte”, lontano centinaia di chilometri da qualsiasi insediamento umano, c’è una selva di tronchi di pioppo che svettano dal terreno arido. 

Non è un’oasi, tutt’altro: gli scheletrici pali di legno sono stati levigati nel corso dei millenni dai forti venti della regione, ma sono rimasti comunque stabilmente conficcati nel terreno per segnare antichissime sepolture.

E’ il cimitero di Xiaohe, risalente all’età del bronzo, dove sono state trovate oltre 30 mummie, talmente ben conservate dal clima secco dell’estate e dal gelo dell’inverno, da mostrare ancora i lineamenti del viso, e addirittura, nel caso della “Bellezza di Xiaohe”, le lunghe ciglia che ombreggiavano lo sguardo di una donna che da viva doveva essere di una bellezza straordinaria.


Hanno riposato in pace per circa 4000 anni le mummie di Xiaohe, finché, all’incirca nel 1910, un cacciatore locale chiamato Ördek si spinse all’interno del deserto, e trovò il boschetto di pali di legno, ma vide anche ossa umane e manufatti che gli apparvero sacri. Capì di essere capitato in un luogo “infestato”, dal quale era meglio stare lontano.

 Decise che non si sarebbe mai più avvicinato a quel cimitero, e non lo fece nemmeno quando, nel 1934, l’esploratore e archeologo svedese Folke Bergman gli chiese di fargli da guida. 

Bergman in realtà cercava antiche rovine sulla leggendaria Via della Seta, e qualcuno gli suggerì di parlare con Ördek.

Il cacciatore si rifiutò di guidarlo, ma gli diede comunque le indicazioni per arrivare al vecchio cimitero.

 Pur se perso in mezzo al nulla, Bergman lo trovò e lo chiamò Necropoli di Ördek: un tumulo di forma ovale sovrastato da pali di legno di pioppo, uno per ogni tomba.


Bergman scavò all’incirca una dozzina di sepolture e portò con sé, in Svezia, qualcosa come 200 manufatti.

 L’archeologo si stupì di trovare delle sepolture a lui familiari, con bare a forma di barca rovesciata, e mummie che indossavano indumenti simili a quelli trovati nelle tombe dell’età del bronzo in Danimarca.

L’antica necropoli fu praticamente dimenticata fino al 2002, quando un gruppo di archeologi cinesi del Xinjiang Cultural Relics and Archeology Institute seguirono le indicazioni lasciate da Bergman e trovarono il sito, perfettamente corrispondente alle descrizioni dello studioso svedese.

 Nel 2003 iniziarono gli scavi, grazie ai quali sono venute alla luce 167 sepolture, ma nei diversi strati del terreno ce sono diverse centinaia, di dimensioni più piccole.

Le tombe, contrassegnate dai pali di pioppo, contenevano quindi delle bare a forma di barca, sotto le quali erano adagiati i corpi avvolti in pelle di bue, usate anche per ricoprire le stesse bare.

Nelle tombe c’erano cesti di paglia con all’interno grano e cereali, e poi maschere lignee, archi e frecce nelle sepolture maschili, sculture che rappresentavano gli organi genitali sia maschili sia femminili, oppure piccoli animali.

Ma la strana particolarità di bare a forma di barca, in un cimitero nascosto nel bel mezzo di un deserto, oltre a indumenti del tutto simili a quelli indossati da popolazioni tanto lontane, non sono gli unici motivi per i quali la necropoli ha destato molta attenzione negli studiosi. 

In realtà, il dato più eclatante è la provenienza delle persone sepolte nell’antico cimitero, dai lineamenti apparentemente di tipo occidentale. 

Le analisi del DNA hanno poi confermato che i geni materni provenivano da popolazioni sia occidentali sia orientali, mentre quelli paterni erano esclusivamente occidentali. 

Secondo il team che ha condotto gli studi, le popolazioni europee e quelle provenienti da Asia centrale e Siberia si sono incrociate prima di entrare nel bacino del Tarim, all’incirca 4000 anni fa. Ma nessuno viveva nelle vicinanze della necropoli, che era probabilmente raggiunta in barca, quando ancora alcuni fiumi scendevano dalle montagne circostanti e attraversavano il deserto.


La necropoli di Ördek è oggi chiamata Cimitero di Xiaohe, proprio dal nome di un fiume ormai asciutto che scorreva lì vicino. Gli archeologi però preferiscono chiamarlo Piccolo Cimitero sul Fiume“un mondo misterioso permeato da un’atmosfera religiosa originale” dove è stato rinvenuto il più elevato numero di mummie al mondo, per singolo sito. Secondo gli archeologi, il simbolismo che caratterizza la necropoli è palesemente di tipo sessuale: i pali posti sulle tombe degli uomini, apparentemente simili a remi, rappresenterebbero in realtà una vulva, mentre quelli sopra le bare femminili ricordano dei giganteschi falli. La sconosciuta popolazione era evidentemente ossessionata dalla fertilità, forse perché l’ambiente difficile nel quale viveva portava a un alto tasso di mortalità infantile.

Il Piccolo Cimitero sul Fiume ha conservato per 4000 anni il segreto di una popolazione della quale non sappiamo nulla, misteriosa e affascinante come il deserto che l’ha gelosamente nascosta tra le sabbie del tempo.

Fonte: vanillamagazine.it

giovedì 11 novembre 2021

A Pompei ritrovata perfettamente intatta la stanza degli schiavi


 Pompei non smette e non smetterà mai di stupirci: riemerge ora, perfettamente intatta, la stanza degli schiavi, nella grande villa suburbana di Civita Giuliana, dove, oltre alle pareti, sono stati ritrovati anche oggetti probabilmente appartenuti ad una piccola famiglia di stallieri. 


Continuano dunque le scoperte a Civita Giuliana, nella villa suburbana a nord di Pompei, oggetto di scavi dal 2017 e dalla quale sono già emersi un carro cerimoniale e una stalla con i resti di 3 equini, di uno dei quali è stato possibile realizzare il calco.

L’ultimo ritrovamento, però, è particolarmente significativo per le indagini storiche: la stanza degli schiavi offre infatti uno spaccato straordinario su una parte del mondo antico che normalmente rimane all’oscuro.

Lo stato di conservazione eccezionale dell’ambiente e la possibilità di realizzare calchi in gesso di letti e altri oggetti in materiali deperibili costituisce una “fotografia antica” della vita degli schiavi, generalmente trascurata dalla storia, concentrata sulle gesta dei potenti.

Il rinvenimento è avvenuto non lontano dal portico dove all’inizio del 2021 fu scoperto un carro cerimoniale attualmente oggetto di interventi di consolidamento e restauro.


Gli stallieri, schiavi, che abitavano proprio qui, in questa stanza disadorna che conteneva pochi poveri oggetti. Infatti nell’ambiente, dove sono state trovate tre brandine in legno, è stata rinvenuta anche una cassa lignea contenente oggetti in metallo e in tessuto che sembrano far parte dei finimenti dei cavalli. Inoltre, appoggiato su uno dei letti, è stato trovato un timone di un carro, di cui è stato effettuato un calco.

Si tratta di una finestra nella realtà precaria di persone che appaiono raramente nelle fonti storiche, scritte quasi esclusivamente da uomini appartenenti all’élite, e che per questo rischiano di rimanere invisibili nei grandi racconti storici – commenta Gabriel Zuchtriegel, Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei – È un caso in cui l’archeologia ci aiuta a scoprire una parte del mondo antico che conosciamo poco, ma che è estremamente importante

Una vita, quella degli schiavi, povera, senza diritti e senza alcuna prospettiva, nemmeno quella di essere ricordati.

Quello che colpisce è l’angustia e la precarietà di cui parla questo ambiente – continua  Zuchtriegel – una via di mezzo tra dormitorio e ripostiglio di appena 16 metri quadrati, che possiamo ora ricostruire grazie alle condizioni eccezionali di conservazione create dall’eruzione del 79 d.C. È sicuramente una delle scoperte più emozionanti nella mia vita da archeologo, anche senza la presenza di grandi ‘tesori’: il tesoro vero è l’esperienza umana, in questo caso dei più deboli della società antica, di cui questo ambiente fornisce una testimonianza unica


 I letti sono composti infatti da poche assi lignee sommariamente lavorate che potevano essere assembrate a seconda dell’altezza di chi li usava. Due hanno una lunghezza pari a 1,70 m circa, ma un altro misura appena 1,40 m per cui potrebbe essere di un ragazzo o di un bambino.

Al di sotto delle brandine si trovavano pochi oggetti personali, tra cui anfore poggiate per conservare possedimenti privati, brocche in ceramica e il “vaso da notte.” L’ambiente era illuminato da una piccola finestra in alto e non presentava decorazioni parietali.

Era dunque probabilmente un dormitorio per un gruppo di schiavi, ma è possibile che fosse una piccola famiglia vista la presenza della brandina a misura di bambino. L’ambiente, comunque, serviva anche come ripostiglio, come dimostrano otto anfore stipate negli angoli lascati appositamente liberi per tal scopo.

ROBERTA DE CAROLIS

martedì 9 novembre 2021

Un tesoro in Germania: la Cappella Palatina di Aquisgrana


 

Concepita da Carlo Magno come cappella privata all’interno del suo Palazzo residenziale, è oggi parte integrante della Cattedrale e svetta alta sui tetti della città di Aquisgrana (Aachen), sul confine Occidentale della Germania, a pochi passi dal Belgio e dai Paesi Bassi.


La sua realizzazione si deve a Oddone da Metz, architetto di corte, ed a Eginardo, sovrintendente alle fabbriche ed alle imprese artistiche carolingie. Ci vollero poco meno di vent’anni per terminarla, dal 786 all’804 e venne consacrata l’anno successivo da Papa Leone III.
Tale cappella identifica la parte più antica della Cattedrale e si presenta con una struttura perfettamente geometrica, ovvero con un corpo ottagonale di 31 m. d’altezza e 16 m. di diametro.
 La scelta di avere un’architettura a pianta ottagonale non è affatto banale, soprattutto in un periodo così simbolista come il Medioevo. Da sempre, infatti, il numero “8” è riconducibile a diversi significati, tra cui la Resurrezione di Cristo, l’equilibrio cosmico, l’eternità, l’immensità della volta celeste e l’infinito. 
Non a caso venne spesso utilizzato come unità di misura nelle realizzazioni architettoniche medievali, assieme ai suoi multipli e nel corso del tempo fece da modello per le costruzioni delle epoche successive, come nei Battisteri.
 Per questo motivo, la Cappella di Aquisgrana viene spesso associata ad esempi quali la Basilica di San Vitale a Ravenna e la Moschea di Santa Sofia a Istanbul, le quali hanno caratteristiche strutturali e decorative simili tra loro.

Anticamente posto di seguito ad un porticato oggi scomparso, l’ingresso è preceduto dal Westwerkovvero un corpo di fabbrica tipicamente carolingio – spesso inquadrato entro due torri scalari (con scale al loro interno) – che delimita la loggia sporgente posta al primo piano dalla quale l’Imperatore Carlo Magno si mostrava al popolo acclamante.

All’interno, la struttura si sviluppa in verticale ed è suddivisa in quattro piani:

  • il pian terreno presenta un deambulatorio anulare che gira tutt’attorno al corpo centrale, scandito da archi a tutto sesto e da basse volte a crociera, decorato con diversi marmi policromi;
  • subito sopra si trova il matroneoovvero il piano riservato alle donne, con logge e trifore, dove, in corrispondenza del loggione esterno, è posto il trono di pietra dell’Imperatore Carlo Magno, cosicché potesse assistere alle funzioni religiose da una posizione privilegiata;
  • salendo ancora un piano si trova un secondo deambulatorio più basso, scandito dal ritmo delle trifore e con volte decorate a mosaico;
  • l’ultimo piano è quello su cui poggia la grande cupola riccamente decorata con un prezioso mosaico, un tempo raffigurante “Cristo in trono attorniato dagli angeli dell’Apocalisse“, oggi, purtroppo perduto.
  •  Quello attuale venne rifatto nel XIX secolo da una bottega veneziana, ma, fortunatamente, possiamo farci un’idea del soggetto originale grazie ad un disegno Seicentesco realizzato da Giovanni Ciampini (1633-1698) tratto dalla sua opera “Vetera Monimenta” del 1690.


  • l’ultimo piano è quello su cui poggia la grande cupola riccamente decorata con un prezioso mosaico, un tempo raffigurante “Cristo in trono attorniato dagli angeli dell’Apocalisse“, oggi, purtroppo perduto.
  •  Quello attuale venne rifatto nel XIX secolo da una bottega veneziana, ma, fortunatamente, possiamo farci un’idea del soggetto originale grazie ad un disegno Seicentesco realizzato da Giovanni Ciampini (1633-1698) tratto dalla sua opera “Vetera Monimenta” del 1690.


  • In corrispondenza della cupola, all’altezza del primo piano, si può ammirare l’originale lampadario bronzeo raffigurante la “Gerusalemme Celeste”, donato alcuni secoli dopo da Federico Barbarossa e da sua moglie. Nel 1165 lo stesso Imperatore svevo fece traslare le ossa di Carlo Magno, posizionandole in un sarcofago di marmo finemente decorato
  • Successivamente, nel 1215, suo nipote Federico II decise di far realizzare un prezioso scrigno in oro ed argento che contenesse le sacre spoglie, tutt’ora conservato nella Cattedrale di Aquisgrana.


  • Leggenda vuole che nell’anno 1000, a circa due secoli dalla morte di Carlo Magno, Ottone III volle scendere nelle cripte della Cattedrale per far visita alla tomba dell’Imperatore e raccontò che il suo corpo ergeva seduto su di un trono, ancora in perfetto stato di conservazione, come se Egli fosse ancora vivo, vestito con abiti regali, con il capo cinto dalla sua corona d’oro, lo scettro in mano ed i vangeli sul grembo.

    “Entrammo dunque da Carlo. Egli non giaceva disteso come gli altri defunti, ma, quasi fosse vivo, stava seduto su un trono. Era incoronato con una corona d’oro; teneva uno scettro nelle mani coperte da guanti che le unghie, crescendo, avevano perforato. (…) una volta entrati nella tomba, sentimmo un profumo intensissimo. Lo adorammo, inginocchiandoci senza indugio. Subito l’imperatore Ottone lo rivestì di abiti bianchi, gli tagliò le unghie e restaurò tutto quello che s’era deteriorato intorno a lui. Invero, nessuna delle sue membra si era ancora disfatta putrefacendo: mancava soltanto un pezzettino della punta del naso, che subito Ottone fece rifare in oro. Estrasse un dente dalla bocca di Carlo, ricostruì il monumento e se ne andò.”, così come scrissero nel 1026 nelle Cronache di Novalesa.

     


     

    Carlo Magno, incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero a Roma il giorno di Natale dell’800, da Papa Leone III, realizzò quella che gli storici chiamano “Rinascita Carolingia”, ovvero un periodo florido durato circa 70 anni (814-742) che vide un vero risveglio politico e culturale di tutto l’Occidente.

    Fonte: viaggiandonellabellezza 

     

giovedì 4 novembre 2021

Camille Claudel: biografia di una scultrice dimenticata


 “Tenetevela, vi prego! Ha tutti i vizi e non voglio rivederla!”. Con queste poche parole , scritte nel 1913 al Direttore del manicomio di Ville-Evrard, la signora Louise Cervaux, fresca vedova Claudel, di fatto condannò la figlia Camille a trascorrere gli ultimi 30 anni della sua esistenza in stato di reclusione forzata, resa ancora più triste dall’oblio che, poco a poco, sarebbe disceso su di lei.

Dimenticata da tutti, infatti, non avrebbe mai più rivisto la mamma e la sorella, mentre il solo fratello Paul, nell’arco di tre decadi, le avrebbe fatto visita una decina di volte, senza però trovare il tempo di recarsi al suo funerale.

Camille morì il 19 ottobre del 1943 praticamente di fame perché nella Francia di quei tempi, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, se già il cibo scarseggiava per i “sani di mente”, figuriamoci se si trovava per i “fous”, i pazzi. La sua bara, accompagnata solo da due persone di servizio, fu così inumata in una tomba anonima, sormontata da una croce con un numero, e dopo pochi anni i suoi resti sarebbero stati trasferiti in un ossario comune.

Questa fu la miserevole fine di una donna davvero straordinaria (aggettivo qui da intendersi nel senso etimologico di “fuori dal comune”) che secondo la descrizione fatta dal fratello “aveva una bellezza, un’energia, un’immaginazione ed una volontà eccezionali”.

Camille Claudel era nata nel 1862 in uno sperduto villaggio della Champagne, dove il padre Louis lavorava come funzionario comunale, mentre la madre si occupava di mandare avanti il ménage familiare e di crescere i tre figli all’insegna dei valori di famiglia: lavoro, parsimonia, economia, fatica e senso del dovere.

In questo quadro, ben poco tempo restava per le dimostrazioni d’affetto, specie da parte materna. Suo padre comunque riuscì a cogliere e valorizzare l’incredibile inclinazione naturale che Camille dimostrò di possedere fin da bambina per la scultura.

Tutto ciò che vedeva, leggeva ed immaginava la spingeva a modellare quelle che, in principio, erano semplici statuine in argilla. Così, lo scultore Alfred Boucher, richiesto di un parere dal signor Claudel, comprese subito il genio che animava quella ragazzina e gli consigliò di farla “monter vers la Capitale”, perché soltanto a Parigi, a quei tempi fulcro della vita artistica e culturale non soltanto francese, ma anche di tutta Europa, avrebbe potuto studiare e diventare una vera artista.

Ecco dunque che nel 1881 tutta la famiglia si trasferì nella Ville Lumiere, dove Camille iniziò a seguire lezioni di modellato presso l’atelier dello stesso Boucher e poi, quando dopo due anni quest’ultimo se ne andò in Italia, nello studio di Auguste Rodin, scultore che allora si era già creato una notevole fama.


Di 22 anni più vecchio di lei, brutto, tarchiato e legato con una donna che gli aveva regalato un figlio, ma con la quale non aveva voluto sposarsi, Rodin fu presto sconvolto dalla bellezza, dal talento e dal temperamento focoso della sua nuova allieva, che in poco tempo diventò la sua più stretta collaboratrice, la musa, la modella preferita e l’amante.

Per i successivi dieci anni i due lavorarono a quattro mani in una sorta di fusione artistica, professionale ed amorosa.

 A partire dal 1893 però Camille iniziò a prendere le distanze dal suo maestro, perché esasperata dalle critiche che non smettevano di accostare i suoi lavori a quelli di lui: voleva ormai rimarcare la propria autonomia e l’ormai raggiunta maturità artistica.

Quel brusco allontanamento le permise di assicurarsi le prime commesse lavorative in “solitaria” e le consentì di esporre le proprie opere ad importanti Esposizioni nazionali ed internazionali. “Le Dieu envole’”, “la Petite Chatelaine”, “la Valse”, “Contemplation”, “le Premier Pas”, “Clotho” e soprattutto “l’Age Mur” sono solo alcune delle bellissime opere in marmo o bronzo realizzate da Camille in quegli anni di febbrile lavoro, presto però guastati dalle ossessioni di cui iniziò a soffrire.





L’amore che aveva provato per Rodin si trasformò infatti in profondo risentimento nei suoi confronti e, sospettando che quest’ultimo volesse impossessarsi delle sue opere, ne distrusse alcune inscenando una specie di “esecuzione” e finì per isolarsi nel proprio studio, vivendo nel disordine e nella sporcizia.

Così, nel marzo del 1913, ad una settimana esatta dal decesso di suo padre (l’unica persona che gli mandava ancora degli aiuti, seppure di nascosto), il resto della famiglia decise di chiederne l’interdizione, ordinando il suo ricovero in quel manicomio da cui, nonostante tutte le sue suppliche, non sarebbe più 

Fonte: trentaminuti.it

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