lunedì 7 gennaio 2019
L'uccello più raro del mondo, considerato estinto per 15 anni, torna in natura
L'uccello più raro del mondo, la moretta del Madagascar (Aythya innotata Salvadori) è stata reintrodotta in libertà, vicino al lago Sofia, dopo essere stata ritenuta estinta e dopo un accurato piano di ripopolamento al wwt.
Per 15 anni era stata considerata estinta, poi nel 2006 il ritrovamento straordinario di alcuni esemplari che vennero inseriti nel Wwt per favorirne la riproduzione e oggi, finalmente, L'Aythya innotata, che possiamo considerare l'uccello più raro del mondo, torna in natura.
Conosciuta anche come "moretta del Madagascar" (Madagascar Pochard), questa specie rarissima di anatra tuffatrice, sterminata soprattutto dall'inquinamento e dalle cattive pratiche agricole, è attualmente inserita nella lista rossa dello IUCN che ne conta dai 20 ai 49 esemplari al mondo.
E 21 di essi, proprio in questi giorni, sono stati liberati e reintrodotti vicino al lago Sofia, al nord del Madacascar.
Fu proprio l'IUCN a partire dal 1991 e fino al 2006, anno del ritrovamento di 9 adulti e 4 anatroccoli, a classificare questa anatra del genere Aythya come "probabilmente estinta". Per anni, infatti, si tennero ricerche intensive e campagne pubblicitarie nel tentativo di avvistare almeno un solo di questi uccelli, ma tutte fallirono.
L'unico maschio incontrato venne catturato e allevato nei Giardini Botanici di Antananarivo, ma morì dopo appena un anno di cattività.
Si capisce bene, dunque, l'eccezionalità della notizia di questi 21 uccelli liberati dal team internazionale di ricercatori dell'organizzazione The Wildfowl & Wetlands Trust che per 12 anni si è impegnato nel loro recupero, salvando le uova e allevando i pulcini al fine di riportare in vita la specie distrutta dall'attività umana.
La reintroduzione in natura è stata agevolata da due uccelliere galleggianti costruite in Gran Bretagna per favorire il loro adattamento al nuovo ambiente.
E, stando a quanto riportato dai conservazionisti del wwt l'operazione è perfettamente riuscita e le anatre hanno nuotato e volato oltre che "fatto amicizia con altre anatre selvagge e sono tornate alle uccelliere per nutrirsi".
Ma perché questi uccelli che negli anni Quaranta proliferavano in tutte le zone umide del Madagascar sono arrivati fino a questo punto?
Quando furono ritrovati gli ultimi esemplari di di morette del Madagascar rimaste sul pianeta nel 2006 essi vivevano in quella che rappresentava l'ultima zona umida incontaminata del Paese, ma come Rob Shaw, responsabile dei programmi di conservazione presso Wildfowl e Wetlands Trust (WWT) ha spiegato, erano solo "aggrappati all'esistenza in un luogo non proprio adatto a loro" in quanto troppo profondo e troppo freddo perché queste anatre potessero prosperare.
"Le minacce che affrontano nel resto del Madagascar - e il motivo per cui sono state spazzate via in modo così estensivo - sono enormi", ha spiegato Rob Shaw. "Si va dalla sedimentazione, alle specie invasive, all'inquinamento, alle cattive pratiche agricole - un'intera serie di problemi che creano la tempesta perfetta che rende molto difficile per una specie come il moriglione del Madagascar sopravvivere".
Nigel Jarrett, capo dell’allevamento della Wwt in Madagascar, ha spiegato: Ci vuole un villaggio per allevare un bambino, così dice il vecchio proverbio africano, ma in questo caso c’è voluto un villaggio per allevare un’anatra.
Ci stiamo preparando a questo momento da oltre un decennio».
Il team ha individuato il sito migliore per liberare gli uccelli dopo un'attenta perlustrazione della zona, lavorando a stretto contatto con le comunità locali intorno al lago Sofia che si basano su acqua, pesce e piante: "Lavorare con le comunità locali per risolvere i problemi che stavano guidando l'estinzione di questo uccello è stato essenziale per dare al moriglione una possibilità di sopravvivenza". Il team ora spera che il successo di questa reintroduzione che ha riportato in vita un eccello sull'orlo dell'estinzione funga da potente esempio non solo per salvare altre specie minacciate, ma soprattutto per dimostrare come le comunità possano sostenere sia le persone che la fauna selvatica e che l'uomo possa condividere senza distruggere questi habitat preziosi, anche in aree significative di povertà.
Simona Falasca
Lo spettacolo della neve sui cactus giganti del deserto dell'Arizona
E' così che si è risvegliato il Saguaro National Park: ricoperto da una coltre di neve bianca.
Un fenomeno raro, che ha trasformato un tipico set da film western in uno scenario ultraterreno.
Siamo a Tucson, in Arizona, nella più grande riserva di cactus della nazione.
Qui il clima è secco e arido, con precipitazioni medie annuali di poco superiore ai 300 millimetri: l'estate, da giugno a settembre, è molto calda; l'inverno, da novembre a aprile, è soleggiato e mite). Insomma, la neve non è di casa.
Ma questa rara nevicata è il risultato di un accumulo di aria fredda situata ad alta quota, nel sud-ovest dell'Arizona.
Un evento straordinario che ha fatto cadere su Tuscon 20 centimetri di neve.
Non capita tutti i giorni di vedere un cactus coperto di neve.
Ecco perché Leila Shehab non ha perso l'occasione per impugnare la macchina fotografica e immortalare questo incredibile paesaggio, con il bianco splendente in contrasto con il verde dei cactus e la terra rossa.
Uno spettacolo insolito, quasi magico, che non durerà a lungo, ma lascerà sicuramente degli effetti.
La carica extra d'acqua, infatti, ravviverà i colori dei saguaro, gli enormi cactus a candelabro che possono superare i dieci metri di altezza e i tre di diametro, e dei loro fiori che sbocceranno ad aprile, solo di notte.
Fonte: lastampa.it
giovedì 3 gennaio 2019
Questo è stato l'anno peggiore della storia (no, non è il 2018)
Il 2018 è finito e magari abbiamo qualche rimpianto (o forse dolore) personale.
Ma, analizzando il 2018 da un punto di vista “globale” non può dirsi terribile come l’ “anno più brutto della storia”, come è stato definito il 536 d.C. dallo storico medievale Michael McCormick, in quanto un anno praticamente senza Sole.
Difficile immaginare la nostra vita senza la nostra stella, anzi la vita come la conosciamo noi sarebbe proprio impossibile. Eppure ci sono popolazioni che ne godono molto poco, quelle dell’estremo Nord e quelle dell’estremo Sud della Terra.
E nel 536 d.C. c’era ma non si vedeva, a causa di una fitta coltre di foschia che copriva Europa, Medio Oriente e parte dell’Asia.
Il Sole in realtà c’era ed era anche visibile (con difficoltà), ma il calore e lo splendore di cui abbiamo bisogno anche psicologicamente è mancato per ben 18 mesi, che ha provocato un ripido crollo delle temperature, dando il via al decennio più freddo degli ultimi 2.300 anni.
La causa?
Un’analisi meticolosa del ghiaccio preso da un ghiacciaio svizzero condotta presso il Climate Change Institute dell’Università del Maine (UM) di Orono (Usa) ha dimostrato che in quell’anno è avvenuta una terribile eruzione vulcanica in Islanda, che ha riversato cenere su tutto l’emisfero settentrionale.
La ricerca ha poi individuato anche altre due massicce eruzioni, nel 540 e nel 547, che, seguiti da un’epidemia di peste, trascinarono l’Europa in uno “stallo economico” che durò fino al 640, quando un altro segnale nel ghiaccio, ovvero un picco in piombo, segna una ripresa dell’estrazione dell’argento.
L’eruzione di un vulcano in Islanda non è, tra l’altro, qualcosa di così lontano da noi e dalla nostra esperienza.
Nel 2010, infatti, un simile evento, tra l’altro ripetuto che ha coinvolto il vulcano Eyjafjöll, colpì il nostro continente, causando seri problemi alla navigazione aerea e paralizzando completamente il traffico aereo fino al 23 aprile, con altre chiusure a intermittenza degli aeroporti del Nord Europa fino al 9 maggio. E con certe, anche se non definite, ripercussioni sul clima.
Nel 2014, poi, altre coltri di “nebbia” invasero per lo stesso motivo l’Europa, stavolta a causa del vulcano Bardarbunga.
Per non parlare di Katla, il vulcano subglaciale islandese che fa paura al mondo a causa di forti emissioni di anidride carbonica rivelate proprio lo scorso settembre.
Nulla di così “strano” dunque, anche se 18 mesi di foschia sono state effettivamente un record di buio che non ci auguriamo ritorni. Il lavoro è stato pubblicato su Antiquity.
Roberta De Carolis
mercoledì 2 gennaio 2019
Un rifugio dell’Azerbaigian custodisce uno dei giochi da tavola più antichi del mondo
Una tavola da gioco di 4000 anni scolpita nella terra.
E' questa la sorprende scoperta fatta in Azerbaigian, nella riserva statale di Qobustan, patrimonio mondiale dell'Unesco a 60 chilometri da Baku, già famoso per le sue antiche incisioni rupestri.
Ad ospitare l'insolito reperto è un antico rifugio roccioso dove erano soliti sostare i pastori nomadi che lavoravano nella zona.
E grazie a questa scoperta, fatta da Walter Crist dell'American Museum of Natural History di New York, è stato ritrovato uno dei più antichi giochi da tavola più antico del mondo.
Le incisioni ritrovate sarebbero i segni di «58 buche», un antenato del backgammon diffuso in tutto il Medio Oriente antico, tra cui l'Egitto, la Mesopotamia e l'Anatolia.
E' conosciuto anche come Hounds and Jackals, segugi e sciacalli, e l'archeologo Howard Carter lo ha trovato anche nella tomba di Amenemhat IV, morto nel 1806 avanti Cristo.
Ma in base ai primi rilievi, la versione dell'Azerbaigian potrebbe essere anche più antica del set del faraone egiziano.
Le prove fornite anche dai disegni rupestri che si trovano in questo rifugio suggeriscono che gli autori del gioco siano stati proprio i pastori di bestiame che nel secondo millennio avanti Cristo, durante l'Età del Bronzo, giravano in quella pianura.
Il gioco delle 58 buche è sicuramente molto prezioso, ma non è il più antico ritrovato: un primato che spetta al Royal Game of Ur, risalente al terzo millennio avanti Cristo.
La riserva del Qobustan si trova in una zona vulcanica, con oltre trecento piscine di fango intorno a cui si trovano pareti e grotte con iscrizioni e dipinti che risalgono fino a 20 mila anni fa.
Custodisce importanti testimonianze del neolitico con oltre 600 mila pitture rupestri che ritraggono battaglie e rituali, come la danza yalli, ed è visitabile tutto l'anno.
Fonte: ilsecoloxix.it
venerdì 28 dicembre 2018
Gli scienziati credono di aver scoperto il significato di alcuni misteriosi oggetti di 4000 anni scoperti a Stonehenge
Un’analisi matematica di una collezione di cilindri di pietra decorati noti come Folkton Drums ipotizza che gli antichi oggetti avrebbero potuto essere utilizzati come unità di misura standardizzata nella costruzione di antichi monumenti di pietra.
In un articolo pubblicato nel British Journal for the History of Mathematics , i ricercatori dello University College di Londra e della Manchester University affermano che i cilindri di pietra avrebbero permesso agli antichi costruttori di misurare con precisione i cerchi di pietra e altre strutture antiche di significato culturale o ritualistico come Stonehenge.
“Pensiamo che ci sia un collegamento diretto tra il design del monumento di Stonehenge e gli artefatti in gesso noti come Folkton e Lavant Drums, dove i tamburi rappresentano standard di misurazione che erano essenziali per una costruzione del monumento accurata e riproducibile”, scrivono gli autori .
Trovati per la prima volta nel 1889 nella tomba di un bambino nel nord dell’Inghilterra, i bellissimi tamburi sono fatti di gesso locale estratto e sono decorati con disegni geometrici.
Sebbene non sia ancora disponibile la datazione al radiocarbonio, si ritiene che i tamburi risalgano al terzo millennio aC.
La corda di misurazione, che può variare in lunghezza a seconda dell’umidità e di altre condizioni meteorologiche, potrebbe essere stata avvolta attorno al tamburo per mantenere una lunghezza costante.
Le decorazioni trovate all’esterno possono “codificare le istruzioni relative alle rotazioni”.
Il più grande dei tamburi ha una circonferenza vicina a 3 metri, ma le variazioni di dimensione consentono a diverse tecniche di costruzione di “formare una sequenza armonica matematica”.
“Riteniamo che questo dimensionamento sia stato deliberatamente incorporato nel loro design al fine di consentire l’uso della batteria come standard di misurazione lineare”, hanno scritto gli autori. Data la loro vicinanza a Stonehenge, è possibile che queste pietre (o similari) avrebbero potuto essere utilizzate per misurare e costruire il monumento preistorico situato nel Wiltshire, in Inghilterra.
La comprensione delle varie dimensioni dei tamburi, dicono i ricercatori, potrebbe fornire indizi su come sono state realizzate strutture simili.
Poco si sa su come o perché Stonehenge è stato costruito, a parte che è stato costruito da un antico gruppo di persone su più stadi e in diversi secoli, probabilmente orientati verso eventi di solstizio. Tuttavia, i ricercatori osservano che i tamburi sono stati lasciati nelle tombe dei bambini, in modo che potessero avere alcune implicazioni per i bambini stessi, tipo la crescita o il ciclo di vita umano, tutte teorie e misteri ancora da esplorare nelle ricerche future.
Tratto da www.iflscience.com
giovedì 27 dicembre 2018
Saltriovenator zanellai: scoperto un nuovo eccezionale dinosauro italiano
Fino a qualche decennio fa, la scoperta di un dinosauro in Italia era considerata un evento impossibile.
Il nostro Paese, nel Mesozoico, era quasi tutto sotto le acque dell'oceano, e per questo si pensava che i fossili fossero inesistenti. Dopo è arrivata la scoperta di Ciro (Scipionyx samniticus), uno dei fossili meglio conservati di tutta la paleontologia, e molte altre ne sono susseguite.
L'ultima, annunciata il 19 dicembre, è quella un fossile di grandissima importanza: un dinosauro che è stato chiamato Saltriovenator zanellai (dal luogo del ritrovamento, una cava vicino a Saltrio, in provincia di Varese, e dal nome di chi lo scoprì, Angelo Zanella).
L'articolo, scritto da tre palentologi italiani, Cristiano Dal Sasso, Simone Maganuco e Andrea Cau, è stato pubblicato sulla rivista Peer j
La scoperta è eccezionale per molte ragioni.
Prima di tutto, per il periodo: Saltriovenator visse infatti circa 198 milioni di anni fa, nel primo Giurassico, un periodo immediatamente successivo all'estinzione di massa che avvenne 201 milioni di anni fa, dopo il Triassico.
In quell'era alcuni dinosauri, i cosiddetti teropodi, stavano - come si dice tecnicamente - diversificandosi molto.
Nascevano e si evolvevano nuove specie e popolavano nuovi ambienti.
I teropodi erano un gruppo di predatori di varie dimensioni, dall'andatura bipede e dotati di zampe anteriori munite di artigli; al gruppo appartenevano specie famose, come il Tyrannosaurus rex o Velociraptor, vissuti molto più tardi rispetto al... nuovo arrivato.
Del nuovo dinosauro sono state trovate alcune ossa della zampa, della mano e delle coste, sufficienti per ricostruire il fossile.
Saltriovenator è importante anche per altri motivi.
Le dimensioni sono piuttosto grandi: non era ancora cresciuto del tutto, ma era un predatore pesante circa una tonnellata, quando la maggior parte delle altre specie erano più piccole.
Questo significa, come dice uno degli autori del testo, che "la 'corsa agli armamenti' evolutiva tra predatori e dinosauri erbivori, che coinvolge specie progressivamente più grandi, era già iniziata 200 milioni di anni fa".
Molte ossa del dinosauro hanno segni provocati da invertebrati marini; sono i primi mai riscontrati su resti di dinosauri e raccontano la sorte dell'animale: la carcassa galleggiò in un bacino marino e poi, affondata, rimase sul fondo del mare per un periodo piuttosto lungo.
Un altro particolare importante per la paleontologia e soprattutto per la storia degli uccelli è la struttura della mano, un particolare molto dibattuto che riguarda la discendenza degli uccelli dai dinosauri (secondo alcune ipotesi questa discendenza non è vera). La mano di Saltriovenator invece, come afferma Andrea Cau: "riempie un vuoto nell'albero evolutivo dei teropodi dimostrando che i dinosauri predatori hanno progressivamente perso il mignolo e l'anulare, e hanno così acquisito la mano a tre dita, precursore dell'ala degli uccelli".
Fonte: focus.it
venerdì 21 dicembre 2018
I nativi americani stanno salvando così il bisonte dall'estinzione
Le tribù native americane stanno salvando il bisonte dall’estinzione.
Questo mammifero, oltre ad essere una forma di sostentamento, svolge un ruolo fondamentale nella spirituale della tribù, ecco il perfetto equilibrio che si è stabilito nel Nord America.
5mila ettari di praterie non arate nel nord-est del Montana e centinaia di bisonti selvaggi che vagano.
Ma questa mandria non si trova in un parco nazionale o in un santuario protetto, ma bensì nelle terre ancestrali delle tribù di Assiniboine e Sioux di Fort Peck Reservation.
Proprio qui c’è il più grande allevamento di bisonti e solo grazie ai nativi.
Fino a centinaia di anni fa, sulla Terra vivevano 30milioni di bisonti, un mammifero ricordiamolo, sopravvissuto anche all’Era glaciale, ma non all’intervento dell’uomo.
Dopo il viaggio di Colombo, i colonizzatori bianchi per occupare i territori dei nativi utilizzarono ogni mezzo, compreso quello del massacro dei bisonti, prima fonte si sostentamento delle tribù. Aggiungendo a questo i cambiamenti climatici, nel giro di poche decine di anni, il bisonte è passato da decine di milioni all’orlo dell’estinzione.
"Vogliamo riportare questi importanti bisonti nella loro dimora storica delle Grandi Pianure", dice Jonathan Proctor, direttore del programma di Rockies and Plains dell'Ong Defenders of Wildlife , che lavora accanto alle tribù per salvare questo animale.
Dopo il massacro del 19esimo secolo, erano sopravvissuti solo 23 bisonti in una remota valle di Yellowstone.
Oggi la mandria è di 4mila e questi animali vivono allo stato brado, non sono addomesticati né stati fatti accoppiare con altro bestiame, mantenendo così la purezza genetica.
Da anni, le tribù difendono i mammiferi dalla legislazione del Montana che è anti bufali. Ma per i nativi questi animali giganteschi sono una risorsa.
"Grazie a loro, abbiamo visto l'ecosistema rivivere. Gli uccelli delle praterie sono tornati, le erbe autoctone prosperano. Li accogliamo con gioia e aspettiamo i benefici che portano nelle nostre terre tribali", dicono.
Grazie a un trattato con il governo, l'anno scorso, Blackfeet Reservation, sempre nel Montana, ha ricevuto 89 bisonti geneticamente puri da Elk Island in Canada.
Adesso le tribù stanno negoziando con i funzionari statali per consentire a questi bufali, che sono sani e senza la temuta brucellosi, di recarsi liberamente nel parco nazionale del ghiacciaio e persino, si spera, un giorno a nord del parco nazionale dei laghi di Waterton.
"Le tribù delle pianure settentrionali sono la guida giusta per il ripristino dei bisonti selvatici in questo momento", ha detto Proctor. E tra 50 anni, la comunità di conservazione spera di avere almeno 10 mandrie di bisonti con mille animali.
Dominella Trunfio
giovedì 20 dicembre 2018
Scoperta in Egitto la tomba intatta di un sacerdote di 4.400 anni fa
Una macchina del tempo sepolta nel deserto, a cinque metri di profondità, che ha conservato intatti per millenni, come in uno scrigno, i suoi tesori: la tomba di un sacerdote di nome Wahtye, vissuto nell'antico Egitto ai tempi delle Piramidi di Giza, è stata scoperta a Saqqara, un sito archeologico a sud del Cairo che in antichità serviva da necropoli per Menfi, capitale dell'Antico Regno.
La tomba risale a 4.400 anni fa e contiene decine di statue e rilievi a colori perfettamente conservati, iscrizioni dettagliate sul dignitario deceduto e sulla sua famiglia nonché scorci pittorici di vita quotidiana dell'epoca.
Gli archeologi che l'hanno riportata alla luce con una serie di scavi iniziati a novembre e non ancora terminati hanno parlato di una scoperta "unica", come non se ne facevano almeno da un decennio.
Il pigmento in particolare cattura l'attenzione perché ricopre ancora totalmente sculture e decorazioni, come doveva essere in origine. Wahtye serviva il faraone Neferirkare Kakai, terzo re della Quinta Dinastia, una famiglia che governò l'Antico Egitto per meno di due secoli, dal 2.500 al 2.350 a.C.
Il nome del deceduto si legge sui geroglifici che decorano la porta di ingresso della tomba, che declamano anche i suoi titoli onorifici: sacerdote per la purificazione reale, supervisore reale, ispettore della barca sacra (un battello rituale che si pensava accompagnasse i faraoni nell'Aldilà).
La galleria rettangolare a cui nessuno finora aveva avuto accesso, sfuggita ai tombaroli, misura 10 metri da nord a sud, quasi 3 da est a ovest e 3 in altezza.
Rilievi a colori con Wahtye, sua moglie Weret Ptah e sua madre Merit Meen decorano le pareti, su cui si trovano anche scene di lavoro del periodo di attività dell'uomo, con persone intente a cacciare, navigare, compiere offerte religiose e produrre vasellame e altri oggetti funerari.
Grandi statue dipinte a colori del sacerdote e dei suoi familiari riempiono 18 nicchie sulle pareti della tomba, mentre altre 26 nicchie vicino al pavimento ospitano sculture di un'altra persona non ancora identificata in varie posizioni, in piedi o seduta a gambe incrociate come uno scriba.
Nella tomba gli archeologi egiziani hanno individuato cinque camere sepolcrali, una delle quali è aperta e vuota: le altre sono ancora sigillate e potrebbero custodire il sarcofago del sacerdote insieme al suo corredo funebre.
Gli scavi proseguiranno a gennaio.
Fonte: focus.it
mercoledì 19 dicembre 2018
La più antica piramide del mondo sarebbe nascosta a Gunung Padang, in una montagna indonesiana
Quando i coloni olandesi. scoprirono come primi europei Gunung (Mount) Padang nei primi anni del 20° secolo, dovettero rimasero impressionati dalla vastità delle loro antiche mura.
Sparsi su una vasta collina di questa provincia indonesiana, giacciono i resti di un enorme complesso di strutture e monumenti rocciosi, una meraviglia archeologica descritta come il più grande sito megalitico di tutta l’Asia sud-orientale.
Ma quei primi coloni non potevano immaginare che la più grande meraviglia di tutti potesse giacere nascosta, sepolta nel terreno sotto i loro piedi.
Nella controversa nuova ricerca presentata alla AGU 2018 Fall Meeting a Washington, DC, la scorsa settimana, un team di scienziati indonesiani ha presentato i dati per dimostrare che Gunung Padang è in realtà il sito della più antica struttura piramidale conosciuta al mondo.
La loro ricerca, condotta nel corso di diversi anni, suggerisce che Gunung Padang non è la collina che pensiamo che sia, ma in realtà è una serie stratificata di antiche strutture con fondazioni risalenti a circa 10.000 anni fa (o addirittura anche più antiche).
“I nostri studi dimostrano che la struttura non copre solo la parte superiore, ma avvolge anche le zone che coprono almeno un’area di circa 15 ettari”, Hanno scritto gli autori in un abstract nel loro nuovo paper .”Le strutture non sono solo superficiali ma radicate in profondità”.
Usando una combinazione di metodi di rilevamento, tra cui il radar di penetrazione del terreno (GPR), la tomografia sismica e gli scavi archeologici, il team dice che Gunung Padang non è solo una struttura artificiale, ma una serie di diversi strati costruiti in periodi preistorici consecutivi.
Lo strato più alto, megalitico, costituito da colonne di roccia, muri, percorsi e spazi, si trova sopra un secondo strato a circa 1-3 metri sotto la superficie.
I ricercatori suggeriscono che questo secondo strato sarebbe stato precedentemente scambiato per una formazione rocciosa naturale, ma in realtà è un’altra serie di rocce colonnari organizzata in una struttura a matrice.
Al di sotto di questo, un terzo strato di rocce contenenti grandi cavità sotterranee, si estende fino a 15 metri di profondità, e si trova sul più basso (quarto) strato, fatto di roccia basaltica, in qualche modo modificata o intagliata da mani umane.
Secondo i ricercatori, la datazione preliminare al radiocarbonio suggerisce che il primo strato potrebbe arrivare a circa 3.500 anni fa, il secondo strato approssimativamente intorno agli 8000 anni fa e il terzo strato tra 9.500 e addirittuta 28.000 anni fa.
Per quanto riguarda lo scopo di queste antiche e vaste strutture, i ricercatori, guidati dal geofisico Danny Hilman Natawidjaja dell’Istituto di scienze indonesiano, suggeriscono che l’antica piramide avrebbe potuto avere un utilizzo religioso. “È un tempio unico”, ha detto Natawidjaja a Live Science .
Per ora, è soltanto una speculazione, ma se le altre affermazioni dei ricercatori sulle strutture risulteranno giuste, sarebbe una scoperta importante che potrebbe sfidare le nozioni di ciò di cui le società preistoriche erano capaci.
“È enorme”, ha detto Natawidjaja al Sydney Morning Herald nel 2013. “La gente ritiene che l’era preistorica sia primitiva, ma questo monumento dimostra che quello che pensiamo è sbagliato.”
Tuttavia, non tutti sono convinti di queste dichiarazioni.
La ricerca di Natawidjaja è stata oggetto di molte polemiche in Indonesia e altrove, con un gran numero di archeologi e scettici che criticavano i metodi e le scoperte della squadra.
Le ultime presentazioni della ricerca, che, per ora, restano non sottoposte a revisione paritetica, probabilmente scateneranno polemiche, ma danno anche al mondo uno sguardo più da vicino su quella che potrebbe essere una delle strutture più antiche e misteriose del pianeta.
Per quanto riguarda ciò che è realmente questa struttura, solo il tempo ce lo dirà.
I risultati sono stati presentati alla riunione annuale della American Geophysical Union a Washington DC la scorsa settimana.
Fonte: blueplanetheart
Tratto da www.sciencealert.com
martedì 18 dicembre 2018
Great Blue Hole: che cosa c'è sotto?
È una delle strutture sommerse più fotografate al mondo: il Great Blue Hole, un sinkhole sottomarino situato nel cuore del Lighthouse Reef, un piccolo atollo a una settantina di km dalla costa del Belize, conquistò la sua fama grazie all'esploratore francese Jacques Cousteau, che nel 1971 lo dichiarò uno dei cinque siti per immersioni più affascinanti al mondo, prima di calarvisi in prima persona.
Questa dolina carsica di forma circolare, larga 318 metri e profonda 124, è il secondo blue hole più grande al mondo dopo il Dragon Hole, nel Mare Cinese meridionale.
Si pensa che la grotta calcarea da cui ha avuto origine si sia formata durante l'ultima Era glaciale, quando i livelli del mare erano inferiori a quelli odierni, e che sia poi stata sommersa dall'acqua, fino a che le sue pareti superiori sono collassate, dando origine al "buco" che vediamo.
Chi vi si è immerso racconta di una grotta scura disseminata di stalattiti, ma i sub umani non possono spingersi a profondità di molto superiori ai 40 metri.
Ecco perché Fabien Cousteau, figlio di Jacques, ha deciso di unire scienziati, imprenditori visionari (come Richard Branson, il fondatore di Virgin Galactic) ed esperti subacquei nella Blue Hole Belize 2018 Expedition, una missione di esplorazione scientifica della misteriosa struttura.
In queste settimane il team sta visitando i fondali del "buco" con alcuni sommergibili, uno dei quali, l'Aquatica Stingray 500, può alloggiare due persone.
Obiettivo principale della spedizione sarà mappare la struttura interna del blue hole usando una tecnologia sonar.
Altre immersioni raccoglieranno dati sulla qualità dell'acqua, sulla quantità di luce a varie profondità, sulla presenza di batteri e sull'ossigenazione: si pensa che vicino al fondale possa esserci uno strato anossico (privo di ossigeno) vicino a un deposito naturale di solfuro di idrogeno (H2S), una composizione che si pensa contrasti la degradazione e che potrebbe aver favorito la conservazione di reperti biologici di varia natura.
Le operazioni andranno svolte con la massima delicatezza, per non danneggiare il sito protetto dall'UNESCO.
Il team ha comunque già esperienza di immersioni pilotate attorno a relitti e sa come spostarsi senza toccare nulla.
Lo stesso fondale è rivestito da una fanghiglia accumulata nel corso di 100 mila anni: neanche lì ci si potrà appoggiare.
Fonte: focus.it
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