giovedì 6 dicembre 2018
Perché facciamo l’albero di Natale? Grazie a un miracolo di 1300 anni fa
Perché ogni anno facciamo l’albero di Natale?
Alberi e piante sempreverdi sono stati usati per celebrare le feste invernali per migliaia di anni, molto prima dell’arrivo del cristianesimo.
I pagani in Europa usavano rami di abeti per decorare le loro case durante il solstizio d’inverno.
I primi romani usavano sempreverdi per decorare i loro templi durante i Saturnali, mentre gli antichi egizi giunchi di palma per adorare il dio Ra.
Ci sono diverse teorie e leggende sul modo in cui l’abete è diventato un simbolo del cristianesimo.
Una delle più diffuse vede protagonista il monaco benedettino inglese Bonifacio, famoso per il suo lavoro da missionario in Germania durante l’VIII secolo.
Secondo la leggenda San Bonifacio incontrò alcuni pagani tedeschi in procinto di compiere dei sacrifici di fronte a una possente quercia sacra al dio Thor. Il santo afferrò l’ascia e tagliò l’albero per fermarli.
Secondo il mito da quella quercia nacque un albero di abete. Essendo di forma triangolare, tipica rappresentazione della trinità, divenne simbolo di Cristo e di nuova vita.
Nella storia moderna l’albero di Natale iniziò a diventare popolare durante il XVI secolo nella Germania occidentale.
I cristiani cominciarono a portare gli alberi nelle loro case per decorarli con pan di zenzero, noci e mele.
L’usanza si diffuse poi nelle corti reali e tra i nobili di tutta Europa all’inizio del XIX secolo.
La regina Vittoria d’Inghilterra e il principe Alberto la resero popolare tra il 1840 e il 1850.
A tramandare la tradizione alla Regina fu sua madre che era di origine tedesca.
Grazie a un disegno della famiglia reale che celebrava il Natale attorno a un albero decorato nel Castello di Windsor in ogni casa britannica ne spuntò uno.
La stessa immagine fu pubblicata due anni dopo negli Stati Uniti e presto l’albero di Natale entrò in voga anche lì.
In Cina e Giappone gli alberi di Natale sono ormai tradizione. Ma furono introdotti dai missionari occidentali nel XIX e nel XX secolo decorati con intricati disegni di carta.
Fonte: lastampa.it
martedì 4 dicembre 2018
Le 100 torri della Bologna medioevale
La città di Bologna è chiamata la “dotta”, perché qui nacque la prima università del mondo occidentale, la “grassa”, per la tipica cucina non propriamente “dietetica”, la “rossa”, per il colore dei mattoni con cui sono costruiti i palazzi del centro storico.
Ma Bologna è anche la “turrita”, per le numerose torri che nel medioevo rendevano il suo panorama tanto inconsueto quanto spettacolare.
Tra il 1200 e il 1300, la città vide spuntare circa un centinaio di torri, o addirittura 180, secondo Giovanni Gozzadini, che nel 19° secolo condusse delle ricerche negli archivi cittadini.
Le stime odierne parlano di un numero di torri, più o meno alte, che doveva aggirarsi tra 90 e 100, costruite dalle più nobili famiglie della città, per scopi che fino ad oggi non sono ancora stati chiariti. Forse erano un simbolo di ricchezza e potere, ma anche uno strumento di offesa e difesa, in un’epoca nella quale era forte il conflitto tra Papato e Sacro Romano Impero, e tra coloro che si schieravano da una parte o dall’altra.
Non ebbero certamente una funzione residenziale, ma solo di temporaneo rifugio in caso di pericolo.
Torre Azzoguidi
C’erano poi le case-torri, certamente meno alte, ma pur sempre imponenti, simboli di prestigio sociale, oltre che luogo di rifugio per gli abitanti delle case vicine.
Torresotto di San Vitale
E poi c’erano i caratteristici “torresotti”, porte fortificate a protezione della seconda cerchia di mura della città medioevale.
In origine erano 18, ma oggi ne restano solo quattro, insieme a poche vestigia della cinta muraria chiamata la “Cerchia del Mille”.
Torresotto di Strada Castiglione
Già durante il 13° secolo molte torri crollarono o furono abbattute, mentre altre furono “abbassate”, per motivi di sicurezza.
Nel corso dei secoli furono poi utilizzate per scopi diversissimi: prigioni, abitazioni, negozi…
Torre Prendiparte
Delle 100 e più torri di Bologna, oggi ne restano solo una ventina. Queste vestigia della città medioevale furono abbattute anche in epoca relativamente recente, durante una stagione di ristrutturazione urbanistica non proprio felice: nel 1918 fu demolita la Torre Conforti, e nel 1919 le torri Artenisi e Riccadonna, che sorgevano nel Mercato di Mezzo, vicino a quelle che oggi sono il simbolo della città, la torre degli Asinelli e della Garisenda.
Nel 14° secolo fu realizzata una passerella aerea che univa le due torri, distrutta da un incendio nel 1398, forse voluta da Giovanni Visconti, duca di Milano, per tenere d’occhio il Mercato di Mezzo: la nobile famiglia milanese governava la città, dopo la decadenza dei precedenti signori, i Pepoli, ma i bolognesi non amavano i Visconti, i quali temevano per questo lo scoppio di improvvise rivolte popolari.
Molti hanno paragonato la turrita Bologna medioevale allo skyline dell’odierna Manhattan, ma la bellezza antica della città medioevale probabilmente avrebbe facilmente vinto il fascino moderno del più famoso quartiere degli Stati Uniti.
Fonte: vanillamagazine.it
lunedì 3 dicembre 2018
Un mini villaggio in giardino per topini nelle foto di Simon Dell
Recentemente, il fotografo naturalista Simon Dell si è imbattuto in una famiglia di topini che abitavano nel suo giardino, ma invece di mettere delle trappole per catturarli, ha costruito un villaggio in miniatura e i topini riconoscenti lo hanno ripagato posando davanti alla sua macchina fotografica.
In un'intervista Dell racconta:
"Ero fuori in giardino a scattare foto agli uccelli e avendo appena tagliato l'erba ho notato qualcosa che si muoveva per terra.
Ho puntato la mia macchina fotografica in basso e sono rimasto scioccato, ma molto felice, nel vedere un piccolo topolino, molto carino, in piedi proprio nell'erba appena tagliata.
Ho intuito subito era una star!
Così tornai di corsa in casa per prendere un paio di noccioline per lui. Poi mi sono seduto lì ad aspettare.
Erano passati solo pochi minuti che tornò fuori per i dolcetti.
Fu a quel punto che pensai di costruirgli un piccolo riparo, un posto sicuro dove nascondersi e nutrirsi.
Il topolino se ne andò all'inizio della primavera di quest'anno, forse per trovare una compagna.
Quindi ho sperato nel suo ritorno.
All'inizio c'era solo un topo.
Aveva un taglio su un orecchio e noi lo abbiamo chiamato George. Nel frattempo, sperando nel suo ritorno ho accatastato dei piccoli tronchi attorno a una scatola per preparargli una casa e l'ho anche coperta con muschio e paglia.
Ho anche fatto un piccolo recinto di protezione in modo che eventuali gatti o altri animali possano raggiungere la piccola abitazione.
Qualche giorno fa ho notato del movimento e mi sono reso conto che forse c'era più di un topo.
Infatti ce erano alcuni e quindi ho continuato ad ingrandire il piccolo villaggio per loro.
I topi sembrano amare le casette di legno e non hanno perso tempo a trasferirsi.
Sono animali selvatici, quindi scappano ancora se mi avvicino o mi muovo troppo velocemente, ma spesso riesco a sedermi a pochi metri di distanza con uno zoom e sembrano felici di entrare e uscire dai loro rifugi per un seme.
I topi sono ancora qui e vivono una vita molto felice.
Ora le giornate sono più brevi ed escono meno spesso. Una volta che fa buio, può essere difficile vederli.
Tuttavia, durante il giorno, li vedo uscire infatti il mattino dopo il cibo è sempre sparito.
Oltre al cibo, frutta e semi, ultimamente ho aggiunto anche una manciata di piume tolte da un vecchio cuscino e loro le prendono naturalmente soddisfatti per rivestire i loro letti e tenersi al caldo in queste fredde notti del Regno Unito".
Fonte: tulipanorosa
Scoperto l’anello di Ponzio Pilato: potrebbe averlo indossato alla condanna di Gesù
Tra le centinaia di reperti recuperati nel 1968 e nel 1969 dal sito archeologico dell'Herodion, in Cisgiordania, se ne nascondeva uno dall'incredibile valore storico: l'anello di Ponzio Pilato.
L'oggetto, in bronzo e deteriorato, fino ad oggi era considerato di scarso interesse, ma grazie a un macchinario di ultima generazione un team di scienziati israeliano è riuscito a decifrarne le criptiche iscrizioni.
Shua Amurai-Stark del Dipartimento di Arte ed Estetica presso il Kaye Academic College e Malcha Hershkovitz dell'Università Ebraica di Gerusalemme a fianco della coppa centrale hanno rilevato il nome di Ponzio Pilato.
Fu il famigerato prefetto di Gerusalemme (all'epoca provincia romana) che governò in Giudea tra il 26 e il 36 dopo Cristo, noto per aver a processato e condannato Gesù alla crocefissione, in base a quanto riportato dai testi sacri.
Non c'è l'assoluta certezza che l'anello appartenesse proprio a questa controversa figura, tuttavia ci sono diverse prove a sostegno. Innanzitutto, come dichiarato dal professor Danny Schwartz sul quotidiano israeliano Haaretz, “quel nome era raro nell’Israele di quei tempi”, aggiungendo che non conosce nessun altro Pilato di quel periodo.
L’anello mostra inoltre che il proprietario era una persona di “rango e benestante”, anche se il gioiello era tutto fuorché raffinato. Probabilmente, spiegano gli studiosi, Pilato lo indossava tutti i giorni, e lo avrebbe avuto anche quando fece il gesto di lavarsi le mani davanti alla folla, sostenendo di non essere responsabile del sangue (della morte) di Gesù pur condannandolo.
Proprio dal suo gesto deriva il detto di lavarsi le mani, ovvero di non interessarsi a una questione e non prendere una decisione al riguardo.
Poiché non è possibile stabilire l'età esatta dell'anello, gli archeologi debbono affidarsi al luogo in cui è stato trovato.
In questo caso si tratta di un giardino con ruderi, la cui costruzione non è sicuramente superiore al 70 dopo Cristo.
Di conseguenza, l'epoca di riferimento abbraccia anche quella in cui avrebbe governato Ponzio Pilato e sarebbe stato crocifisso Gesù.
L'anello faceva parte di una collezione di centinaia di reperti recuperati dall'archeologo Gideon Foerster circa mezzo secolo fa, che scavò con la sua squadra – dopo la Guerra dei Sei Giorni – in una sezione della tomba di Erode e nell'omonimo palazzo.
Dopo aver celato a lungo il suo segreto, l'anello si è improvvisamente trasformato in uno dei pezzi più pregiati emersi dal complesso archeologico.
I dettagli sono stati pubblicati nel volume 68/2 della rivista scientifica Israel Exploration Journal a cura della storica Israel Exploration Society .
Fonte: https://scienze.fanpage.it/
Una piccola Babele su un'isola australiana
La comunità di Warruwi sull'isola di South Goulburn, un fazzoletto di terra ricoperta di foreste al largo della costa settentrionale australiana, è uno degli ultimi luoghi al mondo in cui convivono, in una stretta porzione di territorio, diverse lingue indigene: addirittura 9, per l'esattezza, su una popolazione di circa 500 abitanti.
Una è l'inglese, ma poi ci sono il Mawng, il Bininj Kunwok, lo Yolngu-Matha, il Burarra, lo Ndjébbana e il Na-kara, il Kunbarlang, l'Iwaidja, il creolo dello Stretto di Torres.
Come ci si parla, a Warruwi?
Non, come ci si potrebbe aspettare, esclusivamente in inglese. E neppure si tratta di un'isola di poliglotti.
Gli abitanti del luogo riescono a comprendersi perché ciascuno capisce alcuni o tutti gli altri idiomi, ma continua a rispondere nel proprio: un fenomeno diffuso e noto come multilinguismo recettivo, che a Warruwi trova una delle sue massime espressioni.
Molti anglofoni che vivono in zone di confine negli Stati Uniti, per esempio, comprendono lo spagnolo perché vi sono stati esposti, anche se lo parlano poco. E molti immigrati di seconda generazione parlano e scrivono la lingua del Paese in cui vivono, anche se continuano a capire la lingua dei genitori.
Ruth Singer, linguista dell'Australian National University, ha recentemente studiato il multilinguismo recettivo a Warruwi e riportato le sue osservazioni in un articolo su Language and Communication.
«Quando ho iniziato a lavorare al multilinguismo e a prestare attenzione a come le persone utilizzavano i diversi linguaggi, ho iniziato a sentire conversazioni in multilinguismo recettivo in tutta Warruwi, per esempio tra due uomini che lavoravano per riparare una staccionata, o tra due persone in un negozio», spiega Singer all'Atlantic.
In questa comunità le diverse lingue sono associate ad altrettante origini territoriali, e la lingua è considerata "una proprietà" del clan di origine.
Passare a un idioma diverso dal proprio (nella fattispecie da quello trasmesso dal padre) significa reclamare qualcosa che non appartiene - si può parlare una lingua soltanto se si ha "il diritto" di farlo.
Nessuna restrizione vige, al contrario, sulla possibilità di comprendere una lingua diversa dalla propria: ecco perché a Warruwi si è diffusa questa forma di comunicazione "mista", che sembra funzionare e tutelare allo tempo diversità culturale e convivenza pacifica.
Anche se il multilinguismo recettivo è diffuso e istituzionalizzato anche altrove (per esempio in Svizzera, dove le lingue ufficiali sono quattro: tedesco, francese, italiano e romancio), la particolarità di Warruwi è che anche la comprensione è considerata una abilità linguistica di tutto rispetto, "da curriculum", e non una sorta di apprendimento a metà di una lingua che non si sa (o non si può, in questo caso) parlare.
Fonte: focus.it
venerdì 30 novembre 2018
Scoperta in Israele una meravigliosa maschera di pietra di 9000 anni fa
Un’antica maschera di pietra fatta di calcare giallo-rosato e meticolosamente modellata con strumenti di pietra è stata recuperata in Cisgiordania, oggetto che sta fornendo nuove intuizioni riguardo un momento cruciale nella storia dell’umanità.
“Scoprire una maschera fatta di pietra, con un tale livello di finitura, è molto eccitante. La pietra è stata completamente levigata e le sue caratteristiche sono perfette e simmetriche, con gli zigomi ben definiti. Ha un naso impressionante e una bocca con denti distinti “, ha detto Ronit Lupu dell’Unità di prevenzione dei furti dell’Autorità israeliana per le antichità in una dichiarazione inviata a IFLScience.
Altre pubblicazioni hanno riferito che la maschera è stata inizialmente rubata prima di essere riconsegnata alle autorità, ma, questo deve ancora essere confermata da fonti ufficiali.
La maschera risale a un periodo conosciuto dagli archeologi come il periodo neolitico pre-ceramico, che era stato caratterizzato da un passaggio da società di cacciatori-raccoglitori a uno di addomesticamento degli animali e agricolo e insediamenti stabiliti. Ciò portò ad una rivoluzione nella struttura sociale e ad un “forte aumento delle attività religiose rituali” che incorporarono figurine a forma umana, teschi intonacati e maschere di pietra probabilmente per adorare gli antenati.
“Era parte del rituale e della conservazione del patrimonio familiare che è stato accettato in quel momento”, ha detto Lupu.
“Ad esempio, troviamo teschi sepolti sotto i pavimenti delle case domestiche, così come vari metodi di modellare e curare i teschi dei morti.
Questo ha portato a intonacare teschi, modellare le fattezze del viso e persino inserire conchiglie per gli occhi.
Le maschere di pietra, come quella di Pnei Hever, sono simili per dimensioni al volto umano, motivo per cui gli studiosi tendono a collegarle con tale adorazione.
Questa maschera è una delle 15 al mondo risalenti a questo periodo, solo a due di esse gli archeologi sono stati in grado di stabilire un’origine conosciuta.
Le altre 13 si trovano in collezioni private in tutto il mondo, rendendole difficili da studiare e ancora più da collocare in un determinato periodo storico
“Il fatto di avere informazioni riguardanti il luogo specifico in cui è stata scoperta rende questa maschera più importante della maggior parte delle altre maschere di questo periodo che attualmente conosciamo”, ha detto Lupu a IFLScience.
La maschera è attualmente oggetto di studio da parte dell’Autorità per le Antichità e dell’Indagine geologica di Israele.
Presenteranno i loro risultati iniziali prossimamente all’incontro annuale della Israel Prehistoric Society .
Fonte: www.iflscience.com
giovedì 29 novembre 2018
La Valle del Cavallo Bianco: “Land Art” Celtica nelle Midlands inglesi
Qualora si voglia fare un Tour delle Midlands Inglesi, non si può mancare l’appuntamento con la Vale of the White Horse “La Valle del Cavallo Bianco”.
Per giungere a questo sito si attraversa la tipica campagna britannica, e la prima visione è davvero spettacolare perché, su una dorsale, spicca il bianco del cavallo sull’abbagliante verde dei prati.
Quest’opera di Land Art è antichissima.
E’ un cavallo stilizzato, tracciato sul pendio di una collina, per una lunghezza di circa 115 metri e un’altezza di 36, con profonde incisioni sul terreno che fanno emergere il gesso sottostante.
Sorge sulla famosa The Ridgeway, un tracciato erboso, che potrebbe essere la strada più antica d’Europa con 5.000 anni di onorato servizio.
Il Cavallo Bianco risalirebbe quindi a circa 1.000 anni prima di Cristo, per opera dei Celti Britanni.
Idearono questa misteriosa figura, amando opere artistiche di grandi dimensioni.
Potevano essere simboli religiosi oppure punti di riferimento di tribù che li usavano per localizzare il loro territorio.
Senza dubbio un’opera così gigantesca avrebbe legato molto intimamente e profondamente i suoi creatori alla terra, una sorta di marchio a fuoco eterno per un rapporto che si sperava infinito.
Questo è un esempio della speciale relazione Uomo-Ambiente che sussisteva nella religiosità celtica, assai attenta alla Natura
Vicino al Cavallo Bianco ci sono altre due interessanti colline, una più in alto chiamata Uffington Castle, che è un grande forte dell’Età del Ferro, e l’altra più in basso a nome Dragon Hill, un poggio con la cima artificialmente spianata.
Il folklore locale sostiene – molti luoghi reclamano tale onore – che San Giorgio abbia qui ucciso il celeberrimo Drago e che la cima sia nuda perché il sangue del mostro condannò il terreno all’aridità perpetua.
Di storicamente certo è che la comunità locale ha sempre cercato di mantenere in buone condizioni l’eccezionale realizzazione.
E’ un gesto civico di cui gli inglesi possono andare fieri, ossia curare opere appartenenti a popoli scomparsi o di altra religione.
Thomas Baskerville, nel 1677, annotò nel suo Journal Travel che “…alcune famiglie hanno l’obbligo di tenere in buone condizioni e ripulire dalle erbacce l’opera affinchè non scompaia nel verde dei prati” e poi Thomas Hughes, nel 1857, scrisse che la comunità locale, una volta all’anno, organizzava una grande celebrazione.
Lo scopo primario era quello di tirare a lucido “il Cavallo Bianco”, ma si trasformava in un’occasione sociale di divertimento visto che il tutto veniva farcito con giochi e gare che la rendevano una superfesta.
Tratto da: vanillamagazine.it
mercoledì 28 novembre 2018
La soffocante e terribile isola di plastica scoperta nei caraibi
Da paradiso dei Caraibi a isola di plastica.
Al largo delle coste dell’Honduras, Roatán conosciuta per la sua coloratissima barriera corallina, per mare cristallino e spiaggia da favola, è diventata una discarica a cielo aperto.
Scordatevi immersioni e la vista di una ricca fauna marina, negli ultimi anni a Roatán ciò che fa da padrone è una montagna di rifiuti riversati sia sul litorale che dentro l’acqua.
I pesci nuotano tra la plastica e gli uccelli muoiono soffocati da pezzetti di piatti, bottiglie e rifiuti di ogni tipo.
Le isole di plastica sono in continuo aumento, questa volta le immagini vengono dalla fotografa onduregna Caroline Power del National Geographic arrivata a Roatán per immortale la barriera corallina, ma quello che si è trovata davanti è stato altro.
Il mare completamente coperto di immondizia e lei su un’imbarcazione che navigava tra i rifiuti.
Un disastro ecologico racchiuso in un appello ‘This has to stop’, ovvero ‘Questo deve finire’ perché se si continua così, la catastrofica profezia che nel 2050 ci sarà più plastica che pesci, potrebbe avverarsi.
Qui a rischio non è solo tutta la fauna marina, ma anche la stessa barriera corallina che sta morendo per mancanza di luce e ossigeno.
"Vedere che qualcosa che amo profondamente viene ucciso è stato devastante", ha detto Caroline Power.
Una volta che la spazzatura arriva nell'oceano è incredibilmente difficile e costosa da rimuovere, anche se in tanti stanno facendo tentativi di pulizia.
Ma l’unica via d’uscita è limitare l’utilizzo della plastica.
Affinché ciò avvenga, dobbiamo migliorare la gestione dei rifiuti, fare educazione ambientale e promuovere strutture di riciclaggio su scala globale”, continua.
Insieme ad altri sommozzatori, la fotografa ha trovato una vera e propria discarica a 15miglia dalla riserva marina di Cayos Cochinos.
"Ovunque guardassimo, c’erano sacchetti di plastica di ogni forma e dimensione: buste di patatine, imballaggi, rifiuti.
Alcuni erano interi e il resto erano a pezzi.
Purtroppo, molte tartarughe, pesci, balene e uccelli marini scambieranno quei pezzi di plastica per cibo".
"C'era anche un numero apparentemente infinito di forchette di plastica, cucchiai, bottiglie per bevande e piatti.
C'erano palloni da calcio rotti, spazzolini da denti, una tv, tante scarpe e infradito".
La fotografa spera che le sue immagini incoraggino ad un uso più consapevole della plastica e al riciclo corretto dei rifiuti, speranza alimentata anche dal Roatan Marine Park, un'organizzazione non governativa che lavora per proteggere le fragili barriere coralline di Roatán.
Dominella Trunfio
martedì 27 novembre 2018
Già visibile a occhio nudo la cometa di Natale!
La cometa di Natale 46P/Wirtanen risplende già nel cielo e lo annuncia lei stessa sul suo profilo Twitter: ormai infatti è a poco più di 23 milioni di chilometri dalla Terra ed è diventata visibile nella costellazione della Fornace.
Chi abita in zone buie e prive di particolare inquinamento luminoso può già ammirarla anche dall’Italia, ma per il momento è ancora molto bassa sull’orizzonte e compare solo per poco tempo.
La sua luminosità aumenterà fino a metà dicembre e rimarrà ben visibile fino all’inizio di gennaio, conquistando di diritto il suo soprannome “natalizio”. Il 12 dicembre la cometa raggiungerà infatti il punto più vicino alla nostra stella, il suo perielio, e il 16 dicembre sarà alla distanza minima dalla Terra, a 11,5 milioni di chilometri.
A catturare una delle prime immagini è stato l’italiano Rolando Ligustri, dell’Unione Astrofili Italiani (Uai).
“E’ una cometa periodica scoperta nel 1948 dall’astronomo Carl A. Wirtanen”, dice Ligustri. “Il suo periodo – aggiunge – è di circa 5 anni, quindi ogni 5 anni passa vicino al Sole e a noi, ma questa volta c’è la particolarità che passerà ‘molto’ vicino (in termini astronomici), ossia solo a 11,5 milioni di chilometri dalla Terra”. Ligustri rileva inoltre che probabilmente la cometa 46P/Wirtanen potrà essere visibile a occhio nudo o con un piccolo binocolo, anche se questo sarà possibile soltanto osservandola in luoghi bui, lontani dalle luci delle città.
Tuttavia, aggiunge, “essere cauti con le comete è sempre doveroso”.
Pur essendo relativamente piccola, con un diametro di circa 1,2 chilometri, la cometa promette di essere comunque la più spettacolare degli ultimi anni.
Fonte: www.ansa.it
Nella penisola dello Yucatan è possibile andare a caccia delle nostre origini
In Messico, nella penisola dello Yucatan, una delle attrazioni turistiche principali è un cenote, ovvero una cavità nel terreno con acqua all’interno.
In questo caso le dimensioni sono enormi e la forma è quella di un cerchio quasi regolare.
La scoperta è avvenuta nella metà degli anni ’80, quando un gruppo di archeologi americani si rese conto della sua presenza tramite alcune immagini satellitari.
Un anello di circa 200 km, che ha da subito scatenato la curiosità degli studiosi.
La natura ha ovviamente fatto il proprio corso, apportando nette modifiche a quello che un tempo doveva essere una gigantesca voragine.
Gli scienziati sono però riusciti a ricomporre il modello iniziale con immagini dallo spazio, rendendosi conto che a risultarne toccate sono la capitale dello Yucatan, Merida, e le città portuali di Progreso e Sisal.
La scoperta venne presentata ad Acapulco, durante un convegno scientifico, portando alla reazione di un giovane geologo, Adriana Ocampo, che ha oggi 63 anni ed è direttrice del programma Lucy della Nasa.
Iniziò a ragionare sulla possibilità che potesse trattarsi del punto d’impatto di un gigantesco asteroide, un impatto così violento da mostrare ancora i suoi effetti dopo 66 milioni di anni.
La sua teoria, ancora oggi ritenuta valida, è che quell’enorme anello fosse il risultato dello schianto di un asteroide ampio 12 km, che colpì lo Yucatan con una tale violenza da trasformare la roccia in liquido.
A partire dai primi anni ’90 studiosi americani, europei e asiatici sono al lavoro per riuscire a colmare gli spazi vuoti di questa vicenda.
Si ritiene che inizialmente il cratere generato fosse profondo 30 km. L’impatto avrebbe generato la formazione di una montagna, il doppio del Monte Everest, in seguito crollata.
Il mondo ne risultò clamorosamente modificato, con cenere a bloccare il cielo, generando uno stato di notte perpetua per un intero anno, con temperature costantemente sotto lo zero, uccidendo la vita sulla Terra fino al 75%, eliminando quasi ogni dinosauro esistente.
Ciò che resta oggi del punto d’impatto è sito un chilometro sotto una cittadina chiamata Chicxulub Puerto, celebre ormai tra i turisti, oltre che ovviamente tra la gente del posto, ma non tanto quanto dovrebbe.
Un luogo che merita maggior fama, considerando come sia stato protagonista dell’evento catastrofico più imponente degli ultimi 100 milioni di anni sulla Terra.
Un luogo che segna la fine di una specie e l’inizio di una differente storia, quella del genere umano.
Fonte: siviaggia.it
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