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venerdì 6 aprile 2018

Le pietre del sole usate dai Vichinghi funzionavano davvero come bussole


Come fecero i Vichinghi a navigare per secoli nelle acque fredde e aperte del Nord Atlantico, schivando gli iceberg e orientandosi anche in pessime condizioni meteo, prima di bussole e gps?

 Questa domanda attanaglia da decenni storici e scienziati: ora, una serie di simulazioni computerizzate sembra dare credito a un misterioso strumento spesso citato nei racconti dei popoli del Nord: i cristalli polarizzanti o "pietre del sole". 

In base allo studio, pubblicato su Royal Society Open Science, queste pietre potevano in effetti servire a rintracciare la posizione del Sole anche quando il cielo era completamente coperto, e ad orientarsi di conseguenza.


Dei cristalli polarizzanti non c'è traccia nei diversi relitti vichinghi ritrovati finora. 
Tuttavia, una possibile prova indiretta del loro utilizzo viene da un piccolo cristallo squadrato rinvenuto in una nave britannica affondata nel 1592 vicino all'isola di Alderney, nel canale della Manica.
 È possibile che i marinai britannici avessero appreso alcuni segreti della navigazione dai vichinghi che avevano solcato quelle acque prima di loro.

 L'ipotesi sul banco di prova è che alcuni cristalli particolarmente puri, come quelli di calcite o lo Spato d'Islanda, una varietà particolarmente trasparente di calcite, potessero servire a rilevare la polarizzazione della luce solare - quel fenomeno che si verifica quando la luce incontra, nel suo percorso, un ostacolo, come un banco di nebbia. 
 Osservando il cielo attraverso queste pietre e sfruttando le loro proprietà birifrangenti (ossia la capacità di scomporre un raggio di luce in due raggi) era possibile risalire alla direzione di polarizzazione della luce e quindi alla posizione del Sole nel cielo, necessaria a stabilire la rotta. 
Ma questa tecnica poteva realmente funzionare?


Alcuni scienziati della Eötvös Loránd University di Budapest, Ungheria, hanno realizzato simulazioni computerizzate dei viaggi dei vichinghi tra la città di Bergen, Norvegia, e l'insediamento di Hvarf, sulla costa sudorientale della Groenlandia. 
Questo viaggio verso ovest avrebbe richiesto tre settimane di navigazione su una tipica imbarcazione vichinga, a 11 km orari.

 I ricercatori hanno simulato 3600 viaggi nella bella stagione, tra l'equinozio di primavera e il solstizio d'estate, variando parametri come l'intensità della copertura nuvolosa, il tipo di cristallo utilizzato e il numero di volte in cui i marinai lo avrebbero adoperato.
 A ogni utilizzo delle pietre, la rotta virtuale veniva aggiustata di conseguenza. 
Quando i navigatori della simulazione hanno osservato i cristalli 4 volte al giorno, hanno raggiunto la Groenlandia tra il 32% e il 59% delle volte.
 Ma quando le hanno consultate ogni tre ore, sono arrivati alla meta tra il 92% e il 100% delle volte.

 La chiave del successo, oltre alla frequenza delle osservazioni, era la loro equa distribuzione nell'arco della giornata, con un ugual numero di "letture" delle pietre al mattino e al pomeriggio: le prime infatti facevano virare più spesso verso nord, le seconde verso sud. Per raggiungere la Groenlandia, serviva un giusto equilibrio. 

 Fonte: focus.it

giovedì 5 aprile 2018

Troppi turisti: chiudono la spiaggia di The Beach e l’isola di Boracay


L’annuncio è stato quello più temuto, ma già da mesi velato.
 Maya Bay, la spiaggia di Phi Phi Island diventata celebre per il film «The Beach» con un giovanissimo Leonardo DiCaprio, così come l’isola di Boracay, nelle Filippine, chiudono al pubblico. 

 Il turismo selvaggio non è compatibile con la sostenibilità ambientale e questi particolari ecosistemi hanno bisogno di riposo forzato per tornare al loro splendore. 

I due paradisi turistici rischiano infatti di essere spazzati via per sempre a causa dell’eccessivo sfruttamento che non permettere la rigenerazione ambientale. 
 Un serio problema, che ha già visto la Thailandia correre più volte ai ripari, seguita a ruota ora anche dalle Filippine.


L’isola di Boracay è meta di quasi 2 milioni di visitatori l’anno e il turismo qui fattura un miliardo di dollari l’anno.
 Ora la chiusura, riporta la Bbc, è stata decisa dal presidente filippino Rodrigo Duterte dopo aver verificato che ristoranti e alberghi dell’isola hanno riversato liquami direttamente in mare. «Non tollererò che Boracay sia trattata come un pozzo nero», ha tuonato il leader, annunciando la chiusura a partire dal 26 aprile. Poche settimane fa, il ministero per l’ambiente aveva raccomandato la chiusura per un anno, provocando le proteste dei residenti, 17 mila dei quali lavorano nel settore turistico. 

 Chiuderà invece per sei mesi, dall’1 giugno al 30 ottobre, la Maya Bay dell’isola di Phi Phi Leh.
 Nel film «The Beach» Di Caprio ci nuotava da solo, nudo, nel blu dipinto di blu, ma in realtà la realtà quell’angolo di paradiso è invaso da migliaia di turisti.


La chiusura temporanea di alcune isole dell’arcipelago thailandese è pianificata ogni anno per permettere il naturale recupero di flora, fauna e barriera corallina, sempre più stressati dal turismo di massa. Diversi parchi nazionali chiudono a seconda del passaggio dei monsoni. 
In un primo momento sembrava che potesse bastare vietare lo sbarco diretto, ma alla fine le autorità thailandesi hanno optato per la chiusura totale per dar modo all’ambiente di riprendersi, almeno parzialmente, dai disastri causati dall’eccessivo sfruttamento turistico.



Fonte: lastampa.it

Montenegro. Da un gelso sgorga acqua


Un albero da cui sgorga acqua.
 Si trova in Montenegro ed è uno spettacolo naturale che ha già incantato il mondo.

 A mostrarlo, in un video divenuto virale, è stato il giornalista Rodrigo Contreras ma l'albero era già ampiamente noto agli abitanti della zona. 
 Più che un albero somiglia di più a una fontana. 
Ironia a parte, si tratta di un fenomeno naturale, anche se non frequente.
 Si tratta di un gelso che si trova non lontano da Dinosa, un villaggio del Montengro. 
A raccontarne la storia a Radio Free Europe è stato Emir Hakramaj che già nel 2016 aveva pubblicato un video su YouTube che mostrava l'albero-fontana.



 Secondo Hakramaj, il gelso ha oltre 100 anni di vita.
 Non ci sono antiche leggende sul fatto che da esso sgorghi l'acqua, visto che si tratta di un fatto abbastanza recente, accaduto negli ultimi 25 anni. 

Mariano Sánchez, tecnico arboricolo e curatore del Giardino Botanico Reale di Madrid, conferma questa ipotesi spiegando che è possibile che l'acqua che si trova in profondità salga più in superficie a causa delle piogge abbondanti, finendo per passare dalle radici addirittura al tronco cavo dell'albero. 

 “Non è pericoloso per l'albero.
 Gli alberi rivieraschi sono solitamente vuoti e il legno interno marcisce, ma l'esterno è ancora vivo” spiega Sánchez. 

 La cavità interna ha già funghi xilofagi, responsabili della decomposizione del legno e l'umidità aumenta solo la velocità del processo.
Ma cosa accade al gelso montenegrino? L'acqua sembra proprio sgorgare dall'albero dopo piogge molto intense.
 In questi casi, le correnti sotterranee spingono l'acqua attraverso le radici fino al tronco cavo. 

. Sarebbe più problematico se l'albero si impregnasse d'acqua a lungo. 
Ciò potrebbe danneggiare le radici, ma gli alberi che vivono lungo i fiumi come l'olmo o il pioppo, sono già abituati a questa umidità. Sanchez concorda anche sul fatto che l'albero sia molto vecchio. Stando alle sue dimensioni, in Spagna avrebbe circa 80 o 90 anni, ma è possibile che il clima più freddo del Montenegro lo abbia preservato.



Il gelso montenegrino in realtà non è l'unico albero da cui sgorga l'acqua. 
Ne esistono altri esempi in India e in Africa. 

 Francesca Mancuso

mercoledì 4 aprile 2018

Si chiamano ‘speoti’ gli schivi canidi avvistati in Ecuador


Un gruppo di cinque bellissimi speoti (Speothos venaticus) è stato avvistato e fotografato nella foresta amazzonica dell'Ecuador, nel cuore del territorio Angun.
 Si tratta di curiosi quanto schivi canidi selvatici, che presentano alcune caratteristiche anatomiche peculiari come le dita delle zampe parzialmente palmate. 
Sono conosciuti anche col nome di ‘itticioni' e vivono in remoti habitat dell'America Centrale e dell'America Meridionale. 
Pur avendo un areale di distribuzione molto vasto, sono animali estremamente rari da osservare in natura. 
Per questo il gruppo di turisti ospitati nel Napo Wildlife Center Ecolodge, l'unica struttura ricettiva sita nel cuore del Parco Nazionale Yasuni dell'Ecuador, è stato particolarmente fortunato ad averli incontrati.


Gli speoti sono suddivisi in tre sottospecie legate alla posizione geografica; quella che vive nelle foreste ecuadoregne è la Speothos venaticus panamensis. 
Benché si tratti di un canide, non ha alcun tipo di parentela col lupo evolutosi in Europa e in Asia, ma è molto vicino al meraviglioso crisocione (Chrysocyon brachyurus), un altro canide del Sud America risalente al Pleistocene. 
Probabilmente gli speoti hanno una correlazione genetica anche col licaone (Lycaon pictus), il cane selvatico africano che recentemente si è scoperto essere un animale democratico, dato che per decidere se andare a caccia o meno avvia ‘votazioni' con gli starnuti. 

 Il gruppo immortalato dai turisti molto probabilmente stava andando a caccia, dato che questi animali sono attivi di giorno.
 Le loro prede preferite sono grossi roditori come paca e capibara, che arrivano a superare i 60 chilogrammi di peso. 
Non disprezzano prede ancora più grandi e impegnative come i nandù (enormi uccelli non volatori) e i tapiri. 
Possono benissimo cacciare da soli, ma preferiscono farlo in gruppo braccando le prede sulla terraferma e in acqua, dove nuotano con agilità grazie alle zampe palmate; le paludi, del resto, sono il loro habitat preferito, come dimostrano gli scatti condivisi sul profilo facebook di Napo Wildlife Center Ecolodge. 

I branchi sono composti da una dozzina di esemplari al massimo, ma solitamente se ne contano circa la metà. 
Come nei lupi è solo la femmina alpha a riprodursi.


Gli speoti fotografati in Ecuador sembrano piuttosto giovani e meno robusti del normale, dato che normalmente hanno una silhouette più tozza.
 Il loro corpo ricorda quello di un bassotto ‘espanso'; arrivano al massimo a poco meno di un metro di lunghezza (piccola coda compresa) con un'altezza al garrese di 20-30 centimetri.
 Il peso invece non supera i 10 chilogrammi; un dato sorprendente, considerando che riescono ad abbattere animali da centinaia di chilogrammi come i tapiri.
 Il pelo molto folto è di colore marroncino negli adulti, mentre i piccoli hanno un manto nero. 

 Fonte: http://scienze.fanpage.it/

Scoperto un nuovo organo: l’interstizio


Si trova sotto la pelle: riveste l’intestino, i polmoni, i vasi sanguigni e i muscoli, e forma una rete di compartimenti interconnessi e pieni di liquido, supportati da un reticolo di fibre di collagene ed elastina. 

L’interstizio (interstitium) è il «nuovo» organo umano identificato dai medici del Mount Sinai Beth Israel Medical Center: i dottori David Carr-Locke e Petros Benias l’hanno scoperto mentre analizzavano il dotto biliare di un paziente, alla ricerca di segni di cancro, come spiega lo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports. 
Carr – Locke e Benias hanno individuato cavità che non corrispondevano a nessuna parte dell’anatomia umana precedentemente conosciuta e ne hanno parlato a Neil Theise, patologo della New York University. 
Il team di ricerca ha appurato che l’interstizio non si trova solo nel dotto biliare, ma attorno a molti organi di fondamentale importanza.

 È sorprendente che finora fosse passato inosservato: è uno degli organi più grandi.
 I ricercatori non avevano individuato l’interstizio perché i metodi tradizionali per esaminare i tessuti corporei (la tecnica per osservarlo al microscopio) comportano il drenaggio del fluido, e quindi distruggono la sua struttura, facendolo apparire denso e compatto. 
Per questo veniva considerato un semplice strato di tessuto connettivo. 
L’interstizio è stato invece esaminato grazie a una nuova tecnica di endomicroscopia confocale laser, che permette di vedere al microscopio i tessuti vivi direttamente dentro il corpo, senza doverli prelevare e poi fissare su un vetrino.


Secondo il team che l’ha scoperto, i compartimenti agirebbero come «ammortizzatori» capaci di proteggere i tessuti del corpo dai danni. 
L’interstizio avrebbe anche un ruolo importante per capire come si diffonde il cancro all’interno dell’organismo.

 Questo sistema di cavità, drenato dal sistema linfatico, è la «sorgente» da cui nasce la linfa, di fondamentale importanza per il funzionamento delle cellule immunitarie che generano l’infiammazione. 
Il continuo movimento del fluido potrebbe spiegare perché i tumori che invadono l’interstizio si diffondono più velocemente nel corpo: nel fornire una «strada» per consentire al fluido di spostarsi, le cellule interconnesse dell’interstizio potrebbero quindi avere lo sfortunato effetto collaterale di diffondere il cancro in tutto il corpo.


Non solo: le cellule che popolano questo sistema e le fibre di collagene che lo sostengono cambiano con il passare degli anni e potrebbero avere un ruolo nella formazione delle rughe, nell’irrigidimento delle articolazioni e nella progressione delle malattie infiammatorie legate a sclerosi e fibrosi.

 «Questa scoperta potrà favorire importanti progressi in medicina», ha spiegato il patologo Neil Theise, «è possibile, ad esempio, che il campionamento diretto del liquido interstiziale possa diventare un potente strumento diagnostico» 

 Fonte: vanityfair.it

martedì 3 aprile 2018

Un'antica arma azteca: il fischio della morte


Scoperti anni fa, i “fischi della morte” degli strumenti musicali di origine azteca, hanno attirato l’attenzione di molti archeologi a causa della loro forma, ma è solo di recente che il loro terribile rumore è stato studiato.

 Alcuni esperti sostengono che gli Aztechi probabilmente usavano il rumore prodotto da questi strumenti a forma di teschio per “accompagnare” le anime delle persone vittime di riti sacrificali verso l’aldilà, ma anche in battaglia per intimidire i nemici. 

 In questo video, il musicista Quijas Yxayotl, spiega che il “fischio della morte” è stato utilizzato per cerimonie speciali, come il giorno dei morti. “In guerra solitamente venivano suonati un centinaio di questi strumenti contemporaneamente .
 I guerrieri in marcia verso i nemici suonavano quelle note per destabilizzare psicologicamente il nemico” afferma il musicista.

  Roberto

Velázquez Cabrera, 66 anni, un ingegnere che vive in Messico, ha condotto per diversi anni ricerche su questi antichi strumenti aztechi per esaminarne il suono e per realizzare delle repliche fedeli.
 Il suono prodotto è associato a riti legati alla morte, non solo per la forma particolare, ma perché due esemplari sono stati trovati nelle mani di uno scheletro di sesso maschile, probabilmente una vittima sacrificale, davanti al tempio del dio del vento Ehecatl a Tlatelolco, come segnala un articolo del sito Mexicolore. 

 L’origine di questo strumento può essere datato tra il 1250 e il 1380 e il suo rumore è paragonabile a quello del vento.



Fonte: lastampa.it

giovedì 29 marzo 2018

Maria Sibylla Merian, la scienza in rosa


La banconota da 500 marchi della Repubblica Federale Tedesca, la vecchia Germania Ovest, raffigurava il volto di una donna con al suo fianco la sagoma di un insetto, una vespa. 
Sull’altro lato, una pianta di dente di leone con, appoggiati sulle sue foglie, una falena della specie Dicallomera fascelina e il suo bruco.




Agli italiani il volto della donna di cui sopra forse dirà poco, ma per il popolo tedesco Maria Sibylla Merian, questo il suo nome, rappresenta una straordinaria storia di coraggio, emancipazione femminile e talento in campo sia scientifico sia artistico.


Merian nasce nel 1647 a Francoforte, ai tempi capitale dell’editoria, crocevia di traffici commerciali e città dal grande fermento culturale. 
È figlia di un noto incisore, Matthäus Merian il vecchio, che muore quando lei ha solo tre anni.
 La madre si risposa con un pittore floreale.

 Per tutta la vita Maria Sibylla è a stretto contatto con ambienti artistici: impara svariate tecniche di disegno, pittura e incisione, raggiungendo sin da giovanissima risultati eccellenti, e ha modo di confrontarsi con i fratellastri, anche loro artisti, e con diversi insegnanti.

Al talento artistico si affianca un grande interesse per la natura e per lo studio degli insetti.
 Si dice che da bambina rubi un tulipano (ai tempi una rarità) soltanto per poterlo disegnare. 
A soli 18 anni si sposa con un pittore (non poteva essere altrimenti), Johann Andreas Graff, e con lui si trasferisce a Norimberga.
 Dal matrimonio nasceranno due figlie.




Dopo un libro dedicato ai fiori e pubblicato in tre parti, Maria comincia a lavorare a un testo interamente dedicato alle farfalle. L’opera completa, “La meravigliosa metamorfosi dei bruchi e il loro singolare nutrirsi di fiori”, è rivoluzionaria: gli animali non vengono più raffigurati in modo astratto, ma per la prima volta essi appaiono nel loro ambiente naturale. 
Come mai prima nella storia dell’illustrazione zoologica, ci si trova di fronte a immagini create solo dopo un’osservazione prolungata e scientificamente accurata dei soggetti. 
Nondimeno, per molte specie si inquadra tutto il ciclo vitale, il che non è banale: ai tempi, molti bruchi e farfalle della stessa specie vengono considerati entità separate. 
In ogni tavola del libro si possono invece vedere uova, bruchi e insetti adulti appartenenti allo stesso animale.
 E infine, è ammirevole il coraggio della scelta degli insetti come soggetto: si superano le diffuse superstizioni che raffiguravano questi animali come creature demoniache.

 La vita di Maria è movimentata. 
Dopo aver aderito a una setta labadista, un gruppo di protestanti che praticano un ascetismo estremo ispirato ai primi cristiani, si trasferisce in Olanda.
 Questa scelta la porta alla separazione dal marito.
 Dopo pochi anni, però, l’artista-scienziata abbandona la comunità e si trasferisce ad Amsterdam, porto di mare e centro di scambi commerciali. 
Merian vede le incredibili specie animali e vegetali provenienti dalle esotiche colonie olandesi, e decide di risparmiare per organizzare un viaggio in Suriname, dove potrà osservare da vicino quelle meraviglie. 

L’incredibile e inedita spedizione tutta al femminile (ad accompagnarla c’è la seconda figlia Dorothea) è un evento mai visto prima nella storia della scienza. 
Dopo due anni e non pochi problemi di salute, Merian ritorna in Olanda con un’incredibile collezione di fiori, insetti e altri reperti naturali che interesseranno persino lo zar Pietro il Grande. 

Da questa spedizione nasce il suo capolavoro, “La metamorfosi degli insetti del Suriname”, un gioiello composto da 60 incisioni colorate dedicate alle meraviglie naturali del paese sudamericano.


Da una di queste, raffigurante un grosso ragno intento a catturare un uccellino, nascerà il termine “migale”, ancora adesso utilizzato. 

Maria muore ad Amsterdam nel 1717, universalmente riconosciuta come una delle più grandi scienziate del suo tempo.

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

Oman, in primavera il Sultanato si tinge di rosa


“Una rondine non fa primavera”- recita un vecchio detto popolare ma, a quanto pare, una rosa potrebbe invece annunciare l’arrivo ufficiale della bella stagione. 
Basta volare nel Sultanato dell’Oman per averne conferma. 
Ebbene sì questo Paese, situato nella porzione sud-orientale della penisola arabica, è ricco di sorprese. 
Sebbene in molti associno il suo nome principalmente al deserto, il Rub’al-Khali noto anche come “quarto vuoto”, la sua tavolozza di colori è in grado di stupire con effetti e paesaggi davvero speciali.  L’affascinante natura del Sultanato, nel periodo compreso tra marzo e maggio, grazie alla fioritura della rosa damascena si tinge di soavi sfumature pastello che vanno dal rosa intenso al pastello. 
Basta uscire fuori dai soliti schemi e raggiungere l’area del Jabal Al Akhdar, massiccio della catena dei Monti Hajar (il cui nome arabo significa “montagna verde”), per ammirare uno spettacolo decisamente suggestivo per occhi e olfatto.
 



 E’ proprio qui che escursionisti e appassionati di trekking, approfittando del fresco clima montano, possono dedicarsi a mille e una attività. 
Non solo adrenalina. 
A dilettare gli animi più romantici è la raccolta delle rose e la distillazione domestica dell’attar, ovvero l’acqua di rose tipica dell’Oman.
 La sua versatilità la vede impiegata tanto nella realizzazione di essenze e profumi quanto in cucina per aromatizzare dolci e caffè. Non solo, è anche uno degli elisir di bellezza con cui trattare la pelle così come un ottimo rimedio omeopatico per curare emicrania e disturbi di stomaco.




Un tour a tema floreale permette di vivere una vera e propria full immersion a tu per tu con questo magico fiore. 
A quota 2000 m sul livello del mare si trova una struttura sui generis, l’Alila Jabal Akhdar ovvero il primo hotel di montagna a cinque stelle dell’Oman. 
Al suo interno, oltre a degustare un rinfrescante spritz aromatizzato all’acqua di rose e fiori di sambuco, è possibile rilassare mente e corpo sperimentando il trattamento “Milk and Roses bath” che, come lascia intendere il nome, altro non è che un bagno a base di olio essenziale di rosa, attar, olio di cocco e infuso al latte. 

 Fonte: lastampa.it

martedì 27 marzo 2018

Il Disco di Nebra è ancora un mistero


Nel 1999 – in un pertugio nella “Montagna di Mezzo” (Mittelberg), nei pressi di Nebra, in Germania – due tombaroli dissotterrarono, grazie ad un metal detector, numerosi reperti metallici risalenti al 1600 avanti Cristo.
 Tra questi venne fuori un disco di bronzo intarsiato con lamine in oro, del diametro di 32 cm. 

 È un peccato che un manufatto così importante sia stato scoperto tramite scavi clandestini. 
Adriano Gaspani, dell’Osservatorio Astronomico Inaf di Brera, spiega infatti che: «La base per una ricerca archeoastronomica di qualità è il rilievo topografico di precisione dei siti archeologici che si sospetta essere astronomicamente significativi, tenendo sempre ben presente che il dato archeologico deve essere tenuto nella massima considerazione».
 Difatti, come spiega Gaspani in un ampio articolo da lui già dedicato al Disco di Nebra, non abbiamo alcuna certezza sulla posizione in cui il disco fu sotterrato.
 Questo ci avrebbe permesso di verificare eventuali allineamenti astronomici, se presenti.

 La produzione del disco è comunque stimata tra il 2000 e il 1700 a.C., quando a Babilonia Hammurabi scriveva il suo codice e in Egitto governavano gli “hyksos”, i Capi Stranieri.
 Erano esattamente gli stessi anni in cui la Sardegna ribolliva letteralmente di bronzo fuso per mano di una popolazione guerriera e costruttrice di torri immortali. 
Insomma, la scoperta delle leghe e in particolare del bronzo ha fatto fare un salto tecnologico “post-neolitico” mai visto che ha portato alla produzione di manufatti prevalentemente bellici: lance, asce, pugnali, scudi, armature e molto altro.

Inizialmente – dato che ad accompagnarlo c’erano appunto asce, scalpelli e pugnali – i due tombaroli pensarono al Disco di Nebra come alla decorazione centrale di uno scudo rotondo, forma tipica degli scudi del periodo.
 Per loro, comunque, ciò che importava era il guadagno, e infatti cercarono subito di venderlo, finendo inesorabilmente nelle mani della giustizia.

 Dopo vari passaggi di proprietà il Disco è entrato a far parte della collezione del vicino Museo di Halle e, dal 2013 è divenuto Patrimonio Mondiale dell’Unesco. 

 Ma perché il Disco di Nebra è tanto controverso e discusso? 
Basta uno sguardo per capire che la sua funzione era, molto più che probabilmente, astronomica. 
Gli “ingredienti” che compongono il “puzzle” del disco sono inequivocabili: stelle, Sole, Luna i più sicuri. Poi una serie di altri dettagli non secondari ed anzi, probabili indizi di misurazione astronomica. 
Innanzitutto gli archi dorati laterali potrebbero raffigurare l’escursione massima di albe e tramonti solari tra i due solstizi di dicembre e di giugno ma che sembrerebbero essere stati applicati al disco solo in un secondo tempo. 
 Ancora più affascinante è il raggruppamento di stelle interpretato come quello delle Pleiadi, o Sette Sorelle. 
A prima vista sembra infatti un gruppo di stelle buttato lì in modo quasi casuale, ma se guardiamo a rappresentazioni delle Pleiadi presso altre culture, anche lontanissime, troveremo somiglianze quasi sbalorditive


Sembra dunque che il disco sia la più antica rappresentazione del cielo notturno finora ritrovata. 
Ma cosa rappresenta esattamente? E perché è stato prodotto? Gaspani su questo resta scientificamente prudente: «Non sappiamo se fosse un oggetto ornamentale, un oggetto magico-rituale utilizzato durante lo svolgimento di funzioni religiose, un oggetto didattico o altro. 
Il dato di fatto è che si trattava di un oggetto di valore, lo testimonia l’utilizzo dell’oro per rappresentare gli astri».


Il mistero, dunque, resta. Tuttavia il Disco di Nebra rappresenta un caso emblematico di quanto una corretta ed approfondita conoscenza astronomica può aiutare ad interpretare fatti e situazioni storiche con grande precisione, o comunque è uno dei pochi metodi empirici e scientifici in grado di ampliare la rosa delle ipotesi in ambito archeologico.

 Fonte: mondospazio.com

Risolto il mistero dello scheletro “alieno” ritrovato in Cile: è un feto umano


Un misterioso mini-scheletro scoperto nel Deserto di Atacama, nel Cile, ha rivelato ora a medici e archeologi tutti i suoi segreti. 
Grazie a un’analisi forense e al test del Dna, un team dell’University of California a San Francisco e della Stanford University ha fatto luce sul reperto, da alcuni ritenuto alieno, ma anche sull’origine di rare patologie ossee.

 Lo scheletro, rinvenuto in una borsa di pelle dietro una chiesa abbandonata, era intatto: una figura minuscola, lunga solo sei pollici (15,5 cm) con una strana testa allungata a forma di cono, 10 paia di costole e ossa simili a quelle di un bambino di otto anni.

 Soprannominato affettuosamente “Ata“, lo scheletro si è fatto strada sul mercato nero dei reperti archeologici e poi è finito nelle mani di un collezionista in Spagna, che pensava potesse trattarsi dei resti di un extraterrestre.

 L’analisi forense del genoma di Ata ha dimostrato senza ombra di dubbio che si tratta di resti umani, oltretutto moderni: un feto. 
Ata ha infatti il Dna di una femmina umana moderna, con un mix di marker dei nativi americani e degli europei, abitanti della zona dove è stato rinvenuto.
 Secondo i ricercatori risale a circa 40 anni fa. E il suo curioso fenotipo alieno può essere spiegato da una manciata di rare mutazioni genetiche – alcune conosciute, altre recentemente scoperte – legate al nanismo e ad altri disturbi ossei e della crescita. 

Le scoperte, descritte su ‘Genome Research’, non si limitano a smentire le origini extraterrestri di Ata, ma spiegano come l’analisi del Dna oggi possa individuare la manciata di geni mutati molto probabilmente associati alla forma insolita del suo corpo.


“L’analisi è stata ancora più impegnativa, considerata la quantità molto limitata di informazioni sul campione – spiega Sanchita Bhattacharya, ricercatrice di bioinformatica all’Ucsf – e la mancanza di una storia familiare, che lo rende un caso unico“. 

Bhattacharya ha usato l’Human Phenotype Ontology (Hpo), un database che collega i dati genomici ai fenotipi anomali, per far luce sull’origine dello scheletro. 
L’immunologo e microbiologo Gary Nolan della Stanford University ha iniziato a indagare su Ata nel 2012, quando un amico gli raccontò che credeva di aver trovato un alieno. 
Nolan vide che Ata, anche se era molto probabilmente un feto, aveva la composizione ossea di un bambino di 6 anni: soffriva dunque di un raro disturbo osseo. 
Iniziò così le sue analisi, e per saperne di più, Nolan si è rivolto ad Atul Butte dell’Ucsf.




Ora lo studioso di Stanford è convinto che gli studi sui resti e sul precoce invecchiamento osseo potranno un giorno aiutare i pazienti con ossa fragili o invecchiamento osseo accelerato. 
Ma Nolan spera anche che un giorno la piccola Ata possa tornare a casa e avere finalmente una sepoltura: non si tratta del visitatore da un pianeta lontano, ma di un feto sudamericano che non ha più di 40 anni.

 “Sappiamo che era una bambina, morta probabilmente prima o subito dopo il parto. 
Penso che dovrebbe tornare al suo Paese di origine ed essere sepolta secondo i costumi locali“, conclude Nolan. 


Fonte: www.meteoweb.eu
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