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lunedì 9 febbraio 2015

La lumaca di mare Elysia chlorotica : un ibrido animale - vegetale


La lumaca di mare Elysia chlorotica non solo somiglia ad una foglia, ma è anche di un verde brillante ed è in grado di assorbire anidride carbonica e di restare viva per mesi senza cibo, almeno fino a quando il laboratorio che la ospita è ben illuminato.
 Come esattamente questa nudibranco, chiamato comunemente elysia verde smeraldo, riesca ad ottenere l’energia solare di cui ha bisogno è una domanda che gli scienziati stanno facendosi da decenni, ma ora il puzzle delle ricerche sembra quasi completato e quello che ne viene fuori è davvero sorprendente: un ibrido animale-vegetale.
 Secondo lo studio “FISH Labeling Reveals a Horizontally Transferred Algal (Vaucheria litorea) Nuclear Gene on a Sea Slug (Elysia chlorotica) Chromosome”, pubblicato su The Bulletin Biologica da un team dal Marine Biological Laboratory del Woods Hole, «La lumaca ruba i geni dalle alghe che mangia».


Gli scienziati del Woods Hole dicono che «Questi geni contribuiscono a sostenere i processi fotosintetici all’interno della lumaca e gli forniscono tutto il cibo di cui ha bisogno. 
È importante sottolineare che questo è uno dei soli esempi noti solo di trasferimento genico funzionale da una specie multicellulari all’altra, che è l’obiettivo della terapia genica per correggere malattie su base genetica nell’uomo».

 Uno degli autori dello studio, Sidney K. Pierce, professore emerito alle università del South Florida e del Maryland, si chiede «Una lumaca di mare è un buon modello biologico per una terapia umana?» e risponde: «Probabilmente no. Ma capire il meccanismo di questo trasferimento naturale di geni potrebbe essere molto istruttivo per applicazioni mediche future».

 Per confermare che un gene dall’alga V.litorea è presente nel cromosoma del nudibranco E. chlorotica , Il team ha utilizzato una tecnica di imaging avanzata e spiega che «Questo gene produce un enzima che è fondamentale per la funzione delle “macchine” della fotosintesi chiamate cloroplasti, che sono tipicamente presenti nelle piante e nelle alghe».


Già negli anni ’70 si sapeva che l’E. chloritica “ruba” i cloroplasti alla V. litorea – un fenomeno chiamato “Cleptoplastia” – e li incorpora nelle sue cellule digestive. 
Una volta all’interno delle cellule della lumaca i cloroplasti continuano a fare la fotosintesi fino a 9 mesi, molto più a lungo di quanto lo farebbero in un’alga. 
La fotosintesi produce carboidrati e lipidi, che nutrono la lumaca». 

Per anni (e con molte polemiche scientifiche) si è studiato come la lumaca di mare verde riesce a mantenere questi organelli fotosintesi per così tanto tempo.
 A complicare le cose era stato un esperimento condotto da un team tedesco-olandese all’università di Dusseldorf .
 Infatti lo studio “Plastid-bearing sea slugs fix CO2 in the light but do not require photosynthesis to survive”, pubblicato su Proceedings of the Royal Society B il 20 novembre 2013, sottolinea che «Molti nudibranchi sacoglossan (Plakobranchoidea) si nutrono di plastidi di grandi alghe unicellulari.
 Quattro specie – chiamate specie long-term retention (LtR) – sono note per sequestrare i plastidi ingeriti all’interno delle cellule specializzate della ghiandola digestiva.
 Lì, i plastidi rubati (cleptoplastia) rimangono fotosinteticamente attivi per diversi mesi, durante i quali le specie LtR possono sopravvivere senza ulteriore assorbimento di cibo. 

La longevità dei cleptoplastidi è stato a lungo un rompicapo, perché le lumache non sequestrano nuclei di alghe che potrebbero sostenere la manutenzione del fotosistema. È opinione diffusa che le lumache sopravvivano alla fame mediante la fotosintesi cleptoplastica, ma le prove dirette a sostegno di questo punto di vista sono carenti».


Il team tedesco-olandese però aveva dimostrato che due plakobranchidi LtR, Elysia timida e Plakobranchus ocellatus, «incorporano 14CO2 in prodotti acidi stabile rispettivamente 60 e 64 volte più rapidamente alla luce che al buio» e che «Nonostante questa capacità di fissazione della CO2 dipenda dalla luce, sorprendentemente, la luce non è essenziale per le lumache per sopravvivere alla fame.
 Animali LtR sono sopravvissuti a diversi mesi di digiuno, al buio completo e nella luce in presenza dell’inibitore della fotosintesi monolinuron, tutto senza perdere peso più velocemente rispetto agli animali di controllo.
 Contrariamente alle opinioni correnti, i cleptoplastidi sacoglossan sembrano digerire lentamente le riserve di cibo, non una fonte di energia solare».

 Ma ora Pierce dice che il nuovo studio cambia ulteriormente le cose: «Questo documento conferma che uno dei diversi geni algali necessarie per riparare i danni ai cloroplasti e mantenerli funzionanti è presente sul cromosoma della lumaca.
 Il gene è incorporato nel cromosoma della lumaca e trasmesso alla generazione successiva di lumache. 
Mentre la prossima generazione dovrà nuovamente assumere i cloroplasti delle alghe, i geni per mantenere i cloroplasti sono già presenti nel genoma della lumaca. 
Non c’è nessun modo sulla terra perché i geni di un’alga possano funzionare all’interno di una cellula animale. 
Eppure qui lo fanno. Permettono all’animale a fare affidamento sul sole per la sua alimentazione. 
Quindi, se succede qualcosa alla sua fonte di cibo, ha un modo per non morire di fame fino a quando non trova le alghe da mangiare. Questo adattamento biologico è anche un meccanismo di rapida evoluzione.
 Quando si verifica un trasferimento di successo di geni tra specie, l’evoluzione può avvenire sostanzialmente da una generazione all’altra, piuttosto che su una scala di tempo evolutivo di migliaia di anni».

 Fonte: http://www.greenreport.it

Tibet, la rete di trafficanti che fa affari con tigri e serpenti


Il commercio di animali pregiati è un business che vale 20 miliardi di dollari l’anno. 
In diverse parti dell’Asia conviene di più trafficare in tigri che in droga.

 Uno degli snodi centrali di questo mercato internazionale è la capitale spirituale del buddhismo, Lhasa, in Tibet, come documentato di recente da una studiosa della City University di Hong Kong. 
I clienti convergono a Lhasa da tutto il mondo per comprare pelli, ossa e persino il pene dei felini. 

 Le tigri sono una delle specie a maggior rischio di estinzione, non solo a causa dei cambiamenti del loro habitat naturale, ma anche per effetto del crimine organizzato.
 Cento anni fa vi erano centomila esemplari nel mondo. Oggi ne sono rimasti meno di tremila, la maggior parte in India. 

Nonostante la «Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione» sia stata firmata da 180 Paesi, i trafficanti continuano il loro disdicevole commercio per soddisfare clienti in Asia, Europa e Stati Uniti. Me ne sono accorto io stesso quando, due anni fa, sono atterrato all’aeroporto di Dali, una città nella provincia cinese dello Yunan.
 Lo scopo del mio viaggio era raggiungere il confine con la Birmania, per raccogliere dati sul traffico della droga tra il Triangolo d’Oro (Birmania, Laos e Thailandia) e la Cina. 
La sala dove arrivavano i bagagli era piena di militari e di guardie di frontiera accompagnate da unità cinofile. I cani sembravano impazziti, presumevo io, perché alla ricerca di sostanze stupefacenti. 
Mi sbagliavo. Quei labrador erano stati addestrati per individuare pellicce, corna di rinoceronte, avori, coccodrilli, pangolini, serpenti, civette, tartarughe, lucertole pregiate e altre specie protette.
 Un macabro zoo di animali morti si celava in quelle valigie.


Quando siamo arrivati a Ruili, una città al confine con la Birmania, abbiamo scoperto che nel nostro albergo si erano tenuti di recente banchetti a base di tigre.
 Non solo la carne è considerata un cibo prelibato, ma il sangue dell’animale è usato per fermentare il vino. Chi lo beve diventa più virile, sembrano credere molti cinesi. 
Nel gennaio di quest’anno, la polizia della Repubblica Popolare ha arrestato un organizzatore di questi banchetti, un tal Signor Xu. Un cliente ha filmato la cena sul cellulare e l’ha diffusa su Internet. È stato facile per le autorità risalire alla mente dell’organizzazione, che ora rischia 13 anni di galera.

 Ogni parte del corpo del felino viene sfruttata. 
Con le ossa si fanno dei souvenir, mentre artigli, teschi e canini sono regali molto ambiti, al prezzo di 2.000 euro al chilo. 
Le feci sono usate per curare le emorroidi, mentre il pene diventa un ingrediente di deliziose minestre, le quali ovviamente aumentano la potenza sessuale. 

 A Ruili due anni fa vi era anche la dottoressa Rebecca Wong, che oggi insegna alla City University of Hong Kong, dove si occupa del traffico illegale di specie protette. «Dopo il mio soggiorno a Ruili - mi racconta oggi - ho proseguito per la capitale del Tibet, Lhasa, dove i grandi felini arrivano dall’India, attraverso la città di Ladakh». Una volta entrati in Tibet, i bracconieri vendono la merce ai trafficanti che operano nella città tibetana di Shiquanje, non lontano dal confine, e questi a loro volta la portano a Lhasa. La piazza di Barkhor è il cuore della più famosa città tibetana, meta di ogni turista, con centinaia di bancarelle che offrono tappeti, costumi tradizionali e testi buddhisti.
 La presenza delle forze dell’ordine è ingente, non solo ad altezza d’uomo: sulla terrazza di un palazzo all’ingresso della piazza si può notare una postazione di militari che osserva la folla.
 Questo è anche il luogo dove la compravendita di tigri procede indisturbata.

 Vi sono due tipi di clienti a Lhasa. I tibetani che acquistano le pelli per decorare il loro costume tradizionale (il chupas), e i compratori che vengono dalla Cina, da Hong Kong, da Taiwan e dall’Occidente.
 Dopo il Messico, la Repubblica Popolare è la fonte principale di specie protette per il mercato americano.
 In città vi sono due reti di venditori, una di etnia musulmana (gli Hui) e una di etnia tibetana, ovviamente in feroce competizione tra loro.
 Sembra che i tibetani siano leggermente discriminati: hanno meno merce e i prezzi sono più alti. Inoltre tendono ad avere come clienti membri dello stesso gruppo etnico.
 Sia tibetani che musulmani fanno riferimento a un fornitore unico ciascuno, il quale a sua volta tiene i rapporti con i bracconieri. Il numero di persone coinvolte nei due network non supera la cinquantina, e tutti vendono anche altri prodotti.


Le transazioni avvengono quasi alla luce del sole: per attirare i clienti, i venditori mettono su una rastrelliera pelli di volpi o di pecora fuori da negozi la cui insegna è spesso tradotta in un inglese improbabile (ad esempio, Public Useful Carpet Shop).
 Il compratore straniero entra e fissa un appuntamento per visionare la mercanzia nel magazzino del fornitore, che si trova non lontano dalla piazza.

 «Io stessa sono andata in uno di questi magazzini - racconta Wong -. Alle pareti erano scritti centinaia di numeri telefonici. 
Il fornitore era molto orgoglioso del suo lavoro e si vantava di non aver mai raggirato nessuno.
 “Una buona reputazione è la moneta più importante nel commercio”, ha ripetuto più volte. 
Infatti sono più di vent’anni che fa questo mestiere. 
Attorno a noi erano accatastate pelli di leopardo, di antilope e di tigre. Ognuna del valore di circa 900 euro». 

Il magazzino si trova in un appartamento proprio di fronte a una caserma e molti ufficiali sono clienti fissi. 
Il fornitore non ha alcun timore di essere scoperto. La sua preoccupazione maggiore è che una cicca mandi in fumo le pelli accatastate nelle tre stanze.
 Una volta fatta la propria scelta, il cliente può mettersi la merce in valigia. 
Oppure, per pochi soldi, il negozio si incarica di spedire il pacco per posta. Sembra che il servizio postale cinese sia altamente affidabile. Secondo Wong, il numero di bracconieri e trafficanti arrestati è ancora irrisorio e le pene non sono sufficienti a scoraggiare i colpevoli.
 Inoltre, la frontiera tra India e Tibet è troppo poco sorvegliata. 

Qualche buona notizia arriva dall’India. Il numero di tigri in quel Paese è cresciuto di cinquecento esemplari negli ultimi tre anni. Questo aumento è dovuto alla creazione di riserve dove l’habitat degli animali viene protetto da una nuova forza di polizia specializzata contro i bracconieri.
 La Cina dovrebbe seguire lo stesso esempio. E soprattutto dovrebbe dar inizio a una rivoluzione cultuale pacifica, per convincere i cittadini di quel Paese che il modo migliore per dimostrare di essere uomini è lasciare in pace gli animali. 

 Federico Varese


Il villaggio delle volpi


Un villaggio interamente dedicato alle volpi. 
Si trova in Giappone, terra che come abbiamo già raccontato ospita anche l'isola dei conigli e quella dei gatti. 
Un posto isolato e da sogno, in inverno ricoperto da una soffice neve. L'ideale per una creatura schiva come la volpe.


E' lo Zao Fox Village, situato tra le montagne nei pressi di Shiroishi, nella prefettura di Miyagi.
 Qui vivono 100 volpi, libere di muoversi e giocare.
 Il parco è aperto al pubblico. Per 100 yen (circa 50 centesimi) i visitatori possono godersi lo spettacolo offerto da questi simpatici animali, ammirando nel frattempo il panorama regalato dai monti circostanti.
 Il villaggio richiama molti giapponesi anche perché questi animali sono popolari nei racconti e secondo la tradizione hanno anche poteri mistici o sono messaggeri di divinità o simbolo della fertilità. Dietro la distesa di alberi e cespugli ecco apparire volpi di tante varietà e colori.
 Alcune si avvicinano zampettando, incuriosite dai visitatori e speranzose di ricavare un po' di cibo, altre invece si allontanano guardinghe. 
I guardiani consigliano sempre di non avvicinarsi troppo a loro e di ammirarle da lontano mentre si muovono in libertà.








Sembrerebbe tutto bello anche a giudicare dalle immagini che ritraggono questi splendidi animali, ma c'è un segreto. 
Chi ha visitato il villaggio ha scoperto che non tutte le volpi sono libere. 
Un paio di esemplari occupano una sorta di zoo allestito per i visitatori, insieme a conigli, pony e capre. 

 Davvero un gran peccato. 

Fonte: greenme.it

venerdì 6 febbraio 2015

Polonia: navigare in barca su piani inclinati nel canale di Elblag


Una grande opera ingegneristica risalente a ben due secoli fa, ma ancora funzionante in seguito ad una importante ristrutturazione. 

Il canale di Elblag è una delle meraviglie della Polonia poco conosciute al di fuori di questo Paese. 
 Si tratta di un canale ricco di dislivelli dove la navigazione avviene su piani inclinati, attraverso barche e chiatte. 
Nei punti del canale dove la normale navigazione non è possibile, a causa dei dislivelli, le barche vengono trasferite tramite piani inclinati su delle chiatte dotate di ruote.




Così il viaggio può proseguire attraverso le rotaie fino al momento in cui la barca può ritornare in acqua per proseguire la normale navigazione.

 La completa navigazione del canale richiederebbe una crociera di almeno 11 ore, ma i tratti più consigliati per una traversata turistica riguardano i punti in cui sono presenti le chiatte.

 I lavori di ristrutturazione sul canale di Elblag sono cominciati nel 2011 con l'obiettivo di rafforzare tutte le rampe e i piani inclinati, per consentire una navigazione agevole.
 La crociera turistica completa comprende un percorso di 80 chilometri che parte da Ostroda e arriva a Elblag.
 Con la navigazione si possono ammirare scenari meravigliosi, mentre si attraversano dislivelli che possono arrivare anche fino a 100 metri. 

Si tratta del canale più lungo e navigabile ancora in uso in Polonia e di uno dei canali più interessanti in Europa.
 In un paesaggio del genere le chiuse tradizionali sarebbero state poco pratiche, ecco allora la creazione di un sistema davvero ingegnoso basato su piani inclinati che permette gli spostamenti su ruote delle barche quando ci si trova in punti privi d'acqua. 
L'intero sistema di movimentazione delle barche è attivato dalla forza dell'acqua.

 Il canale di Elblag fa parte delle 7 Meraviglie della Polonia e l'Unesco lo ha inserito tra i luoghi simbolo dell'eredità culturale mondiale.


Fonte: greenme.it

Il fiore di loto nell'antico Egitto


Il Loto, in egizio seshen, era il fiore della Nymphaea considerato sacro per gli Egizi, emblema di rinascita per la sua caratteristica di chiudere la propria corolla sprofondando nell'acqua la sera e di schiuderla riemergendo all'alba orientandola verso la luce del sole. Così similmente Atum si rigenerava dopo il viaggio notturno attraverso il Nun nel suo ciclo cosmico.

 In Egitto il loto cresceva nelle zone paludose del fiume ed era di due tipi: il loto bianco ed il loto blu.
 Il loto rosa comparve durante la Dinastia tolemaica. 

 Il mito del loto era molto diffuso e durò fino alla Dinastia tolemaica dove veniva usato nei riti e nelle offerte cerimoniali come testimoniano i numerosi rilievi nei templi e come rappresentato a Karnak dove il sovrano offriva il loto al dio Amon. In particolare vi era una cerimonia specifica chiamata "Offerta del loto d'oro" dove il sovrano offriva un fiore di loto in oro alle divinità. 
 Veniva anche raffigurato nelle pitture parietali delle tombe mentre il defunto ne odorava ed ne aspirava il profumo che ugualmente aveva il potere di rigenerare e nel Libro dei Morti al capitolo 81 vi è la formula necessaria per trasformarsi nel sacro fiore e consentire quindi il rigenerarsi in un'altra vita. 
 Anche i rizomi ed i semi facevano parte delle offerte nel corredo funerario così come spesso rappresentato sulla Tavola delle offerte.


Il loto era il simbolo araldico dell'Alto Egitto e veniva sempre rappresentato con il bocciolo semiaperto, con i sepali stilizzati ed arrotondati.
 Veniva spesso riprodotto nei capitelli appartenenti all'ordine lotiforme e rappresentanti un fascio di boccioli. 
 Questi venivano rappresentati anche nell'oggettistica e nei fregi ornamentali dove i raggi del sole erano formati da fiori di loto in successione. 
Tipico esempio è il vasetto a fiore di loto rinvenuto a Saqqara nella tomba di Hemaka vissuto nella I dinastia all'epoca del sovrano Den ed ora conservato al Museo del Cairo. 
 Nella statuaria è noto il reperto rappresentante la testa di Tutankhamon che esce dalla corolla del fiore di loto. 
 Troviamo il loto anche sul trono appartenente al corredo funerario della regina Hetepheres II dove i lati del sedile sono formati da tre fiori legati tra loro.




Il loto veniva coltivato a scopo ornamentale nei giardini e per distillarne l'olio profumato. 
La qualità migliore era quella del loto blu che era più profumato rispetto a quello bianco. 
Veniva usato nell'abbigliamento, per adornare parrucche o per farne ghirlande.
 Nella medicina, del loto veniva usato sia il fiore che la radice come sonnifero mentre nell'alimentazione venivano usati sia i rizomi che gli acheni, cioè i semi contenuti, conosciuti come fave d'Egitto.

 Fonte: wikipedia

giovedì 5 febbraio 2015

Kabáh : l'insolita città maya che letteralmente significa “Signore dalla mano forte e poderosa”


Le rovine del sito Maya di Kabáh si trovano lungo quella che viene chiamato “Itinerario Puuc”, ovvero il circuito che comprende tutti i siti tipici della cultura maya Puuc intorno a Uxmal.
 Infatti, è nella regione montuosa dell’entroterra della penisola dello Yucatan che è possibile trovare l’espressione artistica più alta dei Puuc, una popolazione che dominò, nel periodo classico della civiltà maya, la regione a sud della odierna città di Mérida.

 Kabáh si trova a sud di Uxmal e ad essa è collegata tramite un grande sacbè lungo 18 km e ampio 5 m, una tradizionale “strada bianca” dei maya, alle cui due estremità si trova un arco monumentale.
 Il sito si estende su circa 1,2 km² e le rovine si trovano su entrambi i lati strada. Tuttavia, buona parte delle strutture è ancora coperta dalla giungla. 
Si pensa che i colli attorno alla città sono costruzioni non ancora scavate.
 Gli archeologi ipotizzano anche la presenza di una grande piramide non ancora trovata.

 Il nome “Kabáh” è di solito considerato un termine della lingua maya arcaica, tradotto come “signore dalla mano forte e poderosa”. Il nome della città è menzionato nel Chilam Balam de Chumayel. Si pensa che questo nome sia associato con la rappresentazione che c’è sull’entrata, dove una scultura rappresenta un uomo che sostiene con la sua mano un serpente. 

 La zona è stata abitata fin dal 3° secolo a.C. Tuttavia, la maggior parte degli edifici principali di Kabáh sono stati eretti tra il 7° e il 9° d.C. 
In uno degli architravi sopra la porta di un edificio si trova incisa la data 879, probabilmente tra gli anni d’oro della città.
 Un’altra data inscritta, 987, è una delle ultime in stile classico maya.
 In realtà, si sa molto poco sulla storia di Kabáh, ma sembra che fosse fortemente dipendente dalla grande città di Uxmal. 

Il sito è stato abbandonato intorno al 1200, per ragioni ignote, forse dovute al tracollo di Uxmal. 
 Nonostante sia stata portata alla luce solo una parte degli edifici che compongono il complesso di Kabáh, il sito presenta strutture molto interessanti e sculture davvero insolite. 

 Uno degli edifici più importanti è certamente il Tempio delle Maschere, noto anche come Codz Poop (letteralmente stuoia arrotolata).
 La struttura poggia su una piattaforma alta 5 m ed la facciata ovest è completamente ricoperta con 250 riproduzioni del volto del dio della pioggia Chaac, cui si interpongono motivi geometrici.


Si tratta di uno dei più imponenti edifici dell’architettura Maya e l’ossessiva ripetizione di un unico elemento architettonico è decisamente insolito per l’arte maya: l’effetto è davvero unico nel suo genere.

 Nella facciata occidentale del Codz Poop si trova una non comune rappresentazione tridimensionale di una figura maschile, un uomo muscoloso, con le braccia protese in avanti, con un ricco copricapo arabescato, probabilmente un sovrano.


L’enfasi posta sulla devozione a Chaac, sia qui che in altri luoghi Puuc limitrofi, si ritiene dipenda dalla scarsità di acqua nella regione.
 Il sito non presenta cenote nelle vicinanze, né la città era dotata di un qualche sistema idrico, in modo che gli abitanti dipendevano esclusivamente dalla pioggia. 

 El Palacio è l’edificio più massiccio del sito, straordinario esempio di architettura Puuc. 
La struttura sorge su una piattaforma sopraelevata collegata allo spiazzo sottostante da una scalinata centrale, e comprende numerose stanze distribuite su due piani. 
 La facciata del secondo livello presenta numerosi ingressi di differente ampiezza, alcuni dei quali divisi da colonne. 


A fianco del Palacio è presente un edificio con due scalinate, una rivolta a nord e l’altra a ovest, che unisce El Palacio al Tempio delle Maschere.
 In prossimità del centro urbano sorge un arco monumentale che segna l’ingresso al sacbé, la grande strada bianca che collega Kabáh con Uxmal. 
L’arco fu intorno agli anni ’50 del Novecento dall’archeologo messicano Ponciano Salazar.


Completamente disadorno, presenta solo due targhe nel centro. La parte inferiore dello stesso era dipinta di rosso: è ancora possibile vedere resti di pittura nella parte ovest. 

 Una grande piramide a Kabáh è ancora in attesa di essere trovata. Alcuni indizi sono rappresentati dai resti una scalinata sul lato sud di un piccolo altipiano artificiale.
 Al momento, non ci sono piani per ulteriori scavi, ma gli archeologi sono convinti che preziosissimi tesori archeologici sono nascosti sotto gli alberi della giungla e che non ascpettano altro di essere portati in superficie.

 Fonte: .ilnavigatorecurioso.it/

Lo spreco alimentare è il terzo emettitore di Co2 al mondo, dopo Cina e Usa



L'impronta di carbonio del cibo prodotto ma non mangiato, e quindi sprecato ogni anno, viene stimata in 3,3 miliardi di tonnellate di Co2, una cifra complessiva che inserisce questo sconcertante dato di emissioni di prodotti che non vengono neanche utilizzati, al terzo posto nella classifica dei maggiori emettitori di Co2 a livello mondiale dopo Cina e Stati Uniti.

 I dati, resi noti nel rapporto Food wastage footprint. Impacts on natural resources realizzato dal Dipartimento di gestione ambientale e delle risorse naturali della Fao nel 2013, parlano di un circolo vizioso perché, sottolinea il Wwf, secondo studi recenti il cambiamento climatico potrebbe ridurre la produttività agricola, diminuendo le disponibilità alimentari globali e danneggiando le popolazioni più povere e le famiglie che basano il proprio reddito sulle colture, l'allevamento del bestiame e la pesca. 

 In occasione della Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare , la cui seconda edizione si celebra oggi, il Wwf sottolinea che «Lo spreco alimentare non è solo un problema di alimenti ma anche di impatti sulla biodiversità e sul clima.
 Un allarme che il Wwf rilancia nell’anno che vedrà il Vertice mondiale di Parigi come momento clou per gli impegni di riduzione delle emissioni di Co2 al livello globale».E secondo il Wwf la responsabilità è divisa a metà tra consumatori e sistema produttivo.
 Se è vero infatti che «i consumatori spendono in media 316 euro l’anno in cibo che per disattenzione o negligenza viene buttato senza essere consumato», c'è anche «un sistema produttivo che troppo spesso perde cibo e risorse lungo la filiera, fino al 50% delle perdite totali, prima ancora che arrivino in tavola». 

 L’alleanza stretta dal Wwf con aziende della grande distribuzione e food service per campagne dedicate, consentirà di veicolare consigli e buone pratiche contro lo spreco alimentare verso un grandissimo numero di cittadini. 
 Prosegue, infatti, la campagna di sensibilizzazione sulla riduzione dello spreco alimentare domestico con iniziative in punto vendita e sul web promossa da Auchan e Simply, già impegnate nella vendita dei prodotti sfusi e nel recupero di prodotti prossimi alla scadenza; in tutti i punti vendita Ikea vengono distribuite le eco-vaschette anti-spreco realizzate in collaborazione con Wwf. 

 Fonte: www.focus.it
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