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giovedì 15 aprile 2021

Giardini Ravino: il paradiso delle piante succulente di Ischia


 Cactus e piante grasse, ma anche la storia di un amore e di una grande passione. 

Ogni angolo dei circa 6mila metri quadri dei Giardini Ravino rivela una ricchezza sorprendente di specie botaniche.

 Siamo a pochi chilometri da Forio, nella parte occidentale dell’isola di Ischia, dove l’ingegno e la dedizione di un Capitano di lungo corso oggi in pensione hanno dato vita a un posto meraviglioso.

Affacciato sul mare e appoggiato su un lato del monte Epomeo, i Giardini Ravino è di fatti un Parco botanico di acclimatazione che attira visitatori da tutto il mondo per la sua collezione, unica in Europa, di succulente e di cactacee.

L’anima del giardino è il Capitano Giuseppe D’Ambra, meglio conosciuto come Peppino, un tempo imbarcato sulle navi, che ha ereditato da papà Antonio un grande amore per tutte le piante, in particolare per le piante “crassule”, che aveva l’abitudine di sistemare in alcune grandi conchiglie un tempo usate dai marinai per annunciare un pericolo in caso di scarsa visibilità.

 Quelle conchiglie erano appese sulla parete esterna della vecchia casa dei genitori e oggi, grazie a Peppino, ornano uno dei viali del giardino.


Sin da ragazzo, Peppino rimase affascinato dalla tenacia delle piante grasse di crescere così, con poca terra, poca acqua e poche cure. 

Fu allora che nacque la sua passione e pian piano un appezzamento di terra dove c’era un vitigno di proprietà della chiesa fu acquistato dalla famiglia D’Ambra, che lo trasformò per accogliere le piante di papà Antonio e, poi, la collezione di piante grasse di Peppino.



Il “Capitano,” infatti, ogni volta che tornava da un viaggio in continenti lontani portava magnifici esemplari sempre diversi alla sua sposa, realizzando il sogno botanico di tutta una famiglia. 

Ogni anno la raccolta viene arricchita di nuovi esemplari, provenienti da tutto il mondo, mentre quelli già acclimatati diventano sempre più maestosi. 

Il resto lo fanno la prossimità al mare e l’esposizione a Ovest, che permettono un’ambientazione e una crescita ideali per le piante esotiche, di cui ormai si contano oltre 400 specie.

Tra le piante succulente, si trovano Cactus di ogni forma e genere, dal Cereus colonnari all’Echinocactus globosi, ma anche altre piante succulente appartenenti alle più diverse famiglie botaniche, come il Sedum, il Sempervivum, le Calanchoe e le Agavi, le Palme o la Ciphostemma, senza considerare poi gli agrumi, i diversi esemplari di carrubi, corbezzoli, olivi e un piccolo orto biologico i cui prodotti si possono gustare sulla terrazza dei Grusoni.

Questo raro esempio di eco-sostenibilità è stata premiato dalla Commissione Turismo dell’Osservatorio Parlamentare Europeo che nel 2010 ha riconosciuto all’azienda della famiglia D’Ambra il titolo di migliore struttura turistica del Sud Italia. Dal 2013, inoltre, i Giardini Ravino fanno anche parte del APGI, l’Associazione dei Parchi e Giardini d’Italia, che opera in collaborazione con il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e con altre associazioni ed enti, italiani ed esteri.



martedì 13 aprile 2021

Il glicine di Leonardo da Vinci a Milano


 Si chiama “glicine di Leonardo”, ma a Milano pochi ne hanno sentito parlare. Sarà perché si trova in una zona periferica della città, sarà anche perché lo si può ammirare solo in Primavera, quando il glicine è in fiore e regala ai passanti uno spettacolo per gli occhi.

Fatto sta, che nel quartiere Ripamonti, nella zona Sud del Capoluogo lombardo, in quel quartiere oggi chiamato Scalo Romana dove sorgerà nel 2026 il Villaggio Olimpico in occasione dei XXV Giochi olimpici invernali Milano-Cortina, e un tempo piccolo borgo di Morivione, si nasconde una vera chicca.

Il “glicine di Leonardo” è uno dei più antichi d’Italia. Si calcola che abbia più di 700 anni.
Secondo gli esperti di botanica, le sue radici sono ormai così lunghe da arrivare a misurare circa due chilometri.


Si dice che proprio all’ombra delle sue coloratissime e profumatissime fronde venisse lo stesso Leonardo Da Vinci a meditare e a escogitare i suoi tanti progetti rivoluzionari per il naviglio di Milano che dista poche centinaia di metri.

Il Genio italiano era solito ritirarsi in questo angolino tranquillo della città, all’epoca alle porte di Milano, per meditare, spesso in compagnia niente meno che di Ludovico Sforza detto il Moro, reggente del Ducato di Milano. Dicono che durante una delle sue soste sotto il glicine avrebbe meditato il progetto della Conca Fallata del Naviglio Pavese.

Il glicine si trova al civico 2 di via Bernardino Verro, angolo via dei Fontanili, all’interno di un cortiletto aperto da dove tutti lo possono ammirare. 

Fonte: siviaggia.it

lunedì 12 aprile 2021

Incredibile scoperta archeologica in Egitto: ritrovata la perduta ‘città dell’oro’ del faraone Amenofi


 In Egitto è stata annunciata la scoperta di quello che viene descritto come il più grande insediamento urbano mai rinvenuto nel Paese attraverso un ritrovamento presentato quale il secondo più importante dopo quello della tomba di Tutankhamon
Come riporta la pagina Facebook del ministero delle Antichità egiziano, si tratta di una “città d’oro perduta” di quasi 3.000 anni fa e il ritrovamento è stato fatto da una missione guidata dall’archeologo egiziano Zahi Hawass sulla sponda ovest del Nilo nella zona di Luxor, nel sud dell’Egitto.

Zahi Hawass annuncia la scoperta della ‘Citta’ d’oro perduta’ a Luxor, sottolinea il dicastero senza poi però fornire elementi che giustifichino il riferimento aureo.

Il nome dell’insediamento sarebbe “Il Sorgere di Aten” e risale al regno di Amenhotep III pur avendo continuato ad essere abitato ai tempi di Tutankhamon e del suo successore, Ay. 

“Molte missioni straniere hanno cercato questa città e non l’hanno mai trovata“, ha dichiarato Hawass aggiungendo: “abbiamo cominciato il nostro lavoro cercando il tempio funerario di Tutankhamon”. Betsy Brian, docente di egittologia all’Universita’ John Hopkins di Baltimora negli Usa, ha sostenuto che “Il ritrovamento di questa città perduta è la seconda scoperta archeologica più importante dalla tomba di Tutankhamon”, riferisce sempre il post. Si tratta della “più grande città mai trovata in Egitto”, sostiene il ministero parlando anche del “più vasto insediamento amministrativo e industriale sulla sponda ovest di Luxor nell’era dell’impero egiziano”.


Fondata da uno dei grandi sovrani d’Egitto, Amenhotep III, il nono re della XVIII dinastia che regnò dal 1391 al 1353, la città fu attiva durante la correggenza con suo figlio, il famoso Amenhotep IV/Akhenaton. Lo studio della “Citta’ perduta”, secondo Brian, “ci aiuterà a gettare luce su uno dei più grandi misteri della storia: perche’ Akhenaten e Nefertiti decisero di spostarsi ad Amarna“. 

Gli scavi erano iniziati solo nel settembre scorso e la città, rimasta  per tre millenni sotto la sabbia, viene descritta “in buone condizioni di conservazione, con muri quasi completi e stanze piene di strumenti di vita quotidiana“: nella parte sud sono stati rinvenuti i resti di una panetteria completa di forni e ceramiche (dalle loro dimensioni si è desunto che il locale alimentava “un grandissimo numero di operai e dipendenti”). Ma sono state trovate anche parti di attività industriali come la tessitura, la produzione di vetro e quella di amuleti ed elementi decorativi per templi e tombe.

 In particolare sono stati anelli, scarabei, pentole colorate, mattoni con il cartiglio di Amenhotep III a confermare la datazione dell’insediamento. 



Un’area con un muro “a zig zag” e un solo punto di accesso testimonia di un sistema di sicurezza in un distretto amministrativo e residenziale con ambienti più grandi e ben strutturati che è ancora in parte sotto terra.

Fonte: meteoweb.eu

venerdì 9 aprile 2021

L'antico traffico di pappagalli esotici nel Deserto dell'Atacama


 Il luogo più arido del mondo era un tempo uno snodo commerciale per la tratta di animali di specie esotiche: tra il 1100 e il 1450 dopo Cristo, prima dello sviluppo della civiltà Inca, il deserto dell'Atacama era attraversato da carovane che, a dorso di lama, trasportavano pappagalli dal piumaggio variopinto dall'Amazzonia alle Ande.

 
Dall'analisi dei resti di pennuti ritrovati nel sito archeologico di Pica (in Cile) e in altri luoghi dell'Atacama è emerso che i poveri uccelli sopportavano viaggi anche di 500 km, e che i carovanieri sapevano come mantenerli in vita nel tragitto: erano considerati infatti una merce preziosa.
Le piume colorate di are, amazzoni e altri pappagalli tropicali erano un simbolo di benessere, ricchezza e sacralità per le civiltà precolombiane. Penne e uccelli venivano regolarmente importati sugli altopiani delle Ande e sulla costa pacifica del Sud America, ma non si era ancora ben capito attraverso quali rotte commerciali.
 La nuova scoperta prova che la cattura, il trasporto, il mantenimento e la vendita di pappagalli esotici continuarono nel periodo compreso tra il declino dei Tiwanaku (una potente civiltà fiorita attorno al Lago Titicaca, tra Bolivia e Perù) e l'inizio della civiltà Inca.


Eliana Flores Bedregal, ornitologa del Museo Nazionale di Storia Naturale di La Paz, Bolivia, ha analizzato i resti di pappagalli trovati nell'Atacama e conservati in diversi musei, identificando in essi diverse specie tropicali, come l'amazzone farinosa (Amazona farinosa) e l'ara scarlatta (Ara macao).
Oltre alle piume sono stati analizzati i resti completi di 27 uccelli di sei diverse specie almeno in parte mummificati, trovati avvolti in pezzi di tessuto o custoditi in apposite borse. 
L'analisi degli isotopi di carbonio e di azoto nei reperti ha rivelato che i pennuti venivano nutriti con mais coltivato nelle aree meno aride del deserto, usando il guano di uccelli marini come concime.
 Queste attenzioni erano tutt'altro che disinteressate: sul corpo degli animali sono stati trovati i segni di frequenti spiumature, la prova che i pappagalli venivano sfruttati come fonti di guadagno.
Fonte: focus.it

venerdì 2 aprile 2021

La nave sul grattacielo di Singapore


 Alcuni alberghi da soli valgono il prezzo del viaggio; tra questi rientra certamente il Marina Bay Sands di Singapore con lo SkyPark, una piattaforma dalle sembianze di una nave sul grattacielo.

Sulla nave che unisce le tre torri si trova la più alta “infinity pool” del mondo, ma anche l’Observation Deck una terrazza panoramica che consente di godere della straordinaria vista sui grattacieli di downtown e sulla baia di Singapore.

Il Marina Bay Sands non è solo un hotel di lusso ma anche il terzo casinò al mondo per estensione.
 È stato sviluppato dalla Las Vegas Sands e disegnato da Moshe Safdie, ed è appunto il terzo casinò al mondo per estensione dopo il Gran Lisboa di Macau e il Casino de Montreal, qui infatti sono offerti ai turisti oltre 500 tavoli da gioco e 1.600 slot machine.

Il resort è stato inaugurato nel 2010 ed è stato completato da un albergo, un centro convegni, un centro commerciale, due teatri, due padiglioni di cristallo galleggianti e una pista di pattinaggio.

L’offerta culinaria è data dai sette ristoranti del complesso che accontentano davvero tutti i gusti: c’è il cinese ovviamente, ma anche l’indiano, il thai, e l’immancabile pizza.

 Per cenare con vista su tutto il panorama bisogna accomodarsi al Rooftop Restaurant LAVO, che serve proprio cucina italiana.

L’alternativa è CE LA VI Restaurant & Sky Bar di stampo internazionale. Come è facile immaginare non si tratta di ristoranti economici ed è richiesto un dress code adeguato, ma tra i piaceri che offrono ai visitatori vi è certamente il fatto che consentono di attardarsi fino a tarda notte, per un cocktail dopocena sullo straordinario panorama notturno di Singapore.

Alla base dell’hotel si trova anche un museo delle arti e delle scienze a forma di fiore proiettato sul mare, ricco di opere d’arte moderna occidentale e di magnifiche opere di tradizione asiatica.

Una mostra davvero spettacolare è stata quella di Van Gogh, i quadri non ci sono stati fisicamente, ma si è scelto di proiettarli al buio su grandi pareti con imponenti dimensioni (10×30 metri); con le immagini che scorrendo si inseguono nelle sporgenze, negli angoli, nei corridoi, sui soffitti, sui pavimenti, andando alla ricerca dei particolari più segreti e ingigantendoli. 

Ai quadri si alternano fotografie d’epoca, e il tutto è stato esaltato dalla perfezione con la musica di sottofondo.


Le tre torri alte 200 metri ospitano più di 2000 stanze o appartamenti e sorgono nel quartiere di Marina Bay, sull’altro lato della foce del Singapore River, oggi chiusa con una diga a formare un bacino d’acqua dolce.

Un tempo Marina Bay era una semplice riva fluviale, ma dopo aver subito una spettacolare trasformazione, si presenta in qualità di esempio visivo di come una città non particolarmente estesa come Singapore possa riuscire a trasformarsi in una metropoli all’avanguardia, nonché in una delle migliori destinazioni turistiche di lusso.


L’elemento più distintivo e affascinante del Marina Bay Sands di Singapore è però lo SkyPark, il complesso dei tre grattacieli è infatti sormontato da una piattaforma sospesa a forma di nave che congiunge i tre grattacieli.
Ha una lunghezza di 380 metri e la capacità di accogliere fino a 3.900 persone ad un’altezza dal suolo di 200 metri.

Sulla nave si trovano giardini pensili, in particolare un bosco di palme, piscine idromassaggio, centri benessere, bar e ristoranti, tuttavia, il pezzo forte è certamente la piscina “a sfioro” più alta del mondo con una lunghezza di 150 metri.


La piscina permette letteralmente di nuotare nel cielo e avvicinandosi al bordo si ha l’illusione tipica delle “infinity pool”, cioè l’illusione dell’orlo di una cascata che scivola giù come su un burrone di grattacieli.


Si tratta quindi di una lunghissima piscina con l’orizzonte a pelo d’acqua, ma qui sullo SkyPark si trova anche l’Observation Deck cioè la terrazza panoramica con vista sui grattacieli di downtown e sulla baia di Singapore.

Fonte: meteoweb.eu


lunedì 29 marzo 2021

Papakolea, la meravigliosa spiaggia verde delle Hawaii


 Papakolea è una delle rare spiagge di sabbia verde del pianeta ed è situata nella parte meridionale di Big Island, isola principale dell’arcipelago delle Hawaii. 

Questo spettacolo naturale deve la sua colorazione alla presenza di Olivina, un minerale magmatico contenente ferro e magnesio che in forma cristallina crea il peridoto, una gemma semi-preziosa utilizzata anche per creare gioielli.


Il minerale che colora di verde di Papakolea proviene dal Pu'u Mahana, il vicino vulcano ormai inattivo da ben 49 mila anni.

 Le onde oceaniche che si frangono sulle pendici del vulcano permettono all’olivina di staccarsi dalla cenere e depositarsi sulla spiaggia. 

Un fenomeno di estrema bellezza che si verifica solo in altri tre luoghi della terra: sull’isola di Guam, su Floreana Island alle isole Galápagos e sul lago Hornindalsvatnet, in Norvegia.


La spiaggia verde di Papakolea è piuttosto isolata, immersa in un silenzio dallo scenario quasi fiabesco. Lambita dalle splendide acque cristalline dell'Oceano, è il luogo ideale per il surf e lo snorkeling, un’oasi di pace dove ammirare la ricca e meravigliosa fauna marina da una posizione privilegiata.

 A protezione della sua unicità, l'accesso alla baia è limitato da un permesso gestito dal Department of Hawaii. L’ingresso ha un costo di circa 25 Euro ed è sempre sottoposto a una scrupolosa sorveglianza per evitare che un qualsiasi “souvenir” venga sottratto dalla spiaggia.


Fonte: mybestplace.com

domenica 28 marzo 2021

Crolla l’ultimo ponte Inca in Perù per mancanza di manutenzione a causa della pandemia


 Era l’unico ponte inca ancora conservato in Perù
Un capolavoro in fibre naturali di 30 metri intrecciato a mano secondo una tradizione tramandata di generazione in generazione dalle comunità contadine che tutti gli anni, da almeno sei secoli, si ritrovano nel mese di giugno per ricostruirlo e mantenerlo in vita.

Tutti gli anni meno uno: il 2020, annus horribilis della pandemia. Uno stop che ha determinato il deterioramento delle sue corde causandone il crollo.

Profondamente dispiaciuti per quanto accaduto, sono stati proprio le persone delle comunità della zona di Quehue, presso Cusco, i primi a segnalare la caduta dell’ultimo ponte inca. 

Sono costoro infatti coloro i quali hanno svolto, senza mai interrompere la tradizione, a giugno di ogni anno il tradizionale compito di tessere e sostituire le vecchie fibre con quelle nuove, permettendo in questo modo che il ponte rimanesse in piedi dai tempi degli Incas. 

Tuttavia lo scorso anno, per via del divieto di mobilità e per il distanziamento, il compito non è stato svolto, con il risultato a cui ora assistiamo. 


Dopo una riunione di emergenza fra tutte le autorità e le quattro comunità che ogni anno si incaricano della cerimonia di manutenzione del ponte, il sindaco del distretto di Quehue, Mario Tacuma Taype, ha annunciato che i lavori per il recupero del Q´eswachaka inizieranno a metà aprile.

Il ponte naturale, costruito a mano interamente con fibre vegetali, sta in piedi da circa 600 anni ed è una testimonianza vivente di una delle più grandi conquiste della civiltà Inca: il “Qhapaq Ñan” o Cammino Inca. 

Dichiarato dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità nel 2013, questo ponte ci lega con la nostra eredità ancestrale e speriamo possa presto rinascere.

Fonte: www.greenme.it



mercoledì 24 marzo 2021

Sigiriya: la rupe che divenne il palazzo dalle zampe di leone


 Nello Sri Lanka centrale si trova uno dei siti archeologici più suggestivi del mondo: si tratta di Sigiriya, una maestosa rupe che si innalza tra le pianure circostanti immerse in una fitta giungla.

Sigiriya contiene le rovine di un antico palazzo costruito durante il regno di re Kasyapa nel V secolo d.C., e per lo straordinario scenario che offre e l’antica testimonianza che preserva è stato insignito del titolo di Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco sin dal 1982.

I visitatori che si recano nello Sri Lanka non mancano quasi mai di visitare le rovine di Sigiriya, poiché quello che è uno degli otto Patrimoni dell’Umanità Unesco dello Sri Lanka, ed è a buon diritto una delle attrazioni preferite dai turisti.

Nella giungla che circonda il sito archeologico ogni tanto spuntano Stupa e statue di Buddha, ma il luogo in cui si respira l’atmosfera più magica è certamente la rupe che divenne un palazzo dalle zampe di leone di Sigiriya, visibile anche a chilometri di distanza.

La collina ha un’altezza di 370 metri e una sommità a forma di ellissi che si presenta piatta e declina a picco sui lati. La roccia sui cui sorge Sigiriya è composta da una dura placca magmatica probabilmente eredità di un vulcano eroso.


Da molti è considerata l’ottava meraviglia del mondo, e in effetti l’emozione che suscita lo stagliarsi sulla linea dell’orizzonte è uno spettacolo unico.
Il complesso monumentale, poi, custodisce le rovine di un antico palazzo, edificato sotto il regno di re Kasyapa, che governò tra il 477 e il 495 d.C., ed è circondato da un’estesa rete di fortificazioni, giardini, stagni, fontane, canali e viali.

Il palazzo maggiore, fungeva sia da palazzo che da fortezza, esso si colloca sulla cima della roccia comprende cisterne intagliate nella roccia che contengono ancora l’acqua, mentre le mura e i fossati e le mura che circondano i palazzi conservano intatte le loro caratteristiche originarie.


L’accesso al sito consta di un percorso proprio attraverso il complesso di giardini e fossati di cui si componevano i giardini reali. I giardini acquatici si estendono sulla base occidentale della rocca e racchiudono un’area in cui sono disposti simmetricamente laghetti e isolotti.

Mentre i giardini rocciosi, più vicini alla rocca, sono formati appunto dai massi che in passato costituivano le basi degli edifici. Le depressioni sui lati delle rocce, simili a gradini, sorreggevano i muri di mattoni e le colonne di legno, tra questi, particolarmente imponenti erano le rocce su cui poggiavano la cisterna e la sala delle udienze.


Ai piedi del rilievo qui si trovano due gigantesche sentinelle: due zampe di leone scolpite nella roccia che proteggono la scalinata che dà accesso al palazzo e probabilmente sono ciò che rimane di quella che un tempo doveva essere la “Porta dei Leoni”, una enorme testa di leone con le fauci spalancate che fungevano proprio da entrata per il palazzo reale, proprio per questo motivo il sito è noto anche come Lion Rock.


L’escursione è piuttosto impegnativa poiché dopo aver attraversato o giardini acquatici con le piscine e le vasche in marmo si affronta la faticosa salita di circa 1200 gradini che conducono alla cima.


A metà della scalata si raggiungono una serie di pitture murali ben conservate che raffigurano fanciulle; pare infatti che il re Kasyapa fosse un estimatore della bellezza femminile e non è escluso che quelle rappresentate fossero le sue numerose concubine, o secondo altre teorie rappresenterebbero le apsara (ninfe celestiali).

Sebbene non sia stata stabilita con certezza la data di esecuzione degli affreschi si può affermare che in base allo stile si possano trovare delle similitudini con le pitture rupestri di Ajanta, in India, ma queste si distinguono per la straordinaria fusione tra classicismo e realismo.



Le scale hanno termine nel punto più alto del rilievo roccioso che ha una superficie di 1,6 ettari e in passato era interamente occupata da edifici, di cui ora sono rimaste solamente le fondamenta.
La struttura di questo palazzo e i magnifici panorami di cui gode indicano che Sigiriya svolgesse più le funzioni di luogo di residenza che di fortezza. 

La vasca di 27 x 21 metri scavata nella roccia ha, infatti, l’aspetto di una moderna piscina, sebbene probabilmente venisse allora usata semplicemente come cisterna.


Secondo la leggenda Kasyapa uccise il padre murandolo vivo e usurpandone in tal modo il trono che per diritto di successione sarebbe toccato al fratello Mugallan. Questi fuggì in India per evitare la furia omicida del fratello e meditare il modo di ottenere vendetta.

Durante il periodo in India mise infatti insieme un esercito con l’intento di riappropriarsi del trono dello Sri Lanka; ma Kasyapa, venuto a conoscenza delle intenzioni del fratello, fece costruire il suo palazzo proprio sulla sommità della roccia di Sigiriya così che nessuno potesse raggiungerlo.

Il bellicoso fratello riuscì comunque a dare battaglia e, abbandonato dal suo esercito, Kasyapa scelse di togliersi la vita lanciandosi sulla propria spada. Dopo questa vicenda Mugallan trasformò Sigiriya in un monastero.

Le rovine di Sigiriya furono scoperte solamente nel 1907 dall’esploratore britannico John Still, e tra le ipotesi avanzate dagli studiosi la roccia potrebbe essere stata abitata fin dalla preistoria e usata come riparo per un monastero a partire dal III secolo a.C.

Certamente dopo la morte del re Kasyapa, il palazzo mantenne l’uso monastico sino al XIV-XV secolo d.C., quando fu infine abbandonato.
Tuttavia, i nuovi studi condotti dall’archeologo Raja Da Silva e basati sull’analisi dei reperti, la comparazione dei dati provenienti da diversi testi storici nonché sulle indagini di laboratorio, avvalorano la teoria secondo la quale in realtà Sigiriya non sarebbe stata la capitale di alcun sovrano, ma solamente un centro di monaci buddhisti della dottrina Mahayana, diffusa appunto nello Sri Lanka, e che le famose “cortigiane” rappresentassero soltanto divinità femminili appartenenti al pantheon buddista.

Fonte: meteoweb.eu

lunedì 22 marzo 2021

Trovato il primo fossile di dinosauro col nido, intento a covare


 Recentemente, nei pressi di Ganzhou, una città dello Jiangxi, nella Cina meridionale, è stato ritrovato un fossile di dinosauro molto particolare, forse unico nel suo genere. 

Si tratta di un fossile di un oviraptor, colto nell’atto di covare sul suo nido, pervenutoci perfettamente conservato, con una covata di ben ventiquattro uova.

L’oviraptor era un animale alto circa 1m e lungo 2m, con forti zampe posteriori e un corpo snello e agile, in realtà molto simile ad un uccello.

 Il fossile ritrovato ha permesso di constatare che gli embrioni ritrovati avevano raggiunto livelli di sviluppo diversi tra loro.

 Tale fenomeno è tipico degli uccelli, e non si credeva fosse proprio anche di questo dinosauro.


La straordinarietà di questo ritrovamento, come afferma il Dr. Matthew Lamanna, consiste nel fatto che siano stati ritrovati gli embrioni, almeno all’interno di sette uova. Infatti, questo non è il primo nido fossilizzato ritrovato, ma è il primo che presenta la presenza di embrioni.

Gli studiosi sono riusciti a trarre molte informazioni dalla scoperta del fossile.

 Anzitutto, pare che nello stomaco del genitore, di cui ancora non si conosce il sesso, siano stati rinvenuti dei gastroliti, ossia dei calcoli allo stomaco, il che dimostrerebbe che l’oviraptor sia stato uno di quei dinosauri che consumava queste pietre per aiutare il processo digestivo, a causa di una limitata capacità di macinazione dei cibi con i denti (il becco dell’oviraptor, in realtà, era del tutto privo di denti).

Inoltre si è scoperto che le uova di questo dinosauro necessitavano di essere covate non solo a scopo difensivo, ma anche per permettere lo sviluppo e la crescita degli embrioni che avveniva solo ad un’alta temperatura, garantita solo dal calore del corpo del genitore.

Fonte : ilbosone.com

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