lunedì 29 aprile 2019
Boudicca: la Regina celtica che scatenò una tremenda vendetta contro l’Impero romano
“Era una donna molto alta e dall’aspetto terrificante.
Aveva gli occhi feroci e la voce aspra.
Le chiome fulve le ricadevano in gran massa sui fianchi.
Quanto all’abbigliamento, indossava invariabilmente una collana d’oro e una tunica variopinta.
Il tutto era ricoperto da uno spesso mantello fermato da una spilla. Mentre parlava, teneva stretta una lancia che contribuiva a suscitare terrore in chiunque la guardasse“.
Con queste parole Cassio Dione Cocceiano descrive Boudicca (“Bunduica” nella sua forma originale) e consegna ai posteri la figura di una donna spaventosa, al contempo potente e dotata di un fascino mascolino.
La storia di Boudicca inizia nel 33 dopo Cristo, quando ancora l’Inghilterra era un conglomerato di tribù celtiche indipendenti, e finisce nel 61, anno della sua morte.
Durante la sua breve vita vide la fine del mondo che aveva conosciuto e l’inizio del dominio dell’Impero Romano in Inghilterra, che durerà da circa il 43 al 410 dopo Cristo.
La Regina Boudicca nacque in una famiglia nobile nel territorio controllato dalla tribù degli Iceni, situato nell’odierna Norfolk, poco a nord di Londra, e apprese cultura e tradizioni celtiche da una seconda famiglia adottiva presso la quale visse sino all’età di 17 anni.
Poco dopo l’adolescenza sposò il Re della tribù Prasutago, con cui ebbe due figlie.
Quest’ultimo fu forse messo sul trono degli Iceni dai Romani stessi, in qualità di Re-Cliente di Roma, dopo una prima ribellione della tribù del 47.
Secondo la tradizione dei territori occupati Romani, Prasutago avrebbe dovuto nominare erede dei suoi possedimenti l’Imperatore Romano stesso, in quell’anno Nerone, completando la pacifica transizione della tribù sotto il dominio di Roma.
Prasutago però non volle lasciare il dominio a Nerone, e decise di nominare erede sia Nerone sia Boudicca e le due figlie.
I Romani naturalmente non accettarono la condizione di doppia eredità e si impossessarono del territorio degli Iceni, costringendo alla pubblica umiliazione Boudicca, che venne denudata e frustata sulla pubblica piazza, e violentando le due figlie della coppia.
I romani fecero il fatale errore di non uccidere Boudicca, che scatenò tutta la sua rabbia contro i legionari impegnati nella Britannia.
La Regina chiamò a raccolta il suo popolo, istigando la rivolta. Mentre i Romani erano impegnati a combattere i Druidi nella parte ovest dell’Inghilterra e nel Galles del Nord (famoso il Massacro di Menai), Boudicca riuscì a chiamare a raccolta gli Iceni, i Trinovanti, i Cornovii, i Durotrigi e altre tribù, tutte animate dall’odio verso i conquistatori.
Boudicca fu scelta come guida per respingere il nemico nell’Europa continentale e liberare l’Inghilterra dal giogo romano, che imponeva pesanti tasse, la soppressione delle pratiche religiose celtiche e il controllo di molti aspetti della vita delle antiche tribù dell’isola.
Tacito, senatore e storico contemporaneo degli avvenimenti (56-117 d.C.), descrive Boudicca come aggressiva nell’esortare i soldati all’attacco dal suo carro, Regina destituita e ribelle al dominio di Roma.
Boudicca si presentava non come una nobile in cerca delle sue ricchezze perdute, ma come una donna che cercava vendetta per l’umiliazione subita da lei e dalle figlie dall’invasore romano, sospinta dal volere degli Dei.
Dai documenti storici si evince che Boudicca riuscì a mettere insieme un esercito impressionante per l’epoca: 100.000 Britanni delle più disparate tribù inglesi pronti a versare il sangue per cacciare l’invasore romano
Il primo obiettivo dell’esercito fu Camulodunum (Colchester), allora Capitale della Britannia, dove si trovava un tempio dell’imperatore Claudio e che costituiva il ritiro di numerosi soldati.
Boudicca attaccò la città e la rase al suolo, non facendo prigionieri e distruggendo ogni simbolo e opera d’arte romana.
Gaio Svetonio Paolino, console che sino a pochissimo tempo prima era impegnato contro i Druidi, raggiunse quindi Londinium (Londra), che costituiva l’obiettivo seguente dei Britanni.
Qui i Romani fecero un prudente passo indietro, abbandonando l’insediamento che venne messo a ferro e fuoco dai ribelli, che uccisero i (pochi) che non avevano abbandonato la città.
Il terzo obiettivo della rivolta guidata dall’implacabile Regina fu Verulamium (oggi St Albans) che all’epoca era un insediamento di notevoli dimensioni.
Anche questa città cadde sotto i colpi dei Britanni, ed il numero totale delle vittime dei tre attacchi fu stimato fra le 70 e le 80 mila persone.
Nerone pensò seriamente di ritirare l’esercito dalla Britannia, con le tre città più grandi rase al suolo e una furia devastante che sembrava guidata dal volere degli Dei.
Nerone aveva sottostimato il pregevole lavoro di Gaio Svetonio Paolino
Nonostante il console fosse stato costretto alla ritirata in più di una occasione, la tattica della terra bruciata aveva indebolito enormemente il contingente britannico.
Boudicca e il suo popolo combatterono in un’altra battaglia, ma questa volta, nonostante il soverchiante numero di Britanni, la vittoria arrise a Roma.
Dello scontro non conosciamo la posizione precisa, ma avvenne nelle West Midlands su una via conosciuta oggi come Watling Street.
I britanni si trovarono costretti ad attaccare l’esercito romano in un terreno in salita, condizione estremamente sfavorevole che avvantaggiò l’esercito di Gaio Svetonio Paolino.
I soldati ribelli, in condizioni fisiche precarie e affamati dalla terra bruciata, vennero spazzati via dalla disciplina e dalla tattica di guerra romana.
I soldati britanni, a decine di migliaia, quando fu chiaro che lo scontro era perso tentarono di ritirarsi, ma inutilmente.
Certi della vittoria, avevano chiamato le famiglie e le tribù per intero a fare da spettatori alla battaglia, e i carri e le persone erano ammassate dalla parte delle tribù celtiche.
In quei giorni i Romani sottomisero definitivamente tutti i restanti abitanti della Britannia meridionale, iniziando un incontrastato dominio della zona che durò per oltre 3 secoli, spostando la capitale da Camulodunum a Londinium, a tutt’oggi principale città della Gran Bretagna.
Gaio Svetonio Paolino, in seguito protagonista di una repressione sanguinaria contro i popoli conquistati, fu sollevato dall’incarico da Nerone, che al suo posto mandò Publio Petronio Turpiliano che completò, in modo decisamente più pacifico, l’annessione all’Impero Romano della Britannia.
Tacito racconta che la regina si uccise per non finire preda dei vendicativi romani, avvelenandosi insieme alle figlie.
Cassio Dione scrive invece fuggì e si ammalò, morendo per cause naturali, sepolta in un sontuoso sepolcro.
In ogni caso, Boudicca e le figlie non subirono certamente le ritorsioni dei romani, che le avrebbero probabilmente prima esposte come trofei di guerra (similmente alla regina Cleopatra) e poi torturate sino alla morte.
I corpi delle donne furono sepolti o a Stonehenge, arcaico sito celtico, oppure nel Norfolk, terra degli Iceni, o ancora a Nord di Londra.
Probabilmente non si saprà mai, con assoluta certezza, il destino della Regina Celtica che sfidò Roma.
La storia di Boudicca rimase persa fra le pieghe della storia sino a che, nel XIV, il lavoro di Tacito non venne riscoperto e studiato approfonditamente.
Fu però in epoca Vittoriana che la Regina Celtica divenne uno dei simboli dell’orgoglio britannico di fronte alla conquista dei Romani.
Boudicca infatti significa “Vittoria”, omonima quindi della Regina Britannica sposa di Alberto di Sassonia.
Il poeta Lord Tennyson compose un poema “Boadicea”, che ebbe un risalto enorme per l’epoca, e numerose navi inglesi iniziarono a essere varate con il nome della regina ribelle.
Boudicca è diventata un importante simbolo culturale nel Regno Unito.
Alberto di Sassonia commissionò un’imponente statua di Bronzo della Regina con le sue figlie, che oggi fa bella mostra accanto al ponte di Westminster e al Parlamento inglese, posizionata al centro della città che Boudicca stessa rase al suolo alla ricerca della libertà.
Fonte: vanillamagazine.it
mercoledì 24 aprile 2019
Spedizione italo-egiziana scopre ad Assuan una necropoli con 35 mummie
Se la 'Valle dei Re' di Luxor ha fatto sognare generazioni di aspiranti Indiana Jones, la 'valle dei carovanieri' di Assuan non sarà da meno.
A dare un assaggio delle centinaia di tombe che attendono ancora di essere scoperte in questo fazzoletto d'Egitto, all'ombra del mausoleo dell'Aga Khan, è la tomba di famiglia di un capo carovaniere chiamato Tjt, che dopo secoli di oblio è riemersa con un tesoretto in parte sfuggito ai predoni dell'antichità: 35 mummie, sarcofagi, anfore, vasi e materiali per maschere funerarie.
A riportarlo alla luce è stata la missione italo-egiziana Eimawa 2019, coordinata dall'Università degli Studi di Milano e dal Ministero delle Antichità egiziano.
"E' stata una sorpresa straordinaria, che abbiamo fatto scavando in un posto bellissimo sulla riva occidentale di Assuan", racconta all'ANSA Patrizia Piacentini, docente di Culture del Vicino Oriente Antico, del Medio Oriente e dell'Africa dell'Università di Milano, che ha diretto lo scavo insieme ad Abdelmanaem Said del Ministero delle Antichità egiziano.
"Ci avevano interpellati perché da un primo sondaggio del terreno sembrava ci fossero delle tombe, in quest'area un tempo crocevia dei percorsi carovanieri.
Così - spiega Piacentini - abbiamo fatto una ricognizione di superficie e con l'aiuto di ingegneri e topografi siamo riusciti a mappare un'immensa necropoli di oltre 300 tombe, tutte sconosciute, che ci impegneranno per molti anni di studio.
Ma questo non mi bastava: volevo tornare a Milano con un risultato ancora più concreto".
Così, facendosi guidare dal suo fiuto di archeologa, Piacentini si è concentrata su una zona che appariva intonsa, vicino al perimetro di altre tombe: "ho visto che c'era un lieve avvallamento del terreno e ho subito pensato che ci fosse una tomba".
E' bastato un giorno di scavi per far riemergere il suo bordo settentrionale e la scalinata che porta all'ingresso scavato nella roccia. "Abbiamo trovato vasi e anfore con offerte ai defunti e una stanza funeraria laterale con quattro mummie.
E' stato un momento davvero emozionante - osserva l'archeologa - perché quando abbiamo visto una mummia di un metro e mezzo con sopra un'altra più piccola, abbiamo subito intuito che erano una madre con il suo bambino, ancora coperti da una sorta di maschera funeraria fatta con papiro".
Continuando lo scavo, i ricercatori sono poi entrati nella stanza funeraria principale dove ad attenderli c'erano 30 mummie ben conservate, alcune di bambini che erano state depositate in una lunga nicchia laterale.
Appoggiata a una parete anche una barella in legno di palma e strisce di lino, usata per depositare le mummie nella tomba.
A corredo, vasi con bitume per la mummificazione, 'cartonnages' bianchi pronti per essere dipinti, altri già dipinti e una statuetta in legno dell'uccello Ba che rappresenta lo spirito del defunto.
"Era probabilmente la tomba di una famiglia medio-alta, in uso dal periodo tardo-faraonico (VI secolo a.C.) al periodo romano (IV secolo d.C.)", sottolinea Piacentini.
"A novembre ci torneremo per esaminare le mummie, che verranno riposizionate e conservate nella tomba, poi inizieremo a scavarne altre: ce ne sono più di 300 e alcune potrebbero essere ancora più grandi e ricche".
Fonte: huffingtonpost.it
giovedì 18 aprile 2019
Le colate piroclastiche sono più veloci di quanto dovrebbero
I flussi piroclastici sono le valanghe di cenere, gas e rocce che possono precipitare a valle da alcuni vulcani durante un'eruzione, così velocemente che sembrano violare le leggi della fisica.
I materiali di cui sono composti dovrebbero fare attrito, invece non rallentano neppure in presenza di ostacoli come alberi e rocce.
I vulcanologi hanno scoperto il meccanismo che rende possibile questo comportamento: un cuscinetto d'aria tra la colata piroclastica e il terreno.
Non le ceneri, né la lava: sono i flussi piroclastici il fenomeno vulcanico più letale.
Sono responsabili di più del 50% delle vittime delle eruzioni: una delle prime memorie storiche che abbiamo di questi eventi risale all'eruzione che ha decimato la popolazione di Pompei e di Ercolano.
Ad uccidere sono il calore e la velocità distruttiva, che a volte supera i 700 km/h.
Il problema fisico della velocità delle colate piroclastiche non è semplicemente un puzzle scientifico, ma uno studio che può salvare molte vite.
I ricercatori dell'Università di Massey, in Nuova Zelanda, hanno creato un modello fisico per simulare il flusso piroclastico:si è scoperto che la colata piroclastica supera l'attrito grazie a un cuscinetto d'aria che si forma fra la colata e il terreno, e che permette al flusso caldo di avanzare veloce anche su superfici frastagliate o quasi pianeggianti.
«Una volta avviato, e ci impiega solo qualche millisecondo,» spiega al Guardian Gert Lube, primo firmatario dello studio pubblicato su Nature, «il cuscinetto d'aria lubrifica la colata piroclastica allo stesso modo in cui il gas che esce dai piccoli fori dei tavoli di air-hockey lubrifica il dischetto.»
Dopo aver raccolto i dati, i vulcanologi li hanno inseriti in modelli computerizzati di flussi piroclastici: i risultati promettono di modificare profondamente le mappe delle aree a rischio - e con una migliore conoscenza dei segnali precursori potrebbero salvare molte vite, almeno per alcune tipologie di vulcani e di eruzioni.
Fonte: focus.it
I magnifici colori della tomba di Saqqara risalente a 4.400 anni fa
E’ stata recentemente scoperta nella necropoli di Saqqara, a 35 chilometri dal Cairo, la tomba di un funzionario dell’Antico Egitto vissuto morto 4.400 anni fa, circa 150 anni dopo l’edificazione della Grande Piramide di Cheope.
Khuwy, questo era il suo nome, venne ritratto sulle pareti nord e sud di fronte a una tavola colma di offerte per gli dei, mentre poco più sotto il suo sarcofago venne raffigurato durante il suo ultimo viaggio sulla barca funebre.
L’area fa parte del complesso funerario del faraone Djedkara Isesi, vissuto sino a circa il 2380 a.C., un regnante di rilevante importanza della V dinastia egizia.
Nella tomba di Khuwy si trova riportato il nome di “Setibhor”, regina d’Egitto, che finalmente svela il nome della sposa del Faraone Djedkara finora rimasta sconosciuta.
La tomba presenta una serie di dipinti murali di pregevole qualità, importantissimi perché mantenutisi incredibilmente intatti nel corso di oltre 4 millenni di tempo.
Nelle scene rappresentate si nota la macellazione rituale di un bovino, il motivo della facciata a palazzo e servitori che portano numerosissimi tipi di diverse offerte per il mondo dell’aldilà.
Per la prima volta nel sepolcro di un funzionario, quindi non membro della monarchia, si trova lo stesso schema utilizzato nelle piramidi reali: un corridoio discendente conduce prima a un vestibolo, poi a un’anticamera e infine alla stanza del Sarcofago. Purtroppo, quest’ultima è stata completamente distrutta dai tombaroli in chissà qualche epoca, e del corredo non rimane più nulla.
Vicino alla tomba è stata trovata anche una colonna in granito rosso di Assuan, riportante l’iscrizione:
Colei che vede Horus e Seth, la grande moglie del re, sua amata Setibhor
La sposa di Djedkara fu quindi la regina cui fu dedicato il complesso piramidale, il più grande dedicato a una donna dell’Antico Regno, che sinora era rimasto senza nome.
Fonte: vanillamagazine.it
martedì 16 aprile 2019
L'uomo di Luzon: l'ennesima nuova specie di uomo
Gli uomini moderni sono il risultato di un lungo processo di evoluzione, di estinzioni e di migrazioni.
Per questa ragione le specie estinte appartenenti al nostro genere, Homo, sono molte, e nuove scoperte ne aumentano il catalogo. L’ultima specie trovata e descritta è del sud-est asiatico, sull’isola di Luzon (Filippine), ed è stata per questo chiamata uomo di Luzon (Homo luzonensis).
L’articolo, pubblicato su Nature, spiega come un gruppo di studiosi dell'Università delle Filippine siano riusciti, con un lavoro durato anni, a estrarre dalla grotta di Callao, sull'isola di Luzon - nel nord dell'arcipelago delle Filippine - alcuni resti fossili (denti, femori e ossa del piede) che raccontano una storia complessa e ancora tutta da chiarire.
Lo studio delle ossa ha permesso di dedurre le misure corporeee dell’uomo di Luzon, che doveva essere alto un po’ meno di un metro, più o meno come un’altra specie di uomo, l'H. floresiensis, che abitava un’isola più a sud, Flores, in Indonesia.
Poco altro si può ricavare dai fossili, se non che i denti avevano una struttura molto particolare (vedi sotto); si aspetta quindi di ritrovare altre ossa per chiarire meglio l’aspetto della nuova specie.
Quello che si sa, per esempio, è che probabilmente questi uomini erano in grado di cacciare: in un'altra grotta sono state infatti ritrovate le ossa di un rinoceronte macellato.
Molto più interessante è invece l’età dei fossili, datate da 50.000 a 67.000 anni fa.
È stato, quello, un periodo particolarmente affollato di uomini, e si pensa che la specie fosse contemporanea di molti altri ominidi appartenenti al genere Homo.
Per esempio Homo sapiens, l’uomo di Neanderthal, l’uomo di Denisova e, appunto, Homo floresiensis.
Da dove deriva questa specie?
Le sue origini risalgono probabilmente molto indietro nel tempo: accanto al rinoceronte macellato sono infatti stati trovati strumenti di pietra che risalgono addirittura a 700.000 anni fa, un periodo dieci volte quello dei fossili.
Quindi significa che una specie di uomo era presente nella zona molto tempo prima - forse un uomo da cui è poi derivato l'uomo di Luzon.
Fino a qualche tempo fa si pensava che il precedente inquilino di quella regione fosse l'Homo erectus, che uscì dall’Africa in un momento compreso tra 1,5 e 2 milioni di anni fa.
La ricostruzione convenzionale dice quindi che sia l'Homo floresiensis, sia l'Homo luzonensis siano derivati dall'Homo erectus, che, nel suo vagabondare fuori dall’Africa e verso l’Asia, avrebbe “lasciato” alcune popolazioni isolate, che a loro volta hanno dato origine a specie diverse, che sulle isole divennero molto più piccole.
Non tutti sono però convinti che la storia sia così semplice.
Il fatto, per esempio, che in Cina siano stati trovati strumenti di pietra datati almeno 2,1 milioni di anni (quindi prima dell’uscita dall’Africa dell'H. erectus) lascia pensare che forse le migrazioni fuori dalla “culla dell’umanità” siano iniziate anche prima, magari con un’altra specie.
I denti dell'Homo luzonensis sono un altro punto controverso.
In confronto ai molari di altri ominidi, sono sorprendentemente piccoli, mentre per altri parametri somigliano ai nostri, o a quelli di H. erectus o addirittura a quelli del Paranthropus, un nostro lontanissimo cugino dalla corporatura robusta e denti molto grandi, nato e scomparso in Africa.
A questo si aggiunge che le ossa del piede dell’uomo di Luzon sono simili addirittura a quelle degli australopitechi, antenati degli uomini moderni appartenenti a un altro genere (appunto, Australopithecus), separato da quest’uomo da almeno 2 milioni di anni di evoluzione.
Tutte assieme, sono strane combinazioni che non chiariscono (anzi!) la posizione evolutiva di questa specie.
Come dice sulla rivista Nature il paleoantropologo canadese Matthew Tocheri, «la nostra immagine dell'evoluzione degli ominidi in Asia durante il Pleistocene è diventata ancora più disordinata, complicata e molto più interessante».
Fonte: focus.it
lunedì 15 aprile 2019
Cento anni fa il genocidio dimenticato di Amritsar. Le atrocità del colonialismo di cui nessuno parla
Esattamente cento anni fa ci fu un genocidio, uno dei quelli dimenticati, di cui nessuno parla: l’esercito britannico spara su una folle inerme in un giardino recintato.
Era il 1919, eravamo in pieno colonialismo inglese in India ed eravamo nella città di Amritsar, nell'attuale stato indiano Punjab.
Tutto inizia il 10 aprile 1919.
Una ribellione anticoloniale, con slogan nazionalisti, furti saccheggi, incendi, non pochi agguati ad innocenti, perché i potenti non erano in quel momento sotto tiro.
Tutti i bianchi erano un potenziale bersaglio al grido di ‘Gandhi ki jai’ (‘Vittoria al Mahatma’).
Il potere non ci sta: appena tre giorni dopo, il 13 aprile 2019, il generale di brigata Dyer dell’esercito indiano britannico scatena le sue truppe su un raduno di disarmati (tra 5.000 e 10.000) in un giardino recintato.
In centinaia sono uccisi, mentre altri mille laici feriti, senza possibilità di cercare aiuto a causa del coprifuoco.
Un vero e proprio genocidio.
Un massacro punito?
Assolutamente no.
La Camera dei Comuni condanna il gesto, ma la Camera dei Lord loda Dyer come un buon soldato, già confortato da un telegramma che riporta: “La vostra azione è corretta e il Vicegovernatore approva”.
Approva centinaia di morti, di cui tuttora non si conoscono nomi e identità, ma si parla anche di un bambino di 6 settimane.
Il Regno Unito ha sottomesso il subcontinente indiano dal XVII al XX secolo.
Sì, XX secolo, perché l’indipendenza fu concessa solo nel 1947, grazie alle campagne non violente di Gandhi.
Solo allora sui territori occupati dal cosiddetto Raj britannico sorsero gli attuali stati di India, Birmania e Pakistan (a sua volta diviso dopo l’indipendenza del Bangladesh, nel 1971).
Territori che il Paese non voleva assolutamente abbandonare: lì viveva infatti oltre il 75% della popolazione totale dell’impero, ma soprattutto si concentravano le principali esportazioni di materie prime.
Un tesoro da difendere a costo della vita.
Degli altri.
E la storia dell’umanità, ahinoi, è puntellata, per non dire circondata, di “episodi” come quello di Amritsar.
Atrocità del genere accadono anche attualmente, come in Birmania, dove vivono i rohingya, una delle minoranze più perseguitate al mondo e dove appena due anni fa sono stati decapitati anche dei bambini, sotto gli occhi di tutti, volutamente chiusi.
Roberta De Carolis
domenica 14 aprile 2019
Le “Torri del vento”: i climatizzatori naturali dell’antica Persia
Il badghir, conosciuto come torre del vento, è un elemento tradizionale dell’architettura iraniana ed è utilizzato per creare una ventilazione naturale negli edifici come cisterne, ghiacciaie, caravanserragli, moschee e abitazioni private.
Utilizzato per secoli nelle zone più aride e desertiche del Paese, ebbe un rapido sviluppo come modello architettonico dapprima nelle altre regioni e poi in tutto il Medio Oriente.
Pur non conoscendo l’esatta datazione del suo primo utilizzo, che si presume risalire al XI secolo, i più antichi badghir ancor oggi esistenti sono del XIV secolo.
La città di Yazd, situata al centro dell’Iran alle soglie del grande deserto del Kavir, è stata soprannominata la “città delle torri del vento” poiché attualmente ne possiede ben 180, moltissime delle quali ancora oggi in uso, che hanno permesso nel corso dei secoli di sfruttare i venti più freschi del Nord e di fermare i venti desertici insieme alla penetrazione di polvere e sabbia all’interno degli edifici.
Tecnicamente il badghir consiste in un canale con la sommità chiusa, sovrastante i tetti, che cattura il vento e lo fa circolare all’interno dell’edificio.
In assenza di vento, permette invece all’aria calda imprigionata di fuoriuscire.
La parte superiore del suo canale, costruito di solito in adobe, mattone crudo, legno o gesso, è composta da aperture verticali, mentre quella inferiore si apre nella stanza da ventilare.
Nei secoli gli iraniani hanno fatto evolvere la sua tecnica di costruzione e sviluppato l’estetica, aumentando il numero di aperture e aggiungendo decorazioni ornamentali in mattoni o in stucco.
Le torri possono così essere quadrate, rettangolari, esagonali (soprattutto quando venivano utilizzate per le cisterne d’acqua), ottagonali o circolari.
Un numero maggiore di aperture permette una maggiore resistenza alla pressione del vento, mentre una maggiore altezza permette di raccogliere maggiormente il vento.
Le forme con molteplici lati sono più adatte nelle regioni dove le correnti d’aria sono multi direzionali, in quanto facilitano la cattura del vento.
In questi casi i flussi, ascendente e discendente, vengono canalizzati separatamente e in modo simmetrico.
Spesso sono usate a coppie: una torre in faccia al vento e una dietro che funge da “camino”.
Anche la quantità d’aria viene regolata da schermi o da porte, ed in certi casi gli architetti posizionavano alla base del badghir un bacino d’acqua che a contatto con l’aria evaporava abbassando la temperatura dell’ambiente.
Inoltre, la ventilazione con un badghir veniva a volte realizzata in congiunzione con un canale sotterraneo, il famoso qanat, spesso per conservare il ghiaccio nelle apposite ghiacciaie o ventilare l’acqua condotta dai canali nelle cisterne ed evitarne la stagnazione.
La ventilazione naturale non richiedeva quindi alcun dispositivo meccanico ed era sufficiente una velocità del vento superiore a 2,5 metri al secondo per far sì che lo scarto di pressione tra il basso e l’alto permettesse all’aria calda di risalire verso la cima della torre e a quella fresca di scendere verso il basso.
Anche l’effetto camino, cioè la differenza termica tra l’interno e l’esterno dell’edificio aiutava a generare la circolazione d’aria.
Uno dei principi dell’architettura persiana è stato quello di privilegiare l’intimità alla bellezza esteriore degli edifici, poiché l’esposizione della ricchezza non è un tratto della cultura locale. Ciononostante, il badghir è un’eccezione a questa regola e il loro numero, la dimensione e la loro decorazione indicavano la ricchezza del proprietario della casa.
Nella città di Yazd l’altezza media delle torri del vento è di 5 metri e le più decorate sono state costruite nel XIX secolo per le dimore dei commercianti e dignitari della città.
Sempre a Yazd si trova il badghir più alto dell’Iran con un’altezza di 33,8 metri, situato nel giardino di Dowlat Abad e fatto costruire nel 1748 dal governatore della città.
Fonte: amitaba.net
giovedì 11 aprile 2019
I Nizariti, la temibile Setta degli Assassini
La Setta degli Assassini, anche conosciuta con il nome di Nizariti, è collegata all’origine etimologica del termine stesso, ma è anche entrata nell’immaginario collettivo attraverso opere celebri come il videogioco Assassin’s Creed o il romanzo Angeli e Demoni di Dan Brown.
L’affascinante e sanguinosa storia degli assassini è in parte avvolta nella leggenda.
Si trattava di una setta ismaelita, una corrente dell’islam sciita che è a sua volta il più grande ramo minoritario dell’Islam.
Nata tra la Persia e la Siria, è molto probabile che la sua fondazione risalga al 1094, quando Ḥasan-i Ṣabbāḥ, primo gran maestro dell’Ordine, si stabilì nella fortezza di Alamut con i suoi discepoli.
Ismaelita, Ḥasan-i Ṣabbāḥ era una figura carismatica e popolare all’interno della propria corrente, e non faticò a radunare seguaci. Si pensa – benché non si possa avere certezze al riguardo – che la fondazione dell’Ordine avesse lo scopo di fargli acquisire maggior potere politico, e anche di permettergli di vendicarsi dei suoi nemici.
Ḥasan-i Ṣabbāḥ venne anche conosciuto come “il vecchio della Montagna”, benché questa espressione sia dovuta a un’errata traduzione di “capo della Montagna”.
Gli occidentali conobbero la setta degli Assassini grazie ai racconti di Marco Polo ne Il Milione, ma anche grazie alle testimonianza dei Crociati, che li conoscevano e li temevano.
Marco Polo descrive un castello fra le montagne, e un capo che aveva creato un vero e proprio paradiso terrestre, con tutti i piaceri promessi da Maometto.
I giovani avrebbero potuto trovarvi vino, latte e miele, divertimento, ma potevano entrare e uscire dal castello solo addormentati.
Quando c’era bisogno di un assassino, i giovani venivano drogati con l’hashish (da cui qualcuno sostiene derivi il termine stesso “assassino”) e fatto uscire dal castello.
Per tornarci, doveva compiere la propria missione.
Il condizionamento psicologico del “Vecchio della Montagna” era potente e abile.
Quando assassinavano il bersaglio indicato, gli Assassini venivano a volte uccisi sul posto, ma lo facevano con il sorriso sulle labbra, e si pensa che ciò fosse dovuto all’hashish o all’oppio assunti. Se questa versione fosse corretta, si può pensare che il Vecchio li convinceva che la missione dava loro diritto a tornare immediatamente nel “falso paradiso” della montagna.
La completa sottomissione al “leader”, caratteristica fondamentale di quasi ogni setta ancora oggi, era uno dei pilastri su cui si reggeva l’Ordine degli Assassini.
Non è in realtà affatto sicuro che la Setta degli Assassini usasse davvero l’hashish per motivare i suoi adepti.
I Nizariti adoperavano tattiche di guerra molto fini, come l’attacco chirurgico o la sottomissione psicologica.
Gli assassinii erano perpetrati quasi unicamente ai danni delle figure rivali prominenti, in maniera estremamente selettiva.
Quando questo accadeva, però, era in luoghi pubblici, di solito nelle moschee e durante i giorni sacri, per ottenere l’effetto più sensazionalistico possibile.
In questo modo, altri potenziali nemici venivano scoraggiati.
In generale, gli assassinii erano ai danni di persone la cui eliminazione avrebbe maggiormente ridotto la violenza contro gli ismaeliti, soprattutto verso chi aveva perpetrato massacri ai danni della comunità.
Quasi sicuramente gli Assassini aderivano al codice del guerriero islamico furusiyya, per cui erano esperti in combattimento e travestimento.
I codici di condotta li volevano dotti nelle arti della guerra, in linguistica e in arti strategiche.
L’approccio dei Nizariti era prevalentemente difensivo.
C’era una rete di luoghi scelti per garantire nascondiglio ed evitare confronti e la perdita di vite umane.
Questi luoghi erano disseminati per tutta la regione di Persia e Siria, insieme ad alcuni forti che accompagnavano quello di Alamut.
Questa rete di luoghi fu molto utile agli ismaeliti, mentre il forte di Alamut rimase inespugnato fino all’arrivo dei Mongoli, nel 1256.
Una ricostruzione della fortezza di Alamut.
Sotto, la vista dalle rovine oggi
La guerra psicologica e la pressione riuscivano spesso a sottomettere i nemici senza la necessità di ucciderli.
Ad esempio, quando Ahmed Sanjar, l'ultimo sultano della dinastia Selgiuchide, rifiutò l’offerta di pace di Hassan, questi mandò un assassino al sultano, che un giorno si svegliò con un pugnale conficcato nel terreno accanto al suo letto.
Questo garantì una politica di non belligeranza da parte di Sanjar verso la Setta, e lo spinse anche a lasciar loro le tasse raccolte dalle loro terre, a concedere licenze e a permettere di raccogliere pedaggi dai viaggiatori.
Etimologia di "assassino"
Si è pensato che il termine “assassini” derivasse da “hashashin” (fumatori di hashish), per via del supposto uso di hashish da parte della setta dei Nizariti.
In realtà, è più probabile che l’etimologia di “assassino” derivi da Asasyun.
Asas, in arabo, significa “principio”, e “asasin” indicherebbe gli “uomini di principio”.
Fonte: wonews.it
Trovato in California un misterioso mondo sottomarino con cascate di vapore viola
Gli esploratori del mare profondo hanno scovato un meraviglioso mondo sottomarino celato nel bacino di Guaymas, depressione del fondale marino del Golfo della California.
Diversi studi hanno evidenziato come il flusso di calore nel fondale del bacino sia decisamente elevato, grazie a numerosi sorgenti idrotermali e di idrocarburi naturali.
Ma comunque i ricercatori non hanno creduto ai loro occhi quando si sono trovati davanti a questo spettacolo.
Stiamo parlando di una surreale distesa di bocche idrotermali alta 23 metri, costellata di gas cristallizzati, piscine scintillanti di liquidi incandescenti e forme di vita dai mille colori, dove il fluido idrotermico ribolle verso l'alto, rimanendo «intrappolato» sotto una sporgenza minerale, creando a sua volta un vaporoso effetto a cascata.
L'insolito spettacolo si è probabilmente formato in appena 10 anni: si trova a 1.800 metri di profondità e «definirlo sorprendente non è abbastanza», sostiene Mandy Joye, la biologa marina presso l'Università della Georgia che ha guidato la squadra che ha scoperto lo psichedelico sito subacqueo seguendo le «scie idrotermiche» oceaniche con dei sommergibili telecomandati dal ponte della nave dello Schmidt Ocean Institute.
«È stato uno shock, per usare un eufemismo», ha detto Joye a Live Science. «Credo che la mia mascella abbia letteralmente colpito il pavimento», racconta, sorpresa anche dal fatto che in quello stesso punto nel 2008 non c'era niente di tutto questo.
«Molto probabilmente - sostiene - da allora si sono aperte nuove bocche o il flusso idrotermale è drasticamente aumentato».
Ma i ricercatori non sanno ancora come abbia fatto: un «mistero» che ora gli scienziati cercheranno di risolvere, a partire dal suo insolito colore.
Fonte: ilsecoloxix.it
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