La città di Ginevra, in Svizzera, è ricca di mete turistiche assolutamente imperdibili nel momento in cui la si visita. Sulle guide però, probabilmente non vi verrà consigliato uno dei punti più magici della città, in cui avviene uno spettacolo naturale davvero unico.
Nel cuore della città, le acque torbide del fiume Arve si mescolano a quelle cristalline del Rodano. I fiumi danno luogo ad un fenomeno naturale di rara bellezza: come per magia, il 'punto di contatto' tra i corsi d'acqua rimane nettamente visibile. Il fiume Arve si origina dai ghiacciai della valle di Chamonix, a nord-ovest del massiccio del Monte Bianco: durante il suo percorso, le acque si arricchiscono di sedimenti che intorbidiscono la limpidezza. Il fiume Rodano, invece, prende vita dal lago Lehman: le sue acque rimangono cristalline.
Attorno a questo magico punto si sviluppa il quartiere chiamato La Junction, che prende il nome proprio dal fenomeno della congiunzione tra i due fiumi.
L'eccezionale ondata di calore che questa estate ha colpito l'Europa centrale ha riportato alla luce una miriade di tesori archeologici, da un insediamento preistorico in Irlanda, al design di un giardino inglese del XVII secolo rimasto per secoli coperto dall'erba, a un villaggio tedesco abbandonato da oltre cento anni sommerso dalle acque di un lago. Recentemente il basso livello delle acque del fiume Elba registrato vicino alla città di Decin (Repubblica Ceca) ha però fatto emergere qualcosa di ancora più strano: oltre una dozzina di cosiddette hunger stone, pietre della fame. Di cosa si tratta?
Gli studiosi chiamano in questo modo le pietre che secoli fa venivano riposte sulle rive dei fiumi in secca. I nostri antenati lo facevano per due ragioni: una pratica - documentare i bassi livelli di acqua - e una didascalica, spiegare agli uomini gli effetti drammatici della siccità. La pietra della fame più antica tra quelle ritornate alla luce nei pressi della cittadina risale al 1616 ed è considerata il più antico "segnale", punto di riferimento, idrogeologico dell'Europa centrale. Si trova lungo le rive dell'Elba (1.091 chilometri) che nasce proprio nella Repubblica Ceca.
La più famosa della serie invece - come riporta uno studio del 2013 - è quella che "spiega" gli effetti del grande caldo: cattivo raccolto, penuria di cibo, innalzamento dei prezzi e carestia. Con effetti tragici soprattutto per la gente più povera. Una iscrizione tedesca sulla medesima pietra, visibile 126 giorni all'anno a causa di una diga, dice invece: "Quando mi vedi, piangi".
Ed è in buona compagnia con altre pietre che hanno inciso frasi come: "Abbiamo pianto - Piangiamo - piangerete" oppure "Chi mi ha visto una volta, ha pianto, chi mi vede adesso piangerà"
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Ed effettivamente, a leggere le ultime pubblicazioni dei ricercatori, c'è ben poco da stare allegri: uno studio pubblicato ad agosto rivela che nei prossimi decenni, per effetto del riscaldamento globale, le ondate di calore saranno sempre più mortali, soprattutto alle latitudini tropicali e subtropicali ma, in misura più contenuta, anche in Europa. Forse questo in un'economia globale e più industrializzata come quella europea avrà minori conseguenze automatiche, come nei secoli scorsi, sull'alimentazione (pur non risparmiandone le qualità nutrizionali). In ogni caso, il messaggio che ci viene da queste pietre del passato è quanto mai attuale e non andrebbe sottovalutato.
Nel sud della Turchia, nei pressi della città di Adiyaman, il monte Nemrut ospita un antico complesso, costruito dal quarto, e probabilmente più famoso, re di Commagene, Antiochus I Theos (il “re Dio”). Antioco, sovrano di Commagene dal 70 aC al 36 dC, era un re che non voleva essere dimenticato: affermava di discendere dal conquistatore greco Alessandro Magno, da parte di madre, e dal re persiano Dario il Grande, da parte di padre, una comoda fusione tra occidente e oriente. Ma il tratto saliente di questo re era il suo immenso orgoglio, e il suo ego sovra-dimensionato. Antioco sosteneva di avere un rapporto speciale con gli dei, ed aveva dato vita ad un culto reale che riprendeva la forma ellenizzata della religione di Zoroastro, con la chiara intenzione di essere adorato come un dio dopo la sua morte.
Antioco commissionò la costruzione di un magnifico santuario sul monte Nemrut, un rilievo alto 2.100 metri, dove la gente potesse recarsi a pregare. Il re voleva che la sua tomba-tempio fosse in un luogo alto e santo, vicino agli dei, per essere al loro stesso livello, e abbastanza in alto da poter essere visto anche a molti chilometri di distanza. Il santuario fu costruito nel 62 aC ed è costituito da un tumulo di pietre di forma piramidale, alto 50 metri, con due antichi percorsi processuali che partono dalle terrazze est ed ovest.
Secondo Antioco, il monte Nemrut era il “luogo di dimora comune di tutti gli dei, accanto ai troni celesti”. Questo tentativo di radunare tutti gli dei conosciuti sulla stessa montagna, può essere visivamente intuito guardando le terrazze ad oriente e ad occidente del tumulo: sulla quella est c’è una fila di cinque statue colossali (alte 9 metri), così come sulla terrazza ovest, a rappresentazione di diverse divinità greco-persiane; una di essa, ovviamente, ritrae Antiochus I Theos.
Gli dei, in posizione seduta, si affacciano verso l’esterno del tumulo, e sono affiancate da una coppia di statue di animali da guardia, un leone e un’aquila. Un’iscrizione rivela che la cima è il sacro luogo dove Antioco, il “re Dio”, sarebbe stato posto a riposo, e la sua anima si sarebbe unita a quelle di altre divinità nel regno celeste.
Tuttavia, neppure un re così potente da credersi pari ad un dio riuscì a mantenere la memoria di sé nei secoli a venire. Misteriosamente, il regno, e con esso il santuario di Antioco I, furono abbandonati nel I secolo dC., e da allora dimenticati per molto, molto tempo, fino al 1883, quando un archeologo tedesco scoprì il sito. Dopo diverse missioni archeologiche, ancora non è stata trovata la camera funeraria di Antioco, e neppure il suo sarcofago. Nel 1987 il monte Nemrut è stato dichiarato patrimonio mondiale dell’UNESCO, cosa che presumibilmente avrebbe molto soddisfatto Antioco, il re-dio.
Esistono diversi motivi per cui vale la pena visitare la Costiera Amalfitana. Borghi arroccati, strade panoramiche, fiori, colori, profumi e cibo. E naturalmente il mare. Ma la vera meraviglia di questo lembo di mare è nascosta tra le rocce che si gettano tra le acque blu cobalto: è la Grotta dello Smeraldo, che ogni anno viene presa d’assalto dai turisti che visitano Amalfi e i suoi dintorni. L’esistenza della grotta era ignota fino agli inizi degli Anni ‘30, quando un pescatore, Luigi Buonocore, solo per puro caso, la scoprì. Oltre a essere un luogo bellissimo, in cui la luce, filtrando in certe ore del giorno attraverso un’apertura naturale che si trova sul fondale sommerso, colora l’acqua di un turchese intenso che, sullo sfondo chiaro della roccia sembra proprio di smeraldo, la cavità si è rivelata anche di grande importanza scientifica. Al suo interno si possono ammirare numerose stalattiti e stalagmiti che, in alcuni punti, hanno formato delle altissime colonne, concrezioni trasparenti a scialle e a lisca di pesce.
Per raggiungere la grotta bisogna recarsi a 3 chilometri da Praiano lungo la Strada statale 163 Amalfitana che corre lungo tutta la costiera e che va da Salerno fino a Positano, dove, scendendo una lunga scalinata (o prendendo un ascensore), si arriva all’imbocco.
Ma molto più suggestivo è raggiungere la grotta dal mare a bordo di una piccola imbarcazione di legno.
Un tempo, secondo gli esperti, doveva trattarsi di una caverna completamente all’asciutto, ma nel corso dei secoli la marea si è alzata e ora la grotta è in parte sommersa. Oggi è una grande cupola larga circa 30 metri, lunga 60 e alta 24.
Sul fondo della grotta, a circa 4 metri di profondità, nel 1956 è stato allestito un presepe fatto in ceramica di Vietri sul Mare che è ancora possibile ammirare. Ogni anno, nel periodo di Natale, alcuni sub si immergono nelle acque smeraldine della Costiera Amalfitana e adagiano il bambin Gesù sul fondale della grotta.
È rimasto nascosto per decine di migliaia di anni nel permafrost siberiano ma di recente un team di scienziati ha riportato alla luce un antico cavallo, il più antico esemplare meglio conservato fino a oggi. Congelata nel ghiaccio per millenni, questa mummia apparteneva a un giovane puledro morto tra 30.000 e 40.000 anni fa. Il suo corpo è quasi intatto e i resti sono stati conservati per via del freddo e del ghiaccio: la pelle, gli zoccoli, la coda e persino i minuscoli peli delle narici dell'animale e attorno agli zoccoli sono ancora visibili.
Una squadra internazionale russo-giapponese di paleontologi ha trovato il corpo mummificato del giovane animale all'interno del cratere Batagaika, a 100 metri di profondità, durante una spedizione nella depressione di Batagai e nella zona di Yunyugen, nella Jacuzia. Il puledro aveva circa due mesi quando è morto, forse annegato in una sorta di trappola naturale, secondo l'ipotesi di Grigory Savvinov, vice capo della North-Eastern Federal University di Yakutsk, in Russia, che ha partecipato alla ricerca.
Sorprendentemente, il corpo è integro e misura circa 98 centimetri, secondo The Siberian Times. Gli scienziati hanno raccolto campioni dei peli e dei tessuti del puledro per i test e adesso sono all'opera per studiare anche il contenuto dell'intestino dell'animale e per scoprire l'alimentazione.
I cavalli selvaggi ancora oggi popolano la Jacuzia, ma il puledro apparteneva a una specie estinta vissuta nella regione da 30.000 a 40.000 anni fa. Nota come Lenskaya o Equus caballus lenensis, quest'antica specie era geneticamente distinta dai cavalli moderni. È accaduto altre volte. Quando il permafrost siberiano si scioglie, ormai sempre più spesso a causa dell'aumento globale delle temperature, dai ghiacci emergono i resti di specie vissute migliaia di anni fa. Recenti scoperte includono un bisonte di 9000 anni; un cucciolo di rinoceronte lanoso di 10.000 anni, un leone o una lince e un piccolo mammut soprannominato Lyuba morto dopo essere rimasto soffocato nel fango 40.000 anni fa.
Una maschera in stucco a grandezza naturale raffigurante uno dei più famosi governanti del Messico è stata scoperta nel Palazzo Maya di Palenque, secondo quanto comunicato dall’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia ( INAH ). K’inich Janaab ‘Pakal, noto come il re “Pakal il Grande”, divenne re del Messico all’età di 12 anni e per 68 anni governò l’antica città Maya di Palenque, ordinando la costruzione di alcune delle migliori architetture della zona e di edifici molto elaborati. Righe di rughe intorno alla bocca e guance raggrinzite nella maschera lo rappresentano come un vecchio e, se verrà dimostrato sia lui, sarebbe il primo calco del suo genere. “È degno di nota, perchè a differenza di altri siti maya in cui le rappresentazioni sono generiche, a Palenque molte delle caratteristiche che vediamo nella pittura murale o nelle sculture in pietra sono fedeli riproduzioni di personaggi specifici”, ha detto in un comunicato l’ archeologo Benito Venegas Duran .
La maschera è stata scoperta in un edificio chiamato “House E”. Altri oggetti rituali erano anche sepolti con la maschera, tra cui figure in ceramica, perle, frammenti di giada, ossidiana, uno specchio pirolitico lucidato, ossa e selci intagliate e scheletri di tartarughe, lucertole, uccellini e lumache. Palenque era uno stato della città Maya nel Messico meridionale dal 226 aC all’800 dC situato vicino al fiume Usumacinta, gli archeologi ritengono che gli antichi abitanti avessero sviluppato un rapporto speciale con il fiume e offerto oggetti per incoraggiare la sua sostenibilità ecologica. Nelle vicinanze, un’altra struttura (ora chiamata “Casa C”) sarebbe stata utilizzata più o meno nello stesso periodo. Gli archeologi ritengono che ci fosse uno stagno all’estremità settentrionale di uno spazio tra le due case che misurava 6,5 metri di lunghezza per 3,5 metri di larghezza e tra 20 e 30 centimetri di profondità. In questi due luoghi si hanno alcuni dei migliori esempi di pittura murale a Palenque, uno dei quali è il luogo in cui Pakal è stato incoronato quando era un giovane ragazzo, secondo una lapide ovale che lo raffigura mentre riceve un copricapo da sua madre. Gli archeologi hanno anche scoperto una figura che assomiglia ad un gambero di fiume, con gigli e pesci che lo accompagnano. Insieme, credono che questi oggetti rappresentino l’importanza del mondo acquatico nell’area e la dipendenza della società dal vicino fiume. Il team archeologico sta lavorando con una sovvenzione per ripristinare l’area storica e per prevenire danni futuri. Dicono che condurranno un’analisi strutturale prima di continuare gli scavi.
È un rumore di fondo che, in questa cittadina dello stato del Nuovo Messico (Usa) è udibile sin dagli anni ’70. Anche noto come “Taos Hum”, rappresenta un affascinante mistero naturale, in quanto questo rumore è percepibile dall’orecchio umano e molto simile – secondo la descrizione di chi lo ha ascoltato – a quello di un motore diesel avviato, ma risulta impossibile registrarlo o isolarlo con un microfono. Il brusio sembra un suono distante, ma nessuno è finora stato in grado di identificarne la fonte. L’ipotesi più gettonata è che si tratti di un rumore “infrasonico”, percepito grazie ad alcune non specificate caratteristiche ambientali. Taos non è l’unico posto dove è possibile ascoltare suoni analoghi: nel 2012 è nato un sito internet, “thehum.info”, che censisce brusii in giro per il mondo allo scopo di risolvere il mistero basandosi sulle similitudini. Sono migliaia i posti citati, ma per molti di questi si è trovata una spiegazione plausibile: per il brusio di Taos la caccia è ancora aperta...
Chi si trovasse a passeggiare dalle parti di Dover e in generale sulle coste meridionali dell’Inghilterra potrebbe incappare in strani monoliti dalla forma trapezoidale con al loro interno una rientranza concava di forma sferica. Non si tratta però di strane costruzioni druidiche, risalenti all’epoca di Bretoni, Galli o Celti, bensì di opere ben più recenti, costruite circa un centinaio di anni fa. Si tratta degli “acoustic mirror”, specchi acustici realizzati dall’esercito britannico a cavallo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, anni in cui non era ancora stato perfezionato il radar.
Costruiti in prossimità della costa da Chichester fino a Sunderland, si tratta di strutture in cemento (e non di roccia vera e propria), la cui forma richiama quella delle moderne parabole. Di altezza variabile e compresa tra i 15 e i 30 piedi (quindi da circa 4,5 metri a poco più di 9), sono rivolte verso il mare e al loro interno nascondevano un microfono. Il loro scopo era quello di individuare l’eventuale arrivo di flotte aeree nemiche e organizzare di conseguenza una difesa militare o un contrattacco.
Ideati dal Maggiore William Sansome Tucker negli anni ’20, questi strani specchi di calcestruzzo sfruttavano la fisica acustica e le proprietà riflettenti delle superfici rigide. Le onde sonore si concentravano in un solo punto (o in un’area ristretta) all’interno della sfera concava della struttura, permettendo ai microfoni di rilevarle e ai militari britannici di individuare un potenziale allarme: era possibile captare il suono di un aereo in avvicinamento fino a una distanza di 40 km, dando all’Esercito di Sua Maestà circa un quarto d’ora di anticipo per prepararsi all’imminente attacco. Il Regno Unito decise di puntare su questo tipo di tecnologia, che però già nel 1936 divenne superata. Fu quello l’anno in cui un velivolo situato lungo la costa del Norfolk fu individuato con un radiogoniometro a distanze esponenzialmente maggiori rispetto alle possibilità degli specchi di pietra. Era appena nato il radar e l’investimento dell’esercito inglese era istantaneamente diventato archeologia militare.
Il ricordo di quei circa 15 anni di sapiente studio della fisica acustica sono però resistiti ai decenni (e alla Seconda Guerra Mondiale). E così, passeggiando per le scoscese costiere inglesi, potrete ritrovare gli specchi acustici ancora oggi: sono lì, tutti e tredici, a captare le onde sonore di ogni aereo in avvicinamento verso il cuore del Paese. Senza però che ci sia più alcun microfono a dare seguito e considerazione alla loro funzione.
Tra i 500 e i 600 anni fa, due ragazze di 9 e 18 anni affrontarono il loro ultimo viaggio: una scarpinata di quasi 1.200 km dalla capitale Inca Cusco, nell'attuale Perù, fino al sito di Cerro Esmeralda ad Iquique, Cile. Una volta giunte alla meta finirono vittime di un sacrificio rituale, furono mummificate e infine sepolte con un ricco corredo: figurine metalliche, gioielli in argento, conchiglie e vesti di un colore rosso sgargiante.
La storia delle due mummie del 1399-1475 d. C. è nota dal 1976, anno del loro ritrovamento. Ora però un articolo pubblicato sulla rivista Archaeometry fa emergere un dettaglio inquietante sui loro abiti: il colore rosso proveniva dal cinabro o solfuro di mercurio, un minerale tossico di origine vulcanica conosciuto presso altre antiche civiltà, ma mai finora attestato nelle antiche sepolture del Cile. Le analisi chimiche degli abiti sono state condotte dagli archeologi dell'Università di Tarapacá, in Cile, che si sono interrogati sul motivo di questa scelta. Per il colore rosso, i popoli delle Ande ricorrevano all'ematite, un ossido di ferro non tossico, largamente usato nell'abbigliamento e nel trucco. Il cinabro era utilizzato a scopo rituale nell'antica Roma, e presso civiltà del passato di Cina, Spagna, Etiopia. Ma in questo luogo del Cile settentrionale l'impiego del minerale, soltanto sulle vesti e non sul corpo delle bambine, suona come un dettaglio del tutto esotico. A che cosa serviva? Forse l'obiettivo era evidenziare l'elevata estrazione sociale delle vittime. Le ragazze furono immolate in una capacocha, una cerimonia sacrificale che marcava gli avvenimenti più importanti per il popolo Inca, legati alla vita dell'imperatore, o che aveva lo scopo di scongiurare disastri naturali. Da quelle parti, l'unica fonte naturale di cinabro è la miniera di Huancavelica, nel Perù centrale, molto lontano dal sito di sepoltura. Per tingere quelle vesti, fu dunque necessario un lungo viaggio, un fatto che fa pensare che le vittime fossero di alto rango, e che il rituale fosse stato preparato con estrema cura. Un'altra possibilità è che la sostanza tossica servisse ad allontanare i ladri di tombe, attratti dal colore vivace delle vesti, e facilmente "avvelenabili". Lo stesso rischio, mettono in guardia gli autori dello studio, potrebbe interessare gli archeologi odierni, che faranno bene ad attrezzarsi per non rimetterci le penne. L'esposizione al mercurio, infatti, può causare problemi muscolari, al sistema nervoso e al tratto gastrointestinale, ma può persino a risultare, in alcuni casi, letale.
Ad osservarlo oggi nel museo di Olimpia, in Grecia, difficilmente potremmo immaginare gli eventi epocali di cui è stato testimone; eppure essi sembrano trasparire ugualmente dall'aurea minacciosa che esso emana. L'elmo di Milziade ci parla, infatti, della battaglia di Maratona, una storia che non tutti conoscono e che vale la pena di essere ricordata, perché senza di essa l'Occidente e noi stessi saremmo "altro" da quello che conosciamo.
Siamo nel 490 a.C. a Maratona, in Grecia, dove la prima guerra persiana è destinata a concludersi, ma i suoi protagonisti ancora non lo sanno. Il conflitto era stato scatenato dal re di Persia Dario I, con due obiettivi: innanzitutto, punire Atene ed Eretria per il loro precedente appoggio alla rivolta delle poleis ioniche; e al tempo stesso, estendere il dominio persiano in Europa e rafforzare la frontiera occidentale del suo vasto impero. Inizialmente il potente impero persiano aveva avuto la meglio nello scontro, ottenendo l'obbedienza di quasi tutte le città elleniche, ad eccezione di Atene e Sparta. Fu così che Dario lanciò la seconda temibile offensiva, che avrebbe dovuto schiacciare una volta per tutte l'opposizione. Ma, arrivati nella piana di Maratona, dove avrebbe avuto luogo l'ultimo scontro diretto, le cose andarono diversamente da quanto aveva progettato.
La schiacciante superiorità numerica dell'armata persiana, con i suoi 25.000 uomini, non riusci ad imporsi sui 12.000 soldati dell'esercito ateniese. Questi avevano dalla loro strategia, tattica ed equipaggiamento migliori; e soprattutto, il loro comandante: Milziade. Il generale ateniese irrobustì le ali per contrastare la cavalleria avversaria, assottigliò il centro, e coraggiosamente lanciò l'attacco, puntando tutto su sorpresa e paura. La coralità del modo di combattere ateniese si impose su quello individuale persiano, e l'armatura integrale fu di estremo aiuto; il centro indietreggiò ma non cedette e le ali, come una morsa, si chiusero a tenaglia sui persiani. La brillante strategia di Milziade ebbe uno strepitoso successo. Ma non fu tutto. I Persiani, reimbarcatisi, puntarono su Atene, per sorprenderla indifesa; Milziade, però, intuendo il piano, fece dietrofront, arrivando prima - anche se il primo fu il mitico soldato ateniese Fidippide che percorse i 42 km tra Maratona ed Atene, ispirando la moderna disciplina olimpica.
La vittoria ateniese sull'impero persiano fu talmente inaspettata e grandiosa che Milziade vi lesse l'intervento divino; e per ringraziare le divinità, donò il suo elmo al Tempio di Zeus a Olimpia, dopo avervi fatto incidere le parole "Milziade lo dedicò a Zeus". E, a distanza di 2.500 anni, l'elmo di Milziade, pressoché intatto, continua a raccontarci della grandezza di un comandante e del coraggio del suo esercito, che cambiarono il corso della storia.