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lunedì 5 marzo 2018

La leggenda dell'Holi Festival, la bellissima festa dei colori indiana


E’ la festa dei colori, una delle più antiche celebrazioni indù, ormai conosciuta in tutto il mondo. 
Parliamo dell’Holi Festival in corso in India, ma anche nel Nepal e in Pakistan e non solo.
 Dietro questo bellissimo evento è racchiusa una leggenda.

 L’Holi Festival è la festa della gioia, non a caso è la manifestazione più attesa di tutto l’anno che viene celebrata nel mese indù di Phalguna durante il giorno della luna piena, tra la fine di febbraio e all'inizio di marzo.
 In questa giornata oltre a divertirsi, si abbandonano i vecchi rancori perché in pieno spirito indù il bene vince sul male e ci si manifesta amore attraverso baci e abbracci. 
Tutti si riuniscono in strada e ci si lancia polveri colorate e secchiate d’acqua.
 Proprio attraverso i colori si dà il benvenuto alla primavera, festeggiando i primi raccolti dopo l’inverno. 

Ogni anno l’Holi Festival avviene nel giorno della luna piena, ma i preparativi cominciano molto prima.
 Le polveri sono realizzate essiccando fiori e verdure al sole che poi schiacciati e mescolati a grano, acqua e amido di mais diventano dei veri e propri colori.


Tutte le strade si animano di nuove cromie, ma come dicevamo non succede solo in India, ma in molti paesi dove sono presenti le comunità induiste, infatti non è raro vedere lo stesso spettacolo anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.


Le tradizioni devono essere rispettate alla lettera. 
Quaranta giorni prima del Festival nella piazza principale viene messo un tronco, poi da lì c’è la raccolta dei rami secchi che poi saranno bruciati in un grande falò.
 Al centro c’è la statua di Holika e mentre la legna arde, il mantra intona canti tipici indiani e tutti danzano intorno.

 Il giorno della festa è il Dhuletti, proprio quello in cui c’è la battaglia dei colori con le holi gulal, ovvero le polveri che mischiate con l’acqua poi diventano rang. 
Ogni colore ha un suo significato, ad esempio l’arancione è l’ottimismo, il blu la vitalità, il verde l’armonia, il rosso l’amore. Durante l’Holi Festival si abbattono tutte le differenze e tutti sono uguali.


Secondo la mitologia induista, l’Holi Festival deriva da una leggenda in particolare. 
Il dio Krishna, dalla pelle scura voleva fare uno scherzo a Radha, la sua sposa dalla pelle chiara e le dipinse il volto con dei colori.
 Per questo motivo, durante l’Holi Festival gli innamorati si dipingono la faccia a vicenda in segno di amore. 

 C’è poi un’altra leggenda quella del re Hiranyakasipu che essendo un despota, pretendeva che tutti i suoi sudditi si inginocchiassero ai suoi piedi. Ma il re ricevette il rifiuto proprio da suo figlio Prahlad che preferiva il dio Vishnull. 
 Un affronto che il re non potette sopportare e per questo più volte cercò di uccidere il figlio.
 Non riuscendoci, chiese aiuto alla sorella Holika che aveva il dono di non temere il fuoco.
 Re Hiranyakasipu sfidò suo figlio a sdraiarsi sulle fiamme con la zia Holika e lui accettò la sfida. 
 Così mentre Holika venne punita per la sua vanità, Prahlad fu premiato per il suo coraggio e la sua lealtà.
I falò che vengono accesi alla vigilia dell’Holi Festival, simboleggiano quindi la cremazione di Holika e il trionfo del bene sul male.


 Dominella Trunfio

giovedì 1 marzo 2018

In Norvegia alla scoperta delle Stavkirke, le suggestive chiese di legno medievali


Le Stavkirke norvegesi sono una delle attrazioni più belle del paese. 
Risalgono al Medioevo: costruite interamente in legno, con le mura a palizzate, ne sono rimaste solo ventinove esemplari al mondo.

 Le Stavkirke sono state una delle prime tipologie di chiesa mai costruite in Scandinavia, e ogni anno attraggono migliaia di turisti. Non solo perché sono degli esemplari unici del loro genere, ma anche per il fatto di essere immerse in panorami meravigliosi e incantevoli.

 C’è la Stavkirke di Hopperstad, che si scaglia nera tra il verde del paesaggio che la circonda. 
Realizzata interamente in legno, come la sorella a Borgund ha un piccolo cimitero che la circonda.
 La più antica tra tutte è la chiesa di Urnes: costruita nel 1130, è incredibile che sia sopravvissuta fino a oggi preservandosi così bene. 
La più grande è quella di Reddal, con i tetti spioventi e i muri in legno chiaro.










Tutte queste Stavkirke si distinguono dalle chiese costruite in periodi successivi per la loro semplicità e grandezza.
 La maggior parte è stata realizzata di dimensioni molto ridotte, in stile gotico e con rimandi alla cultura pagana.
 Anche se il cristianesimo stava iniziando a diffondersi, il Medioevo si caratterizza come un periodo in cui i vecchi riti e culti legati alle pratiche magiche erano ancora molto radicati nella popolazione. 
Per questo, anche le prime chiese nate in Scandinavia non potevano non essere influenzate da quel tipo di storia. 

 C’è chi sostiene che le Stavkirke non siano state le prime chiese della Scandinavia: queste sarebbero state le Stopelkirke, che in realtà sono molto simili alle prime. 

 Secondo i miti della tradizione popolare, le Stavkirke sarebbero state costruite su terreni sacri per la religione pagana norvegese. Alcune chiese, infatti, sono nate su resti di antichi edifici dedicati al culto degli dei: come la chiesa di Maere, in Norvegia, o quella di Urnes. 

 Fonte: siviaggia.it

mercoledì 28 febbraio 2018

Scoperta una necropoli egizia dell’epoca di Cleopatra intatta, con decine di mummie


Nonostante si trovasse a soli pochi chilometri da una delle più note necropoli egizie, quella di Khum Tuna el-Gebel, un cimitero contenente decine di mummie è rimasto insepolto per circa 2.000 anni.
 Neppure tombaroli di provata esperienza sono mai arrivati a metterci le mani. E per questo la scoperta di un gruppo di archeologi egiziani risulta di particolare importanza. 

La necropoli, che si trova a sud del Cairo nel Governatorato di Minya, risale al tardo periodo faraonico, in particolare alla dinastia tolemaica, dal nome del capostipite Tolomeo Sotere, che governò l’Egitto ellenistico dal 305 a.C. al 30 a.C., cioè fino alla conquista romana e alla morte dell’ultima regina tolemaica, Cleopatra. 

 Stando al Ministro delle Antichità Kaled el-Enany la necropoli contiene otto tombe, con all’interno 40 mummie, ma ne potrebbe nascondere altre non ancora portate alla luce.
 Secondo il Ministro risulta particolarmente interessante una tomba che dai primi rilievi sembra appartenere a un sommo sacerdote di Thoth, l’antico Dio Egizio della Luna, della sapienza, della scrittura, della magia della misura del tempo, della matematica e della geometria. E’ rappresentato con una testa di Ibis, uccello che vola sulle rive del Nilo.
 Il sacerdote, identificato dai geroglifici sui vasi canopi come Djehuty-Irdy-Es, ricevette il titolo di “Uno dei Grandi Cinque”, che veniva riservato al più anziano dei sacerdoti del dio.


Quattro dei vasi canopi, scolpiti in alabastro e rivestiti con le teste dei quattro figli del dio Horus, sono stati portati in superficie ancora in buone condizioni, con all’interno gli organi conservati del sacerdote mummificato. 
 Il gruppo di archeologi ha portato alla luce anche un migliaio di “ushabti”, (in egizio significava “quelli che rispondono”), piccole figure di terracotta smaltata che costituivano un elemento integrante del corredo funebre, in quanto rappresentavano forze costruttive positive che aiutavano il defunto nel passaggio verso l’aldilà.


Di solito le ushabti rappresentano servi o seguaci che venivano collocati nelle tombe egizie per accompagnare il defunto nell’aldilà. 

Non c’è dubbio che Djehuty-Irdy-Es apparteneva all’alto rango della società, in quanto era ornato con un collare di bronzo raffigurante la dea Nut che apre le ali per proteggere il defunto nel suo viaggio. 
Sulla mummia vi erano anche perline blu e rosse di pietre preziose, due occhi di bronzo decorati con avorio e cristallo e quattro amuleti di pietre semipreziose.

 In un’altra tomba è venuto alla luce quel che sembra un gruppo familiare, ma è ancora presto per capire i rapporti esistenti tra le varie mummie. 
Duranti gli scavi sono stati rinvenute anche delle ossa di persone che non erano state mummificate. 

Lo scavo è iniziato alla fine dell’anno scorso ed è guidato da Mostafa Waziri, Segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità. “Quanto è venuto alla luce finora – ha detto Kaled el-Enany – richiederà almeno 5 o 6 anni di studi per arrivare ad avere un quadro della situazione, ma la ricerca potrebbe portare altre sorprese e tempi di studio molto più lunghi”. 

 Fonte: businessinsider.com

martedì 27 febbraio 2018

Eccezionale scoperta in Inghilterra: rinvenuti rari guantoni d’epoca romana


Un ritrovamento certamente inusuale è venuto alla luce durante la campagna di scavo a Vindolanda, sito archeologico a meridione dell’ Hadrian’s Wall (Vallum Hadriani) che tracciava l’antico confine della provincia romana della Britannia con la Caledonia, restituendoci le uniche fasce di cuoio tipiche dei combattimenti romani permaste integre sino ai nostri tempi.

Esistevano antichi scritti sul pugilato, sport abbastanza documentato in particolar modo nelle fonti greche tra le quali il filosofo Platone.
 In ambito romano l’esercito praticava il pugilato per stimolare la forma fisica e le competenze combattive, svolgendo anche gare davanti agli spettatori.
 I caestūs ed il loro uso sportivo ci erano stati sinora testimoniati figurativamente soltanto tramite pitture murali, mosaici e statue del periodo, come la scultura bronzea del Pugile in riposo attribuita a Lisippo (IV sec. a.C.); pertanto la scoperta di esemplari reali rappresenta un’assoluta novità.


Risalenti al 118-120 d.C., simili guantoni furono realizzati con materiale ammortizzante atto a proteggere dall’impatto l’area delle nocche, alle quali è capace di adattarsi e di cui tuttora conserva l’impronta del suo remoto indossatore.
 Tali guanti da battaglia risultano perfettamente adattabili ancor oggi ad una mano moderna. 
Sebbene aventi uno stile e una funzione analoghi agli attuali guantoni da pugilato, somigliano più a delle fasce imbottite di pelle. 
Probabilmente venivano adoperati per esercitarsi, in quanto aventi un bordo più morbido rispetto ai letali inserti metallici tipici dell’antico pugilato professionale.


Benché caratterizzati da uno stile similare, non costituiscono una coppia corrispondente.
 Patricia Birley, l’esperta che li ha esaminati, ha individuato nel più grande dei guanti un segno di riparazione con una toppa circolare, indice della volontà del suo possessore di recuperarlo e conservarlo. 

Il loro rinvenimento avvenne fortuitamente lo scorso anno al di sotto del forte del quarto secolo di Vindolanda, una caserma della cavalleria romana vicino la città di Hexham, durante gli scavi diretti dallo studioso Andrew Birley.

 I guanti vennero scovati accanto ad alcune tavolette per scrivere, spade, zoccoli e scarpe da bagno.
 Gli archeologi coinvolti sono rimasti notevolmente sorpresi dai meravigliosi beni militari e quotidiani appartenuti a uomini di duemila anni fa e alle loro famiglie: tra questi vanno indubbiamente menzionate delle spade integre, anch’esse rare nelle province nord-occidentali dell’impero romano.

 I resti risultano in un pressoché perfetto stato di conservazione, a causa del loro nascondimento al di sotto del pavimento di cemento compiuto dai Romani una trentina di anni dopo l’abbandono della caserma a causa di una ribellione britannica: l’assenza di ossigeno ha dunque ostacolato la decomposizione di materie quali legno e cuoio, consentendo il mantenimento di inediti reperti finalmente ammirabili presso il Museo di Vindolanda. 
Pertanto non ci resta che osservarli direttamente, in attesa degli esiti dei futuri scavi previsti nel mese di aprile.

 Fonte: mediterraneoantico.it

L'antica leggenda buddista sui gatti


I gatti sono esseri meravigliosi e fin dall'antichità vengono trattati con profondo rispetto perché per molte civiltà, sono i guardiani che proteggono le nostre anime. 
Secondo una leggenda buddista sono simbolo di spiritualità, pace ed unione.

 E’ innegabile, i gatti sono tra gli animali più affascinanti e da sempre sono al centro delle civiltà più antiche.
 In Cina ad esempio, si credeva che il loro sguardo potesse scacciare gli spiriti maligni o ancora nell’antico Egitto esisteva la convinzione che durante la notte, i raggi del sole si nascondessero negli occhi dei gatti per rimanere al sicuro.
 I gatti sono poi presenti in diverse tradizioni popolari, ricordiamo ad esempio che la Dea Bastet viene rappresentata come un bellissimo gatto nero o una donna con una testa di gatto.


Questa divinità era un simbolo positivo di armonia e felicità, protettrice della casa, custode delle donne incinte e capace di tenere lontani gli spiriti maligni.


Per il buddismo i gatti sono simbolo di spiritualità, animali che riescono a trasmettere armonia e calma ed è per questo che l’essere umano, per poter amare incondizionatamente questo felino, deve prima entrare in connessione con se stesso.

 Molto spesso capita poi di vedere dei gatti che dormono su statue di marmo buddiste o anche di imperatori romani. 
Perché lo fanno?
 E' probabile che questo comportamento derivi dal fatto che le grandi statue di pietra o di metallo si riscaldano durante il giorno e trattengono il calore, mentre altre superfici tendono a freddarsi. E i gatti, si sa, amano crogiolarsi in luoghi ben caldi.

 Più suggestiva è la leggenda che esiste da secoli in Thailandia, vediamo qual è. 

 Anche Buddha viene rappresentato qualche volta con un gatto accovacciato ai suoi piedi, ciò perché porta pace e unione nei templi dei paesi asiatici. 
La leggenda affonda le sue radici nel buddismo theravada che letteralmente significa “la scuola degli anziani“, che dà origine al ‘Libro delle poesie e dei gatti’ chiamato anche Tamra Maew che attualmente è conservato nella biblioteca nazionale di Bangkok. Proprio in uno dei papiri che compongono questo libro, si narra la leggenda buddista sui gatti che parla di morte e spiritualità, ma anche di reincarnazione dell’anima.


Secondo il buddismo quando una persona moriva, accanto al corpo veniva posto un gatto, ovviamente la cripta possedeva una fessura per permettere al felino di uscire liberamente. 
Se il gatto lo faceva, si era sicuri che l’anima del defunto si fosse reincarnata nel corpo dell’animale. 
Solo in questo modo, si poteva raggiungere la libertà verso l’ascensione.

 Per l’ordine buddista Fo Guang Shan, invece, i gatti sono dei piccoli monaci, ovvero come persone che hanno già raggiunto l’illuminazione.

 Dominella Trunfio

lunedì 26 febbraio 2018

Wave Rock: l’incredibile roccia a forma di onda in Australia


La Wave Rock è una formazione rocciosa naturale che si trova nell’Australia occidentale, 340 km a sud-est della città di Perth.
 La particolarità di questa roccia è la sua incredibile forma, che ricorda molto un’onda, di quelle tanto amate dai surfisti. 

 La spettacolare onda di pietra è alta circa 15 metri e lunga 110 metri e forma il lato nord di una collina di granito, nota come Hyden Rock. 
Wave Rock e Hyden Rock fanno parte di Hyden Wildlife Park, una riserva naturale di 160 ettari, considerato tra i luoghi dell’Australia più belli da visitare.

 La Wave Rock si è formata dall’erosione di agenti atmosferici come vento e pioggia, che hanno creato, nei millenni, delle strisce verticali grigie, ocra e rosse sul granito, conferendogli la particolare forma di onda che sta per infrangersi. 
I colori di questa roccia, causati dai minerali di cui è composta, sono incredibili e creano delle composizioni di luce ogni volta diverse, a seconda dell’ora del giorno e della stagione.

 Gli studiosi fanno risalire questa meraviglia a circa 2,7 miliardi di anni fa e pare che originariamente fosse sepolta dal suolo.
 In seguito all’erosione, la parte di granito è emersa con tutta la sua imponenza e la sua affascinante bellezza. 

 Ogni anno, circa 100.000 turisti affollano la zona, attirati dalla spettacolarità della roccia.




Inoltre, nel parco circostante, è possibile incontrare molte specie animali: dai canguri bianchi ai koala, dai cammelli ai cigni, agli uccelli esotici, molto apprezzati soprattutto dagli appassionati di birdwatching.
 In primavera, fioriscono tante varietà di fiori selvatici e anche delle orchidee dalle forme più strane e rare. 

 Tutta la regione di Wave Rock è stata per anni evitata dagli aborigeni, forse per qualche leggenda o, semplicemente, perché situata in una zona molto arida. 


Fonte: siviaggia.it

venerdì 23 febbraio 2018

Perché i Collagua del Perù avevano il cranio allungato?


Oggi a nessuno viene in mente di allungare volontariamente il cranio dei neonati, ma in passato la dolicocefalia, come si chiama in gergo tecnico, era una pratica diffusa a diverse latitudini, Europa compresa. 

 Un team di studiosi ha analizzato i crani di alcune donne dei Collagua, una popolazione stanziale della valle del Colca (Perù) tra il 1100 e il 1450, e ha ipotizzato che questa pratica potesse avere un'importante funzione sociale, come spiegato nell'articolo pubblicato sulla rivista Current Anthropology.


I ricercatori hanno condotto un'analisi chimica sulle ossa dei crani deformati. 
Hanno potuto così constatare che rispetto alla media della popolazione, le donne dolicocefaliche avevano una dieta più varia - appartenevano quindi probabilmente a un ceto sociale più elevato. Inoltre, mostrano meno segni di violenza fisica.

 Secondo Matthew Velasco, della Cornell University, autore dello studio, la conformazione del cranio era l'equivalente di una bandiera: ad averlo allungato erano le elite dominanti, che lo esibivano con orgoglio.
 Gli studi suggeriscono che chi "indossava" questo simbolo si occupava anche di scambi agro pastorali con le popolazioni vicine, con le quali prendeva decisioni comuni, cosa che potrebbe aver favorito una gestione più pacifica dei conflitti.
 In quegli anni le occasioni di conflitto infatti non mancavano: le popolazioni locali se la dovettero vedere con l'ascesa dell'impero Inca, che a partire dal XIII secolo si impose sui vicini, in alcuni casi assimilandoli e in altri conquistandoli.

 Prima che gli Inca avessero la meglio ci fu un periodo di transizione: fu soprattutto in questa fase, secondo gli studiosi, che le elite dominanti, per riconoscersi e fare fronte comune contro il nemico, praticarono la dolicocefalia, intervenendo con fasciature e "stampi" sulle ossa ancora elastiche dei neonati.

 La pratica fu bandita dagli invasori spagnoli, i conquistadores, nel XVI secolo. 

 Fonte: focus.it

giovedì 22 febbraio 2018

È morto l’uccello più solo del mondo, innamorato di una compagna di cemento


Se siete amanti degli animali questa storia non potrà lasciarvi indifferenti. 
 E neppure se siete dei romantici e credete che l’amore non conosca nessun tipo di barriera. 

 Questa è la storia di Nigel, esemplare di sula australiana (Morus serrator) conosciuto da tutti come l’uccello più solo del mondo. Fidatevi, purtroppo per Nigel, è proprio così. 

 Nigel viveva sull’isola di Mana, in nuova Zelanda, e ci viveva da solo. 
A fargli compagnia solo tanti esemplari finti di sula in cemento. Ora vi spieghiamo meglio.

 40 anni fa le sule decisero di abbandonare l’isola, al tempo invasa da ratti e topi, così dopo un piano di eradicazione dei toponi, vent’anni fa il Department of conservation – Te Papa Atewbai (ente che si occupa di conservazione ambientale) ideò un metodo per tentare di ripopolare l’isola: piazzare ottanta statue di sula.
 Delle repliche esatte di Nigel finemente dipinte. Tanto perfette da ingannare un uccello vero.
 Le statue di cemento insieme a versi lanciati da altoparlanti avrebbero dovuto attirare sull’isola di Mana numerosi esemplari di uccello marino in modo da ripristinare la fauna locale.
 Purtroppo però il piano non ha funzionato. 
 L’unico che è stato attirato sull’isola è stato proprio Nigel che arrivò nel 2013. 
 La storia triste? È stato l’unico. 
E non solo. Si è innamorato di una sula di cemento. 
Per cinque anni l’ha corteggiata senza tregua, le puliva le finte penne con le becco e oltre a dedicarle versi amorosi e le aveva persino costruito un nido che teneva sempre pulito. 
Se non è fedeltà questa. E anche dedizione. 
Questo è un vero esempio di Amore con la A maiuscola. 
Peccato che la pennuta di cemento non abbia mai potuto godere di tutto questo.






Solo nel Natale 2017 sono arrivati sull’isola altri esemplari reali di sula ma purtroppo non hanno legato con Nigel che ai compagni in carne e piume ha sempre preferito la sua innamorata di cemento. 

Nigel è morto qualche giorno fa e il suo corpo è stato ritrovato di fianco alla sua compagna-statua che ha amato per tanti anni. 
Ha scelto di addormentarsi proprio di fianco a lei. 

 Chris Bell, la ranger che ha trovato il corpo di Nigel ha dichiarato: «Che fosse o meno solo, certamente non ha mai avuto niente in cambio, e questa deve essere stata un’esperienza davvero strana. Penso che tutti abbiamo molta empatia per lui, perché ha vissuto questa situazione abbastanza disperata». 

 Povero Nigel. Così solo ma anche così innamorato.

 Fonte: 105.net

mercoledì 21 febbraio 2018

L'alveare a spirale della Tetragonula carbonaria


Api, animali davvero incredibili.
 Lo sapevamo già ma la Tetragonula carbonaria è ancora più speciale. 
Un vero e proprio architetto visto che è in grado di costruire alveari a spirale.

 Nota anche come "sugarbag", la tetragonula carbonaria è un'ape senza pungiglione, endemica della costa nord-orientale dell'Australia. 
L'ape è nota per impollinare specie di orchidee come Dendrobium lichenastrum, D. toressae e D. Speciosum. 
Rispetto alle altre sue simili, è leggermente più piccola e ha una struttura sociale altamente sviluppata paragonabile alle api mellifere.
 Ma la vera particolarità della Tetragonula carbonaria è il modo in cui realizza il suo nido. 
Si tratta di alveari a spirale a singolo strato completamente diversi da quelli piatti. 
Hanno un solo ingresso e sono rivestiti da uno strato appiccicoso che aiuta a intrappolare gli agenti patogeni per impedire loro di entrare. 
Un sistema di difesa ingegnoso visto che queste api non pungono ma mordono e iniettano un acido formico irritante. 

 Questi suggestivi alveari hanno una forma allungata in senso verticale e con un orientamento regolare in senso orario. Sono costruiti con cera marrone e ospitano uova e larve.
 Si tratta di costruzioni piatte che salgono gradualmente.
 In questi alveari complessi, le singole celle devono essere costruite a diverse altezze per mantenere in movimento la struttura.


L'entomologo ed ex ricercatore del CSIRO, Tim Heard, ha osservato per 30 anni queste api scoprendo che "sono insetti altamente sociali, con una regina e migliaia di lavoratori che vivono insieme in un luogo protetto, che, in natura, è di solito in un albero cavo".


Una volta pronto l'alveare, la regina depositerà le uova nelle celle, cinque minuti dopo le api operaie torneranno a sigillarle. 

 Francesca Mancuso

All'origine delle aurore pulsanti


I bagliori che illuminano le notti alle latitudini boreali e australi più elevate sono chiamati genericamente aurore.
 Ma le aurore non sono tutte uguali.
 Quelle più spettacolari che si vedono spesso sui desktop dei computer, per esempio, sono chiamate aurore discrete. 
Quelle che invece variano in modo quasi periodico nell’arco di alcuni secondi o decine di secondi sono chiamate aurore pulsanti. 

Uno studio pubblicato su “Nature” da Satoshi Kasahara dell’Università di Tokyo e colleghi conferma ora per via sperimentale la teoria più accreditata per spiegare le aurore pulsanti.


Mentre il processo che genera le aurore discrete ha inizio a migliaia di chilometri al di sopra della superficie terrestre, quello che riguarda le aurore pulsanti comincia a decine di migliaia di chilometri di altitudine, nella regione equatoriale della magnetosfera, ovvero nella zona dello spazio dominata dal campo magnetico della Terra.

 Alcuni decenni fa, era stato ipotizzato che le aurore pulsanti fossero figlie dell’interazione tra gli elettroni della magnetosfera e il cosiddetto “coro”, un insieme di fluttuazioni elettromagnetiche, così chiamato perché oscilla con frequenze che possono essere facilmente convertite in un suono che possiamo sentire.
 Per effetto di questa interazione, gli elettroni sono proiettati verso la Terra lungo le linee del campo geomagnetico. 
 Detto in altri termini, molti elettroni presenti nello spazio si muovono intorno alla Terra e tendono a seguire le linee del campo geomagnetico. Quando incontrano il coro, possono essere indirizzati in una regione della porzione superiore dell’atmosfera chiamata ionosfera, compresa tra circa 60 chilometri e circa 450 chilometri di quota; ed è intorno a circa 100 chilometri di altitudine che spesso generano la luce aurorale.


Il processo che si produce nella ionosfera è paragonabile alla produzione di immagini sui vecchi schermi e televisori a tubo catodico, in cui un fascio di elettroni, incidendo su un sottile strato di fosforo ne causa la luminescenza.
 Nel caso della ionosfera, gli elettroni possono urtare contro atomi e molecole dei gas che compongono l'atmosfera, portandoli in uno stato eccitato.
 Nel tornare allo stato non eccitato, quegli stessi atomi e molecole emettono la radiazione luminosa delle aurore.
 La quasi periodicità di questa luce riflette le fluttuazioni nella popolazione di elettroni che deriva dalle oscillazioni delle onde del coro.


Nel 2016, il lancio del satellite Arase da parte dell’Agenzia spaziale giapponese (JAXA) ha permesso di osservare direttamente queste interazioni. 
In particolare, Arase ha registrato dati durante un'aurora verificatasi il 27 marzo 2017. 
L’analisi dei dati effettuata da Kasahara e colleghi ha rilevato elettroni provenienti dalla magnetosfera e dotati di energia elevata, fino a decine di chiloelettronvolt (migliaia di elettronvolt, unità di misura dell’energia per le particelle) mentre erano diffusi dalle onde del coro, determinando una pioggia di elettroni nell’atmosfera superiore. 

 Il risultato dimostra l’enorme potenziale della tecnica nel verificare e perfezionare gli attuali modelli del campo magnetico terrestre, grazie al confronto con rilevazioni nello spazio e con il campo magnetico di altri pianeti come Giove e Saturno. 
Anche su questi ultimi, infatti, gli strumenti hanno rilevato la presenza di onde di coro. 


Fonte: lescienze.it
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