lunedì 13 novembre 2017
domenica 12 novembre 2017
Carnyx, il corno da battaglia celtico
Il carnyx era uno strumento a fiato di bronzo utilizzato dai Celti e dai Daci tra il 300 a.C. e il 200 d.C.
La sua forma caratteristica a “S” allungata terminava con un’apertura superiore (campana) generalmente zoomorfa.
Il carnyx era utilizzato in guerra e viene citato direttamente da Giulio Cesare e Diodoro Siculo: serviva non solo a incitare le truppe in battaglia o a intimidire l’avversario, ma probabilmente anche ad impartire ordini di assalto o ritirata.
Le sue dimensioni lo portavano a stagliarsi ben oltre le teste dei combattenti e a risuonare su tutto il campo di battaglia.
Fino al 2004 esistevano solo frammenti di 5 carnyx provenienti da Scozia (l’esemplare più completo, solo la campana a forma di testa di cinghiale è sopravvissuta), Francia, Germania, Romania e Svizzera, ma nel settembre 2004 un gruppo di archeologi ha scoperto un deposito di oggetti metallici a Tintignac, Francia, risalente al I° secolo a.C.
All’interno di questo deposito, che conteneva centinaia di pezzi di spade, lance dalla punta di ferro, scudi ed elmi, sono stati rinvenuti ben 7 carnyx, uno dei quali quasi completo.
Quattro dei carnyx avevano una campana a forma di cinghiale, il quinto sembra raffigurare una sorta di rettile mostruoso e i due rimanenti avevano una campana a forma d’uccello.
A partire dagli anni ’90 del secolo scorso sono state creare diverse repliche basate su principalmente sul carnyx scozzese (il carnyx di Deskford) e su quelli di Tintignac.
Fonte: vitantica.net
giovedì 9 novembre 2017
Gatto e uomo: le origini della convivenza
La relazione tra esseri gli umani e i gatti è probabilmente più antica di quanto si possa immaginare: la domesticazione dei felini di piccola taglia è generalmente datata a circa 8.000 anni fa, ma una scoperta del 2004 a Cipro sembrerebbe retrodatare il rapporto tra uomo e gatto di almeno 1500 anni, se non addirittura a circa 12.000 anni fa.
Per scoprire ulteriori dettagli sull’origine della domesticazione del gatto, un team multidisciplinare ha condotto nel 2016 uno studio genetico sui resti di 290 antichi gatti domestici rinvenuti in 30 siti archeologici sparsi su tutto il pianeta: i campioni più antichi risalgono ad un periodo compreso tra il 6.900 a.C. e il 1.900 a.C., periodo in cui molti degli abitanti europei conducevano ancora una vita da cacciatori-raccoglitori; il più recente, invece, risaliva al XVIII° secolo.
I risultati di questa ricerca hanno rivelato alcune sorprese.
Secondo gli autori della ricerca, tutti i gatti moderni discendono da un’unica specie, il Felis silvestris; in aggiunta, sembra che i gatti abbiano iniziato ad accompagnare l’essere umano in due ondate: la prima sembra essere stata una relazione tra gatti selvatici e popolazioni di cacciatori-raccoglitori che si stavano convertendo all’agricoltura, come dimostrerebbe il gatto di Cipro; la seconda, invece, si verificò qualche millennio dopo e contribuì alla diffusione dei gatti domestici dall’ Antico Egitto al resto del mondo.
Prima dell’agricoltura, era il cane (o il lupo addomesticato) l’animale più utile per l’essere umano: aiutava nella caccia, si sbarazzava degli scarti indesiderati e contribuiva alla difesa la comunità.
Con la nascita dei primi insediamenti stabili e del primi surplus di granaglie, si rese necessaria la presenza di un predatore naturale addomesticato per eliminare la prima piaga del mondo agricolo, i topi.
Contrariamente alla domesticazione del lupo, che ha richiesto un intervento umano attivo per addestrare e ammansire i primi esemplari, gatti si sono fondamentalmente addomesticati da soli per convenienza: si sono autoinvitati nei nostri insediamenti agricoli per via dell’abbondanza di prede e col passare del tempo l’essere umano si è reso conto della loro utilità e ha iniziato tollerare sempre di più la loro presenza.
Per molti millenni, il gatto selvatico è rimasto fondamentalmente immutato pur sviluppando una tolleranza crescente alla nostra presenza: la nascita delle razze moderne, infatti, iniziò tra il XVIII° e il XIX° secolo durante le prime sperimentazioni di selezione dei tratti cromatici o morfologici più particolari o apprezzati dalla moda del tempo.
L’incredibile adattabilità e opportunismo del gatto selvatico gli ha permesso di conquistare quasi ogni habitat, ma la sua forte diffidenza nei confronti dell’essere umano e le sue abitudini solitarie devono aver rappresentato un grosso ostacolo all’inizio del processo di domesticazione: gli esemplari più curiosi, impavidi o costretti dalla fame iniziarono a spingersi furtivamente nei granai dei nostri antenati seguendo le tracce dei roditori di cui si nutrivano; col trascorrere del tempo, si accorsero probabilmente che un granaio, oltre che fornire l’habitat ideale per le loro prede naturali, era un ottimo ambiente per trascorrere la notte al caldo, e che la loro presenza iniziava ad essere tollerata, se non addirittura ricompensata, da quei grossi e bizzarri animali bipedi.
Migliaia di anni dopo, i felini nordafricani acquisirono uno status di divinità con l’apparizione nel pantheon egiziano della dea Bastet (adorata fin dal 2890 a.C.), dotata di una testa felina e in principio divinità della guerra nel Basso Egitto sotto il nome di Sekhmet, per poi divenire una divinità protettrice nei secoli successivi.
I gatti erano considerati sacri al punto da punire talvolta con la morte chi ne avesse ucciso uno; moltissimi gatti vennero inoltre mummificati per accompagnare i loro padroni nell’oltretomba.
Secondo una leggenda diffusa probabilmente nel II° secolo a.C., la Battaglia di Pelusio (525 a.C.) combattuta tra Persiani ed Egiziani fu decisa a “colpi di gatto”: consapevoli dell’importanza e della sacralità dei gatti per i loro nemici, i Persiani legarono un gatto ad ogni scudo, costringendo gli egizi alla resa.
Per quanto si tratti probabilmente di una voce priva di alcun fondamento, dimostra comunque quanto fosse nota nel mondo antico la relazione tra uomo e gatto in Egitto.
L’arrivo della cristianità e la sua diffusione sull’intero continente europeo relegò il gatto al ruolo di creatura infida, se non addirittura legata al concetto stesso di Male. Ma una roccaforte di “adoratori dei gatti” riuscì a resistere anche nell’Europa cristianizzata: nella cultura vichinga, i gatti erano animali sacri alla dea Freja, divinità dell’amore, della fertilità e della morte.
Dalla ricerca emerge che i Vichinghi portassero con loro almeno un gatto durante i viaggi in mare, specialmente quelli che coinvolgevano il trasporto di cibo: la presenza dei felini contribuiva a tenere sotto controllo l’attività dei topi.
Si trattava di gatti addomesticati da lungo tempo, dato che le dimensioni di un esemplare domestico tendono spesso ad essere inferiori rispetto alla sua controparte selvatica, il Felis silvestris.
Il Felis silvestris , definito genericamente “gatto selvatico”, è un felino che ha ottenuto un enorme successo evolutivo in buona parte degli ambienti conosciuti, dalle foreste del Nord Europa alle savane africane.
Il gatto selvatico non è molto differente da alcune razze domestiche moderne, ma il suo manto presenta meno varietà cromatica e l’animale tende ad essere più grosso dei gatti addomesticati: in base alla sottospecie, può raggiungere i 13 kg di peso per 120-130 cm di lunghezza (80 cm di corpo e circa 40 di coda).
Fomte: vitantica.
Puzzlewood : il bosco del Signore degli Anelli esiste davvero
A Puzzlewood le rocce sono ricoperte dal muschio, ci sono le grotte segrete e serpeggianti sentieri dalle caratteristiche celtiche. Questo bosco è così magico che ha ispirato il Signore degli Anelli di Tolkien.
La trilogia del celebre film basata sul romanzo classico di JRR Tolkien è stata girata quasi interamente in Nuova Zelanda, ma l’idea per il regno mitico della terra medievale viene proprio dalla patria dello scrittore, l'Inghilterra.
In particolare, Puzzlewood è un antico bosco che si trova a Coleford nella foresta di Dean a Gloucestershire.
Questa foresta primordiale copre 14 ettari di rocce ricche di muschio, radici che spuntano dal terreno e ponti boschivi, con un labirinto di percorsi che si snodano attraverso le gole.
Un posto tanto bello, quanto suggestivo e a tratti spettrale che riproduce alla perfezione l’ambientazione de il Signore degli Anelli, ma anche dell’Hobbit.
Oltre alla vegetazione, qui vivono tantissimi animali.
Nei tempi romani qui c'era una miniera di ghisa, l'estrazione del minerale di ferro ha contribuito a modellare il terreno, dando vita a profondi labirinti di diverse dimensioni.
Le grotte segrete vengono chiamate Scowles, mentre i sentieri Wildwood.
Una volta che la miniera venne chiusa, la natura ha continuato a fare il proprio corso con muschio e alberi che hanno creato un paesaggio unico.
Tolkien però non è l'unico ad esserne rimasto affascinato.
Alcuni dicono che la "Foresta Proibita" del mondo di Harry Potter presenta analogie simili alla geografia di Puzzlewood, sostenendo che l'autore JK Rowling potrebbe anche essere stato ispirato dalla foresta.
Il bosco ha anche ospitato numerosi drammi televisivi tra cui Dr Who, Merlin e Atlantis.
Dominella Trunfio
mercoledì 8 novembre 2017
Un eccezionale ritrovamento dall'antica Grecia
Due anni fa gli archeologi impegnati negli scavi di una tomba a Pylos, una storica città sulla costa sudoccidentale della Grecia più volte citata nei poemi omerici, si imbatterono in un piccolo oggetto incrostato, lungo meno di 4 cm e di forma ovale, simile a una grossa perla.
Non riuscendo a decifrarlo, lo lasciarono da parte per concentrarsi sugli altri tesori rinvenuti nel sepolcro appartenuto a un antico guerriero morto intorno al 1450 a.C., uno dei ritrovamenti più importanti compiuti in Grecia negli ultimi decenni.
Ma poi, ripulita la sporcizia, l'oggetto misterioso si è rivelato una pietra preziosa, incisa con precisione mirabile: un frammento di agata decorato con una scena di combattimento tra tre guerrieri. Uno sta per infilzare con la spada l'avversario, che si copre invano con lo scudo. Un terzo giace a terra, senza vita, in una rappresentazione che ricorda un momento drammatico dell'Iliade, o dell'Odissea, di Omero.
L'oggetto - come spiegano gli archeologi dell'Università di Cincinnati - è montato per essere indossato al polso come un orologio, e il guerriero che impugna la spada nell'incisione ne sfoggia uno simile.
Due sono i misteri che riguardano la pietra: come è stato possibile decorarla così nel dettaglio (e dove, a quell'epoca)?
Ed è davvero una scena dei poemi omerici, quella rappresentata? Il Guerriero del Grifone, l'uomo sepolto nella tomba insieme alla pietra, morì attorno al 1450 a.C., in un periodo cruciale di transizione in cui l'eredità della civiltà minoica si stava trasferendo da Creta all'interno del Peloponneso.
I capi locali, come il nostro guerriero, esibivano oggetti di fine artigianato come questo per mostrare di appartenere alle élite del potere.
Per la qualità della lavorazione, la pietra non poté che essere incisa a Creta: a quell'epoca in nessun altro luogo della Grecia era possibile una simile maestria.
Il dettaglio nei particolari fa pensare che sia stata usata una lente di ingrandimento, anche se gli archeologi non ne hanno mai trovate. Altri hanno ipotizzato che l'incisore fosse miope e quindi costretto a lavorare da vicino, ma pare più improbabile.
La pietra reca una riproduzione in piccolo di una scena su larga scala, forse dipinta a parete, come quelle che decoravano il Palazzo di Cnosso a Creta.
La relazione con i poemi omerici appare più complicata. I due guerrieri sconfitti nel disegno appartengono allo stesso esercito (sono vestiti allo stesso modo), e il significato della scena era probabilmente ben noto nell'iconografia minoica.
Ma se un tempo si pensava che l'Iliade raccontasse eventi storici, che ci si affrettava a riconoscere nei vari reperti rinvenuti, ora si procede con maggiore cautela.
Si ritiene che i poemi omerici riportino secoli di tradizione orale, e che la distruzione di Troia avvenuta nel 1.200 a.C. possa essere rimasta impressa nella narrazione comune per circa 500 anni, prima che queste opere fossero messe per iscritto, nel 700 a.C.
La sepoltura del Guerriero del Grifone precede la caduta di Troia, ed è ancora più distante, nel tempo, dalla stesura dei poemi omerici. Tuttavia si pensa che le narrazioni orali su cui essi si basano risalgano ai tempi dell'introduzione della Lineare B, il primo sistema di scrittura greco adattato dalla Lineare A minoica dai Micenei.
Le più antiche attestazioni di Lineare B risalgono al 1450 a.C., il tempo del nostro guerriero: può darsi, perciò, che le tradizioni orali alla base di Iliade e Odissea fossero già diffuse alla sua epoca.
Non si può quindi dire che l'eroe nella scena sia Achille, o Ettore; è però probabile che il disegno si richiami a un ciclo di storie familiare a Minoici e Micenei.
Fonte: focus.it
Il mito greco del pavone
La bella e giovane ninfa Io stava rientrando a casa dal padre Inaco quando lo sguardo di Zeus si posò su di lei.
Tentò di fuggire correndo nel bosco per nascondersi ma Zeus non ne volle sapere e fece scendere una fitta nebbia, che gli permise di avvicinarla e di farla sua.
Giunone, moglie di Zeus, si insospettì vedendo tutta quella oscurità e così, gelosa, scese sulla terra ed eliminò la nebbia per capire cosa stesse accadendo. Zeus si accorse che la moglie era nei paraggi e per sviarla, tramutò Io in una giovenca.
Giunone la vide e volle averla in regalo tanto era bella. Zeus accettò per non insospettirla e Giunone, che in realtà aveva intuito la verità, la affidò ad Argo dai cento occhi, che l’avrebbe custodita con attenzione.
Un giorno la giovenca Io si avvicinò a un fiume specchiandosi nelle sue acque ma vedendosi, si ritrasse intimorita.
Vide suo padre e le sue sorelle che purtroppo non la riconobbero.
Il padre però le porse dell’erba, lei tracciò con la zampa una scritta sulla polvere in modo da farsi riconoscere.
Proprio in quel momento giunse Argo che la trascinò via. Ma Zeus si impietosì per la ragazza e decise di farla liberare da Mercurio. Quest’ultimo nei panni di un pastore si presentò ad Argo suonando una dolce musica e narrando la storia di Pan e Siringa.
Argo si addormentò e Mercurio gli tagliò la testa dai cento occhi.
Quando Giunone lo scoprì, si arrabbiò moltissimo e costrinse Io a peregrinare per il mondo finché raggiunse le sponde del Nilo.
Qui Io supplicò Zeus di avere pietà. Quest’ultimo riuscì a convincere Giunone a liberarla e Io si trasformò finalmente in una fanciulla.
Giunone raccolse la testa di Argo e per omaggiarlo mise i suoi cento occhi di luce sulla coda della sua creatura sacra, il pavone.
Questi occhi simboleggiano le stelle, l’universo, la luna, la volta celeste.
I Romani non a caso chiamavano il pavone “uccello di Giunone” e dicevano che accompagnasse le anime delle imperatrici nell’aldilà.
Tratto da : eticamente.net
martedì 7 novembre 2017
Il mito del cavallo di Troia? L’archeologo: “In realtà era una nave”
Il Cavallo di Troia non era un cavallo, ma una nave.
È quanto sostiene, da circa un anno, un nostro “cervello in fuga”, l’archeologo navale Francesco Tiboni, dottore di ricerca dell’Università di Marsiglia, collaboratore di diverse università e enti stranieri ed italiani.
L’equivoco millenario sarebbe nato da un errore nella traduzione dei testi successivi a Omero, ai quali si ispirò lo stesso Virgilio (avvalendosi di un traduttore) per comporre l’Eneide.
Secondo Tiboni, il manufatto realizzato dai greci per penetrare nelle mura di Troia non sarebbe stato letteralmente un cavallo, in greco hippos, bensì un tipo di nave fenicia che veniva abitualmente chiamata “Hippos”, appunto.
Plinio il Vecchio sembra spiegare il perché di questa denominazione riferendo che tale imbarcazione fu inventata da un maestro d’ascia fenicio il cui nome era Hippus.
Queste navi, non a caso, erano dotate di una caratteristica polena: una testa equina.
I primi dubbi sul cavallo erano stati ventilati già in tempi antichissimi, da Pausania che, nel II sec. d.C. scriveva: «Che quello realizzato fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi un’assoluta dabbenaggine. Tuttavia la leggenda dice che è un cavallo».
In età moderna, altri studiosi hanno accennato al fatto che potesse trattarsi di una nave, ma era necessario un archeologo con specifiche competenze nel settore navale per trovare e mettere insieme un puzzle di indizi tecnici rivelatori.
Vale la pena di ricordare brevemente l’episodio narrato da Omero, ripreso e ampliato, secoli dopo, da Virgilio.
Dopo dieci anni di assedio alla città di Troia, i Greci mettono in pratica un’astuzia ideata da Ulisse ed ispirata da Atena in persona. Fingendo di abbandonare l’impresa e di tornare in patria, lasciano sulla spiaggia un enorme cavallo di legno, vuoto, che nasconde al proprio interno i più valorosi guerrieri achei, tra cui lo stesso re di Itaca.
Il giovane greco Sinone, fingendo di aver disertato, spiega a Priamo, re di Troia, che il cavallo è stato lasciato per placare l’ira di Atena, offesa per la profanazione del suo tempio compiuta da Ulisse.
Tale dono avrebbe dovuto proteggere il ritorno a casa dei Greci, ed era stato costruito in dimensioni tali che i troiani non avrebbero potuto portarlo dentro la città. Nonostante gli avvertimenti del sacerdote Laooconte – che viene subito divorato da serpenti marini - i troiani praticano una breccia nelle loro mura tanto da far entrare il “cavallo” nell’inespugnabile Ilio.
In questo modo firmano la loro condanna a morte, dato che nottetempo i greci usciranno dal ventre del cavallo e conquisteranno la città.
«Omero– spiega l’archeologo Tiboni – conosceva perfettamente l’argomento marinaresco tanto da lasciarci una grande quantità di informazioni sulla tecnologia costruttiva delle navi antiche. Nell’Iliade ed ancor più nell’Odissea, il poeta elenca con tutti i particolari le imbarcazioni dei greci e, quando descrive ad esempio l’episodio della costruzione di una zattera da parte di Ulisse, spiega con grande precisione i legni, gli utensili e le tecniche di assemblaggio utilizzati.
Tuttavia, proprio questa sua serenità nell’uso del linguaggio tecnico ha fatto sì che i poeti post-omerici che tramandarono le sue opere, ne travisassero alcuni passaggi.
Per Omero, parlare di un “Hippos” equivaleva a indicare la nave fenicia di questa tipologia.
Per i suoi epigoni, digiuni di cose di mare, divenne un cavallo vero e proprio».
Del resto, solo un archeologo specializzato in navi antiche avrebbe potuto leggere tra le righe e comprendere perché i Greci avessero deciso di concludere a tutti i costi l’assedio di Troia.
Omero scriveva, infatti, che le “cuciture” delle navi greche erano ormai fradicie e per questo avrebbero dovuto affrettare il ritorno in patria.
I posteri e i traduttori hanno spiegato che con cuciture si intendevano le funi e le vele, ma il degradarsi di questi accessori forse non sarebbe stato così grave da costringere gli Achei al rimpatrio.
«In realtà – continua Tiboni – molti traduttori di Omero ignoravano che il fasciame delle navi greche fosse veramente cucito con grossi punti a croce di fibre vegetali, cosa che noi oggi sappiamo grazie ai relitti antichi.
La decomposizione di queste cuciture, pericolosissima per l’integrità di tutto lo scafo, avrebbe richiesto migliaia di ore di lavoro per ricostruire quasi dal nulla le imbarcazioni: per questo, gli achei, non avevano altra alternativa che concludere la guerra».
Del resto, lo stesso Virgilio, quando nell’Eneide narra della costruzione del monumentale cavallo, descrive, in realtà, proprio le antiche tecniche della cantieristica navale del periodo: scrive di come il cavallo fosse stato costruito partendo dal guscio esterno (cosa tecnicamente improbabile nel caso di un vero cavallo), di come le “murate” (termine marinaro per indicare i fianchi delle navi) fossero di abete, mentre la costolatura interna di rovere, esattamente come si faceva per costruire le navi antiche, in particolare quelle fenicie.
Virgilio cita infatti un trave centrale in legno di acero che, nella storia dei relitti, trova riscontro solo in una nave: la famosissima nave punico-fenicia di Marsala, oggi conservata nel locale Baglio Anselmi.
Dopotutto, scambiando il “cavallo” di Troia con una nave la vicenda narrata nell’Eneide non si snatura affatto, ma assume, anzi, contorni meno surreali e ben più credibili.
La nave del tipo “Hippos” era solitamente usata per trasportare preziosi, pagare tributi e questo non solo avrebbe ingolosito ancor più i Troiani, ma avrebbe fornito un carattere più credibile di voto religioso in onore della dea.
Di certo sarebbe stato più semplice per i maestri d’ascia greci costruire una nave di un tipo ben conosciuto, piuttosto che improvvisarsi artisti e realizzare un cavallo.
Soprattutto, sarebbe stato molto più agevole nascondere nella doppia stiva di un’imbarcazione - piuttosto che nella pancia di un cavallo - il manipolo di guerrieri greci.
Quanto al trasporto del cavallo all’interno delle mura di Troia, nell’Odissea Omero narra esplicitamente di un “alaggio”, un sistema di rotolamento su rulli che nell’antichità era utilizzato per il rimessaggio delle navi mercantili al termine della stagione di navigazione.
Fonte: lastampa.it
Cina, la maestosa Foresta di Shilin
A Shilin non sono alberi quelli che sembrano spuntare dalla terra, ma rocce che creano l’illusione di una foresta di pietra.
Farai fatica a credere di essere in Cina e non in un libro di Michael Ende.
Questo paesaggio labirintico si trova a 85 chilometri dalla città di Kunming.
L’estensione della foresta è di 350 chilometri quadrati che si dividono in diverse aree con nomi come “Grande Foresta di pietra”, “Piccola Foresta di Pietra”, “Foresta di Pietra Esterna” o “Foresta di Pietra Sotterranea”.
Le rocce prendono forme straordinarie che i cinesi associano ad animali, persone e oggetti, ed assegnano a ciascuna di esse un nome.
La più popolare è la roccia Ashima. Si dice che abbia la forma dell’eroina da cui prende il nome.
La Foresta di Pietra di Naigu e il villaggio di Suogeyi sono stati dichiarati nel 2007 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
E non c’è da meravigliarsi.
Anche se questo luogo sembra quasi surreale, la sua formazione ha una spiegazione scientifica convincente: la Foresta di Pietra è il risultato dell’erosione e dell’attività sismica della zona avvenuta oltre 270 milioni di anni fa.
I più sognatori preferiscono scommettere su una spiegazione meno razionale e associano questo paesaggio a una grande varietà di miti. Ad esempio, che gli immortali fecero buchi nella montagna affinché gli innamorati potessero avere intimità.
Un’altra leggenda è che la foresta sia il luogo di nascita dell’eroina Ashima, una giovane appartenente all’etnia “yi”, che rappresenta le virtù della donna.
Secondo questo racconto, un principe orco voleva far sposare il proprio figlio con Ashima.
Lei rifiutò e fu rapita.
Quando il fratello di Ashima venne in suo soccorso, l’orco lanciò un incantesimo per provocare un’inondazione che investì il giovane. Così il suo spirito restò intrappolato per sempre nella pietra.
Una volta lì, mettendo da parte scienza e leggenda, la cosa più importante è posare lo sguardo sulle pietre a forma di aghi appuntiti e sui sentieri che le attraversano.
Tutto è vegetazione, sentieri e scale, che insieme alla formazione di fiumi sotterranei, grotte, passaggi e ponti, trasformano la foresta in una città incantata.
Lungo la sua estensione sono stati costruiti edifici di architettura mandarina, in modo che i visitatori possano rilassarsi e godersi il paesaggio.
Fomte: .passenger6a
lunedì 6 novembre 2017
Il rifugio segreto dell’italiano che conquistò l’Everest
La prima è un’isola. La seconda lo è stata in epoche geologiche lontane, finché il destino e i detriti alluvionali non l’hanno ricongiunta alla terraferma.
L’Isola Comacina e la penisola di Lavedo sono due degli angoli più affascinanti e meno conosciuti del Lario.
Visitarle d’autunno, quando il clima favorisce la malinconia e le strettoie della Statale Regina sono meno affollate di targhe tedesche e olandesi, le fa sembrare ancora più belle.
Arrivando da Milano la prima tappa è l’Antiquarium di Ossuccio, ospizio dei pellegrini in epoca medievale (poco lontano c’è il campanile gotico della chiesa di Santa Maria Maddalena, patrimonio dell’Unesco) e oggi punto di partenza per accedere ai due chilometri quadrati a forma di apostrofo, o di lacrima, dell’isola.
Scendendo dal taxi boat la cosa migliore è perdersi un po’ a camminare fra le piante per poi scoprire gli edifici dell’isola: la settecentesca chiesa di San Giovanni, la locanda nella quale amava tornare Alfred Hitchcock (grande amante del lago di Como fin dal viaggio di nozze nel 1926) ma soprattutto le tre ville razionaliste in pietra di Moltrasio e legno di castagno, progettate da Pietro Lingeri e recentemente restaurate, che incarnano il genius loci e che sono un prolungamento ideale del lavoro dei Magistri Cumacini, la corporazione di scalpellini che a partire dal IX secolo fece conoscere il nome di Como in tutta Europa.
Le villette vennero costruite nel 1939 su modello delle case per vacanze di Le Corbusier.
Il committente era l’Accademia di Belle Arti di Brera: l’istituzione culturale milanese cercava di esaudire i desideri di Alberto I del Belgio, che nel 1919 le aveva donato l’isolotto con l’obiettivo di farne un villaggio per gli artisti.
Per esplorare il dosso di Lavedo, che si trova a un paio di chilometri più a nord, si può scegliere una camminata di mezz’ora fra le querce lungo il sentiero che dal paese di Lenno si inerpica fino a villa Balbianello oppure arrivare via lago sbarcando al porticciolo della dimora costruita nel Settecento dal cardinal Angelo Maria Durini su ciò che rimaneva di un antico convento francescano.
I giardini e gli edifici che compongono la tenuta, frequentata durante l’Ottocento da Silvio Pellico e da altri intellettuali risorgimentali, sembrano usciti da un quadro di Arnold Böcklin o da una poesia di Shelley: ci sono un Ficus repens attorcigliato come un serpente sulle pareti e sulle colonne, una loggia con vista mozzafiato sul golfo di Venere e sulla Tremezzina, stanze arredate con pezzi unici di ebanisti francesi e inglesi e passaggi segreti utilizzati per far entrare e uscire le amanti dei padroni di casa.
Il fascino di villa Balbianello, però, deve tanto anche al suo ultimo proprietario: il conte Guido Monzino, che ereditò la Standa dal padre, la vendette alla Montedison e dedicò la sua vita all’alpinismo e alle esplorazioni.
Monzino la acquistò nel 1974, un anno dopo aver guidato una spedizione italiana sulla cima dell’Everest, e la trasformò nel mausoleo delle sue avventure fra gli inuit della Groenlandia e le popolazioni dell’Africa subsahariana.
Oggi il complesso è il bene del Fai più visitato d’Italia e i vip di tutto il mondo lo scelgono come set del loro matrimonio (l’ultimo in ordine di tempo è stato quello di Chris Smalling, calciatore del Manchester United), ma basta sfogliare le statistiche per capire che dai tempi del Grand Tour a oggi non è cambiato poi molto: l’87% dei 113 mila biglietti staccati quest’anno è finito nelle tasche di un turista straniero.
Fonte: lastampa.it
giovedì 2 novembre 2017
La storia segreta di Mickey Mouse
Se Topolino fosse un coniglio vi piacerebbe lo stesso?
Il rischio della sostituzione c’è stato per davvero, perché la prima creazione di Disney fu proprio un coniglio. E se il geniale Walt non avesse litigato con la sua casa di produzione forse oggi Mickey Mouse non esisterebbe…
Il 4 settembre 1927, un coniglietto animato conosciuto come Oswald the Lucky Rabbit (Oswald il coniglio fortunato) debuttò al cinema nel “corto”, intitolato Trolley Troubles.
Oswald aveva un creatore famoso: Walt Disney.
Erano gli albori della Disney Brothers Studios, la società fondata assieme a suo fratello a Hollywood nei primi anni 20 del 900. Disney aveva firmato un accordo con la Universal Studios per produrre 26 cartoni animati, a patto che il personaggio del titolo non fosse un gatto perché, come aveva spiegato a Disney il capo dello studio Carl Laemmle, “c’erano troppi gatti sul mercato” (il riferimento era al Gatto Felix).
Disney e la sua squadra partorirono il coniglio Oswald, che dopo qualche iniziale titubanza entusiasmò la Universal e a seguire anche pubblico e critica.
Dopo neppure un anno, però, Disney litigò con il socio Dan Mintz, che gli portò via il personaggio e i disegnatori, portandoli alla Universal.
Superata la rabbia e rimasto con un solo animatore fedele, Ub Iwerks, Disney si mise al lavoro su un nuovo personaggio che a una prima occhiata non sembrava molto diverso da quello vecchio, a parte le orecchie più corte e rotonde e lo stomaco pronunciato, quasi che Disney e Iwerks avessero trasformato un coniglio perché sembrasse più simile a un topo.
Il nome scelto per il nuovo personaggio fu Mortimer, presto cambiato in Mickey, perché la moglie di Disney, Lillian, riteneva che Mortimer fosse troppo pomposo.
Mickey debuttò timidamente sullo schermo nel 1928 nell’ormai celebre L’aereo impazzito, mentre Disney faticava non poco a trovare distributori per la sua nuova creatura.
Ci riuscì al terzo episodio, Steamboat Willie, caratterizzato dal suono sincronizzato con le immagini e col quale Disney conquistò finanche l’autorevole rivista Variety, che con lungimiranza battezzò il successo di Topolino.
In origine, il topo più famoso del mondo si presentava “a zampe nude”. Poi qualcosa cambiò: era il 1929 e la ragione la spiegò lo stesso Walt Disney in un’intervista: “Non volevamo che lui avesse le zampe del topo: lo volevamo rendere più umano e così gli abbiamo infilato i guanti. Cinque dita ci sembravano però troppe su una figura così piccola: così abbiamo tolto un dito. E ne abbiamo avuto uno in meno da animare!”
Il fumetto italiano è stato pubblicato la prima volta il 31 dicembre del 1931.
Ben presto il giornalino passò alla Mondadori dove restò fino al 1988, quando tornò alla Disney.
Gli autori italiani furono bravissimi, a loro si devono tanti nuovi personaggi: Brigitta, Filo Sganga, Amelia (ispirata a Sofia Loren), Rockerduck, Trudy e Paperinik.
E OSWALD?
I cartoni animati di Oswald furono prodotti fino al 1943 e i suoi fumetti fino agli anni 60, poi, man mano che Topolino conquistava il mondo, fu definitivamente abbandonato.
È riapparso nel 2013 in un cameo nel film di animazione Tutti in scena, dopo che la Disney nel 2006 ne ha riacquistato i diritti, a 79 anni dallo "scippo".
Meglio tardi che mai.
Fonte: focus.it
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