mercoledì 15 marzo 2017
Scoperta la prima rana fluorescente, vive in Sud America
Scoperta la prima rana al mondo fluorescente per natura: vive nel bacino dell’Amazzonia e ha una pelle giallastra puntinata di rosso che sotto la luce a ultravioletti della luna si trasforma colorandosi di verde e blu elettrico.
Questo fenomeno, rarissimo negli animali terrestri e mai osservato prima d’ora negli anfibi, in realtà potrebbe essere più diffuso di quanto si pensi, probabilmente sfruttato dagli animali per comunicare con i simili della stessa specie.
A indicarlo è uno studio dell’Università di Buenos Aires pubblicato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas).
La fluorescenza consiste nell’assorbire la luce a lunghezze d’onda minori per riemetterla a lunghezze d’onda maggiori: finora questo fenomeno era stato osservato soprattutto in organismi marini come coralli, squali e una specie di tartaruga, mentre sulla terraferma era nota soltanto nei pappagalli e in alcuni scorpioni.
Esaminando la piccola rana degli alberi Hypsiboas punctatus, diffusa in Sud America, i ricercatori argentini avevano ipotizzato che potesse dare fluorescenza nel rosso perché la sua pelle contiene un pigmento verde, chiamato biliverdina, che in certi insetti si combina a proteine che danno un rosso fluo.
Al contrario delle attese, però, l’animale posto sotto le lampade a raggi Uva ha assunto una colorazione verde fluo con puntini blu elettrico.
La fluorescenza verde, in particolare, sarebbe dovuta alla formazione di una molecola finora sconosciuta, chiamata iloina-L1: contenuta nella pelle, nei tessuti linfatici e nelle secrezioni ghiandolari, aumenterebbe la visibilità della rana del 20-30% sotto i raggi della luna.
Il prossimo obiettivo dei ricercatori è quello di esaminare le altre 250 specie di rane degli alberi dotate di una simile pelle traslucente per verificare se ce ne siano altre fluorescenti.
Fonte: lastampa.it
martedì 14 marzo 2017
La leggenda Maya del Colibrì
Sono stupendi, colorati e leggeri. Il colibrì è uno degli uccelli più affascinanti del mondo, soprattutto per la sua capacità di poter rimanere quasi immobile a mezz'aria, grazie al loro velocissimo battito di ali.
Le piume del colibrì erano considerate magiche per i Maya, la civiltà mesoamericana che ha vissuto fino all'epoca colombiana tra Guatemala, Messico e altri paesi dell'America Centrale.
I Maya consideravano i colibrì creature sacre che possedevano poteri di guarigione, grazie alla gioia e all'amore che sarebbero in grado di convogliare verso le persone.
In effetti, questo rispecchia il fatto che, anche oggi, ogni volta che vediamo un colibrì ci si riempie di piacevoli emozioni.
I Maya raccontavano una incredibile leggenda su questa vibrante creatura, che per loro aveva uno scopo molto speciale...
La leggenda maya del colibrì inizia quando gli dei crearono ogni singolo animale con un compito specifico da svolgere sulla terra. Una volta finita la distribuzione, si resero conto che mancava un lavoro molto importante: serviva un messaggero per trasportare i loro pensieri e desideri da un luogo ad un altro. Ma non c'era più materiale per creare un nuovo animale.
Così gli dei, creatori del possibile e dell'impossibile, decisero di fare qualcosa di più speciale.
Presero una pietra di giada e scolpirono una freccia, che simboleggia il viaggio.
Trascorsi un paio di giorni, soffiarono così forte che la freccia volò attraverso i cieli fino a diventare un bellissimo uccello multicolore. Così nacque x ts'unu'um , vale a dire il colibrì.
Le sue piume erano così fragili e leggere che il colibrì poteva avvicinare i fiori più delicati senza muovere un solo petalo, brillando al sole come gocce di pioggia.
Il colibrì iniziò a trasportare pensieri e desideri, senza che gli uomini se ne rendessero conto. Ma a un certo punto questi iniziarono a catturare i bellissimo uccello, ammaliati dalla bellezze delle sue piume.
Gli Dei si arrabbiarono e dissero: 'Se qualcuno oserà prendere ancora un colibrì, verrà punito con la morte'.
Questa è una delle spiegazioni mistiche del fatto che è praticamente impossibile catturare un colibrì...
Perché gli Dei lo proteggono.
Così, la leggenda Maya narra che quando si vede un colibrì qualcuno da lontano manda auguri e amore.
Roberta Ragni
Sull'isola di Guam, i serpenti uccidono la foresta
I serpenti bruni arboricoli (Boiga irregularis) che dalla Seconda Guerra Mondiale hanno invaso l'isola di Guam, nel Pacifico occidentale, stanno condannando alla scomparsa anche gran parte delle sue piante.
La piccola isola di 50 km per 10 nell'arcipelago delle Marianne ospita ormai 2 milioni di questi predatori notturni, innocui per l'uomo ma velenosi e fatali per gli uccelli del luogo.
I rettili giunti sull'isola 70 anni fa a bordo di navi cargo militari, hanno trovato nella giungla locale un habitat praticamente privo di predatori.
Negli anni '80 avevano ormai causato la scomparsa di 10 delle 12 specie di uccelli endemici, condannando la sua foresta a un innaturale e inquietante silenzio.
Ora i ricercatori dell'Università del Colorado hanno sollevato un'altra preoccupazione: quella che i serpenti possano determinare, indirettamente, anche la diminuzione della vegetazione.
Il 70% degli alberi di Guam si riproduce infatti grazie alla dispersione dei semi da parte di uccelli che si nutrono di frutta.
Ma solo il 10% dei semi finisce oggi effettivamente al suolo nei pressi della pianta madre.
In base alle nuove stime, pubblicate su Nature Communications, il numero di nuovi alberi sull'isola potrebbe pertanto diminuire di una quantità compresa tra il 61 e il 92%.
Fonte: focus.it
lunedì 13 marzo 2017
I Neanderthal usavano antidolorifici e antibiotici auto-medicandosi con piante officinali
I denti dei Neanderthal parlano chiaro: i nostri cugini più vicini erano a conoscenza – e usavano – più di un farmaco. È questa la scoperta più sorprendente dello studio di un team internazionale dell’università australiana di Adelaide e dell’università di Liverpool, a cui ha partecipato anche David Caramelli, dell’università di Firenze, che ha analizzato la placca dentale di 4 Neanderthal.
I ricercatori raccontano su Nature che, oltre alla capacità di auto-medicarsi con piante officinali per ridurre il dolore e combattere le malattie, i Neanderthal seguivano abitudini alimentari molto diverse a seconda della regione in cui vivevano.
Alcuni menù erano prevalentemente a base di carne, per esempio mufloni e rinoceronti lanosi, altri invece quasi del tutto vegetariani, a base di pinoli, muschi e funghi.
“Nella placca dentale sono rimasti intrappolati i microrganismi e gli agenti patogeni che vivevano nella loro bocca, nel tratto respiratorio e in quello gastrointestinale, così come alcuni pezzi di cibo incastrati tra i denti.
Questo ha permesso di preservare il dna per migliaia di anni”, spiega l’autrice Laura Weyrich, dell’Università australiana di Adelaide.
“L’analisi genetica del dna rappresenta una finestra unica sulla vita dei Neanderthal, in grado di fare luce su nuovi dettagli di ciò che mangiavano, sulla loro salute e in che modo l’ambiente ha influenzato il loro comportamento”.
A essere presi in esame sono stati 5 Neanderthal, ritrovati nei pressi di siti archeologici in Belgio (grotta di Spy) e in Spagna (El Sidrón) e vissuti tra i 42mila e i 50mila anni fa.
La loro placca dentale è la più antica a essere stata analizzata geneticamente finora.
“Abbiamo scoperto che i Neanderthal del centro Europa mangiavano rinoceronti lanosi e mufloni, accompagnati da un contorno di funghi porcini”, spiega Alan Cooper, che ha collaborato allo studio.
“Quelli ritrovati in Spagna, invece, non hanno mostrato alcuna evidenza del consumo di carne, ma sembravano invece seguire una dieta in gran parte vegetariana, a base di pinoli, muschio, funghi e corteccia d’albero.
I nostri risultati mostrano quindi stili di vita molto diversi tra i due gruppi”.
Ma una delle scoperte più sorprendenti è quella che i Neanderthal spagnoli soffrivano di un ascesso dentale, svelato dalla conformazione ossea: nel dna della placca preistorica sono state osservate sequenze riconducibili a muffe, forse cresciute su un materiale erbaceo, capaci di produrre Penicillium, e altre riconducibili al pioppo, che contiene l’acido acetilsalicilico, il principio attivo dell’aspirina.
Inoltre, sono state ottenute sequenze di un parassita, Enterocytozoon bieneusi, che causa diarrea acuta, ed è stato individuato il genoma quasi completo di un batterio orale, il Methanobrevibacter commensali, che con 48mila anni di età può essere considerato il più antico genoma microbico orale finora scoperto.
“A quanto pare, i Neanderthal possedevano una buona conoscenza delle piante officinali e delle loro proprietà anti-infiammatorie e antidolorifiche”. “Ora, non solo possiamo avere la prova diretta di ciò che mangiavano i nostri antenati, ma le differenze nella dieta e nello stile di vita, grazie ai batteri commensali che vivevano nelle bocche dei Neanderthal e di noi esseri umani moderni”, spiega Keith Dobney, dell’Università di Liverpool.
“Questa straordinaria finestra sul passato ci fornirà nuovi modi per esplorare e capire la nostra storia evolutiva, grazie ai microrganismi che vivevano in noi e con noi”.
Fonte: www.wired.it
Pan, il satellite di Saturno
Da quando la sonda Cassini è entrata nella fase della missione chiamata “ring-grazing”, con orbite sempre più ravvicinate agli anelli di Saturno, la NASA ha iniziato a divulgare immagini inedite sempre più dettagliate e in qualità elevatissima, come dimostrano anche i nuovi scatti che ritraggono Pan.
Quest'ultimo è il satellite naturale più ravvicinato al gigante gassoso, attorno al quale orbita a una distanza massima di 133mila chilometri. Pan, il cui nome deriva da quello del dio greco dei boschi (un satiro o fauno nella mitologia romana), misura una trentina di chilometri e si trova all'interno della cosiddetta divisione di Encke nell'Anello A; fu scoperto nel 1990 dall'astronomo americano Mark Showalter mentre analizzava le immagini della missione Voyager.
I nuovi scatti del satellite diffusi dalla NASA mostrano per la prima volta la sua vera forma, che somiglia a quella di una sorta di raviolo ripieno di carne o a quella di un bizzarro UFO, a causa di un debole anello che si estende dalla zona equatoriale.
Esattamente come per Saturno, si tratta di particelle attratte dalla sua (debole) forza gravitazionale, che ‘rapisce' dall'Anello A del pianeta durante il transito orbitale.
Tra i più emozionati per queste nuove immagini vi è proprio Mark Showalter, che ha potuto finalmente osservare nel dettaglio un oggetto studiato per molti anni: “È un enorme passo avanti rispetto a quei vaghi puntini che cercavo nel 1990 sulle foto di Voyager!”, ha sottolineato lo scienziato, attualmente in forze al SETI Institute in California. “È molto gratificante poter osservare Pan da vicino, finalmente!”, ha concluso senza celare il proprio entusiasmo.
La sonda Cassini continuerà nella fase “ring-grazing” sino al mese prossimo, per poi entrare in quello che gli scienziati della NASA hanno battezzato il “Gran Finale”, una serie di passaggi ravvicinatissimi a Saturno che dureranno per alcuni mesi, sino al 15 settembre 2017, quando la sonda verrà fatta disintegrare nell'atmosfera del pianeta.
Fonte: http://scienze.fanpage.it
Il Ponte del diavolo è un cerchio perfetto su un fiume della Sassonia
Un arco perfetto che, riflettendosi nel fiume, si trasforma in un cerchio degno di Giotto.
E' proprio questa sua «perfezione» ad aver fatto conquistare al Rakotz Bridge la nomea di Ponte del diavolo.
Siamo nell'Azalea and Rhododendron Park Kromlau, nel cuore della Sassonia, e questo ponte è stato appositamente costruito per creare un cerchio perfetto quando si riflette in acqua.
E' stato commissionato nel 1860 dal cavaliere Friedrich Hermann Rotschke ed è stato costruito con il basalto dalle cave svizzere.
Rotschke era proprietario dell’intera zona ed è stato sempre lui a finanziare l'intero parco, dove ha fatto piantare migliaia di esemplari di azalee e rododendri che sbocciano ancora oggi, sempre nel mese di maggio.
Avendo dei gusti ben diversi dai suoi contemporanei, il cavaliere non volle un ponte usuale, bensì un passaggio senza passamano né barriere, decisamente diverso dalle tipologie architettoniche ottocentesche.
I lavori terminando ben dieci anni dopo, alimentando così una serie di «strane voci».
L'eccentricità del ponte è stata interpretata dai tedeschi con significati mistico-simbolici: non un semplice collegamento tra le due sponde, bensì una porta che delimitava il confine tra paradiso e inferno, acquisendo così il nome di Ponte del diavolo.
Questo ponte tedesco, a meno di 10 chilometri dal confine con la Polonia, è stato definito uno dei luoghi più fotogenici d'Europa, soprattutto alle prime luci dell'alba, quando il cerchio perfetto è ben evidente, con un effetto quasi soprannaturale accentuato dall’incredibile vegetazione e dalle colonne che ne fanno da sfondo.
Fonte: lastampa.it
venerdì 10 marzo 2017
Il Parco nazionale di Komodo
Nelle isole di Komodo, Rinca e Flores, al centro dell'arcipelago dell'Indonesia, si trova il Parco nazionale di Komodo, nato 37 anni fa, il 6 marzo 1980, per proteggere i draghi di Komodo (Varanus komodoensis), o varani di Komodo, dall'estinzione.
I draghi di Komodo sono dei sauri e di fatto sono le più grandi lucertole del mondo.
A differenza di quelle che abitano nel resto del mondo (100 volte più piccole), questi lucertoloni sono lunghi dai 2 ai 3 metri, pesano fino a 100 kg e soprattutto sono molto voraci e attaccano anche animali di grossa taglia, uomo compreso.
Il Parco nazionale di Komodo prende il nome dall’isola di Komodo, la più grande e quella con la maggior popolazione di varani del parco.
Dal 1991 fa parte dei siti patrimonio dell’umanità dall’UNESCO e oltre a proteggere i circa 5.000 esemplari di varani, serve a tutelare altre specie rare di animali, tra cui squali balena, i pesci luna e le mante giganti.
Il Parco nazionale di Komodo comprende interamente le isole di Komodo, Padar e Rinca, oltre a 26 isole più piccole, tra cui anche Flores, nota per il ritrovamento dell'Homo Florensis. Sono tutte isole di origine vulcanica, primordiali, poco turistiche e circondate da piacevolissime cinture di spiagge.
Il Parco Nazionale di Komodo è una delle mete più ambite per gli appassionati di snorkeling.
Le isole qui sono una manciata di gobbe che spuntano dall’oceano cristallino, ognuna circondata da un orlo di sabbia candida.
I varani, molto aggressivi a terra, di solito non attaccano in acqua e dunque non sono pericolosi per chi fa immersioni. E chi rimane sulla terraferma, a visitare i laghi vulcanici o i villaggi sperduti, deve soltanto prestare attenzione e non mantenera almeno una distanza di 10-15 metri dai draghi di Komodo.
Ad alcuni il suo aspetto può fare tenerezza, ma il drago di Komodo è un temibile cacciatore.
Conosciuto anche come Varano di Komodo, è la più grossa specie di lucertola esistente. Pesa in media 70 kg e può superare i 3 metri di lunghezza.
Si tratta di un animale carnivoro che si nutre principalmente di carcasse, ma è in grado di catturare maiali, cervi e bufali indiani vivi.
La sua lingua biforcuta è un organo vomeronasale che gli permette di localizzare le prede a grandi distanze
L’arma segreta del drago di Komodo è il morso, con cui inocula nella vittima un mix letale di batteri e veleno.
Questi sauri, che mangiano quasi tutto, compresi gli esseri umani, per la caccia si camuffano e aspettano: quando la preda passa a tiro scattano e usano le potenti zampe, gli artigli affilati e i denti da squalo per avere la meglio sulla vittima.
Se anche la preda riuscisse a fuggire, basta che il drago sia riuscito a morderla per non lasciarle scampo.
Nella saliva del lucertolone, infatti, vivono 50 ceppi di batteri che, in 1-2 giorni, avvelenano il sangue della vittima fino a ucciderla. Così i varani seguono il fuggitivo per chilometri finché i batteri non fanno il loro dovere e poi... via al banchetto!
Fonte: focus.it
giovedì 9 marzo 2017
Un fiume che scorre sotto il mare: il miracolo della chimica nella penisola dello Yucatan
Un fiume che scorre sotto il mare.
Nessun effetto ottico: in Messico, nel fondo di una cava sommersa nella penisola dello Yucatan, si verifica questo curioso fenomeno che sfida le leggi della fisica.
Nel Cenote Angelita l'idrogeno solforato si è mescolato all'acqua salata, diventando più pesante di quella presente nella grotta e creando una miscela sotto pressione che si è depositata sul fondo, formando una massa ben distinta dal resto dell'acqua, che «scorre» proprio come un fiume.
Un paesaggio altamente suggestivo, che si può visitare solo con pinne e bombole.
Il Cenote Angelita è diventato una meta irrinunciabile che ogni appassionato di subacquea che passa dal Messico. Ma chi non se la sente di intraprendere questa avventura sottomarina può comunque assistere all'insolito fenomeno grazie agli scatti di Anatoly Beloshchin, fotografo e sommozzatore professionista che viaggia in tutto il mondo alla ricerca di meraviglie naturali.
E' stato proprio lui a scoprire quest'insolito fenomeno.
E quando lo ha visto per la prima volta, non poteva credere ai suoi occhi.
Durante l'immersione si ha come la sensazione di visitare un fiume sommerso, anche se semplicemente si tratta di uno strato di acqua all'idrogeno solforoso.
In alcuni punti, il fiume del Cenote Angelita raggiunge i 115 metri di profondità, con flussi d’acqua dolce e acqua salata a diverse profondità.
Un fenomeno raro ma non unico, scoperto in altre grotte del mondo.
Con la sua squadra, Beloshchin ha realizzato un completo set fotografico subacqueo, rendendo ancor più scenografico il panorama inquadrando i tanti rami e detriti che si trovano sul fondo del Cenote.
E per rendere ancor meglio l'effetto fiume, il sub si è fatto immortalare anche in versione Sampei, con tanto di canna da pesca e bombole, ovviamente.
Fonte: lastampa.it
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