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martedì 22 marzo 2016

Cinque nuove domus aperte a Pompei


In occasione della mostra ‘Mito e Natura, dalla Grecia a Pompei’, in programma dal 16 marzo al 15 giugno, nel sito partenopeo sono state aperte cinque domus.
 Saranno infatti visitabili la Casa di Giulia Felice, una grande dama pompeiana che si è inventata una specie di Spa dell’antichità affittando la sua casa per eventi e terme; la Casa di Ottavio Quartione; la Casa della Venere in Conchiglia, chiamata così perché sul fondo del giardino ha un enorme affresco di Venere sdraiata in una conchiglia; la Casa del Frutteto, e la Casa di Marco Lucrezio in via Stabia (da non confondere con quella di Marco Lucrezio Frontone).


«Le Case saranno aperte per la mostra, ma resteranno fruibili con un programma di rotazione che stiamo definendo in questi giorni. Con le 5 nuove case aperte – sottolinea Massimo Osanna, responsabile della soprintendenza di Pompei – che si aggiungeranno alle 6 che abbiamo aperte recentemente, e a tutte quelle che sono già aperte, non c’è mai stata a Pompei una possibilità di visita così ricca».
 Le 5 case sono state restaurate sia nella parte architettonica sia in quella decorativa grazie al Grande Progetto Pompei.
 Due in particolare, la Casa di Giulia Felice e la Casa del Frutteto, sono una novità per i visitatori perché riaperte dopo una chiusura di molti anni.






Gli archeologi sono addirittura riusciti a ricostruire i giardini con le stesse piante e nella stessa disposizione di duemila anni fa.
 «È stato possibile scavare nei giardini e trovare – spiega l’archeologa Grete Stefani – residui organici delle piante. 
Così con l’analisi pollinica sappiamo con precisione dove fossero e soprattutto di cosa si trattasse». 
Limoni, ulivi, melograni, palme e tanto altro.
 «L’aspetto dei giardini – spiega Osanna – che vogliamo offrire ai visitatori con i recenti restauri e la riapertura al pubblico, è un’interpretazione dei luoghi per come essi dovevano essere all’epoca della loro realizzazione».
 E la ricerca archeologica ci riporta a come per gli antichi pompeiani comporre giardini era una vera arte che veniva portata avanti in stretto dialogo con le pareti affrescate e gli oggetti che arredavano gli ambienti interni di ogni domus.




Al percorso si aggiunge la sezione ‘Natura morta’, allestita nella Piramide all’interno dell’Anfiteatro, in cui si esplora un genere che ha origine nel mondo ellenistico-romano con la rappresentazione di frutti e animali. 
Gli affreschi con queste raffigurazioni, staccati in passato e conservati al Museo di Napoli, ritornano per la prima volta a Pompei proprio come semi, frutta e pani, restituiti nella loro integrità dalla cenere che li coprì dopo l’eruzione del 79 d.C.


Fonte: http://ilfattostorico.com/

lunedì 21 marzo 2016

Un giorno tutto questo sarà un pianeta


Nuove immagini della stella HL Tauri realizzate con il radiotelescopio Very Large Array (VLA) rivelano ciò che gli scienziati ritengono essere le primissime fasi della formazione di nuovi pianeti.
 Le 27 antenne paraboliche da 25 metri del VLA, schierate a ‘Y’ nel desertico New Mexico, hanno ora permesso di scrutare con un dettaglio senza precedenti il disco circumstellare di polveri che ancora avvolge la giovane stella, situata a circa 450 anni luce dalla Terra. 
Un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui l’italiano Leonardo Testi dell’ESO e associato INAF, sta pubblicando i nuovi risultati sulla rivista Astrophysical Journal Letters. 
 Benché giovane, avendo solo attorno al milione di anni, HL Tauri è diventata una celebrità quando su di lei il radiotelescopio ALMA in Cile nel 2014 ha prodotto la migliore immagine fino ad allora mai ottenuta della formazione planetaria in corso.
 L’immagine ALMA mostrava chiaramente dei solchi nel disco circumstellare, lacune presumibilmente causate da corpi planetari che spazzano via la polvere lungo le loro orbite.




Un’immagine sorprendente, non solo perché metteva sotto gli occhi degli scienziati esattamente lo stesso fenomeno che i teorici avevano presupposto per anni, ma anche per l’età di HL Tauri, molto giovane per gli standard stellari, ritenuta un po’ troppo precoce per iniziare a “scodellare” pianeti.
 Siccome nelle parti più interne del disco, vicino alla stella, la polvere è più spessa e risulta opaca alle lunghezze d’onda radio a cui lavora ALMA, gli astronomi vi hanno puntato le antenne del VLA, che ricevono a lunghezze d’onda maggiori.

 Il risultato è stupefacente: l’immagine ottenuta con il VLA mostra la regione centrale del disco circumstellare meglio di tutti gli studi precedenti, rivelando un agglomerato (clump) di polvere che, secondo gli scienziati, contiene circa da 3 a 8 volte la massa della Terra. Questo grumo di polveri rappresenta con ogni probabilità il primo stadio nella formazione dei protopianeti, una fase che non era mai stata osservata in precedenza.


Immagine ALMA (sx) e VLA (dx) del disco protoplanetario di HL Tauri; nel riquadro si può scorgere l’agglomerato di polvere (clump). 

 «Si tratta di una scoperta importante, perché non eravamo ancora riusciti a osservare la maggior parte delle fasi in cui si sviluppa il processo di formazione dei pianeti», ha detto il primo autore Carlos Carrasco-Gonzalez presso l’Istituto di Radio Astronomia e Astrofisica dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. «Questo è molto diverso dal caso della formazione stellare, dove, in diversi oggetti, abbiamo visto le stelle in varie fasi del loro ciclo di vita. Con i pianeti non siamo stati così fortunati, per cui avere un’immagine di questa fase molto precoce nella formazione dei pianeti risulta particolarmente importante». L’analisi dei dati VLA indica che la regione interna del disco protoplanetario contiene grani di polvere con diametro dell’ordine di un centimetro. Questa specifica zona, secondo gli scienziati, è quella dove si formerebbero i pianeti rocciosi, simili alla Terra, a partire da agglomerati di polvere che crescono via via, attirando il materiale presente attorno a loro.
 Alla fine, gli agglomerati raggiungerebbero una massa sufficiente a formare corpi solidi che, a loro volta, continuerebbero a crescere fino a diventare, un giorno, pianeti. 
 «Il contributo importante delle nuove osservazioni è su due fronti», commenta Leonardo Testi a Media INAF. «Uno è l’analisi dello spessore ottico della polvere. Abbiamo potuto verificare le proprietà della polvere con il VLA, dimostrando che si verifica un confinamento dei grani grandi; questo conferma la crescita dei solidi e – molto probabilmente – la presenza di pianeti. L’altro fronte è la presenza di disomogeneità nella distribuzione della polvere. Questa è una novità rispetto alle osservazioni ALMA e può indicare la presenza di ulteriori pianeti in formazione».

Fonte: http://www.media.inaf.it/

Sua Maestà il ghiacciaio Perito Moreno

In questi giorni migliaia di persone affollano le sponde del Lago Argentino per assistere al ciclico crollo del ghiacciaio Perito Moreno nelle sue acque.


L’estenuante navigazione della rompighiaccio, rallentata dai piccoli iceberg che vagano alla deriva sulla superficie del Lago Argentino, è ripagata dal panorama che si apre oltre la Penisola di Magellano, colpendo con selvaggia violenza la vista.
 Dalla sponda occidentale un’imponente parete di ghiaccio, alta oltre 60 metri e larga 5 kilometri, si staglia nelle acque del lago, abbacinante nelle sue innumerevoli sfumature di azzurro e celeste. 

È in questo luogo estremo, posto lungo il confine più remoto dell’Argentina con il Cile, che si trova quello che pur non essendo il più vasto, è di certo il più celebre ghiacciaio al mondo. 
Intitolato a Francisco Moreno, perito – cioè “esperto” – nelle scienze naturali e pioniere delle esplorazioni patagoniche, il Perito Moreno è in realtà solo una delle 48 propaggini glaciali dello smisurato Campo de Hielo Sur. 
Con una superficie paragonabile a quella della regione Lazio, questa calotta glaciale è per volume la terza del pianeta dopo quelle di Antartide e Groenlandia.


La neve accumulatasi sulle vette andine, compattata dal gelo e dalla pressione fino a diventare ghiaccio, scivola lentamente in tutte le direzioni.
 L’avanzata delle lingue di ghiaccio incide e leviga le valli sottostanti, raggiungendo in alcuni casi i corpi d’acqua che punteggiano la regione.
 Il profilo frastagliato e l’ampiezza del bacino (è il lago più grande del Paese) rendono il Lago Argentino la destinazione finale di alcuni di questi ghiacciai, quali il gigantesco Upsala e l’inaccessibile Spegazzini.
 Proprio la difficoltà di raggiungere via terra i ghiacciai che si affacciano lungo il braccio settentrionale del lago è stato uno dei fattori determinanti nel successo turistico del Perito Moreno, posto sul lato opposto.
 Ma non è l’unico.
 L’ampiezza e la profondità del fondale in questo punto consentono agli iceberg, che regolarmente si staccano dal fronte, di non incagliarsi ma di andare liberamente alla deriva nel lago, conferendo al Perito Moreno una suggestività unica


A differenza della quasi totalità dei ghiacciai del pianeta, il Perito Moreno non sembra risentire del cambiamento climatico. 
Mentre il vicino Upsala è in forte contrazione – alcuni studi stimano che nell’ultimo decennio il suo fronte si sia ritirato di oltre 200 metri all’anno – il fronte del Perito Moreno avanza ad una velocità di quasi 2 metri al giorno, sebbene perda massa ad un ritmo praticamente analogo 
 Se si escludono piccole variazioni, il Perito Moreno è considerato un ghiacciaio stabile, nel quale la formazione di nuovo ghiaccio compensa il distacco degli iceberg nel lago.
 Una frazione di secondo prima che ciò accada, l’intero bosco di latifoglie che circonda il ghiacciaio improvvisamente trattiene il respiro. Persino i ciarlieri fringuelli patagonici (Phrygilus patagonicus) tacciono, presagendo l’evento. 
Il boato della frattura infrange il silenzio irreale, alzando sbuffi di polvere di ghiaccio quando il frammento si stacca e collassa nell’acqua sottostante.


Lo scivolamento spinge il ghiacciaio nel lago, ostruendo ciclicamente la superficie che lo separa dalla penisola di Magellano e isolando il ramo del Brazo Rico dal resto del Lago Argentino. Quando ciò accade, il livello dell’acqua nel Brazo Rico aumenta progressivamente, innalzandosi in media di oltre dieci metri rispetto al consueto. 
La differenza di pressione idrostatica che si instaura ai due lati scava progressivamente lo sbarramento di ghiaccio nel punto di maggiore fragilità, ovvero in prossimità della zona di contatto con la sponda opposta. 
 L’impercettibile concavità iniziale si amplia a dismisura, distaccando guglie imponenti che infine plasmano il celebre ponte di ghiaccio.
 La rottura di questo arco e il conseguente crollo di buona parte del fronte ristabilisce la connessione tra i due specchi d’acqua, facendo ricominciare questo tango glaciale di avanzamento e ritiro. 

Nonostante la ciclicità del fenomeno, l’intervallo tra due eventi di rottura è estremamente irregolare. 
Il precedente crollo si è verificato nel gennaio del 2013, ad appena dieci mesi di distanza da quello di marzo 2012; tuttavia dopo l’evento del 1988 si è dovuto attendere sedici anni per assistere a una nuova rottura


Il crollo del ghiacciaio provoca uno tsunami di acqua e ghiaccio che, risalendo il Canal de los Tempanos (letteralmente “il canale degli iceberg”), raggiunge infine il bacino principale del Lago Argentino e la maggiore città della regione, El Calafate.

 Nonostante lo sviluppo tumultuoso seguito al turismo e alle agevolazioni governative durante i tre mandati presidenziali dei coniugi Kirchner (originari proprio della Provincia di Santa Cruz), la città è cresciuta nell’entroterra, separata dalla riva da un’ampia terra di nessuno ampia decine di metri. 
A differenza dei turisti che affollano gli alberghi, i suoi abitanti rispettano e allo stesso tempo diffidano della maestosa bellezza del ghiacciaio.

 Fonte: http://www.nationalgeographic.it/

venerdì 18 marzo 2016

Luigi XVII: la tragica sorte del Re fanciullo


Gli storici si sono sempre domandati se il piccolo Luigi, con l’aiuto di qualcuno, fosse riuscito a fuggire dalla sua prigionia, dal suo calvario che cominciò nella prigione del Tempio il 13 agosto del 1792 quando a soli 7 anni venne rinchiuso lì con la sua famiglia. 

Dopo la decapitazione del padre, Luigi XVI avvenuta il 21 gennaio del 1793, il bambino, diventato Re “di diritto”, verrà lasciato alle cure della famiglia materna. Ordine che verrà revocato il 3 luglio del 1793 dal Comitato della Salvezza pubblica che allontanerà il piccolo dalla sua famiglia per affidarlo ad una coppia di “sans-culotte”, ossia Antoine Simon, ciabattino ed importante membro della Comune con bottega in Rue des Cordeliers ed a sua moglie Marie-Jeanne, una donna delle pulizie.
 I coniugi impartirono al piccolo un’educazione rozza e spartana facendogli bere vino sotto lo sguardo divertito dei carcerieri, educatori anch’essi di un linguaggio scurrile e volgare.
 Durante il processo contro sua madre, il bambino fu costretto dai suoi “precettori” ad accusare sua madre e sua zia di abusi sessuali nei suoi confronti. 
Dovette dichiarare che le donne lo avessero iniziato alla pratica della masturbazione facendolo giacere a letto provocandogli addirittura una ferita all’inguine, procuratasi in realtà precedentemente giocando con un bastone. 
 Al bambino non fu risparmiata nemmeno la macabra descrizione della morte di sua madre.

 Il 5 Gennaio del 1794 Antoine Simon dovette abbandonare il suo incarico di custode del piccolo.
 Per sei lunghi mesi il bambino fu lasciato solo in una stanza umida e chiusa dall’esterno, questa condizione turbò irrimediabilmente la sua salute psico-fisica. 
Solo dopo la morte di Robespierre si riuscì a constatare lo stato dei prigionieri della Torre, scoprendo gli unici sopravvissuti: il piccolo Luigi e sua sorella maggiore Maria Teresa.


Le condizioni di detenzione del principino erano troppo precarie per poter pensare ad una eventuale sopravvivenza.
 Louis Charles muore l’8 giugno del 1795 e il suo corpicino verrà gettato nella fossa comune del cimitero di Sainte Marguerite a Parigi, senza potersi mai ricongiungere con quello dei genitori.

 Nel Dicembre del 1999, il cuore de “l’enfant du Temple” verrà gelosamente conservato nella basilica Saint-Denis dal Duca di Beauffremont, che impossessatosi dell’organo dal 1975, verrà sottoposto ad analisi da parte di due laboratori europei di biologia molecolare, Belgio e Germania, al fine di comparare la sua sequenza genetica con quella di Maria Antonietta, di cui gli scienziati erano già in possesso grazie ad un ciuffo di capelli estratto alla donna al momento della morte e conservato in un medaglione. 

La storia racconta che il cuoricino del piccolo fu rubato prima dal medico che praticò l’autopsia sul cadavere, il Dott. Pelletan, poi da uno studente in medicina, il cuore fu di nuovo derubato nel 1830 all’arcivescovo di Parigi. Successivamente fu restituito alla famiglia d’Orléans, per poi passare nelle mani dei Borboni spagnoli. 

Il duca di Beauffremont ne divenne proprietario e nel 1975 con estrema difficoltà si lasciò convincere a rilasciare l’ autorizzazione affinché il cuore lasciasse provvisoriamente la cripta della Basilica di Saint-Denis per essere sottoposto alle analisi dagli specialisti in genetica di due laboratori europei indipendenti rivelando finalmente senza nessun dubbio che il piccolo e martoriato cuore apparteneva a Louis Charles, nato il 27 marzo del 1785, secondo figlio maschio del re di Francia Luigi XVI e di Maria Antonietta d’Austria, Duca di Normandia, re di Francia dopo la morte del padre.


Fonte: amantidellastoria

Scoperte in Oman splendide armi cerimoniali in bronzo


In un edificio di 3000 anni, nella regione di Adam, nell'odierno Sultanato dell'Oman, è stato trovato una sorta di ripostiglio che custodiva pugnali ornamentali, asce, archi e frecce, probabilmente un'offerta votiva al dio della guerra.
 Le armi sono, infatti, di dimensioni ridotte, non adatte ad essere utilizzate sul campo di battaglia e sono state datate ad un periodo compreso tra il 900 e il 600 a.C. 
Alle armi in miniatura si aggiungono anche piccoli serpenti in bronzo e frammenti di incensieri, trovati tra le armi e associati anch'essi a pratiche religiose.
 La popolazione di quello che attualmente è l'Oman, iniziarono a costruire armi probabilmente all'inizio della produzione dei metalli i quali ultimi segnarono una maggiore diversificazione della società umana. 
Questa complessità finì per riflettersi nella proliferazione di fortezze e monumenti nella regione. 
Gli archeologi sono intenzionati a perfezionare gli scavi e l'esplorazione del sito, importante per ricostruire gli albori della storia nella penisola arabica. 

La regione di Adam si trova tra le oasi e il deserto dell'Oman e finora non era mai stata esplorata.
 La missione archeologica francese vi opera dal 2007 ed è guidata, dal 2011, da Guillaume Gernez. 
 Le armi e i frammenti di incensieri sono stati rinvenuti in un luogo chiamato Mudhmar East, consistente in due edifici principali e numerose strutture minori ai piedi del Jabal Mudhmar, nei pressi di una grande valle crocevia di numerose rotte commerciali. 
Le armi erano state deposte in uno spazio tagliato nell'arenaria di un edificio di mattoni posto sul pendio della montagna e risalgono al periodo del Ferro II.






Gli archeologi pensano che le armi siano cadute da una mensola o da mobili o che fossero appese alle pareti di una stanza che sono, in seguito, crollate. 
Tra le armi due piccole faretre interamente in bronzo contenenti ciascuna sei frecce. 
Tutti questi reperti sono in scala ridotta ed imitano gli originali, realizzati in materiale deperibile che, solitamente, non vengono rinvenuti negli scavi.
 Il fatto che le faretre siano di metallo sta a significare che non erano state fabbricate per essere realmente utilizzate. 
Faretre di questo tipo non sono state mai trovate finora nella penisola arabica e sono estremamente rare anche altrove.
 Le altre armi, anch'esse di misure ridotte e sicuramente create per fini diversi dall'utilizzo nella vita di tutti i giorni, sono cinque asce da guerra, cinque pugnali con pomelli a forma di mezzaluna, una cinquantina di punte di freccia e cinque archi completi. Questi ultimi sono costituiti da una curva d'arco le cui estremità sono collegate ad un laccio di bronzo.

 Fonte: http://oltre-la-notte.blogspot.it/

giovedì 17 marzo 2016

Il relitto della nave Esmeralda e il suo tesoro


Il Monumento alle Scoperte in onore degli esploratori portoghesi sul fiume Tago, a Lisbona.

 Dopo tre anni di lavoro, un gruppo di archeologi britannici ha riportato alla luce, al largo dell'Oman, il relitto di una nave affondata 500 anni fa: l'Esmeralda, appartenente alla flotta dell'esploratore portoghese Vasco da Gama e capitanata dallo zio materno del navigatore, Vincente Sodré. 
 La nave colò a picco durante una tempesta nel 1503, trascinando 
con sé l'intero equipaggio, al largo dell'isola di Al-Hallaniyah, dove era già stata individuata nel 1998.

 Nel 2013 sono iniziati i lavori archeologici dell'università di Bournemouth (UK), del Ministero della cultura dell'Oman e della società privata Blue Water Recoveries, con il supporto del National Geographic Society Expeditions Council.
 Per gli esperti che hanno guidato la spedizione, il relitto sarebbe la piú antica testimonianza mai rinvenuta dell'era delle prime esplorazioni europee verso est: l'impresa di Vasco da Gama, primo europeo a raggiungere l'India via mare doppiando il Capo di Buona Speranza, risale ad appena 5 anni prima del naufragio. 
 I bassi fondali hanno quasi completamente distrutto la nave, ma è il prezioso carico che trasportava il contenuto piú emozionante della scoperta. 
Sepolta dalla sabbia è stata trovata una rara moneta d'argento forgiata nel 1499, un indio, di cui si conosce solo un altro esemplare al mondo. 
Sulla nave c'erano anche palle da cannone in pietra, con le iniziali del comandante Sodré.




Ma il reperto più prezioso è senza dubbio un disco metallico recante lo stemma della corona portoghese e l'immagine di una sfera armillare.
 Questa è un modello della sfera celeste (la cui rappresentazione stilizzata è tuttora presente nella bandiera portoghese): per gli archeologi potrebbe trattarsi di un frammento di uno strumento di navigazione.



Fonte: focus.it
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