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sabato 29 novembre 2014

Auguri mamma Freedom !



In una riserva naturale olandese sabato sono nati tre gemelli di orso polare.
 Un evento molto raro, che tutto l’Ouwehands Dierenpark, situato nella città di Rhenen, 34 chilometri a sud est di Utrecht, sta festeggiando con entusiasmo. Ma anche con molto rispetto: i custodi, infatti, non si sono ancora avvicinati ai piccoli, per evitare di mettere di cattivo umore la madre, Freedom.
 La vita della nuova famiglia viene osservata da un circuito di telecamere che, però, non hanno ancora permesso di stabilire con certezza il sesso dei nascituri e il loro peso.
 Nel frattempo il parco ha assicurato che gli orsetti stanno bene e che Freedom è una mamma attenta e affettuosa.

venerdì 28 novembre 2014

La coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria è Patrimonio universale dell’Unesco


Pantelleria: i giardini arabi e dammùsi, i muri a secco e i terrazzamenti. E poi c'è l'inconfondibile vite dello Zibibbo, ora patrimonio dell'Unesco. 
La pratica agricola della "vite ad alberello" è stata infatti ammessa tra i beni culturali immateriali dell'Umanità.


La tradizionale pratica della coltivazione del vigneto ad alberello è trasmessa da generazioni tra le famiglie di viticoltori e agricoltori della meravigliosa isola mediterranea di Pantelleria. 
Circa 5mila residenti di questo fazzoletto di terra si dedicano ogni giorno alla coltivazione secondo metodi sostenibili.

 La tecnica ha diversi passaggi: il terreno viene dapprima livellato, poi vi si scavano delle buche profonde circa 20 centimetri dove saranno piantate le vigne.
 Il ramo principale della vite viene poi accuratamente tagliato per produrre sei rami e formare un vero e proprio cespuglio.
 Le uve vengono raccolte a mano dalla fine di luglio, tra riti e feste contadine.


"E' un atteso riconoscimento al lavoro di intere generazioni di agricoltori che hanno realizzato nel tempo un territorio unico ed inimitabile di una bellezza straordinaria ma capace anche di esprimere produzioni da primato conosciute ed apprezzate in tutto il mondo". 
E' quanto ha affermato il presidente nazionale della Coldiretti Roberto Moncalvo, nel commentare il via libera all'iscrizione della vite ad alberello di uve Zibibbo nella Lista dei Patrimoni Culturali dell'Umanità.
 La proposta avanzata dall'Italia, con un dossier coordinato dal professor Pier Luigi Petrillo con il supporto del comune di Pantelleria e degli agricoltori panteschi, è stata votata all'unanimità dai 161 paesi membri dell'Unesco durante la riunione del 24 novembre a Parigi. 
Soddisfatto è il ministro Maurizio Martina alle Politiche agricole, che dice : "È la prima volta che una pratica agricola consegue questo autorevole riconoscimento. La notizia mi riempie di orgoglio e di soddisfazione. Questa iscrizione rappresenta una svolta a livello internazionale, poiché finalmente anche i valori connessi all'agricoltura e al patrimonio rurale sono riconosciuti come parte integrante del più vasto patrimonio culturale dei popoli".


Germana Carillo

Alla scoperta delle origini delle maschere di Teotihuacan


Si riteneva che le incredibili maschere di pietra, reperti iconici dell'antica città messicana di Teotihuacan, fossero fatte di una pietra simile alla giada.
 Molti ricercatori hanno anche pensato che fossero state realizzate nel sito della metropoli precolombiana. Ma sembra invece che siano state prodotte in laboratori situati a grande distanza dalla città, ben più a sud. E sono di una pietra più morbida, come la serpentinite, e poi lucidate con quarzo.
 Il quarzo non non c'è nelle vicinanze di Teotihuacan, e questo rafforza l'idea che siano state prodotte lontano.

 "Quasi tutto ciò che è stato scritto sulla realizzazione delle maschere di Teotihuacan non è vero", spiega Jane Walsh, antropologa dello Smithsonian National Museum of Natural History a Washington, DC. 
 Grazie alla tecnologia moderna stanno venendo alla luce nuovi particolari sulla realizzazione di queste antiche e preziose maschere. 
Uno speciale microscopio elettronico a scansione è in grado di identificare gli atomi e i minerali che compongono la pietra, e rilevare i più minuscoli segni lasciati dagli artigiani che hanno le scolpite.
I risultati di questi studi sono stati presentati la scorsa settimana a Baltimora, al convegno annuale della American Vacuum Society – un'associazione di scienziati dei materiali – da Timothy Rose, un geologo dello Smithsonian.
 "Abbiamo esaminato circa 150 maschere di provenienza ben documentata presenti in diverse collezioni museali," dice Rose, che lavora con Walsh.


In quel gruppo di maschere, Rose ha trovato tre falsi, scoperti perché il microscopio ha mostrato segni rivelatori dell'uso di strumenti moderni. 
"Siamo contenti che siano così pochi", aggiunge. "E' importante disporre di questa tecnologia per sapere ciò che è autentico, perché per molte maschere, sia in musei che in collezioni private, non abbiamo una buona documentazione relativa alle loro origini." 
 Ma ci sono anche molte altre prove che Teotihuacan avesse collegamenti a lungo raggio, osserva Geoffrey Braswell, antropologo all'Università di California a San Diego, esperto della Mesoamerica. 
Nella città sono stati trovati anche altri oggetti d'importazione, ha scritto Braswell. 
Walsh e Rose, tuttavia, notano che gli autori delle maschere non sono stati rintracciati. 

 All'apice del suo potere, nella prima metà del primo millennio d.C., Teotihuacan - che si trovava poco più a nord dell'attuale Città del Messico - era la più grande città del Nuovo Mondo.
 Aveva più di 100.000 abitanti, alte piramidi, condomini a più piani, grandi viali e strutture cerimoniali. Al tempo, quella società dominava anche i Maya, che vivevano nella parte orientale di quello che oggi è il Messico meridionale e in Guatemala. Ma nel VII secolo d.C, la città crollò per ragioni ancora sconosciute e i suoi edifici furono saccheggiati.
 Oggi nelle collezioni museali di tutto il mondo sono conservate più di 600 maschere di pietra.
 Walsh dice che i ricercatori pensavano che fossero di giadeite, una pietra dura, ma nessuno aveva realmente analizzato la loro composizione.


L'ha fatto Rose, usando uno speciale microscopio elettronico a scansione.
 Di solito, per produrre immagini questi microscopi richiedono che i campioni siano rivestiti con particelle di carbonio od oro, ma questo non può essere fatto con reperti archeologici preziosi, perché li danneggerebbe. Ma Rose ha usato un microscopio ad alto vuoto, che circonda il campione di vapore acqueo.
 Il fascio del microscopio colpisce gli elettroni del vapore, che interagiscono con gli elettroni sulla superficie del campione, producendo un'immagine dettagliata. E anche una “firma” dagli atomi del campione.
 "Possiamo dire che tipi di atomi ci sono in qualsiasi materiale e, quindi, identificare qualsiasi minerale e roccia", dice. Le maschere si sono così rivelate composte da minerali come serpentinite, calcare e travertino, e non di giadeite.
 Sulla loro superficie gli scienziati hanno anche identificato duri grani di quarzo.
 Il quarzo è un buon abrasivo per la lucidatura della pietra; nei pressi di Teotihuacan non c'è, ma è presente a circa 150 chilometri più a sud, nello stato di Puebla.
 A Puebla, gli archeologi hanno trovato resti di laboratori utilizzati per realizzare oggetti in ceramica caratteristici di Teotihuacan. "Pensiamo che le maschere siano state prodotte da artigiani di Puebla. Sono state intagliate e lucidate lì, per essere poi portate nella città con un lungo viaggio", spiega Walsh.


Un'ulteriore conferma a questa ipotesi viene da un altro materiale trovato sulle maschere: esoscheletri di diatomee, una specie di alghe. 
"Hanno un aspetto che ricorda i bigodini", dice Rose.
 Questi scheletri formano un particolare tipo di terreno, un sedimento soffice in grado di dare un buon tocco finale alle maschere di pietra.
 Anche in questo caso, si tratta di un tipo di suolo presente a Puebla ma non nei pressi di Teotihuacan. 

 Poiché il microscopio elettronico a scansione rivela dettagli finissimi, fino a un micron di diametro, gli scienziati sono stati in grado di vedere i segni degli attrezzi degli artefici delle maschere. (Un micron è un milionesimo di metro.) E questo è un buon modo per distinguere le maschere antiche autentiche dai falsi moderni. "Un intagliatore precolombiano avrebbe utilizzato una punta di pietra con della sabbia per aiutare il taglio", dice Walsh. "Questo lascia un solco dritto sulla superficie della maschera." 
I falsari moderni – attirati dai 150-250.000 dollari che queste maschere possono far guadagnare in un'asta - usano frese rotanti, ben più veloci ma che lasciano un'impronta molto diversa. 
"Se ne può vedere la curvatura nei tagli", aggiunge l'antropologa. Le lame moderne, inoltre, sono tempestate di diamanti, che lasciano solchi paralleli rivelatori.
 E' rassicurante, dicono i ricercatori, che la maggior parte dei reperti dei musei sembra essere autentica. E guardando al futuro, quando con il proseguimento degli scavi di Teotihuacan verranno alla luce nuove maschere, è ancora più confortante sapere di avere a portata di mano uno strumento in grado di individuare eventuali frodi. 

Fonte : lescienze.it

mercoledì 26 novembre 2014


Samantha Cristoforetti: la prima spettacolare foto della Terra dallo spazio

È volata a bordo della Stazione Spaziale tra domenica e lunedì. E poco più di due giorni dopo il suo arrivo nello spazio, Samantha Cristoforetti ha già regalato una bellissima immagine della Terra vista da lontano.


Bella e fragile, come può apparire solo agli occhi di chi la osserva da una distanza di 400 km. 
A quell'altezza orbita la ISS.

 Ruotando attorno alla Terra ogni 90 minuti, la Stazione permette agli astronauti a bordo di ammirare qualcosa come 16 albe e altrettanti tramonti. Ma anche scorci come questo fotografato da Samantha Cristoforetti. 
“Ieri sera dopo cena: era completamente buio fuori dalla Cupola solo qualche minuto prima e dopo questo è apparso!” si legge sulla pagina Facebook di Samantha Cristoforetti.
 Nell'immagine sono visibili anche i pannelli fotovoltaici da cui la Stazione trae gran parte della propria energia. 

L'astronauta, la prima italiana ad andare nello spazio, rimarrà in volo quasi 6 mesi e siamo certi che ci regalerà altri scorci meravigliosi della magica sfera blu che ospita la vita. 

 Francesca Mancuso

Le torri segrete dell' Himalaya


Nel 1982, l’esploratore francese Michel Peissel era impegnato in una spedizione in Tibet, quando notò per la prima volta una serie di alte e misteriose torri di pietra a forma di stella che puntellavano le valli himalayane lungo il confine cinese. 
 Purtroppo, Peissel fu costretto ad interrompere la sua spedizione a causa di un incidente che gli provocò la frattura di entrambe le gambe, impedendogli di approfondire la sua scoperta.

 Molti anni più tardi, nel 1998, un’amica di Peissel, Frederique Darragon era in procinto di recarsi in Tibet per una ricerca sul leopardo delle nevi.
 Peissel le disse di essere sicuro di aver visto le torri, chiedendole di confermare la sua scoperta. 
 Frederique seguì le indicazioni di Peissel, riuscendo a trovare le torri e rimanendo così affascinata da queste che decise di abbandonare il progetto sul leopardo delle nevi per concentrarsi esclusivamente sulle torri. 
Il suo obiettivo era chiaro: tracciare tutte le torri della regione e scoprire la loro storia. 

 Come racconta The Wall Street Journal, la Darragon trascorse diversi mesi all’anno viaggiando in solitaria attraverso la Cina, spesso a piedi e in zone che ancora oggi sono raramente visitate dagli occidentali.
 Dopo tre anni di ricerche, finalmente la Darragon individuò le prime torri, mentre si trovava nei pressi di Danba.
 “Quando ho capito che né gli occidentali né i cinesi avevano studiato le torri e che praticamente non si sapeva nulla di esse, non ho potuto resistere e ho cominciato a cercare di risolvere il loro mistero”, scrive l’esploratrice in un resoconto pubblicato sul Journal of Cambridge Studies nel 2009.


Le torri, straordinarie per la loro architettura e il loro impatto sul paesaggio himalayano, sono alte in alcuni casi più di 60 metri e sono state costruite tra i 600 e i 1000 anni fa.
 Alcune di esse sono state inglobate in villaggi contadini; altre, invece si trovano in luoghi isolati anche a 3 mila metri di altitudine. Alcune torri sono state attualmente convertite in ricoveri per yak e pony, ma la maggior parte di esse è rimasta vuota. 
Le torri punteggiano quattro regioni (Qiangtang, Gyalrong, Miniak e Kongpo), coprendo un’area complessiva simile al Texas.


Le domande che assillano i ricercatori sono almeno due: chi le ha costruite e qual era il loro scopo originario?
 Peissel e Darragon hanno cercato di dare risposta a queste domande sfuggenti, ma il problema principale è che mancano fonti scritte. Infatti, le tribù che hanno vissuto nella regione per secoli parlano dialetti diversi e non hanno lingue scritte. 
“La gente di una valle non è in grado di comunicare con le persone della valle vicina!”, spiega la Darragon. 

 Tuttavia, nel corso dello studio, la Darragon ha fatto diverse scoperte sorprendenti.
 Alcune delle torri sono alte come i moderni edifici di 15 piani e sono in grado di resistere a violenti terremoti grazie alla loro particolare pianta a forma di stella, un dispositivo antisismico emulato anche dagli abitanti del posto per costruire le loro case. Inoltre, l’esploratrice ha scoperto che molti dei villaggi in cui si trovano le torri portano gli stessi nomi dei 18 regni descritti in alcune leggende ancestrali del luogo. 
Comunque, il materiale storico e tradizionale è davvero esiguo per avanzare ipotesi sul loro scopo originario.
 Darragon, con l’aiuto di altri ricercatori, ha istituito una fondazione in Cina con lo scopo di raccogliere fondi per lo studio delle torri. Inoltre, sta lavorando perché questi monumenti possano essere inseriti nel Patrimonio Mondiale dell’Unesco.
 “Le torri sono l’unica prova dell’esistenza di culture raffinate in queste terre molto lontane, e sono destinate a diventare un’attrazione turistica”, dice la Darragon. “Ma abbiamo bisogno di proteggerle in modo che la gente del posto ne possa beneficiare”. D’altronde, le torri potrebbero essere ancora in piedi tra 1000 anni…

 http://www.ilnavigatorecurioso.it/

Dentro il tunnel del San Gottardo : test di prova


Il tunnel è il cuore del collegamento tra il sud e il nord Europa ed è nell’ultima fase di costruzione.
 I test dei treni però sono già iniziati su una prima tratta di binari. 
 I passeggeri indossano giubbotti catarifrangenti e caschi di sicurezza. 
I loro sguardi fissano i monitor che pendono dal soffitto, con l'immagine del cruscotto di bordo: quando il tachimetro tocca i 220 km orari, scroscia l'applauso. E gradualmente il treno rallenta. 
Il viaggio è durato sì e no un quarto d'ora. Del resto, non si può chiedere di più su un tragitto di soli 15,7 km: tanto sono lunghi i binari del tratto Bodio-Faido, nella Svizzera italiana, dove la società Alptransit sta facendo i primi test per la "Galleria di base del San Gottardo", il tunnel ferroviario più lungo del mondo.


I 57 km di galleria, una volta aperti al traffico (il “giorno X” è previsto l'11 dicembre 2016), faranno accorciare di mezz'ora il tragitto Milano-Zurigo; dal 2019, quando sarà aperta la galleria di base del Monte Ceneri, il viaggio si ridurrà di un'altra mezz'ora. Basteranno 3 ore per collegare le due città, con una velocità massima di 250 km/h per i treni viaggiatori e di 160 km/h per i treni merci.


I test sulla linea, che proseguiranno fino a giugno, sono un assaggio di come funzionerà questo tunnel la cui costruzione ha impegnato centinaia di operai negli ultimi 18 anni. 

 Tratto da focus.it

Jellyfish Barge: la serra galleggiante off-grid che produce cibo


In un pianeta dove le risorse sono sempre più scarse, come verrà prodotto il cibo di cui le comunità hanno bisogno, dove reperiremo l’acqua necessaria e dove troveremo nuove aree destinate alle coltivazioni? 
Un team multidisciplinare di architetti e botanici propone una rivoluzionaria risposta a queste domande. 
Jellyfish Barge è una serra agricola galleggiante che produce cibo senza consumare suolo, acqua dolce e energia.
 Pensata per comunità vulnerabili alla scarsità di acqua e di cibo, la struttura è costruita con tecnologie semplici e con materiali riciclati e a basso costo. 
Il prototipo funzionante è installato dall’ottobre 2014, nel canale Navicelli, tra Pisa e Livorno.

 Jellyfish Barge è un’iniziativa della start-up Pnat, progettato da Antonio Girardi e Cristiana Favretto (Studiomobile), e sviluppato da un team multidisciplinare coordinato dal professor Stefano Mancuso dell’Università di Firenze, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (Linv).
 La struttura, costruita con materiali a basso costo, assemblati con tecnologie semplici e facilmente realizzabili, è composta da un basamento in legno di circa 70 mq che galleggia su dei fusti in plastica riciclati, e da una serra in vetro sorretta da una struttura reticolare.
 L’acqua dolce viene fornita da dei dissalatori solari disposti lungo il perimetro, ideati dallo scienziato ambientale Paolo Franceschetti. Questi sono in grado di produrre fino a 150 litri al giorno di acqua dolce e pulita da acqua salata, salmastra o inquinata.
 La distillazione solare è un fenomeno naturale: nei mari, l’energia del sole fa evaporare l’acqua, che poi ricade come acqua piovana. In Jellyfish Barge il sistema di dissalazione replica questo fenomeno naturale in piccola scala, risucchiando l’aria umida e facendola condensare in dei fusti a contatto con la superficie fredda del mare. 
La poca energia necessaria a far funzionare le ventole e le pompe viene fornita da sistemi che sfruttano le energie rinnovabili, integrati nella struttura.
 La serra incorpora un innovativo sistema di coltivazione idroponica. L’idroponia è una tecnica di coltivazione fuori terra che garantisce un risparmio di acqua fino al 70% rispetto alle culture tradizionali, grazie al riuso continuo dell’acqua.




Jellyfish Barge in più utilizza circa il 15% di acqua di mare che viene mescolata con l’acqua distillata, garantendo un’efficienza idrica ancora maggiore. 
Il complesso funzionamento del sistema colturale è garantito da un impianto di automazione con monitoraggio e controllo remoto.

 Jellyfish Barge è stata pensata per sostenere circa due nuclei familiari, quindi è appositamente di dimensioni contenute per rendere semplice e fattibile la sua costruzione anche in condizioni di ristrettezze economiche. 
È modulare, per cui un singolo elemento è completamente autonomo, mentre più serre affiancate possono garantire la sicurezza alimentare per un’intera comunità.
 La forma ottagonale della piattaforma consente di affiancare diversi moduli collegandoli con semplici basamenti galleggianti a base quadrata, che possono diventare mercati e luoghi di incontro di una piccola comunità sull’acqua. 

http://magazine.greenplanner.it
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