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martedì 29 settembre 2015

L’uomo che comprò Stonehenge e poi la rese all’Inghilterra


Ai piedi della piana di Salisbury, Stonehenge è patrimonio dell’Unesco dal 1986 e attrae ogni anno circa un milione di visitatori. E’ quindi strano pensare che uno dei più significativi monumenti dell’Inghilterra fu una volta comprato da un avvocato per farne regalo alla moglie.

 Cento anni orsono, il 21 settembre 1915, l’avvocato Cecil Chubb pagò 6600 sterline per tutta la piana di Stonehenge ad un’asta a Salisbury, nella contea del Wiltshire.
 Accadde per quasi per caso, con l’avvocato che voleva fare un dono alla moglie Maria. 
La donna aveva chiesto delle tende, ma lui tornò con qualcosa di ben diverso.
 Maria non si mostrò particolarmente felice del gesto, anche perché il costo del monumento, rivalutato ai tempi odierni, era di circa 680.000 sterline, quasi un milione di euro.




Il 26 ottobre del 1918, 16 giorni prima dell’armistizio che concluse la prima guerra mondiale, Chubb regalò Stonehenge allo stato, mediante un atto di donazione. 
L’anno seguente il primo ministro di allora, David Lloyd George, riconobbe la sua generosità con un titolo nobiliare, proclamando l’avvocato “Sir Cecil Chubb, Primo Baronetto di Stonehenge”. 
 Lo stemma celebrativo di Chubb era rappresentato da una zampa di leone che cingeva due rami di vischio, una pianta che veniva considerata sacra dai druidi.
 Lo stemma riportava il motto “Saxis Condita”, che significa “fondata sulla pietra”.

 L’avvocato aveva umili origini, e la sua storia assume un’aura ancora più straordinaria per questo particolare.
 Nacque nel 1876, suo padre era un maniscalco del villaggio di Shrewton, a poca distanza da Stonehenge. 
Frequentò una scuola di grammatica e arrivò a laurearsi a Cambridge, accumulando in seguito una fortuna considerevole. 
Nel suo atto di donazione egli specificò che i visitatori non avrebbero dovuto mai pagare una somma “superiore allo scellino” per visitare il sito archeologico.

 Oggi il sito è gestito dall’English Heritage, e circa 30.000 persone che vivono vicino a Stonehenge hanno ancora diritto all’ingresso gratuito. 
I forestieri pagano invece un biglietto di 14,50 sterline, una somma considerevole se rapportata allo “scellino” indicato nell’atto di donazione. 
L’English Heritage sostiene ad ogni modo che, data l’inflazione dei salari nel secolo scorso, questa somma è minore in termini reali di quel famoso scellino.


La famiglia che possedeva Stonehenge era quella degli Antrobus, cui apparteneva dal 1820. 
Sir Edmund Antrobus, l’unico erede maschio della famiglia, morì in guerra nel mese di Ottobre del 1914 a Kruiseik, in Belgio, durante una delle prime battaglie della Grande Guerra.
 Nel 1915 Stonehenge finì all’asta a causa della mancanza di eredi, e Sir Cecil Chubb l’acquistò per evitare che finisse fra le mani di qualche americano a caccia di antichità, che avrebbe addirittura potuto farla smontare e ricostruire negli Stati Uniti, come ad esempio accadde nel 1968 per il London Bridge, che venne interamente smontato e ricostruito in Arizona. 

 La notizia della vendita di Stonehenge era “sufficiente a suscitare l’invidia di tutti i miliardari americani che sono morsi dalla mania per l’acquisto di oggetti antichi” riportò il Daily Telegraph. 
Chubb potrebbe essere stato grandemente influenzato da questa prospettiva, che riteneva assurda e contro l’orgoglio nazionale, e acquistò il sito archeologico sapendo già che lo avrebbe poi donato all’Inghilterra. 

Chubb morì nel 1934 e suo figlio, Sir John Chubb, morì nel 1957 senza lasciare eredi, con il titolo di baronetto che andò quindi perduto. 
Sono in pochissimi a conoscere la storia di questo notevole uomo inglese, e l’unica targa che lo ricorda è nella casa dove nacque e crebbe, a Shrewton.


Fonte: .vanillamagazine.it

venerdì 25 settembre 2015



  Ma dove ve ne andate,
                povere foglie gialle come farfalle spensierate?
                    Venite da lontano o da vicino
da un bosco o da un giardino? 
               E non sentite la malinconia 
                                       del vento stesso che vi porta via? 

(Trilussa)

giovedì 24 settembre 2015

Cos'è la sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie?


Avete mai sentito parlare della sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie? 
Le persone che ne soffrono hanno una percezione del mondo e di se stessa simile a quella di Alice, la protagonista del famoso racconto di Lewis Carroll.
 In inglese viene chiamata 'Alice in Wonderland Syndrome' e abbreviata come 'AIWS'. 

Immaginate di rendervi conto improvvisamente che le vostre mani si sono ingrandite e che le vostre gambe si stanno allungando a dismisura mentre tutti gli oggetti che si trovano intorno a voi si stanno rimpicciolendo.
 Siete nella vostra camera da letto che ormai vi appare così piccola da poter essere paragonata ad una casa delle bambole.
 Le persone che soffrono della sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie si trovano ad affrontare percezioni simili.


La sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie è un disturbo neurologico che colpisce la percezione visiva.
 Può essere un disturbo temporaneo, in particolare quando viene associato a emicrania, crisi epilettiche o uso di sostanze stupefacenti. Ma la sindrome vera e propria compare durante l'infanzia senza cause apparenti. 
 Di per sé secondo gli esperti questa sindrome colpisce soprattutto i bambini e potrebbe risultare molto più diffusa di quanto pensiamo. Le persone che soffrono di questa sindrome all'improvviso possono avere l'impressione che i loro piedi si rimpiccioliscano o che le braccia e le mani si allunghino mentre il resto del mondo diventa minuscolo.

 La sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie è chiamata anche sindrome di Todd dal nome dello psichiatra John Todd che la descrisse nei particolari nel 1955 e che parlò di una serie di illusioni e di distorsioni della realtà che riguardano il corpo e gli oggetti. 
 Si tratta di una sindrome al momento piuttosto rara riguardo a cui non sono presenti molti studi scientifici.
 Non esistono cure. I pazienti non vengono sottoposti ad interventi chirurgici e non assumono medicinali. 
I bambini di solito mantengono i sintomi di questa sindrome sino a quando raggiungono l'adolescenza. Poi il problema si affievolisce e scompare. 
 Nel 2014 sulla rivista Pediatric Neurology è comparso uno studio su questa sindrome in cui si evidenzia che nei bambini l'età media della diagnosi è di 8 anni.
 I sintomi più comuni osservati sono micropsia (quando gli oggetti e le parti del corpo appaiono più piccole di come sono realmente) e telopsia (quando gli oggetti appaiono più lontani di quanto lo siano in realtà).


Per comprendere fino in fondo questa sindrome saranno necessari ulteriori studi.
 Il racconto di Lewis Carroll, "Alice Adventures in Wonderland", fu pubblicato nel 1865, quando questa sindrome non era ancora stata descritta dalla scienza, eppure ciò che succede ad Alice richiama una condizione neurologica che in effetti esiste davvero. A volte la realtà, quando meno ce lo aspettiamo, supera la fantasia.
 
 Marta Albè

Avorio e sangue. La lotta contro il bracconaggio in un incredibile reportage del Wwf


Il commercio illegale di animali selvatici, che siano vivi o fatti a pezzi, ha un volume d’affari di 19 miliardi di dollari l’anno, equivalente al valore dell’economia del Nepal nel 2014.
 A livello internazionale, la fauna selvatica rappresenta il terzo tipo di contrabbando più redditizio, dopo armi e droga, incentivato dalla domanda proveniente dall’Asia e dalla crescita del mercato nero online. Solo la Cina rappresenta il 70 per cento della domanda mondiale di avorio, ricavato perlopiù dalle zanne di elefante. Infatti, secondo la Wildlife conservation society, in media vengono uccisi 96 elefanti ogni giorno proprio per soddisfare questa domanda.


La sopravvivenza degli elefanti sulla Terra è stata fortemente minacciata dal mercato dell’avorio.
 L’Africa centrale ha perso più del 60 per cento degli elefanti africani delle foreste nel breve periodo tra il 2002 e il 2011. Analogamente, la domanda delle corna di rinoceronte, soprattutto provenienti da Vietnam e Cina, ha portato nel 2011 all’estinzione del rinoceronte nero occidentale e tuttora minaccia le cinque specie rimanenti. Inoltre, in Africa, in soli 40 anni le popolazioni di rinoceronte, animale che ha popolato la terra per 40 milioni di anni, sono passate da 70mila a 25mila esemplari.



Il fotografo James Morgan ha documentato, per conto del Wwf, il lavoro di una pattuglia anti bracconaggio all’interno del Parco nazionale Minkébé, nello stato centrafricano del Gabon, offrendo una visione esclusiva della lotta contro i crimini di natura, che affliggono pesantemente il paese. Difatti, nel Gabon sono stati uccisi 11mila elefanti solo dal 2005 al 2013, ovvero due terzi della popolazione della foresta di Minkébé.

 

 Il lavoro di Morgan non mostra soltanto lo sterminio di una delle specie più emblematiche del nostro pianeta, ma anche le conseguenze che il bracconaggio ha sulle comunità locali.
 La criminalità organizzata controlla il commercio e rappresenta un vero nemico per le squadre che pattugliano il parco.
 I cacciatori di frodo sono muniti di armi automatiche e non temono di usarle per uccidere i ranger.
 Morgan ha infatti dichiarato che “il bracconaggio non ha solo causato la morte di diverse persone, ma ha portato alla disintegrazione di un intero modo di vivere”. 
 Molti bracconieri sono Baka, gruppo etnico che abita l’area di Minkébé. 
Originariamente erano cacciatori e raccoglitori che vivevano in modo sostenibile grazie alle risorse della foresta, ma nel diciannovesimo secolo hanno iniziato a uccidere un numero sempre più alto di animali, spinti dalla domanda di avorio dei coloni inglesi e francesi.
 Oggi la mancanza di opportunità economiche ha portato a livelli elevati di alcolismo e violenza domestica all’interno delle comunità Baka. Inoltre, questo problema ha costretto diversi membri Baka ad assecondare gli ordini delle organizzazioni criminali, che sfruttano le loro profonde conoscenze delle foreste, ingaggiandoli come bracconieri e minando il loro antico legame con l’ambiente da cui traevano sostentamento.

 Fonte: lifegate.it

Matematica e fisica nelle pieghe del cervello?



Il cervello dei mammiferi risulta costituito da elaborate pieghe. Uno studio recente sta mostrando che tali ripiegamenti non sono casuali, ma seguono una relazione matematica chiamata “legge di scala”, che curiosamente spiega anche come la carta si accartoccia. Le ricerche suggeriscono che le varie forme di cervelli dei mammiferi non nascerebbero da particolari processi di sviluppo che variano da specie a specie, quanto piuttosto da uno stesso processo fisico.
In biologia non è frequente trovare una relazione matematica che si adatta così bene ai dati a disposizione. La legge di scala descrive un modello per il cervello completamente sviluppato, studi sono in atto circa il come si formano le ripiegature nel cervello in via di sviluppo.
Queste “pieghe” nel cervello dei mammiferi sono molto importanti poiché servono ad aumentare la superficie totale della corteccia, ossia lo strato esterno di materia grigia dove risiedono i neuroni. Non tutti i mammiferi hanno cortecce ripiegate; gli animali chiamati “lissencefali” come i marsupiali, i roditori, gli insettivori, hanno un’organizzazione cerebrale meno elevata, con gli emisferi cerebrali a superficie liscia o con solchi appena accennati.
Al contrario i primati, le balene, i cani e i gatti sono chiamati “girencefali” e hanno la superficie degli emisferi cerebrali percorsa da varie solcature (le cosiddette “circonvoluzioni cerebrali”)


Per decenni gli scienziati hanno lavorato sulla relazione tra la quantità di ripiegature del cervello di una specie e altre particolari caratteristiche connesse a questo.
Ad esempio, anche se gli animali con piccoli cervelli tendono ad avere poche o quasi nessuna piega, non era stata in precedenza mai stabilita alcuna chiara relazione tra la quantità di ripiegatura (misurata dal rapporto tra la superficie totale della corteccia e la superficie esterna esposta del cervello) e la massa cerebrale. Analogamente non si era riscontrata alcuna chiara relazione tra la quantità di ripiegature e il numero di neuroni, o la superficie totale della corteccia, o lo spessore della corteccia.
Il neuroscienziato Suzana Herculano-Houzel e il fisico Bruno Mota, dell’Università Federale di Rio de Janeiro in Brasile, hanno trovato una relazione matematica per le ripiegature nel cervello dei mammiferi che sembrerebbe essere “universale”.
Utilizzando i dati di 62 diverse specie animali, hanno graficato l’area della corteccia moltiplicata per la radice quadrata del suo spessore in funzione della superficie esposta del cervello, trovando che tutti i punti cadono su una singola “curva universale” sia per le specie lissencefale che per le girencefale.
Tale curva ha mostrato che la combinazione di superficie totale e spessore cresciuto con l’area esterna esposta cresce con una potenza di ordine 1,25, come l’area di un cerchio cresce con il suo raggio elevato alla potenza di ordine 2 (Area cerchio = p r2) .
I ricercatori Herculano-Houzel e Mota ritengono invece che in ogni fase dello sviluppo la corteccia che cresce, soggetta alla forza esterna del cranio, sviluppandosi in uno spazio confinato deve necessariamente deformarsi; in ogni fase dello sviluppo la “legge di scala” dovrebbe rimanere tale.
 In particolare, per quanto concerne il cervello, si cercano descrizioni matematiche di come il grado di ripiegatura neo-corticale nel cervello dei mammiferi varia con determinati parametri biologici, come lo spessore e la superficie corticale. E’ in ogni caso sicuramente affascinante, l’idea di come la matematica e la fisica entrano sempre a far parte della struttura costitutiva della realtà che ci circonda e di noi stessi, come parte attiva di questa realtà.
Riferimenti bibliografici:
1. B. Mota, S. Herculano-Houzel, !”Cortical folding scales universally with surface area and thickness, not number of neurons” Science, Vol. 349, N. 6243, pp. 74-77, DOI: 10.1126/science.aaa9101 (2015).
2. G. F. Striedter, S. Srinivasan, “Knowing when to fold them” Science, Vol. 349, N. 6243, pp. 31-32, DOI: 10.1126/science.aac6531 (2015). 

Il 52% delle tartarughe marine ha ingerito plastica

Borse e fogli di plastica semisommersi, scambiati per meduse, sono l'ultimo pasto di molte tartarughe.


Le tartarughe marine li scambiano per meduse, e quando li ingeriscono è troppo tardi per accorgersi che sono invece sacchetti di plastica.
 Questa è la sorte che finora è toccata alla gran parte della popolazione mondiale di questi animali: al 52%, secondo uno studio della University of Queensland pubblicato su Global Change Biology. 
 A qualche settimana dalla ricerca che denunciava la possibilità che entro il 2050 il 99% degli uccelli marini si sarebbe nutrito di una certa quantità di plastica, l'analisi del gruppo del professore Qamar Schuyler sottolinea il rischio. 
D'altra parte i numeri parlano da soli: ogni anno vengono scaricate in mare da 4 a 12 milioni di tonnellate di materiale plastico.


I danni derivanti dall'ingestione di plastica sono numerosi e differenti, ma tutti portano a un esito certo: la morte o la grave compromissione della salute delle tartarughe. 
I rifiuti possono infatti incastrarsi nell'intestino, o perforarlo portando l'animale al decesso, oppure avvelenare la vittima col rilascio di sostanze tossiche. 

  Ma, come spiega lo studio, basta anche solo che i rifiuti rimangano nello stomaco senza danneggiare la parete dell'organo, per uccidere la tartaruga: non riuscendo a digerire la plastica, il rettile si sentirà sazio e smetterà di nutrirsi. 

 Dalle analisi dei ricercatori è emerso che la specie messa più a rischio dal fenomeno è la tartaruga bastarda olivacea (Lepidochelys olivacea, già inclusa nella Lista Rossa della IUCN). 
Presente nei mari tropicali, questa specie si nutre prevalentemente in mare aperto e ama le meduse, caratteristiche che la rendono più esposta al rischio di ingoiare sacchetti di plastica, che confonde col suo cibo preferito. 
 Tra le aree più "a rischio rifiuti" vengono segnalate le coste nordamericane, australiane, sudafricane e del sud-est asiatico, e l'Oceano Indiano orientale

 Fonte: focus.it

Mai verità fu più vera

Le misteriose 'cuspidi' che si infrangono sulla spiaggia


Strane formazioni sulla battigia. Vere e proprie cuspidi che l'acqua del mare disegna sulla sabbia.
 Siamo su una spiaggia del Dorset, nella parte sud-occidentale dell'Inghilterra.
 Quello delle cuspidi è un mistero che gli scienziati non sono ancora riusciti del tutto a chiarire. 
Come si formano le “Beach cusps”? 
E perché proprio nel Dorset? 
 Secondo quanto accertato finora, le cuspidi appaiono durante o dopo i temporali. 
La loro forma è di certo insolita. Inoltre, lo spazio tra l'una e l'altra è uniforme e regolare.
 Lasciando in pace gli alieni, due sono le teorie che tentano di spiegare la loro formazione.
 La prima riguarda delle interazioni tra le onde che si avvicina alla riva e le onde che si formano in maniera perpendicolare alla costa. Le interazioni tra queste onde creano dei punti regolarmente distanziati ma di  intensità diversa.
 L'altra teoria è quella dell'auto-organizzazione, che sostiene che le cuspidi siano il risultato di onde regolari e delle interazioni con la sabbia, fino a creare degli anelli.




Il risultato offre comunque un colpo d'occhio suggestivo. 
 Le cuspidi in spiaggia sono state osservare anche a Palomarin Beach, a Point Reyes, negli Usa. 

 Fonte: nextme.it
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