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domenica 14 giugno 2020

Nelle isole Cook la salute viene prima dell’economia: così il Paese è libero dal coronavirus


Stop all’economia, nelle isole Cook la salute viene prima. E funziona, perché il Paese non ha nemmeno un caso di coronavirus. Chiuse tutte le frontiere, crolla il turismo, si blocca tutto, ma anche la diffusione dell’infezione. 
Una decisione quanto mai coraggiosa. 
 Le isole Cook sono un vero e proprio paradiso del Pacifico, in libera associazione con la Nuova Zelanda (secondo lo statuto possono divenire del tutto indipendenti in qualsiasi momento con un atto unilaterale). 
Per natura, straordinaria bellezza e posizione la loro economia dipende quasi esclusivamente dal turismo. Ma il Governo non ci ha pensato due volte: ha chiuso tutte le frontiere (salvo quelle con la Nuova Zelanda, comunque con controlli), arrestando di fatto il PIL. Ma anche il coronavirus: ad oggi, infatti, il Paese non ha registrato nemmeno un caso positivo tra i suoi 15.200 abitanti (dati 2018) sparsi nelle sue 15 isole. 

 Facile chiudere le frontiere, tracciare tutti e non far entrare il virus per un piccolo Paese? Più a dirsi che a farsi. Perché, quando l’economia dipende quasi esclusivamente da quelle frontiere, la scelta resta comunque difficile e i problemi da affrontare enormi.


“La nostra salute ed economia devono andare avanti insieme – ha detto infatti a chiare lettere a Bloomberg il Ministro delle Finanze Mark Brown – Non possiamo mantenere la nostra economia senza considerare la salute e la sicurezza delle nostre persone. Allo stesso modo, non possiamo mantenere il nostro sistema sanitario senza un’economia sostenibile”.


 Dal 19 giugno, comunque, il Paese ha deciso di “rilassarsi”, soprattutto perché la pandemia negli Stati più vicini e con maggiori legami politici ed economici sembra sconfitta, prima tra tutti la Nuova Zelanda, dove la Presidente Jacinda Ardern aveva annunciato la vittoria già a fine aprile e dove da 22 giorni permangono contagi zero.

 Nel piccolo e meraviglioso arcipelago del Pacifico inizia ora una nuova fase: ricostruire un’economia che, secondo gli esperti, avrà un arresto brusco e devastante, con un calo di produzione pari a circa il 60%, proprio a causa dei divieti al turismo internazionale. Ma il Primo Ministro Henry Puna non ha avuto dubbi e ha scelto. 


 ROBERTA DE CAROLIS

sabato 13 giugno 2020

Da Parco a Lago, da Lago a Parco: la reversibilità della Natura


Albert Einstein sosteneva che ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata.
 In effetti non possiamo dargli torto! 
Anche la più difficile “metamorfosi” da parco a lago, da lago a parco, l’opera meravigliosa della natura l’ha già compiuta.
 Dove? In Austria, nella località di Tragöß, nella regione della Stiria. 

 Provate a chiudere gli occhi solo per un istante: immaginate di essere seduti su una roccia… Attorno a voi solo natura a 360° fatta di alti abeti che sembrano voler toccare il cielo, vette rocciose che si stagliano nell’azzurro, infiniti sentieri trekking che si snodano nel bosco ed un piccolo laghetto chiamato Grüner See o Green Lake. 
Apriteli lentamente: davanti a voi una distesa d’acqua, un meraviglioso lago verde smeraldo che arriva ad accarezzare la roccia su cui siete seduti…


In questo luogo particolare, immerso tra le montagne carsiche austriache, con l’alternarsi delle stagioni, accade qualcosa di unico e di particolare.

 In primavera, l’acqua della neve sciolta, confluisce in una conca che durante l’anno è uno splendido parco e si trasforma in un lago dalle meravigliose acque limpide. 

Puntuale e regolare, quando la neve si scioglie, l’acqua sommerge il manto erboso, facendo raddoppiare le dimensioni del bacino, da 2.000 a oltre 4.000 metri quadrati.




In questa stagione, appassionati sub, si recano a Green Lake per scoprire un mondo sommerso fatto di ponti, panchine e sentieri trekking, assaporando la bellezza di un’immersione “con gli scarponi”. 

 Ma attenti: se vi recate dopo fine luglio, potrete trovare la sorpresa di non scorgere più il lago, ma uno splendido e lussureggiante parco, poiché le acque del lago si dissolvono grazie all’opera di un piccolo fiume che lascia defluire le sue acque. 

 Qualsiasi sia la vostra idea di vacanza, se decidete di regalarvi un soggiorno a Tragöß, ricordate di mettere nello zaino, scarponi da trekking, muta, bombola e una buona macchina fotografica







Fonte: ecobnb.it

mercoledì 10 giugno 2020

L’incredibile scultura “vivente” dei Giardini perduti di Heligan che cambia aspetto in base alle stagioni


Nella selvaggia penisola della Cornovaglia c’è un luogo in cui si respira un’atmosfera epica e misteriosa: i Giardini perduti di Heligan. 
In lingua cornica il termine heligan indica il salice piangente, una delle numerosissime piante che ospita il complesso di giardini.
 Ma ciò che affascina di più i visitatori sono le enormi sculture presenti nell’area, tra cui spicca la meravigliosa Ragazza di Fango (in inglese Mud Maid).


Questo posto, che sorge nel villaggio di Pentewan, era considerato nel XIX secolo uno dei più bei giardini dell’Inghilterra. 

La realizzazione degli splendidi giardini risale alla fine del Settecento e si deve alla famiglia nobile Teyman, ma con l’arrivo della Prima guerra mondiale, l’area verde (che all’epoca si estendeva su 400 ettari) fu abbandonata e cadde in rovina. 

 I Giardini perduti di Heligan sono stati riscoperti e rivalorizzati soltanto negli anni Novanta grazie ad un grandioso lavoro che il Times ha definito “il progetto di restauro del secolo”. 
 Oggi questo luogo suggestivo si estende su un’area di circa 80 ettari ed è suddiviso in più zone: The productive garden, The Pleasure Grounds, The Italian Gardens e The jungle.

 Tutti i giardini originali realizzati dalla famiglia Teyman sono ritornati al loro antico splendore, mentre il bosco di rododendri e camelie è diventato Patrimonio Nazionale. 


Passeggiando per i Giardini perduti di Heligan ci si imbatte in alcune sculture giganti, ma quella che colpisce più di tutte è chiamata Mud Maid.
 Si tratta di un’opera realizzata nel 1998 da due artisti locali, i fratelli Pete e Sue Hill. La scultura che ritrae la ragazza di fango è considerata “vivente”.
 Il suo aspetto, infatti, varia in base alle stagioni.
 La chioma e gli abiti cambiano nel corso dei mesi; in alcuni periodi è spoglia, mentre in altri si ricopre di erba, edera, muschio e neve.

 La ragazza di fango è stata creata a partire da una struttura cava in legno e una rete ricoperta di fango, mentre il viso è stato modellato con cemento e sabbia.

 Questo suggestiva scultura immersa nella natura è indubbiamente una tappa obbligata per chi visita i Giardini di Heligan.





ROSITA CIPOLLA

giovedì 4 giugno 2020

I Pilastri della Lena , l'imponente cresta calcarea della Siberia


I Pilastri della Lena sono una magnifica formazione geologica che si innalza lungo il corso del fiume Lena nella Repubblica di Sakha, situata nella parte orientale della Siberia.
 Questi spettacolari pilastri, che in russo vengono chiamati Lenskiye Stolby, raggiungono anche i 300 metri d'altezza e sono il risultato del processo di erosione iniziato ben 500 milioni di anni fa.

 La bellezza di questa foresta di pietra ha dato vita al Lena Pillars Nature Park, un territorio protetto oggi inserito nella lista del Patrimonio dell'umanità dell'Unesco. 

Una distesa di rocce calcaree costituite da marna, dolomite e ardesia che si mostra in tutto il suo imponente splendore correndo sulla sponda del fiume per oltre 40 chilometri.


Una zona impervia e selvaggia, caratterizzata da escursioni termiche in grado di passare dai 60° sotto zero dell’inverno ai 40° dell’estate. 

Tra queste profonde gole create dall’alternanza dello scioglimento e del congelamento dell'acqua, dove in passato sono stati rinvenuti i resti di ossa di animali preistorici come mammut, bisonti e altri mammiferi ormai estinti, oggi vivono zibellini, orsi, scoiattoli, alci e oltre 100 specie di uccelli.
 Qui crescono anche 21 specie di piante rarissime e il fiume vanta oltre 31 specie di pesci.




Il Parco Naturale dei Pilastri della Lena si trova a circa 200 km da Yakutsk, una città portuale che si raggiunge da Mosca con un volo di circa 7 ore. 
Una volta arrivati a Yakutsk, per ammirare al meglio questo straordinario capolavoro della natura, ci si può affidare alle numerose crociere organizzate sul fiume. 
Tutte le imbarcazioni offrono cabine dotate del massimo comfort, ma si può scegliere di partire anche in elicottero, un viaggio veloce di appena un’ora, ma molto costoso. 

 Fonte: mybestplace.com

martedì 2 giugno 2020

A giugno potrai vedere un’eclissi anulare solare e un’eclissi lunare


L’estate ci saluta con una meravigliosa eclissi di Sole, visibile anche nelle nostre regioni del Sud (anche se per noi sarà solo parziale). 

Il 21 giugno occhi al cielo (protetti con adeguati filtri) per uno spettacolo che è sempre emozionante poter ammirare.
 Il tutto “anticipato” dall’eclissi penombrale di luna del 5 giugno. Non è un caso: le eclissi di Sole non vengono mai da sole, ma sempre circa due settimane prima o dopo un’eclissi lunare. 
Di solito ci sono due eclissi consecutive, ma altre volte ce ne sono addirittura tre durante la stessa stagione di eclissi. 
E sarà proprio questo il caso, perché un’altra eclissi penombrale di Luna è prevista il 5 luglio. 

 E così, dopo l’eclissi penombrale di luna prevista per il 5 giugno, ecco immancabile l’eclissi di Sole, di tipo anulare, il 21 del mese (appena qualche ora dopo il solstizio d’estate), che nelle nostre regioni del Sud potrà essere ammirata dal vivo, anche se solo parziale.

 In Africa, Arabia Saudita, India, Cina e Oceano Pacifico lo spettacolo sarà al completo: i fortunati che si troveranno in quelle zone della Terra ammireranno l’emozionante anello di fuoco, l’eclissi anulare di Sole.


L’eclissi anulare di Sole è un’eclissi di Sole a tutti gli effetti, quindi dovuta alla luna, posta in mezzo tra Sole e Terra con tutti e tre gli astri perfettamente allineati che proietta la sua ombra sul nostro Pianeta, dal quale vedremo la nostra stella oscurata (se con allineamento non perfetto, solo in modo parziale).

 Si parla però di eclissi anulare quando la Luna è particolarmente lontana da noi: nei giorni intorno al 21 giugno il nostro satellite si troverà più vicino al suo apogeo (il punto di massima distanza dalla Terra): per questo il Sole non sarà del tutto oscurato, ma apparirà coperto solo per gran parte del disco centrale, lasciando scoperta la parte esterna. 

Risultato? Un incredibile e affascinante anello di fuoco nel firmamento.

 Come riporta Timeanddate, lo spettacolo sarà visibile nella sua interezza in alcune zone dell’Africa tra cui la Repubblica Centrafricana, il Congo e l’Etiopia, nel sud del Pakistan, nell’India settentrionale e in Cina. 
Se il tempo lo permette, le persone in queste aree vedranno dunque il caratteristico anello di fuoco.

 Il fenomeno sarà visibile parzialmente invece in Europa sud-orientale (incluso il nostro Paese, sempre a Sud-Est), gran parte dell’Asia, Australia settentrionale, gran parte dell’Africa, Oceano Pacifico e Oceano Indiano. 

 ROBERTA DE CAROLIS

Le 70 extension della mummia di Amarna


La città egizia di Amarna, che diventa capitale del regno nel 1350 a.C. circa, sotto il faraone Akhenaton, che vi impone il culto del sole Athon, viene scoperta circa nel 1977. 
Ad oggi una fra le scoperte più significative risale al 2014 e riguarda il cimitero dove sono stati trovati cento corpi non mummificati (per questo con un alto grado di deterioramento), semplicemente avvolti in stuoie e seppelliti nella necropoli. Ventotto di queste mummie naturali, dopo lo studio del DNA, sono risultate essere di donne e presentavano accurate acconciature formate da extension di capelli naturali.
 Le elaborate pettinature, che prevedevano oltre settanta ciocche intrecciate che variavano di colore e forma da mossi e neri al liscio e castano, ci fanno capire che ad Amarna convivevano un insieme di etnie diverse.

 Sono state trovate anche ciocche di colore rosso e le ricerche hanno rivelato che, già all’epoca, le donne si tingevano con l’hennè per coprire i capelli bianchi.




Era palese l’amore smisurato della popolazione femminile per i capelli, e in particolare le trecce che, in questo caso, variavano da 0,5 cm a 1 cm di spessore e 20/30 cm di lunghezza, arrivando sulle spalle.

 Il balsamo per capelli era usato comunemente dagli egizi e permetteva di mantenere in posa e conservare (anche fino ai giorni nostri) queste particolari pettinature. 
Il prodotto era ottenuto dalla miscela di grasso di manzo, olio di ricino, cera d’api, gemma di pino e olio aromatico di pistacchio.


 La possibile causa delle extension risiede molto probabilmente nel concetto di “vita dopo la morte” degli antichi egizi: la mummificazione permetteva al corpo di rimanere in ottime condizioni per rinascere nel mondo dei morti e presentarsi all’incontro con Anubi, protettore delle necropoli, che verificava il peso del cuore, ossia dell’anima.


Ad Amarna, questo passaggio di conservazione del corpo non era presente: esageratamente costoso per l’epoca, non era possibile per tutte le classi sociali, ma le donne potevano permettersi di acquistare le extension per avere i capelli ordinatamente acconciati ed essere “presentabili” davanti agli Dei.

 Una delle teorie più sostenuta è quella secondo cui i capelli erano visti come vanto prettamente femminile e quindi rappresentava un’offerta al culto di Iside, Dea cara alle donne perché portatrice di fertilità.


 Fonte: vanillamagazine.it

sabato 30 maggio 2020

Le Victoria Falls sono tornate più fragorose che mai


Lo scorso inverno le immagini delle Victoria Falls hanno fatto il giro del mondo: prosciugate e praticamente silenziose. Ora però sono tornate più scroscianti che mai. 
Questa meraviglia della natura, patrimonio dell'umanità protetto dall'Unesco, si trova al confine fra Zambia e Zimbabwe e due mesi fa è stata chiusa ai turisti in via precauzionale, a causa della pandemia da coronavirus. 
Insomma, non è stata una stagione florida per il turismo e l'economia locale di questo angolo di Africa, tuttavia le cascate hanno riaperto nel culmine della loro stagione e in pochi giorni hanno già accolto un migliaio di turisti.


Fortunatamente la città di Livingstone, appena fuori dal Parco Nazionale Mosi-oa-Tunya, principale punto di partenza per le escursioni, non ha ancora registrato un caso di Covid-19 mentre complessivamente in Zimbabwe sono stati 46 e in Zambia 832.

 In ogni caso, potrebbe volerci un po' di tempo prima che il turismo internazionale torni ai livelli impressionanti degli scorsi anni, essendo questa una popolare attrazione turistica sin dal periodo del dominio coloniale inglese.


Le immagini delle Victoria Falls prosciugate avevano fatto il giro del mondo: difficile non rimanere impressionati davanti alla scarsissima portata di quelle che sono una delle cascate più grandi del mondo. 

Nella stagione delle piogge, il fiume scarica una quantità d'acqua pari a 9.100 m cubi al secondo, causando un fragore assordante oltre a nebbia e foschia che rendono praticamente impossibile ammirare la gola sottostante. 
Non a caso sono conosciute localmente con il nome Mosi-oa-Tunya, Fumo che tuona.





Fonte: lastampa.it

venerdì 29 maggio 2020

La basilica di San Petronio


La basilica di San Petronio è in assoluto la chiesa più famosa, maestosa ed importante di tutta Bologna.
 L’imponente edificio domina Piazza Maggiore che gli si staglia di fronte e, sebbene si tratti di un’opera incompiuta, cionondimeno è la sesta chiesa più grande di tutta Europa dopo San Pietro in Vaticano, Saint Paul a Londra, la cattedrale di Siviglia, il Duomo di Milano ed il Duomo di Firenze.
 Questo fa della basilica di San Petronio di fatto la terza chiesa più grande d’Italia, dopo il Duomo di Milano ed il Duomo di Firenze. 


La chiesa, come suggerisce la sua stessa denominazione, è dedicata alla figura che dal 1253 rappresenta il patrono della città di Bologna, ovvero San Petronio. 
Fu il Consiglio dei Seicento del comune a deliberare, nel 1388, di costruire una basilica ad egli intitolata, e la prima pietra dell’edificio venne posta il 7 Giugno 1390, nel corso di una solenne processione. 
Questa chiesa rappresenta inoltre l’ultima grande opera gotica italiana, dal momento che la sua costruzione fu iniziata appena un anno più tardi rispetto al Duomo di Milano (che fu quindi parallelamente edificato nello stesso periodo).


La basilica di San Petronio, oltre ad essere un’importantissima opera religiosa, aveva anche una forte valenza politica: rappresentava infatti, nella figura del martire cristiano, l’idea di un Comune finalmente autonomo e libero dalla dominazione papale e signorile.
 Non dimentichiamo infatti che poco più di due secoli prima, all’alba dell’amministrazione comunale, Federico Barbarossa scese in Italia per ribadire la propria supremazia sulla nostra penisola, e lo stesso Papa Anastasio IV vide di buon occhio l’avvento dell’Imperatore nel convulso e caotico scenario politico italico.
 I cittadini romani infatti, sotto la guida del monaco Arnaldo da Brescia, avevano appena creato un pericolosissimo precedente storico, proclamando di fatto l’autonomia del Comune di Roma. Arnaldo predicava infatti il ritorno alla purezza spirituale della Chiesa, e ciò avrebbe comportato la totale perdita dello smisurato potere temporale che il Vaticano era allora in grado di esercitare liberamente.
 Fu così che grazie all’intervento dell’Imperatore, Arnaldo fu messo al rogo, la figura del Papa tornò a regnare su Roma, e la neonata istituzione comunale si trovò nuovamente chiusa tra l’incudine ed il martello.


A complicare ulteriormente le cose furono i contrasti interni che lacerarono i Comuni dalla fine del XII all’inizio del XIV secolo, tra gli interminabili contrasti fra borghesia e nobiltà inurbata, che portarono al varo delle cosiddette leggi antimagnatizie; v’era inoltre una marcata differenza sociale tra il popolo grasso (la borghesia, composta da ricchi popolani e commercianti) ed il popolo magro (gli artigiani e gli ancor più infimi, nella scala d’importanza dell’epoca, lavoratori dipendenti). 

 Il Comune, in sostanza, sentiva l’impellente necessità di autodeterminarsi, di ribadire con fermezza la propria emancipazione dal giogo papale ed imperiale. E la figura di San Petronio fu scelta come il paradigma stesso dell’indipendenza comunale che si contrapponeva alle ingerenze esterne. 

 Nel corso del 1300 la borghesia artigiana, mercantile e professionistica stava facendosi sempre più attiva nella realtà politica comunale, tant’è che riuscì a riportare in auge l’iniziale ideale di governo del “popolo e delle arti”, che portò alla formazione del Consiglio dei Quattrocento prima, e dei Seicento poi. 

 Tra le prime iniziative promosse dal nuovo governo vi fu il forte rilancio del culto di San Petronio, tant’è che sembra che l’ipotesi di erigere una chiesa in onore del patrono della città fosse nata già nel 1307, ma per un gran numero di intricate vicende politiche e situazioni contingenti, la realizzazione del progetto fu continuamente rimandata fino alla fine del secolo.


 Un fattore probabilmente determinante nel fornire la spinta alla scelta di edificare finalmente la basilica di San Petronio fu probabilmente offerta, più che dalla volontà interna della città, dall’operato di Milano e Firenze. 
Bisogna infatti ricordare che Bologna, nel XIV secolo, era una delle città più grandi e popolose di tutta l’Europa, e le sue rivali per eccellenza, il capoluogo toscano e quello lombardo, avevano già costruito il proprio duomo l’una (parliamo di Firenze, che lo realizzò addirittura un secolo prima), e gettato le basi per edificarlo l’altra.
 Bologna non poteva più permettersi di cedere all’inerzia, ma parimenti non intendeva erigere un Duomo sotto la spinta della volontà ecclesiastica, come accadde per Firenze e per Milano, ma costruire invece un monumento che fosse innanzitutto foriera di libertà, autonomia ed emancipazione per il popolo e per la città stessa.


Come già detto in precedenza, tuttavia, questo grandioso progetto si protrasse nel tempo senza mai trovare una vera e propria soluzione di continuità, e finendo col rimanere un’opera incompiuta.
 La facciata non venne mai completata, e Giacomo Ranuzzi iniziò (senza finirlo) il rivestimento marmoreo nel 1538; degne di nota sono anche la meravigliosa Porta Magna, un capolavoro di Jacopo della Quercia e la Cappella di San Abbondio (dove fu incoronato imperatore Carlo V da Papa Clemente VII, nel 1530) fu restaurata in falso gotico nel 1865 (sebbene gli interni del tempio presentino un pregevole stile classico). 

 La Cappella dei Re Magi è invece l’unica che conserva ancora quasi intatta la decorazione originale, ed è così chiamata per via degli affreschi di Giovanni da Modena, che vi dipinse un ciclo raffigurante il paradiso e l’inferno a sinistra, mentre la parete destra fu dedicata alle “Storie dei Re Magi”.
 Nella parete in fondo sono invece rappresentate scene della vita di San Petronio.




Vi sono poi la Cappella Maggiore, la Cappella delle Reliquie, la Cappella di San Pietro Martire, la Cappella di Sant’Antonio da Padova, la Cappella del Santissimo, la Cappella di San Girolamo, la Cappella dell’Immacolata, e numerose altre cappelle.

 La copertura della navata maggiore e la chiusura dell’abside furono completate solo nel 1663, grazie ad un progetto di Girolamo Rainaldi, mentre la controfacciata fu decorata da Francesco da Milano, dal Lombardi e da Zaccaria Zacchi. 

 Il 21 Febbraio 1508 venne posta sulla facciata l’imponente statua in bronzo di Papa Giulio II realizzata da Michelangelo (peraltro l’unico bronzo prodotto dall’artista oltre al David De Rohan, andato ufficialmente perduto), e questo fu un messaggio incredibilmente da parte del Pontefice: stava infatti a sottolineare che, sebbene la basilica fosse nata sotto la ventata di spirito autonomo e libertario dei bolognesi, la città rimaneva comunque sotto il pesante ed irriducibile dominio papale.


Un’altra interessante curiosità relativa a quell’aspro dualismo fra Chiesa e Comune ruota attorno alla costruzione dell’Archiginnasio. 

Papa Pio IV si pronunciò espressamente a favore dell’edificazione dell’Archiginnasio, ufficialmente per fornire una sede allo Studium bolognese, ma in realtà l’intento del Pontefice era di tutt’altra natura, nemmeno lontanamente filantropica: egli era infatti seriamente intimorito dal progetto della basilica di San Petronio, e voleva evitare ad ogni costo che con la sua edificazione potesse rischiare di superare, per dimensioni, la basilica romana di San Pietro.


Anche la Meridiana di San Petronio merita senz’altro una menzione. 
Ideata e concretizzata da Gian Domenico Cassini intorno al 1656, si tratta della meridiana più lunga del mondo (ben 67, 72 metri) lunghezza fra l’altro che corrisponde alla seicentomillesima parte del meridiano terrestre.
 Fu in seguito ristrutturata dall’astronomo Eustachio Mafredi nel 1775, che rimosse la linea di ferro per sostituirla con una analoga realizzata in ottone.




Fu in seguito ristrutturata dall’astronomo Eustachio Mafredi nel 1775, che rimosse la linea di ferro per sostituirla con una analoga realizzata in ottone.

giovedì 28 maggio 2020

Guoliang road, uno dei passaggi stradali più pericolosi del mondo


Guoliang Road, detta anche “la strada che non ammette errori”, si trova in Cina, esattamente nella provincia dell’Henan, a sud di Pechino. 

Considerata uno dei passaggi stradali più pericolosi del mondo, fu costruita verso la metà degli anni ‘70 lungo il lato della montagna Taihang per collegare il villaggio di Guoliang al resto del paese. 

Prima di allora, per raggiungere le province vicine dello Huixian e dello Xinxiang, gli abitanti del borgo erano costretti ad affrontare un percorso molto pericoloso, attraverso un’impervia e vertiginosa salita tra burroni e precipizi.


Nel 1972, dopo che il governo rifiutò la realizzazione di una vera e propria strada, una squadra di soli 13 uomini, guidati dal capo villaggio Shen Mingxin, si armarono di coraggio e iniziarono i lavori per aprirsi un passaggio verso la civilizzazione.
 Con l’aiuto di mazze e scalpelli scavarono un tunnel di 1.200 metri, alto 5 e largo 4, lavorando duramente per ben 5 anni.
 Interi pezzi montagna furono fatti saltare con dell’esplosivo, e le “finestre” che si aprono lungo le pareti servirono solo a scaricare fuori le macerie, evitando continui e faticosi spostamenti per liberarsene.


A maggio del 1977 la strada fu ufficialmente aperta al pubblico, trasformando Guoliang in una meta turistica di fama mondiale. Un’opera realizzata per vincere l’isolamento, scavata “a mano” nelle viscere della montagna da pochi uomini valorosi e da cui oggi è possibile ammirare un panorama mozzafiato. 


 Fonte: mybestplace

domenica 24 maggio 2020

Il muro della gelosia in Irlanda: l’ultima “follia” di un conte maledetto


Sembra una favola antica, di quelle che cominciano con “C’era una volta”, ma la storia di Mary Molesworth (1720 – …), del marito e di suo fratello non ha un lieto fine, ed è tutt’altro che inventata. Robert (1708-1774) fu un marito crudele, soprannominato il “conte maledetto”, che accusò la giovane moglie Mary di adulterio, consumato per di più con uno dei suoi fratelli.
 Quest’ultimo fuggì dal paese, mentre la sfortunata sposa, costretta ad una falsa ammissione di colpa, venne reclusa per oltre trent’anni nel tetro castello del nobile marito. 

Nel frattempo, il conte costruì un’amena dimora per sé e per i figli, oggi conosciuta come “Belvedere House and Gardens” circondata da un meraviglioso paesaggio. 
Quando un’altro dei suoi fratelli costruì una villa ancora più lussuosa della sua, a poca distanza, l’invidioso nobiluomo fece erigere un muro, per togliergli il piacere di una bella vista.


Alla morte del malvagio signore, i figli di Mary la liberarono, ma la donna aveva ormai perduto la ragione, e si ritirò in Francia, per vivere da eremita. 

Questa storia potrebbe apparire come una delle tante favole lugubri che circolarono con varie versione dal tardo medioevo in poi, ma in realtà la povera Mary e il “conte maledetto” sono personaggi di una vicenda reale, che si svolse in Irlanda nel 18° secolo.


Mary Molesworth aveva appena 16 anni quando sposò Robert Rochfort, primo Conte di Belvedere, dopo la morte della sua prima moglie. 
Nonostante i quattro figli nati dal secondo matrimonio, Rochfort continuò a mantenere uno stile di vita da scapolo, lasciando spesso sola la giovane sposa nella dimora di Gaulstown.


 Cominciarono a circolare delle voci, forse messe in giro da George Rochfort (un altro fratello), che tra Mary e Arthur ci fosse una relazione adulterina. 
Robert tentò di uccidere il fratello traditore, che riuscì a fuggire in Inghilterra, e poi affrontò la moglie, che non trovò aiuto nemmeno nel padre. 

 Il Conte portò la vicenda in tribunale: il fratello Arthur fu condannato, per l’adulterio, al pagamento di una multa di 20 mila sterline (cifra esorbitante per l’epoca), mentre Mary fu riconsegnata al marito, perché ne facesse “ciò che voleva”. 


Rochfort la fece rinchiudere in una stanza del castello di Gaulstown, in un regime di totale isolamento: non le fu concesso di vedere i figli, i servitori avevano l’ordine di non parlarle, e poteva uscire dalla sua stanza, previo consenso del marito, solo in casi eccezionali e sempre preceduta da uno degli sgherri del conte. Dopo quindici anni di questa tristissima vita, Mary riuscì ad organizzare, con l’aiuto di un cocchiere, una fuga a Dublino, dove doveva incontrarsi con Arthur, per poi fuggire insieme in Francia. 

I due cognati non ebbero fortuna: Arthur fu catturato e gettato in prigione, dove rimase fino alla morte, perché non poteva pagare le duemila sterline di multa, mentre Mary fu riportata a Gaulstown, dove cominciò a dare i primi segni di squilibrio: si aggirava per la galleria dei quadri, parlando con i ritratti come se fossero persone vere.


Nel frattempo, intorno al 1740, Robert Rochfort aveva fatto costruire la Belvedere House, un lussuoso rifugio di caccia, corredato in seguito da un’imponente “follia neogotica”: il muro della gelosia.


George Rochefort, il cognato che aveva accusato Mary, aveva costruito nella tenuta la sua dimora, Tudenham House, una costruzione ancora più bella e grande di Villa Belvedere.

 Robert ne fu così geloso, da far costruire un gigantesco muro, che doveva assomigliare ad un’abbazia in rovina, per impedire la vista tra le due case. 

 Robert morì nel 1774, non si sa se di morte naturale o violenta: fu trovato nella sua tenuta con il cranio fracassato, forse per una caduta, o forse per la vendetta di qualcuno cui aveva fatto un torto… 

 Immediatamente il figlio primogenito di Mary, George, fece liberare la madre, che espresse il desiderio, poi esaudito, di far demolire la casa in cui era stata così a lungo confinata. 
La donna, che a 54 anni sembrava una vecchia decrepita, dopo aver trascorso qualche tempo con la figlia, pare si sia ritirata in un convento in Francia, per vivere in eremitaggio. 

 Oggi, Belvedere House è una meta turistica molto conosciuta, forse per la sua triste storia, o forse per l’incredibile “muro della gelosia”, una delle “follie” architettoniche più celebri dell’Irlanda. 

 Fonte: vanillamagazine.it
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