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domenica 29 maggio 2022

L’Appartamento Segreto di Gustave Eiffel in cima all’omonima Torre


 Quando fu inaugurata la Torre Eiffel, in occasione dell’Expo del 1889, il progettista Gustave Eiffel divenne celebre per il proprio lavoro, sia a Parigi sia all’estero. L’ingegnere però non volle rinunciare alla possibilità di costruire uno spazio, al terzo piano della torre di Parigi, che fosse riservato soltanto a se stesso. L’appartamento privato di Eiffel non era grande, ma accogliente ed ambitissimo da parte di tutta l’élite parigina, che sognava di vedere la città da oltre 300 metri di altezza.


Situato al terzo piano della torre, l’appartamento privato di Eiffel non era grande, ma assai accogliente. 

In contrapposizione con le travi d’acciaio del resto della torre, l’appartamento era arredato con uno stile semplice, le pareti ricoperte di carta da parati e i mobili scelti in stile tradizionale dell’artigianato francese.

 All’interno era presente anche un pianoforte a coda, che contribuiva a creare un ambiente che, nel suo complesso, trasmetteva un senso di tradizionalità e comfort. 

Adiacenti al piccolo appartamento si trovano alcune stanze adibite a laboratorio scientifico.



Una volta che la voce dell’appartamento di Eiffel si sparse, l’élite parigina diventò verde per l’invidia, arrivando a offrire allo scienziato cifre folli per affittare, anche solo per una notte, il piccolo rifugio. 

Eiffel rifiutò qualsiasi offerta, utilizzando lo spazio come luogo di riflessione e intrattenendo ospiti del calibro di Thomas Edison, che gli regalò una delle sue macchine fonografe presentate durante la stessa Expo del 1889.

Dopo essere stato chiuso per decenni, l’appartamento è messo in mostra per i visitatori che raggiungono la vetta della Torre. Gran parte degli arredi sono originali, e all’interno ci sono due manichini con le sembianze di Eiffel ed Edison impegnati in un dibattito scientifico.

Fonte: vanillamagazine

giovedì 4 novembre 2021

Il porcellino portafortuna di Firenze


 E’ vero, tutti lo chiamano “porcellino” ma raffigura in realtà un bellissimo esemplare di cinghiale che è divenuto uno dei simboli della città e conosciuto in tutto il mondo.

La statua del Porcellino fu realizzata da Pietro Tacca intorno al 1633. Venne commissionata dal granduca Cosimo II de’ Medici che considerava il cinghiale un emblema di coraggio. 
Pietro Tacca, scultore molto attivo a Firenze, già allievo del Giambologna, realizzò la riproduzione in bronzo di un cinghiale marmoreo del I° sec. d.C. Esso stesso era una copia di un bronzo ellenistico di proprietà della Galleria degli Uffizi.
Quella che attualmente si trova alle “Logge del Porcellino” non è l’originale, ma una copia.
L’originale della fontana è oggi esposta, dopo il restauro del 1999, al Museo Bardini.
In origine questa statua non era una fontana, fu trasformata in seguito dal nuovo granduca Ferdinando II de' Medici.
In principio la fontana era collocata sul lato delle logge in Via Por Santa Maria, spostata poi nell’attuale collocazione per liberare la viabilità.
Alla vista del “Porcellino” tutti si fanno catturare dal suo grugno lucente e spesso tralasciano le particolarità che si celano nel basamento. Un tripudio di vegetazione di palude e degli acquitrini si svela nella sua perfezione, rane, rospi, serpenti d’acqua contornano la base della fontana. La base fu sostituita da una copia di Giovanni Benelli nel 1856, aveva subito un forte deterioramento e avendo come modello un originale malridotto e liso dal tempo, il Benelli, a suo ingegno, lo arricchì di particolari di sua manifattura.

Toccare il naso del porcellino è un rito portafortuna, così come far scivolare una moneta verso il basso, dalla lingua della bocca del “porcellino”, in modo che cada direttamente nella grata sottostante. Se l’operazione riesce il desiderio espresso si avvererà.


Lo scrittore danese Hans Christian Andersen nel corso della propria vita soggiornò più volte a Firenze. Famosa la sua frase “Firenze è un’intero libro illustrato”.
Proprio a Firenze il grande novelliere, scrisse una piccola fiaba, “Il porcellino di bronzo”, ispirandosi alla statua bronzea di Pietro Tacca posta ai piedi delle logge del Mercato Nuovo di Firenze. Protagonista un bambino fiorentino poverissimo e orfano. La novella non ha mai destato molto scalpore e non è famosa come altre novelle dello stesso autore. Una targa lo ricorda proprio sopra il bronzo tanto amato dai turisti e dai fiorentini più veri.
Fonte: firenzecuriosita

martedì 2 novembre 2021

Perché il Muro Torto si chiama così e perché è considerato un luogo infausto


 È da secoli che il nome di questo angolo di Roma si chiama più o meno così, e il motivo è sotto gli occhi di tutti, anche se in pochi se ne accorgono. Salendo da piazzale Flaminio, poco prima di transitare sotto il ponte che collega due lati di villa Borghese, ci troviamo davanti uno sperone di muro romano fortemente inclinato in avanti come se stesse per cadere da un momento all’altro. 

In realtà quell’apparente equilibrio precario dura da circa venti secoli, già in epoca romana il muro esisteva ed era già inclinato. Si tratta probabilmente di ciò che sopravvive di una villa esistente ben prima la costruzione delle mura Aureliane che oggi costeggiano l’intero tracciato della via. 


Da tempo immemore il Muro Torto è considerato un luogo infausto, infestato da spiriti e maledetto. Le leggende si susseguono e si sovrappongono, si crede che il muro si inclinò per causa di un fulmine che lo colpì il giorno esatto della crocifissione di Pietro che la tradizione vuole sia avvenuta al Gianicolo. Questa era terra sconsacrata, dimenticata da Dio, e qui erano seppelliti i condannati a morte, le prostitute e le donne di malaffare, e le loro anime, non potendo andare in paradiso, rimanevano ad aleggiare nella zona terrorizzando i passanti. Non a caso, nel medioevo le terre a ridosso del Muro Torto facevano parte della cosiddetta “Contrada del Muro Malo”. 

Come detto, tra gli spiriti in pena troviamo anche quelli dei carbonari Targhini e Montanari decapitati nel 1825 dal boia di Roma, Mastro Titta, con l’accusa di omicidio. Quell’episodio è stato raccontato nel film del 1969 di Luigi Magni Nell’anno del Signore. Una targa affissa nel 1909 sul lato di porta del Popolo ricorda l’episodio con parole durissime nei confronti del papa che li avrebbe fatti giustiziare "senza prove e senza difesa".

Tra maledizioni e atmosfere infauste, non poteva mancare lo zampino dell’imperatore romano più odiato di sempre. La credenza popolare romana ha immaginato nientemeno che Nerone tra gli spiriti che frequentano il Muro Torto, le sue spoglie giacerebbero proprio nelle viscere della terra di questo luogo oscuro, che tutt’oggi mantiene un’aria in qualche modo sinistra. 

Fonte: https://www.romatoday.it/

martedì 13 aprile 2021

Il glicine di Leonardo da Vinci a Milano


 Si chiama “glicine di Leonardo”, ma a Milano pochi ne hanno sentito parlare. Sarà perché si trova in una zona periferica della città, sarà anche perché lo si può ammirare solo in Primavera, quando il glicine è in fiore e regala ai passanti uno spettacolo per gli occhi.

Fatto sta, che nel quartiere Ripamonti, nella zona Sud del Capoluogo lombardo, in quel quartiere oggi chiamato Scalo Romana dove sorgerà nel 2026 il Villaggio Olimpico in occasione dei XXV Giochi olimpici invernali Milano-Cortina, e un tempo piccolo borgo di Morivione, si nasconde una vera chicca.

Il “glicine di Leonardo” è uno dei più antichi d’Italia. Si calcola che abbia più di 700 anni.
Secondo gli esperti di botanica, le sue radici sono ormai così lunghe da arrivare a misurare circa due chilometri.


Si dice che proprio all’ombra delle sue coloratissime e profumatissime fronde venisse lo stesso Leonardo Da Vinci a meditare e a escogitare i suoi tanti progetti rivoluzionari per il naviglio di Milano che dista poche centinaia di metri.

Il Genio italiano era solito ritirarsi in questo angolino tranquillo della città, all’epoca alle porte di Milano, per meditare, spesso in compagnia niente meno che di Ludovico Sforza detto il Moro, reggente del Ducato di Milano. Dicono che durante una delle sue soste sotto il glicine avrebbe meditato il progetto della Conca Fallata del Naviglio Pavese.

Il glicine si trova al civico 2 di via Bernardino Verro, angolo via dei Fontanili, all’interno di un cortiletto aperto da dove tutti lo possono ammirare. 

Fonte: siviaggia.it

mercoledì 21 ottobre 2020

Il borgo a due passi da Roma che custodisce un Moai dell’Isola di Pasqua


 Viaggiare apre la mente e fa scoprire mondi inaspettati; lo so da sempre, ma addirittura che si potesse trovare un po’ dell’Isola di Pasqua nella campagna laziale questo proprio non lo sapevo.

Eppure a Vitorchiano nell’alto viterbese c’è un Moai, una di quelle enigmatiche statue per cui è famosa l’Isola di Pasqua e non è una imitazione grossolana: è un autentico “moai” scolpito da autentici scultori dell’isola, con autentici antichi attrezzi con cui la loro tribù da secoli compie queste imprese che hanno più del rito sacro che dell’atto artistico.

“… è stato scolpito nel 1990 da undici indigeni Maori dell’Isola di Pasqua, invitati dalla trasmissione RAI “Alla ricerca dell’Arca”, a realizzare uno dei più fantastici programmi di “gemellaggio” culturale.

 Poiché gli originali Moai dell’isola di Pasqua si stanno deteriorando, la televisione di Stato si adoperò per scovare una pietra vulcanica simile a quella delle cave dell’Isola di Pasqua per poterne costruire uno nuovo.

 La trovò proprio qui: un enorme blocco di peperino del peso di trenta tonnellate. Fu scolpito, con asce manuali e pietre taglienti, da undici indigeni maori della famiglia Atanm, provenienti dall’isola di Rapa Nui (Cile). 

“Il Moai – spiegarono i costruttori dopo aver danzato intorno al blocco di peperino che a poco a poco prendeva forma – è una scultura sacra: porta prosperità al luogo che osserva, a patto che non venga mai spostato. Se viene mosso dal punto in cui viene scolpito, provoca grandi sciagure.”

A Vitorchiano non hanno preso molto sul serio la cosa dello spostamento tanto che prima lo hanno fatto partire per la Sardegna per una mostra e al suo ritorno lo hanno sistemato appena fuori dell’abitato, in una tristissima piazzola di sosta dei camper dalla quale lo sguardo ieratico del Moai si posa benevolo su Vitorchiano (che è davvero bello visto da qui specie al tramonto) e poi va oltre, verso Est, al di là dei continenti verso il centro del Pacifico, verso l’Isola dei suoi antenati.


La storia è bella, peccato non si riesca a trovare nemmeno una immagine degli autori durante la costruzione. Per decenni il Moai vero di Vitorchiano è stato l’unico al mondo fuori dell’Isola di Pasqua, ma “…dal giugno 2015 anche Chiuduno, in provincia di Bergamo, ne ha uno. E’ stato costruito da 14 indigeni appartenenti al gruppo HAKA ARA HENUA, tutti Maori Rapa Nui polinesiani dell’Isola di Pasqua.

 L’evento si è svolto in occasione del XV Festival Internazionale “Lo Spirito del Pianeta”, che ogni anno si svolge a Chiuduno,  ospitando gruppi tribali e indigeni del mondo, con la loro cultura, tradizioni, folclore, artigianato, gastronomia, ecc. … la kermesse si è arricchita di un dono che i Maori hanno voluto lasciare al paese, come simbolo di pace.


La statua è stata munita di occhi di ossidiana e corallo questo significa molto per l’usanza dei rapa Noi diventando infatti il volto vivo del loro passato




Forse  in fondo il Moai di Vitorchiano sta bene dove è: non avrebbe “legato” molto con il centro storico di taglio medievale del borgo e invece  dove è ora si erge solitario e maestoso nella potenza dei suoi sei metri di altezza. 

Di lì può volgere lo sguardo lontano e nella sua solitudine ci ricorda che non è un monumento qualunque ma uno dei giganti misteriosi dell’Isola di Pasqua  e un po’ del loro mistero emana anche da lui.


Fonte : piccolestorienellapietra

venerdì 16 ottobre 2020

Buchette del vino: cosa sono le antiche finestrelle che stanno tornando in uso in Toscana


 Stanno tornando di moda a Firenze le antiche buchette del vino. Utilizzate durante l’epidemia di peste ora trovano nuovo uso per favorire il distanziamento sociale ai tempi del coronavirus.

Le “finestre del vino” o “buchette del vino” risalgo al XVI secolo. Allora furono progettate per servire i clienti senza avvicinarsi direttamente a loro, l’apertura infatti veniva utilizzata per il passaggio delle bevande.


Un’antica tradizione che sta riprendendo forza durante la pandemia.

Nel XVI secolo i proprietari terrieri dovevano diversificare il loro reddito e per questo furono incoraggiati dalla famiglia fiorentina dei Medici a coltivare la vite e vendere la loro produzione di vino senza passare per intermediari.

Intorno all’anno 1532 nacquero in Toscana queste caratteristiche piccole aperture, intagliate a mezza altezza nei muri delle cantine e dei negozi, utili ai commercianti per servire le loro bevande a distanza di sicurezza. 

Le finestre del vino ebbero un improvviso fervido successo a causa dell’esplosione dell’epidemia di peste del 1630.

Le buchette, infatti, aiutavano a ridurre i contatti tra venditori e acquirenti e di conseguenza limitavano il rischio di contagio. Ma chi se l’aspettava che, dopo tutto questo tempo, sarebbero tornate utili proprio nel corso di un’altra pandemia?

Molto apprezzate nel Rinascimento, le finestrelle caddero gradualmente in disuso. 

Tuttavia, un evento inaspettato, ha rianimato l’uso di queste aperture: appunto l’epidemia di Covid-19.


Ancora presenti in Toscana (sono oltre 150 nella sola Firenze), le buchette stanno quindi tornando utili per servire non solo vino ma anche il più moderno Spritz, caffè, gelati, panini e altro. 


Un modo che hanno gestori e clienti per continuare a vendere e consumare cibo e bevande negli spazi pubblici, senza mettere a rischio la propria salute.


Fonte: greenme.it

giovedì 31 ottobre 2019

L’affascinante storia del colore bianco degli abiti da sposa


I matrimoni contemporanei sono spesso un simbolo di amore tra la sposa e lo sposo, ma durante la maggior parte della storia le unioni erano spesso un affare fra due famiglie.

 Gli abiti da sposa costituivano una vetrina dello status sociale della famiglia della sposa, che andava presentata sotto la migliore luce per attestare il livello economico delle famiglie coinvolte.
 L’abito, in realtà, altro non era che il miglior vestito da cerimonia che aveva a disposizione la ragazza, anche se era di colore scuro, diverso dall’abito da sposa bianco che va tanto di moda durante la nostra epoca.

 Durante lunghi periodi storici infatti molte donne nel giorno delle nozze indossavano un abito nero, naturalmente non un abito da sposa corto in pizzo ma lunghi e coprenti vestiti in grado di nascondere ogni parte del corpo.
 In genere si tendeva a evitare soltanto alcuni colori, fra cui il verde che veniva considerato “sfortunato”, mentre il blu era uno di quelli più in voga perché rappresentava purezza, pietà e attaccamento alla Vergine Maria.
 Oltre alle ragioni più spirituali, il blu aveva il pregevole vantaggio di nascondere perfettamente le macchie e le imperfezioni, e poteva essere indossato più volte senza essere lavato. 

 Nonostante ci siano diversi esempi di spose vestite in bianco a partire già dal 1406, quindi ancora in epoca medievale, la svolta per l’abito cangiante fu il matrimonio del 1840 della Regina Vittoria con suo Cugino Alberto, che decretò l’inizio di una tradizione che dura a tutt’oggi.


Il suo magnifico abito bianco ispirò migliaia di spose, che si vestirono di bianco imitando la monarca inglese.

 Un decennio più tardi il Godey’s Lady’s Book, una delle prime riviste femminili negli Stati Uniti, dichiarò il bianco come la tonalità più adatta all’abito da sposa.

 Da metà ‘800 in poi le spose sono state vestite con abiti bianchi realizzate con le migliori qualità di tessuto. 
Il bianco però era un colore duro da ottenere e difficile da conservare, e solo le donne delle classi sociali più abbienti potevano permettersi un tale lusso.

 L’abito bianco subì una forte frenata durante la Grande Depressione, quando un’economia più instabile spinse moltissimi a scegliere un abito che avrebbe potuto esser riutilizzato più volte. Passata la Grande Depressione e poi la Seconda Guerra Mondiale, il bianco tornò in voga, e divenne popolarissimo in seguito al matrimonio di Grace Kelly con il Principe Ranieri di Monaco, nel 1956.


Il bianco non è un colore universale, e le spose asiatiche indossano spesso un colore rosso o bianco-rosso perché auspica una buona sorte alla coppia. 

Nei matrimoni in Giappone gli abiti vengono cambiati spesso dalla sposa, e sono tutti colorati.



Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 8 aprile 2019

Gevelstenen: le tavolette colorate di Amsterdam che indicavano il proprietario della Casa


Passeggiare col naso rivolto all’insù non è certamente consigliabile, soprattutto in una città piena di canali come Amsterdam. 
Eppure, per vedere delle piccole curiosità, chiamate gevelstenen, occorre alzare lo sguardo all’incirca a 4 metri dal suolo. E ne vale la pena, perché sono delle tavolette di pietra, o di terracotta, dipinte a colori vivaci, che non hanno uno scopo puramente estetico. 

Prima che ad Amsterdam gli edifici cominciassero a essere contraddistinti da un numero civico, le gevelstenen avevano proprio la funzione di identificare gli indirizzi.






Ogni costruzione, privata o pubblica, aveva sulla facciata una targa di pietra, scolpita e dipinta con colori vivaci, che spesso indicava quale funzione avesse l’edificio, oppure quale mestiere esercitasse il proprietario.

 Le gevelstenen sono caratteristiche del tessuto urbano di Amsterdam, che oggi ne conta all’incirca 850, ma in tutti i Paesi Bassi ce sono più o meno 2500.




Gli olandesi iniziarono a usarle nel 16° secolo, quando poche persone erano in grado di leggere e scrivere.
 Le pietre dipinte erano un modo pratico per identificare un edificio, senza rischio di sbagliare.

 Una penna d’oca indicava che nella casa viveva uno scrittore, il disegno di una nave raccontava che l’edificio era di proprietà di un marinaio.


In alternativa, le gevelstenen esercitavano una funzione di “protezione”, con citazioni delle sacre scritture, oppure immagini religiose, a sottolineare la fede dei proprietari.


C’era poi qualche buontempone che nella tavoletta scriveva un motto scherzoso o un gioco di parole, anche senza un’immagine. 


Le gevelstenen avevano stili molto diversi fra loro: alcune hanno un’aria quasi naif, altre sono più estrose, oppure di un’assoluta semplicità. 

 Nel corso degli ultimi decenni molte di queste tavole sono state restaurate, e rappresentano una inconsueta fonte di informazioni sulla cultura, l’economia, la religione e la politica tra il 16° e il 18° secolo nei Paesi Bassi. 

 Nel 1875, quando ad Amsterdam furono introdotti i numeri civici, le gevelstenen persero la loro funzione pratica, e la tradizione andò scomparendo, per riprendere piede negli ultimi decenni.



Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 3 dicembre 2018

Un mini villaggio in giardino per topini nelle foto di Simon Dell


Recentemente, il fotografo naturalista Simon Dell si è imbattuto in una famiglia di topini che abitavano nel suo giardino, ma invece di mettere delle trappole per catturarli, ha costruito un villaggio in miniatura e i topini riconoscenti lo hanno ripagato posando davanti alla sua macchina fotografica.


In un'intervista Dell racconta: 
"Ero fuori in giardino a scattare foto agli uccelli e avendo appena tagliato l'erba ho notato qualcosa che si muoveva per terra.
 Ho puntato la mia macchina fotografica in basso e sono rimasto scioccato, ma molto felice, nel vedere un piccolo topolino, molto carino, in piedi proprio nell'erba appena tagliata. 
 Ho intuito subito era una star!
 Così tornai di corsa in casa per prendere un paio di noccioline per lui. Poi mi sono seduto lì ad aspettare. 
Erano passati solo pochi minuti che tornò fuori per i dolcetti.
 Fu a quel punto che pensai di costruirgli un piccolo riparo, un posto sicuro dove nascondersi e nutrirsi.


Il topolino se ne andò all'inizio della primavera di quest'anno, forse per trovare una compagna. 
Quindi ho sperato nel suo ritorno.

 All'inizio c'era solo un topo. 
Aveva un taglio su un orecchio e noi lo abbiamo chiamato George. Nel frattempo, sperando nel suo ritorno ho accatastato dei piccoli tronchi attorno a una scatola per preparargli una casa e l'ho anche coperta con muschio e paglia. 
Ho anche fatto un piccolo recinto di protezione in modo che eventuali gatti o altri animali possano raggiungere la piccola abitazione. 

 Qualche giorno fa ho notato del movimento e mi sono reso conto che forse c'era più di un topo.
 Infatti ce erano alcuni e quindi ho continuato ad ingrandire il piccolo villaggio per loro.


I topi sembrano amare le casette di legno e non hanno perso tempo a trasferirsi.
 Sono animali selvatici, quindi scappano ancora se mi avvicino o mi muovo troppo velocemente, ma spesso riesco a sedermi a pochi metri di distanza con uno zoom e sembrano felici di entrare e uscire dai loro rifugi per un seme.


I topi sono ancora qui e vivono una vita molto felice.
 Ora le giornate sono più brevi ed escono meno spesso. Una volta che fa buio, può essere difficile vederli. 
Tuttavia, durante il giorno, li vedo uscire infatti il mattino dopo il cibo è sempre sparito. 

 Oltre al cibo, frutta e semi, ultimamente ho aggiunto anche una manciata di piume tolte da un vecchio cuscino e loro le prendono naturalmente soddisfatti per rivestire i loro letti e tenersi al caldo in queste fredde notti del Regno Unito". 


 Fonte: tulipanorosa

mercoledì 17 ottobre 2018

In Cina c’è un Buddha gigantesco nascosto in mezzo alla foresta


In Cina, nascosto tra la fitta foresta, c’è un Buddha gigantesco. 
È il Buddha di Leshan, la più grande statua di pietra di Buddha al mondo. 
 L’enorme statua è scolpita direttamente nella roccia.
 È talmente grande che le sue spalle sono larghe 28 metri, le dita sono lunghe 8,3 metri, le orecchie 7 metri e sull’unghia più piccola dei piedi ci sta comodamente una persona seduta. 

 In Cina si dice che “la montagna è un Buddha e il Buddha è una montagna”, in quanto la catena montuosa in cui la statua si trova ha una vaga somiglianza con la forme di un Buddha dormiente e la statua gigante al centro.
 Il luogo in cui sorge, infatti, è incredibilmente affascinante: è posta di fronte al Monte Emei, nella provincia di Sichuan, con i tre fiumi Minjiang, Dadu e Qingyi che scorrono ai suoi piedi. La statua è alta 71 metri e rappresenta un Buddha Maitreya in posizione seduta, con le mani appoggiate sulle ginocchia.


La sua costruzione risale all’anno 713, durante la dinastia Tang, e fu ultimato più di novant’anni dopo.

 Fu un monaco di nome Hai Tong ad avere l’idea della sua costruzione. 
Poiché le acque dei tre fiumi causavano numerosi incidenti tra le barche, il popolo attribuiva questi disastri alla presenza di uno spirito. Quindi Hai Tong decise di scolpire una statua nei pressi del fiume, pensando che il Buddha potesse controllarlo. 
Inoltre, le pietre che sarebbero cadute durante le incisioni avrebbero diminuito la forza dell’acqua.


Il fascino del Buddha non dipende soltanto dalla dimensione, ma anche nella maestria architettonica con cui è stato scolpito, a partire dal sistema di drenaggio.
 Questo sistema è formato da canali nascosti, distribuiti sulla testa e sulle braccia, dietro le orecchie e nei vestiti e aiuta a far uscire l’acqua piovana e a mantenere la statua asciutta al suo interno garantendone la conservazione. 

 Dal 1996 il Buddha di Leshan è entrato a far parte della lista dei Patrimoni dell’Unesco.

 Fonte: siviaggia.it

giovedì 27 settembre 2018

In Nuova Caledonia c'è un albero “magico” che trasuda linfa azzurra


Un liquido appiccicoso azzurrognolo.

 Nel sul del Pacifico vive un raro albero che ha la capacità di trasudare una insolita resina colorata. 
Si tratta del Pycnandra acuminata e lo si può ammirare nelle foreste pluviali della Nuova Caledonia, in un'area in cui la terra è contaminata da metalli pesanti.

 Solitamente il nichel e lo zinco sono l'ultima cosa di cui le piante vorrebbero nutrirsi. E invece questo albero, alto oltre venti metri, ne è diventato un iperaccumulatore, evolvendosi per utilizzare a proprio favore delle sostanze che normalmente sarebbero tossiche, trasformando la sua linfa contaminata in una barriera naturale per gli insetti.


E a quaranta anni dalla scoperta di questa insolita resina colorata che trasudava dai tronchi della foresta pluviale, i ricercatori hanno dimostrato come questo albero si sia adattato al terreno della Nuova Caledonia, iniziando così a generare una linfa blu-verde fatta al 25% da nickel. 
Una caratteristica unica per un albero che impreziosisce la biodiversità di un paradiso terreste conosciuto soprattutto per la sua laguna, la più grande del mondo, da dieci anni Patrimonio mondiale dell'umanità

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 12 settembre 2018

La curiosa storia del Principato di Sealand


Se c'è qualcosa di più triste dello Stato dell'Isola di Plastica, nel Pacifico, è l'incredibile storia del Principato di Sealand: un autoproclamato micro-stato indipendente nel Mare del Nord, una decina di km al largo della contea di Suffolk (UK).

 È stato fondato da Paddy Roy Bates, ex militare inglese, ex conduttore radiofonico, ex radiomatore che nel 1966 occupò (e spostò fuori da quelle che fino all'87 erano acque territoriali inglesi) un avamposto militare galleggiante abbandonato. 
Bates si autoproclamò monarca, e nella breve storia del Principato dovette gestire anche un colpo di Stato.


Lo stato fondato da Bates e dalla moglie (la principessa Joan Collins) non ha mai ricevuto un riconoscimento ufficiale da altri Paesi, tuttavia non è soggetto alle leggi inglesi (o ha sempre ritenuto di non esserlo) e tanto è bastato a Bates per avviare anche una sua attività di radioamatore pirata.

 L'indipendenza a parole è un conto, ma per l'indipendenza vera c'è bisogno di soldi veri. O finti?
 Curiosamente, la famiglia Bates è riuscita a mantenere in attivo le casse del reame grazie alla vendita di monete, passaporti e titoli nobiliari del Principato di Sealand (pagabili in euro).


La struttura originaria è costituita da una zattera con due torri in cemento che sorreggono una piattaforma. 
Dopo aver traghettato la struttura 12 km a largo di Felixstowe (Suffolk, UK) la zattera è stata allagata per farla affondare e adagiare su di un banco di sabbia: dal 1942 (anno in cui è stata posizionata) alla fine della guerra, qui c'era una postazione della contraerea inglese e una guarnigione della Royal Navy.


Oggi l'interno dell'ex avamposto è arredato di tutto punto e potrebbe sembrare quello di una normale casa di un normale paese. Non si mangia tutti i giorni frutta e verdura, ma di sicuro il pesce è sempre fresco.


Il capitolo più controverso della storia di Sealand è avvenuto nel 1978. 
Mentre il Principe Bates si era allontanato dall'isola, il suo primo ministro organizzò un golpe col progetto di trasformare lo stato in un hotel di lusso. 
Con altri uomini tenne addirittura in ostaggio il figlio del monarca. Bates però fece ritorno sull'isola con un manipolo di mercenari e un elicottero d'assalto e catturò i ribelli (foto sopra).

 I golpisti furono tutti rilasciati subito, tranne l'ex primo ministro, un cittadino tedesco. 
La Germania inviò un diplomatico su Sealand per trattare con Bates, il quale interpretò la visita come un ufficiale riconoscimento del suo stato e rilasciò quindi il "prigioniero di guerra".


Dopo la morte dei coniugi Bates, il micro-stato è governato dal primogenito Michel Bates (in foto), che però nel 2007 ha deciso di vendere l'isola per 750 milioni di euro.
 I fondatori di Pirate Bay sembravano interessati all'acquisto, ma l'affare sfumò e l'isola/piattaforma/stato continua a essere disponibile. 

Se sognate di diventare principi (o principesse) sapete a chi rivolgervi.

 Fonte: focus.it
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