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mercoledì 2 ottobre 2019
Biberon preistorici: l'allattamento dei bambini nel Neolitico
Più di tremila anni fa, madri e padri dell’età del Bronzo si erano già ingegnati a fabbricare ciotole e recipienti col beccuccio, l’equivalente dei moderni biberon, per nutrire col latte di animali i loro bambini.
Un gruppo di ricercatori ha verificato con indagini chimiche che in alcuni contenitori con questa foggia caratteristica, ritrovati in sepolture di bambini risalenti all’età del bronzo e del ferro, era contenuto del latte: molto probabile, dunque, che facessero parte del corredo per l’alimentazione di quei piccoli.
Raramente l’archeologia ha modo di occuparsi dell’infanzia, ma riuscire a stabilire come venivano allevati, nutriti e cresciuti i bambini fornirebbe informazioni sul modo di vivere e sui cambiamenti delle società antiche.
Si sa che in epoca neolitica, a partire da circa novemila anni fa, in Europa si sono compiute trasformazioni importanti nel modo di vivere delle popolazioni: dal sostentamento basato sulla caccia e sulla raccolta, gli uomini hanno cominciato a vivere in comunità stanziali e a dedicarsi a forme di agricoltura e di allevamento.
Le più antiche ciotole di terracotta con un beccuccio che sembra fatto apposta per bere o succhiare risalgono a circa cinquemila anni fa. In seguito, come testimoniano i ritrovamenti in vari siti archeologici, hanno cominciato a diventare di uso più frequente.
Si pensava che questi recipienti servissero per nutrire gli anziani o i malati, e qualcuno ipotizzava che fossero usati anche per i bambini, ma mancava la prova che fosse davvero così.
Il nuovo studio, condotto da ricercatori delle università di Bristol e pubblicato su Nature, fornisce il primo forte indizio che davvero queste stoviglie servissero per l’alimentazione dei bambini piccoli.
I ricercatori hanno condotto analisi chimiche su alcuni vasi trovati in sepolture dell’età del Bronzo (datati tra il 1200 e l’800 avanti Cristo) e della prima età del ferro (tra l’800 e il 450 avanti Cristo) in due siti della Baviera, in Germania.
I recipienti erano deposti accanto ai resti di bambini di un anno o poco più.
In tutti e tre i reperti, i ricercatori hanno individuato tracce di grassi e composti specifici di latte di ruminanti (non è stato possibile stabilire di quale animale), a conferma dell’importanza che secondo loro rivestiva il latte di animale, fornito anche ai bambini, nell’alimentazione di queste popolazioni.
Lo studio alimenta ipotesi e spunti di riflessione.
Per esempio, è possibile che, rispetto alle popolazioni di epoche precedenti, durante il Neolitico lo svezzamento dei bambini avvenisse prima, forse verso i sei mesi (come oggi), quando oltre al latte materno si cominciavano a nutrire i piccoli anche con latte di vacca o di capra, e forse con pappette di cereali.
Questi cambiamenti nell’alimentazione potrebbero avere avuto importanti conseguenze.
Gli studiosi hanno registrato da tempo una vera e propria rivoluzione demografica nel Neolitico, una sorta di baby boom, con un forte aumento delle nascite.
L’alimentazione infantile potrebbe aver giocato un ruolo.
Come osserva Sian Halcrow nel commento che su Nature accompagna l’articolo, può darsi che il fatto di alimentare i bambini anche con latte animale abbia aumentato la fertilità, dato che durante l’allattamento al seno di solito l’ovulazione nella donna è bloccata.
Il latte materno, d’altra parte, è considerato l’alimento perfetto dal punto di vista nutrizionale e per l’aiuto nello sviluppo del sistema immunitario del neonato.
Quello di vacca o di capra, privo delle stesse proprietà, potrebbe aver portato a un aumento della mortalità infantile per infezioni e malattie, magari causate dalla facile contaminazione del latte animale o dai ristagni di latte nei contenitori stessi.
Insomma, un cambiamento di abitudini testimoniato da un oggetto semplice come un biberon potrebbe aver portato nella storia umana una cascata di conseguenze tanto difficili da comprendere quanto incredibilmente affascinanti da studiare.
Fonte: Focus.it
sabato 24 agosto 2019
L'oro bianco di Cervia
La prima cosa che si ricorda di Cervia? Le sue montagne di sale, i cumuli bianchi che si stagliano all’orizzonte da ovunque si guardi. E poi le vasche che si ripetono tutte uguali e i fenicotteri rosa.
E’ qui che inizia il racconto del sale, delle saline e della città fondata.
Cervia era fino al 1600 una città di terra, che si trovava a monte delle saline in un antico insediamento, qualcuno dice perfino etrusco, che si chiamava Ficocle. Tutta la vita degli abitanti della città delle alghe (questo significa letteralmente Ficocle infatti) era legata alla vita del sale.
Il lavoro era assicurato, ma la fatica era tanta, così come i problemi, non ultima la malaria.
Quel borgo antico, in mezzo alle saline era diventato invivibile. Eppure il sale era ricchezza.
I signori, i padroni, prima il Papa, poi il Doge di Venezia, quindi, per un brevissimo periodo i signori di Cesena, i Malatesta, infine nuovamente e a lungo il Papa, lo chiamavano l’Oro Bianco.
Per loro, per gli abitanti della vecchia Ficocle, a monte delle saline, era sudore, saliva da sputare e sangue.
Era soprattutto morte sicura a causa della malaria.
Così lottano gli abitanti e quando la lotta non basta più implorano. Chi implorano? Il Papa.
Chiedono al signore che tutto può di poter distruggere pezzo per pezzo le proprie case, la piazza, la chiesa, per poter ricostruire tutto più a valle, sulla marina, al di là delle saline, dove già il Papa sta facendo costruire i Magazzini del Sale, dove dovrà essere custodito il prezioso oro bianco e la Torre San Michele che dovrà stare, silente ed eretta, sempre sveglia, a guardia del prezioso sale.
Finalmente, dopo anni di richieste, Papa Innocenzo XII concede il suo benestare per la ricostruzione della città.
Nel 1697 il Papa firma infatti il chirografo che cambierà del tutto la storia di questa piccolissima comunità.
Cervia Nuova nasce quindi come città fortificata, attorno alla sua economia, la produzione del sale, per questo viene anche considerata una città industria o “città fabbrica”.
D’altra parte il sale è sempre stato prezioso, non a caso lo chiamiamo l’oro bianco.
Il sale è stato lungo il petrolio del mondo, in epoca classica e moderna e soprattutto è stato il petrolio del Mediterraneo e quindi dei paesi che vi si affacciano, dall’Europa e dall’Africa.
L’intera storia dell’alimentazione è legata al sale, alla necessità di dare sapore alle pietanze e quindi alla vita.
La Salina di Cervia è la più a nord d’Italia e si estende per 827 ettari, in un parco naturale, oggi porta sud del Parco del Delta del Po e da sempre riserva naturale di popolamento per molte specie animali e vegetali.
La salina è grande un terzo dell’intera estensione del comune di Cervia ed è compostata da oltre 50 bacini, formati ognuno da tre vasche, complessivamente lunghe un chilometro e larghe 453 metri. E’ qui che si forma e si raccoglie il sale, in maniera artigianale, proprio come avveniva un tempo, ma con l’ausilio di una nastro trasportatore e di un carrello, che è in tutto e per tutto un trenino.
L’uso di macchine per la raccolta risale al 1959 e da allora - salvo nella Salina Camillone, dove la raccolta avviene ancora a mano, con il metodo detto a raccolta multipla – ogni anno da fine agosto a inizio settembre avviene il rito della cavadura.
La cavadura è la raccolta del sale.
L’acqua del mare viene fatta entrare dal canale immissario, che si trova a Milano Marittima, all’altezza della prima traversa e viene movimentata nei canali che percorrono l’intera area del territorio di Cervia.
Di passaggio in passaggio l’acqua di mare viene fatta defluire, evaporare e concentrare al punto che si crea il sale.
Il sale quando viene raccolto è bagnato e molto pesante: il suo colore tipico è il rosa. Il rosa gli deriva dal colore dell’acqua di mare concentratissima nella quale vive un microorganismo unicellulare, un granchietto rosso, l’artemia salina, che dà il tipico colore non solo ai bacini salanti e al sale, ma anche al piumaggio dei fenicotteri rosa.
Ma perché il sale di Cervia è dolce?
La posizione della salina, le caratteristiche dei bacini e del mare Adriatico, del sole e del vento, fanno in modo che il sale che se ne ricava sia costituito di cloruro di sodio purissimo, con una bassa, quasi inesistente presenza di altri cloruri più amari, come il solfato di magnesio, di calcio, di potassio e il cloruro di magnesio.
Inoltre la scelta di non essiccare artificialmente, né sbiancare chimicamente il sale, lo lascia integrale e ad alta solubilità.
Il sale dolce di Cervia mantiene infatti l’umidità che gli deriva dal suo percorso nelle vasche e anche il suo colore tipico, che non è bianchissimo, ma anzi ha in sé tutte le sfumature del rosa e del grigio che gli derivano dal percorso produttivo e storico.
Quindi è un sale dolce e integrale, che mantiene inalterate le caratteristiche di salubrità fondamentali per la vita.
Il sale dolce di Cervia è infatti ricco di oligoelementi presenti nell’acqua madre (e utilizzati nella linea benessere) come iodio, zinco, rame, magnese, ferro, calcio, magnesio e potassio.
Fonte: gustoinviaggio
martedì 25 settembre 2018
Sidro, succo e aceto di mele: differenze, proprietà e benefici
Il sidro di mele
Una bevanda dall’origine molto antica, le cui prime versioni pare risalgano ai tempi di Greci e Romani. Il sidro è ricavato dalla fermentazione delle mele, da cui si ottiene un liquido con una gradazione alcolica che va dai 2 all’8,5% Alc. Il sidro ottenuto può avere diverse caratteristiche, così come le altre bevande alcoliche: con un gusto che va dal secco al dolce; una frizzantezza più o meno accentuata; e un diverso grado di torbidità. Consumato specialmente nel Regno Unito, in Francia e Germania, il sidro è ricco di antiossidanti e di acido malico che contrasta la ritenzione idrica; senza contare che è stato dimostrata la sua capacità di favorire la digestione e riequilibrare il pH intestinale.
Il succo di mele
Il succo di mele è una bevanda piuttosto apprezzata per il suo ottimo sapore. Viene ottenuto facendo bollire le mele in acqua e limone, filtrando poi il tutto. La peculiarità interessante del succo è che mantiene buona parte delle sostanze benefiche della mela, come: i polifenoli e gli antiossidanti. Anche in questo caso non manca, poi, l’acido malico, con importanti funzioni depurative. Tra le proprietà e i benefici, inoltre, viene mantenuto un ottimo apporto alla regolazione dell’intestino. Una bevanda indubbiamente valida, anche per i più piccoli!
L'aceto di mele
L’aceto è di mele, come il sidro, è ricavato facendo fermentare le mele, solo più a lungo. Esso può essere utilizzato esattamente come il classico aceto di vino, presentando però un gusto più dolce e delicato. Una sostanza che presenta diverse proprietà e benefici per la salute, tra cui un ottimo apporto di sali minerali, quali il fosforo, il rame, il potassio, il magnesio e il ferro. Inoltre conserva diversi caratteristiche benefiche delle mele, quali il contrasto alla ritenzione idrica e la disinfezione delle vie urinarie. Senza contare poi che può essere utilizzato anche al di fuori della cucina: per l’igiene della casa, ma anche in ambito cosmetico. L’aceto di mele può essere usato, per esempio, per ravvivare la lucentezza dei capelli e per combattere la forfora.
Fonte: www.innaturale.com
mercoledì 22 novembre 2017
Gli otri ingrassa-ghiri della Roma antica
Il ghiro è un roditore della famiglia dei Gliridae noto per i suoi lunghi periodi di ibernazione.
Nell’ Antica Roma una particolare specie di ghiro chiamata “ghiro commestibile” (Glis glis o Myoxus glis) era considerata una prelibatezza culinaria destinata all’aristocrazia e veniva fatta ingrassare come qualunque altro animale da carne.
La pratica di far ingrassare i ghiri commestibili sembra risalire a prima del II° secolo a.C. ed era considerata del tutto normale tra Romani, Galli ed Etruschi, alla stregua di allevare maiali per produrre carne. I ghiri commestibili, noti come glires in latino, dopo la cattura venivano ingabbiati in vasi di terracotta (chiamati glirarium o vivarium in doliis) e alimentati a noci, castagne e ghiande con il preciso scopo di farli ingrassare oltre i limiti del loro naturale aumento di peso per l’inverno.
Il ghiro commestibile è considerato da millenni una delizia per il palato, tanto da costringere Roma ad emanare una legge nel II° secolo a.C. che prevedeva l’esplicito divieto di servire questo roditore ai banchetti (lo stesso valeva per molluschi rari e uccelli esotici).
Col tempo nacquero vere e proprie fattorie di ghiri su piccola o larga scala, dove questi animali venivano allevati e fatti riprodurre allo scopo di avere una fornitura costante di ghiri senza doverli catturare in natura come la “povera gente” era costretta a fare ogni anno.
Il ghiro commestibile non è un grosso roditore, anche se è una delle specie di ghiro più grandi: può raggiungere i 20 centimetri di lunghezza (coda esclusa) e pesa mediamente 150 grammi, ma raddoppia il suo peso in prossimità della stagione invernale accumulando grasso per sopravvivere all’ ibernazione.
Il ghiro è un erbivoro e si nutre di bacche, noci e frutta, ma si adatta a mangiare qualunque cosa in periodi di difficoltà compresi fiori, piccoli invertebrati e uova d’uccello.
Le abitudini del ghiro sono principalmente notturne e l’animale spende la maggior parte delle ore di luce rinchiuso nella sua tana, di solito un tronco d’albero cavo o un nido sottratto a qualche uccello.
Sfruttando queste loro abitudini, i Romani idearono un sistema per ingrassare i ghiri che simulava una tana e rendeva relativamente semplice farli crescere fino a raggiungere un peso adatto alla vendita.
I ghiri non allevati erano catturati durante l’autunno, periodo in cui aumentano enormemente di peso in vista della stagione fredda. Trovare e catturare vivo un ghiro non era affatto semplice: tendono a rimanere nascosti nella boscaglia, sono discreti arrampicatori d’alberi ed evitano aree prive di copertura o zone di transizione per rimanere nascosti il più possibile dai loro predatori naturali.
Dopo la cattura, il ghiro veniva immediatamente intrappolato in un vaso di terracotta chiamato glirarium e specificamente progettato per ospitare questo roditore.
I gliraria erano vasi esternamente simili a quelli impiegati per la conservazione del cibo ma erano realizzati in modo tale da rendere l’interno del contenitore una tana ideale per un ghiro: i vasai praticavano fori per la ventilazione e creavano una piccola apertura per rifornire di cibo l’animale intrappolato senza dover aprire il vaso.
Una serie di ripiani lungo il perimetro interno consentivano al ghiro di muoversi nella gabbia (una versione primitiva della “ruota per criceti”) mentre un coperchio li teneva quasi costantemente al buio.
Quando il ghiro raggiungeva il peso desiderato poteva essere estratto dalla gabbia, ucciso e cucinato.
Il ghiro commestibile diventò una prelibatezza tra gli strati sociali più alti: alcuni proprietari terrieri dedicavano parte dei loro possedimenti all’allevamento di questi animali e li vendevano a caro prezzo ai cuochi dell’aristocrazia, che li preparavano come portata separata dal resto della selvaggina.
Un ghiro ben pasciuto servito a tavola rappresentava spesso la portata più importante del banchetto ed era un chiaro indizio sulla ricchezza del padrone di casa.
Non abbiamo dettagli su come i Romani catturassero i ghiri senza ucciderli; siamo però a conoscenza dei principali metodi di caccia utilizzati in Europa a partire dal XV° secolo, specialmente in zone come Slovenia e Ucraina.
I metodi di cattura erano principalmente due: trappola a laccio e trappola a caduta.
Le trappole a laccio venivano posizionate in prossimità di un vecchio albero cavo e lasciate attive fino al mattino successivo; le trappole a caduta potevano invece essere collocate lungo la pista abituale dell’animale nella speranza che, durante la notte, il ghiro restasse vittima dell’agguato.
Fonte: vitantica.net
giovedì 19 gennaio 2017
Il grano saraceno
Nutriente ed energizzante con le sue 343 calorie per etto, il grano saraceno è disponibile tutto l’anno ed è un’ottima alternativa al riso.
Sebbene molti credano sia un cereale, in realtà è un seme della stessa famiglia del rabarbaro e dell’acetosa. Inoltre, è un ottimo sostituto del grano per coloro che sono sensibili al frumento o ad altri cereali che contengono le proteine del glutine.
Il grano saraceno è originario del Nord Europa e dell’Asia.
Dal decimo al tredicesimo secolo è stato ampiamente coltivato in Cina, da dove si è poi diffuso in Europa e in Russia tra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo.
Negli Stati Uniti la sua introduzione avviene, invece, 100 anni più tardi.
Il grano saraceno è ampiamente prodotto in Russia e in Polonia, dove è spesso presente nella cucina tradizionale.
Altri Paesi in cui si coltiva e si mette in commercio sono soprattutto gli Stati Uniti, il Canada e la Francia, nazione quest’ultima famosa proprio per le sue crepes a base di questo ingrediente.
Il grano saraceno ha numerose qualità nutritive, che si riflettono anche sul benessere dell’organismo.
Non mancano, tuttavia, alcune precauzioni all’uso.
Come già ricordato, 100 grammi di prodotto contengono 343 calorie, di cui 72 grammi di carboidrati, 13 di proteine e 3,4 di grassi.
L’alimento è inoltre ricco di potassio e magnesio.
È innanzitutto ottimo per il benessere del sistema cardiovascolare. Un’alimentazione ricca di grano saraceno è collegata a un ridotto rischio di sviluppare colesterolo cattivo e pressione alta.
Gli Yi della Cina consumano molto grano saraceno quotidianamente e, quando i ricercatori hanno testato i lipidi nel sangue di 805 individui, hanno scoperto un bassissimo livello di colesterolo sierico, un più basso livello di colesterolo LDL e un migliore rapporto di HDL sul quello totale.
Gli effetti benefici del grano saraceno sono dovuti in parte al suo ricco contenuto in flavonoidi, specialmente in rutina.
I flavonoidi sono fitonutrienti che proteggono contro le malattie e agiscono come antiossidanti.
L’attività ipolipemizzante del prodotto è in gran parte dovuta, appunto, a questi elementi.
Ancora, il grano saraceno è una buona fonte di magnesio. Questo minerale rilassa i vasi sanguigni, migliorando il flusso del sangue e quindi l’apporto dei nutrienti ai tessuti, riducendo dunque la pressione sanguigna e andando, di conseguenza, a incentivare il benessere del sistema cardiovascolare. L’ingrediente, poi, controlla i livelli di zucchero nel sangue e riduce il rischio di diabete.
In uno studio che ha confrontato l’effetto di grano saraceno e cereali raffinati sulla glicemia, l’ingrediente dimostrava di abbassarla significativamente, oltre che di soddisfare di più la fame. Sembra che l’effetto benefico sulla glicemia sia conseguenza del suo contenuto in magnesio, poiché agisce come cofattore per degli enzimi coinvolti nell’utilizzo del glucosio e della secrezione di insulina, e in D-chiro-inositolo, un composto che sembra svolgere un ruolo significativo nel metabolismo del glucosio e nella sensibilità cellulare all’insulina.
Aiuta inoltre a prevenire i calcoli biliari.
Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Gastroenterology, mangiare cibi ricchi di fibre insolubili, quali appunto il grano saraceno, può aiutare le donne a evitare questo disturbo.
I ricercatori, in uno studio durato 16 anni su 69.000 donne, hanno potuto notare che coloro che assumevano più fibre presentavano un rischio ridotto del 13% di sviluppare la patologia rispetto alle donne che consumavano altri alimenti.
Ancora, coloro che mangiavano cibi più ricchi di fibre insolubili presentavano un rischio inferiore del 17% rispetto alle donne che assumevano quantità inferiori.
Tale protezione dipende dalla dose assunta: un incremento di 5 grammi di fibra insolubile era associato a un rischio ridotto del 10%.
Questa capacità delle fibre insolubili di prevenire i calcoli biliari si pensa sia dovuta alla capacità di accelerare il transito intestinale, riducendo quindi la secrezione di acidi biliari, aumentando la sensibilità all’insulina e abbassando i trigliceridi.
Sebbene il grano saraceno sembri sicuro per gli adulti, potrebbero esservi effetti collaterali in caso di ipersensibilità o allergia a questo alimento.
Meglio evitarlo, inoltre, in gravidanza e allattamento.
Fonte: greenstyle.it
lunedì 26 settembre 2016
Ceci neri : una rarità tutta pugliese
I ceci neri sono una varietà del Cicer arietinum e sono prodotti nella zona della Murgia Barese.
La Murgia è un altopiano carsico collocato nella Puglia centrale; la parte che si trova in provincia di Bari viene definita dalle persone del posto “Murgia carsica” e si colloca a sud est di Bari.
Questo territorio, comprendente comuni come Acquaviva delle Fonti, Cassano delle Murge e Sant'eramo in Colle, un tempo era ricco di allevamenti e di coltivazioni: vigneti, mandorleti e oliveti, che ben crescevano grazie ad un terreno roccioso e spesso privo di acqua.
Oltre a queste colture destinate al commercio, i contadini piantavano, per il loro sostentamento, legumi e cipolle, che erano alla base della loro alimentazione e che vendevano nei mercati locali: ceci e lenticchie soprattutto e, tra questi legumi, il cece nero della Murgia carsica che rischiò seriamente l'estinzione, soppiantato da colture più redditizie per il commercio, quali viti e olivi.
La scomparsa fu scongiurata grazie all'intervento della Camera di Commercio di Bari e della Cia (confederazione italiana agricoltori) che, con il loro sostegno alla Fondazione Slow Food, permisero di riunire in un Presidio sei agricoltori locali che hanno rimesso a coltura il Cece Nero, permettendo così a questa varietà locale di continuare ad esistere.
I Presidi Slow Food sono molto preziosi perché sostengono le piccole produzioni tradizionali che rischiano di scomparire, valorizzano territori, recuperano antichi mestieri e tecniche di lavorazione, salvano dall’estinzione razze autoctone e varietà di ortaggi e frutta.
Il cece nero si raccoglie ad agosto ed essiccato, è reperibile tutto l'anno.
L' aspetto è diverso dal cece comune: ha una forma a chicco di mais, molto più piccola, con la buccia rugosa e irregolare e l’apice a forma di uncino.
E' molto gustoso e saporito, quasi non necessita di sale, dal sapore vagamente erbaceo.
Ha una buccia consistente, che richiede un tempo di ammollo di 12 ore e una cottura di circa due ore.
La cucina locale lo propone in zuppa, con un soffritto abbondante di cipolle o come primo piatto con tagliolini, pomodoro e un filo d’olio. I ceci neri, come i comuni ceci, sono composti per il 10% d’acqua, per il 19% da proteine e il 17% da fibre alimentari.
Hanno un ottimo potere energetico, grazie all'elevato contenuto glucidico e, un elevato contenuto proteico, pari al 21%.
Ricchissimi di fibre, aiutano la regolarità intestinale e diventano un alimento saziante, ideale per chi vuole tenere sotto controllo il peso.
Inoltre i ceci neri sono ricchi di vitamine: B, C, K ed E.
Sono un’ottima fonte di minerali come il potassio, il calcio, il fosforo e il magnesio e sono molto più ricchi di ferro, a differenza della versione comune, tanto che in passato erano molto consigliati alle donne in gravidanza
Fonte: greenme.it
mercoledì 25 maggio 2016
La melanzana (solanum melongena) : la pianta delle uova
Presto arriveranno sulle nostre tavole le melanzane di stagione, frutti deliziosi e versatili, ormai parte della dieta Mediterranea.
Non è sempre stato così:a causa del loro colore viola, le melanzane sono state a lungo ritenute velenose.
Quando questa pianta arrivò dalle Indie, verso il sedicesimo secolo, inizialmente il consumo del suo frutto fu considerato portatore di insanità mentale e da qui il loro nome: melanzana = mela insana.
Le melanzane selvatiche sono amare e piccanti, e solo anni di selezione da parte dei coltivatori asiatici hanno portato alla creazione di varietà commestibili.
Gli antichi Greci e Romani non conoscevano questo frutto, che è stato diffuso nel bacino del mediterraneo dagli Arabi nel corso delle loro espansioni del settimo e ottavo secolo.
Il loro nome inglese"eggplant" (pianta delle uova) deriva dal fatto che le prime varietà di melanzane erano soprattutto piccole e bianche, ed in tanti paesi sono ancora in vendita queste piccole varietà.
La scienza degli Arabi è importantissima nel medioevo europeo e in particolare l'utilizzo delle piante a fini alimentari e medicinali è raccolta in testi chiamati Tacuina Sanitatis tradotti dall'arabo in greco e latino (come spesso i nomi degli autori).
In essi troviamo le prime rappresentazioni delle melanzane, ritenute afrodisiache e il loro sapore piccante e spesso amaro era collegato al riscaldamento del sangue: molti autori spiegheranno il metodo arabo di rendere le melanzane appetibili tramite la salamoia e soprattutto la cottura.
La melanzana ha un basso contenuto di grassi e calorie, ed un alto contenuto di fibre, minerali e aminoacidi. E' 'ottima per bilanciare le diete ricche di proteine e amidi, è ricca di sostanze fitochimiche, è una buona fonte di potassio, che aiuta a regolare la pressione sanguigna e la funzione del cuore.
Fonte: greenme.it
lunedì 23 novembre 2015
Quanto è vecchio l’albero del cacao?
La cioccolata è una tra le leccornie più popolari e apprezzate al mondo, tanto che il suo fatturato si aggira intorno ai 100 milioni di dollari all’anno.
Un vera e propria miniera d’oro per le industrie di cacao, che temono, però, sempre di più di non riuscire a far fronte alla crescente richiesta da parte del pubblico di questo prodotto.
Il problema principale è la mancanza di variazione genetica degli alberi di cacao coltivati che li rende vulnerabili ai parassiti e ai cambiamenti climatici, mettendo così a repentaglio la sostenibilità a lungo termine del settore agricolo.
Ora alcuni ricercatori hanno rivelato, su Frontiers in Ecology and Evolution, che la pianta del cacao è molto più antica di quanto si è pensato finora, una scoperta che potrebbe aiutare anche l’industria stessa del cacao.
“Gli studi sulla storia evolutiva delle specie economicamente importanti sono fondamentali per lo sviluppo delle industrie agricole, perché evidenziano come la conservazione della biodiversità sia la chiave per uno sviluppo sostenibile” ha spiegato James Richardson del Royal Botanic Garden di Edimburgo, tra gli autori del paper.
“In questa ricerca vi mostriamo per la prima volta che l’albero del cacao, Theobroma cacao, è notevolmente più vecchio rispetto alle altre specie di piante amazzoniche”.
Richardson, insieme ai ricercatori dell’Università di Rosario, delle Ande, di Miami e al Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, ha scoperto che Theobroma cacao ha avuto origine circa 10 milioni di anni fa.
A quel tempo , per esempio, la catena montuosa delle Ande non era ancora così alta, ed ecco spiegato il motivo per cui gli alberi di cacao oggi si trovano su entrambi i versanti.
Questa specie ha avuto, quindi, tutto il tempo necessario per diversificarsi geneticamente, così che ogni popolazione – selvatica – si è potuta adattare al suo habitat.
“Dopo un’evoluzione di dieci milioni di anni, non dovremmo essere sorpresi di avere una grande quantità di variazioni genetiche all’interno di una specie.
Queste varietà possono contribuire a migliorare l’industria del cioccolato in via di sviluppo”, ha spiegato Richardson.
Infatti, le popolazioni selvatiche del cacao possono essere considerate come veri e propri tesori di variazione genetica, perché se innestate nei ceppi coltivati possono rendere questi ultimi più resistenti alle malattie e ai cambiamenti climatici, e forse creare nuovi sapori di cioccolato.
“Con questa scoperta vogliamo sottolineare l’importanza della conservazione della biodiversità in modo che si possa aumentare e salvaguardare il settore agricolo.
Capire i processi di diversificazione del cacao e dei suoi parenti stretti è importante per contribuire allo sviluppo del settore e dimostrare che questa è veramente l’Age of Chocolate”, ha concluso il coautore Santiago Madrinan dell’Università delle Ande.
Fonte: galileonet.it
lunedì 9 novembre 2015
Lo spettacolo della fioritura dello zafferano
I fiori viola dello zafferano sbocciano solo per un breve periodo dell'anno in alcuni luoghi del mondo.
Lo spettacolo della fioritura dello zafferano è davvero straordinario.
La raccolta dello zafferano è un procedimento molto delicato che può avvenire solo a mano. Ecco perché il costo dei preziosi stimmi di zafferano è così elevato.
La coltivazione e la raccolta deve procedere nel modo più attento e delicato possibile. Inoltre la produzione dello zafferano è molto influenzata dalla zona di coltivazione e dal clima.
Pensate che per produrre 1 solo grammo di zafferano sono necessari ben 150 fiori. Il prezzo al chilo dello zafferano può raggiungere diverse centinaia di euro, se non migliaia.
Lo zafferano di qualità viene coltivato sia in Italia che nel mondo. Tra le zone italiane di produzione dello zafferano troviamo ad esempio la Toscana, la Liguria, la Sardegna (zafferano di San Gavino), il Veneto (zafferano di San Quirino), l'Abruzzo (in particolare la provincia dell'Aquila, con Navelli e Poggio Picenze, dove troviamo lo zafferano DOP e dove lo si coltiva da secoli).
Gli abitanti dei villaggi del Kashmir raccolgono i fiori di zafferano nel mese di novembre.
Questa zona, con particolare riferimento alla località di Pampore, è molto nota per il suo zafferano di alta qualità.
Dato che la vendita dello zafferano è redditizia, la speranza è che la sua coltivazione avvenga sempre nel rispetto dei diritti dei lavoratori.
In commercio, per quanto riguarda lo zafferano proveniente dall’estero, troviamo i prodotti del commercio equo e solidale, che garantiscono un trattamento rispettoso dei lavoratori dal punto di vista dei diritti e dei guadagni, oltre che il rispetto dell’ambiente.
L’Iran è il maggior produttore di zafferano del mondo. La raccolta dello zafferano qui avviene tra fine ottobre e novembre.
Il Paese produce il 95% dello zafferano in vendita nel mondo. Insieme al Kashmir, l’Iran è uno dei pochi luoghi del Pianeta in cui lo zafferano cresce davvero in abbondanza e senza fatica. In generale i campi di zafferano fioriscono tra settembre e novembre.
La raccolta dei fiori di zafferano e la separazione degli stimmi nel mondo avviene ancora in modo del tutto artigianale.
Poi gli stimmi di zafferano vengono lasciati essiccare.
Lo zafferano in polvere è composto da stimmi finemente macinati.
E’ vero, si tratta di un ingrediente prezioso e costoso, ma il suo sapore è inconfondibile e ne basta solo un pizzico per donare un tocco di colore e di sapore in più ai nostri piatti.
Marta Albè
mercoledì 30 settembre 2015
Omelette dietetiche
Gli ingredienti possono essere a piacimento
martedì 22 settembre 2015
Giaca, il gigantesco frutto multiuso
Assomiglia al guscio di un armadillo e può pesare fino a 30 kg: è il giaca o jackfruit, il frutto da albero più grande del mondo.
Diffuso in tutto il Sud Est dell'Asia, è conosciuto per le sue proprietà nutritive (che qualcuno considera addirittura "miracolose") e per la sua versatilità, specialmente in cucina.
Oggi anche l'occidente sta riscoprendo questo frutto davvero speciale: sui banchi del mercato di Chinatown a New York è possibile acquistarlo - sia intero, sia a fette - a cinque dollari al chilo.
Purtroppo però rimane ancora difficile coltivarlo in aree con clima continentale o mediterraneo.
Il giaca custodisce all’interno della buccia numerosi frutti arancioni o gialli dalla polpa carnosa e calorica (95 kcal per 100 g) ricca di vitamina C.
I grossi semi contenuti nei singoli frutti sono un’ottima fonte di proteine, potassio, calcio e ferro.
Se mangiato fresco ha un sapore di ananas e mela, mentre quando il giaca viene fatto cuocere per oltre un’ora prende un gusto simile a quello della porchetta.
L’unica controindicazione di questo alimento è che deve essere consumato in breve tempo, poiché tende a marcire molto velocemente.
Non solo buono sulla tavola, ma anche fuori dalla cucina il jackfruit e il suo albero si prestano a numerosi altri utilizzi: dal frutto si ricava farina e una tintura (la stessa che utilizzavano i monaci buddisti per colorare le proprie vesti); dalle foglie cibo per animali; e dalla pianta legname e una sostanza appiccicosa usata come colla naturale.
Mentre in Bangladesh «ll jackfruit è il frutto nazionale e viene coltivato più o meno ovunque», come spiega la botanica Nyree Zerega del Chicago Botanic Garden, in India non viene quasi mai utilizzato, sebbene sia presente in natura in grandi quantità, poiché è considerato un alimento da poveri.
Tuttavia, le istituzioni locali stanno spingendo sempre più agricoltori da una parte a coltivare il frutto gigante per godere dei proventi delle esportazioni, dall’altra a incrementarne il consumo per risolvere i problemi di denutrizione di una cospicua parte della popolazione.
Fonte: focus.it
Etichette alimentari con lo stabilimento di produzione: torna l'obbligo
L'indicazione del sito produttivo torna sulle etichette dei prodotti alimentari.
Il Consiglio dei Ministri ha infatti approvato lo schema di disegno di legge di delegazione europea che all’art.4 contiene la delega per la reintroduzione nel nostro ordinamento dell’indicazione obbligatoria della sede dello stabilimento di produzione o confezionamento per i prodotti alimentari e per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento n.1169/2011 in materia di etichettatura.
L’obbligo di indicazione della sede dello stabilimento riguarderà gli alimenti prodotti in Italia e destinati al mercato italiano. “La scomparsa dell’obbligo di indicare in etichetta lo stabilimento di produzione era stata provocata – sottolinea la Coldiretti - dall’entrata in vigore il 13 dicembre 2014 delle norme europee sulla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori del Reg. UE 1169/2011.
Senza l’intervento normativo nazionale sarebbe impossibile riconoscere nel cibo in vendita l’origine dei prodotti agricoli impiegati ed anche il luogo di trasformazione e confezionamento, rendendo di fatto più facile - sottolinea l’associazione - spacciare come italiani prodotti stranieri”.
Secondo Coldiretti, il via libera da parte del Consiglio dei Ministri risponde alle aspettative dell’87% degli italiani che lo avevano chiesto con una consultazione pubblica ma è anche una misura a costo zero che sostiene l’occupazione e la competitività del made in Italy.
“Inizia – afferma il presidente dell’associazione Roberto Moncalvo - un percorso di trasparenza che abbiamo fortemente sostenuto con la nostra mobilitazione al Brennero per arrivare al più presto anche all’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutti i prodotti agricoli ed alimentari che è peraltro la principale richiesta che viene dall’importante consultazione pubblica promossa dal ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina”.
di Redazione InformaSalus.it
mercoledì 9 settembre 2015
Il peperoncino Naga Morich
Il Naga Morich conosciuta anche come la "Dorset Naga Pepper" è un peperoncino originaria del Nord Est dell'India , e Sylhet regione del Bangladesh .
Conosciuta come la sorella peperoncino al Bhut Jolokia , o Ghost Chilli. Il Naga Morich ha molte somiglianze con la sorella, ma è geneticamente diverso. E 'anche uno dei più caldi conosciuti peperoncino. E' scientificamente certificato da una scala che misura la piccantezza del peperoncino, la cosiddetta Scala di Scoville, che assegna al Naga Morich la palma di peperoncino più piccante del mondo.
Alle quattro varietà di peperoncino acquistate allo stand e in ordine crescente, la scala assegna al peperoncino di Cayenna (i due peperoncini stretti e lunghi nella foto sopra) dalle 10.000 alle 50.000 unità di Scoville (SHU), al Fatalii (quello giallo) 250.000-300.000 SHU, all’Habanero Chocolate (quello di colore marrone) 200.000-400.000 SHU e al Naga Morich, udite udite, dalle 855.000 alle 1.041.427 unità di Scoville, valore quest’ultimo che lo ha fatto entrare nel Guinness dei Primati come il più piccante al mondo. Come paragone basta ricordare che lo spray al peperoncino usato per l’autodifesa oscilla tra 1.150.000 e 2.000.000 di SHU…
lunedì 15 giugno 2015
I fichi: alla scoperta delle loro innumerevoli virtù benefiche e cosmetiche
Il fico, scientificamente conosciuto come Ficus carica, appartenente alla famiglia delle Moraceae, è una pianta di origini antichissime, proveniente dai paesi mediorientali (Turchia, Siria e Arabia).
E’ un albero che raggiunge i 7-8 m d’altezza, ha foglie grandi a tre e cinque lobi, spesse e rugose.
I fichi che maturano a maggio-giugno sono detti fioroni e sono in genere più grossi e meno dolci di quelli che maturano a luglio e agosto (detti fichi forniti), e in settembre (fichi tardivi).
Se per gli induisti e i buddhisti, i fichi sono il simbolo della conoscenza e della verità, per molti di noi invece, sono più prosaicamente legati ai ricordi e ai sapori dell’infanzia, regalandoci un tripudio di gusti, oltre a numerose virtù benefiche e cosmetiche.
Nonostante il sapore dolce, contengono solo 47 kcal per 100 gr, una quantità inferiore rispetto a quella di uva e mandarini, ricordandosi però che le calorie di un fico secco salgono addirittura a 227 per 100 grammi.
I semi, le mucillagini e le sostanze zuccherine contenute nel frutto fresco o secco esercitano delicate proprietà lassative, utili, per esempio, ai bambini e la medicina popolare utilizza molte parti della piante: il lattice che sgorga dai tagli, contenente amilasi e proteasi, viene applicato, per uso esterno, per eliminare calli, verruche e macchie della pelle; i semi vengono ritenuti utili in caso di stitichezza, stimolando la peristalsi intestinale.
Il frutto viene usato come impacco su ascessi e gonfiori infiammati, contro i foruncoli, per la cura di infiammazioni urinarie e polmonari, stati febbrili, gastriti e coliti.
I fichi rafforzano le ossa grazie alla presenza di calcio e magnesio, hanno proprietà antivirali, rinforzando le difese immunitarie grazie al contenuto di vitamina A e C; hanno proprietà energizzanti per via del saccarosio, del glucosio e del fruttosio; sono antiparassitari, contrastano l’ulcera, contengono benzaldeide, che diminuisce la crescita delle cellule anomale e, insieme ai polifenoli, è un ottimo alleato contro il cancro.
I fichi non contengono grassi, non contengono colesterolo, né sodio; sono ottimi alleati del cuore, grazie ai polifenoli di cui sono ricchi; alleviano i crampi e sono consigliati in caso di anemia.
Una curiosità: se vi danno del sicofante, non fatevi spaventare dalla parola, ma fate piuttosto un rapido esamino di coscienza.
I sicofanti (dal greco sukon, “fico”, e phainein, “indicare, mostrare”) nell’antichità erano coloro che denunciavano i furti di fichi dagli orti sacri.
Per estensione, oggi il termine viene rivolto a chi si è comportato in modo particolarmente sleale.
Fonte: meteoweb.eu
lunedì 27 aprile 2015
Newgrange: una profusione di simboli preistorici
Accanto al fiume Boyne, in Irlanda, nel punto in cui le acque compiono un'ampia curva, un cimitero preistorico accoglie più di venticinque tombe a corridoio.
Nota come 'Bend of the Boyne' (Ansa del Boyne), la necropoli dà l'impressione di essere stata costruita sulla collina in modo che le tre sepolture più belle - Newgrange, Knowth e Dowth - possano dominare la fertile vallata sottostante.
La tomba a corridoio di Newgrange è il più interessante sito preistorico irlandese: è, infatti, decorata da rilievi rocciosi d’insigne fattura. Si pone però una domanda: Newgrange era solo un sepolcro o aveva qualche altra funzione?
La tomba, saccheggiata e in rovina, fu riscoperta nel 1699, e l'antiquario gallese Edward Lhuyd (1660-1708) fu uno dei primi ad entrarvi.
Egli scrisse:
’In un primo momento fummo costretti ad avanzare carponi, ma via via che proseguivamo i pilastri ai due lati diventavano sempre più alti, ed accedendo alla sala sotterranea scoprimmo che era alta una ventina di piedi. Nella sala, a destra e a sinistra, vi erano due celle o camere, e una terza si estendeva in direzione dell'entrata'.
Il corridoio attraverso cui Lhuyd passò è lungo più di 18 m e termina in tre stanzette contenenti tre vasche in pietra massiccia.
Le pietre (un centinaio) che compongono l'alto tetto a modiglioni sono perfettamente bilanciate e ben salde pur in assenza di malta. In 5000 anni solo due di esse si sono rotte.
Una simile perfezione progettuale ed esecutiva dimostra come i costruttori di Newgrange, vissuti verso il 3250 a.C., possedessero una straordinaria perizia.
Lo sguardo del visitatore attento è attratto a Newgrange da una profusione di belle incisioni nella roccia. L'entrata è sorvegliata da una pietra percorsa da spirali e nel corridoio più di una dozzina di massi eretti sono decorati.
Anche molti lastroni e modiglioni del tetto presentano sculture, talvolta sul lato superiore nascosto.
All'interno, nella parte bassa di uno dei montanti, scopriamo l'incisione più bella, una tripla spirale.
All'esterno, molte delle pietre di confine sono ornate, qualche volta sulle superfici interne nascoste alla vista.
Oltre alle spirali, altri motivi molto comuni ricorrenti a Newgrange sono le losanghe, le linee a zigzag e i cerchi. Ma, stranamente, essi non coincidono con i simboli più usati in altre tombe a corridoio irlandesi.
Qual è allora il loro significato?
I primi antiquari non si curarono troppo di queste decorazioni. Thomas Molyneux, un professore di fisica del XVIII secolo che insegnava al Trinity College di Dublino, le definì 'incisioni di tipo barbaro', e molti dopo di lui le credettero semplici ornamenti.
Più di recente, sono stati compiuti seri sforzi per scoprire il significato che si cela dietro gli effetti decorativi.
Un ricercatore di spicco nel settore è Martin Brennan, il cui libro La visione della valle del Boyne è un'analisi delle oltre 700 pietre scolpite del luogo.
A conclusione del suo studio, l'autore afferma che la maggioranza dei disegni registrano osservazioni astronomiche e cosmologiche e che Newgrange fu, oltre il resto, il più grande e antico orologio solare del mondo.
'Per la popolazione della valle del Boyne', scrive Brennan, 'lo studio dei movimenti del sole era importantissimo. Essi erano i più esperti lettori di meridiana del Neolitico'.
Spirali magnificamente incise ornano l'enorme masso, lungo 3,2 m e alto 1,6, situato davanti all'ingresso della tomba a corridoio.
Le spirali rappresentano forse il viaggio labirintico dell'anima verso il regno dei morti.
L'apertura praticata nel vano del tetto sovrastante l'entrata consente il passaggio della luce del sole solo nella mattina dei giorni vicini al solstizio d'inverno.
La sete di sapere non era l'unica motivazione degli uomini che costruirono le strutture di Newgrange e Stonehenge, dove venivano pure compiute osservazioni astronomiche.
Forse essi miravano anche ad apprendere nuove nozioni sull'universo e a stabilire collegamenti diretti e significativi fra esso e le loro vite.
Newgrange non è soltanto un orologio solare o un osservatorio, ma sembra essere un simbolo della stessa forza vitale.
Nella sua forma originaria, il tumulo che copriva la tomba a corridoio era ovale, e in quest'uovo portatore di vita penetrava un lungo corridoio terminante in una camera a caverna, che simboleggiava forse il ventre materno.
All'interno sorge un alto pilastro a forma di fallo, ed è possibile che le due palle di gesso ritrovate a Newgrange fossero simboli sessuali maschili.
Newgrange fu costruita per trarre beneficio dall'elemento dispensatore di vita per eccellenza: il sole.
Sopra l'entrata, che in origine era sigillata da una lastra di pietra, si trova una piccola cavità il cui tetto reca incisioni a doppie spirali e losanghe.
Il vano era provvisto di porte di pietra che potevano essere aperte e chiuse.
La struttura è orientata in modo che all'alba del solstizio d'inverno il sole, sorgendo, illumini la tomba attraverso questo vano che veniva, in quel giorno, appositamente aperto.
Il raggio di sole penetra lungo il corridoio, fino a raggiungere il centro della camera.
Michael O'Kelly, professore di archeologia presso la Cork University, ha compiuto di recente degli scavi a Newgrange e il 21 dicembre 1969 all'alba, si trovava nella tomba pronto ad assistere a quanto sarebbe successo.
'Esattamente alle 9 e 54 dell'ora legale britannica', scrisse, 'il margine superiore della sfera solare apparve sull'orizzonte locale, e alle 9 e 58 il primo raggio di sole diretto brillò attraverso il vano del tetto e lungo il corridoio per giungere a sfiorare, toccando il pavimento della camera tombale, il bordo frontale della vasca di pietra dell'ultima stanza. Man mano che la sottile riga di luce si allargava, fino a diventare una fascia larga 17 cm. che spazzava il pavimento della camera, la tomba fu investita da un violento fiotto luminoso e la luce riflessa dal pavimento fece chiaramente risaltare vari particolari delle camere laterali, di quella terminale e del tetto a modiglioni. Alle 10 e 04 la fascia cominciò di nuovo a restringersi e alle 10 e 15 in punto il raggio diretto lasciò la tomba'.
Il solstizio d'inverno è il giorno più breve dell'anno, il momento in cui la forza vitale ricomincia a infondere vita alla terra addormentata.
Forse, fra tutte le incisioni, è la tripla spirale della camera a rappresentare ciò che i costruttori di Newgrange si sforzavano di raggiungere con quella che impropriamente viene chiamata 'tomba': è possibile che la spirale entrante simboleggiasse il viaggio intrapreso dal defunto e l'uscente ne illustrasse la rinascita.
Può darsi che, a Newgrange, avesse luogo la fecondazione simbolica dell'uovo cosmico capace di assicurare la continuazione del ciclo eterno della morte e della rinascita.
Probabilmente i sacerdoti depositavano i resti cremati di alcuni antenati nelle vasche di pietra delle camere, dove essi potevano essere toccati dalla luce del sole a metà inverno, ottenendo così una conferma simbolica della prosecuzione della stirpe.
Newgrange è solo un elemento del complesso di Bend of the Boyne, anche se artisticamente è il più compiuto.
Forse le tombe principali costituiscono nel loro insieme delle registrazioni scientifiche che solo ora, 5000 anni dopo, cominciano a essere decifrate.
I reperti dimostrano un'altra volta che l'uomo preistorico non era né semplice né barbaro, bensì in possesso di conoscenze e capacità che superano notevolmente la nostra immaginazione.
Fonte: tanogabo.it
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