giovedì 18 luglio 2019

Chambord, il castello della Valle della Loira compie 500 anni


Compie 500 anni nello stesso anno che si celebra l’anniversario di morte di uno dei suoi creatori.
 Chambord e Leonardo da Vinci uniti insieme dalle date, dall’architettura e dalla Storia.
 Entrambi simbolo del Rinascimento, del Cinquecento che ha lasciato grandi tracce dietro di sé.

 Nel settembre 1519 il castello della Valle della Loira vedeva la luce e per festeggiare degnamente il compleanno sono tante le iniziative importanti in questo 2019.
 Come la mostra “Chambord, 1519-2019: l’utopia all’opera”, visitabile dal 26 maggio al 1 settembre 2019 e allestita al secondo piano del castello.


Il percorso della visita affronta la costruzione del monumento inserito nel patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 1981 e offre l’occasione per interrogarsi sull’architettura e la costruzione del castello di Chambord nel contesto intellettuale, politico e artistico del Rinascimento.
 Nei 2.000 mq di mostra, i visitatori possono ammirare circa 150 opere, provenienti in prestito da 34 prestigiose istituzioni internazionali.
 Tra questi tesori, manoscritti miniati datati dal IX al XVI secolo, libri rari, disegni, quadri, plastici e oggetti d’arte, di cui tre fogli originali del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci.


Inoltre, tra le altre iniziative importanti per l’anniversario ci sono progetti di restauro e di conservazione, un orto appositamente creato, le illuminazioni del castello, una mostra dedicata ai laboratori di architettura delle più grandi università del mondo che presentano 18 progetti prospettici per un Chambord reinventato. 


Una splendida occasione per visitare o rivisitare questo castello simbolo del Rinascimento francese, ma inserito nella contemporaneità come con l’utilizzo di nuovi dispositivi di mediazioni digitali (touch screen, video, plastici digitali, ecc.): ogni visitatore potrà esplorare nel dettaglio i segreti del Quattrocento attraverso l’opera di Leonardo da Vinci o scoprire i misteri del castello di Chambord, come quello della famosa scala a doppia elica.




E’ proprio l’opera progettata dal genio italiano, si dice su insistenza del re Francesco I, il centro delle visite guidate al castello.

 Costruita dalla sovrapposizione di due scale a vite che evolvono attorno al nucleo cavo centrale, esattamente al di sotto e come supporto della lanterna in cima al castello con il giglio di Francia, fu un’autentica rivoluzione: due persone che utilizzano ognuna una rampa di scale possono intravedersi attraverso le apertura praticate nel centro, ma non si incontreranno






Ad ogni piano, intorno alla scala si spiegano quattro hall che formano una croce e le sale che costituivano gli appartamenti della corte.
 Purtroppo Leonardo, se fosse stato davvero lui ad ispirare questa scala (pare che furono trovati alcuni bozzetti tra le sue carte), non la vide in funzione: morì, a Clos Lucè, prima che Chambord fu iniziato nel 1519, esattamente cinquecento anni fa.

 Chambord, più di tutti gli altri castelli della Valle della Loira, viene identificato con Francesco I Valois, il re che proprio qualche anno fa venne festeggiato qui alla grande per i cinquecento anni della sua salita al trono.
 Il suo simbolo, la salamandra, è ovunque, a capolino tra i muri, sul cammino, sul soffitto, quasi a testimoniare a chi sia legato il palazzo.


Voluto come residenza di campagna e come riserva di caccia, è, per la sua architettura, il castello degli eccessi: 156 metri di lunghezza, 56 metri di altezza, 77 scale, 282 camini e 426 stanze. 
Eppure, nonostante le dimensioni eccezionali, seduce con la grazia e l’equilibrio.
 Qui il tufo calcareo si fa materiale malleabile ai decori e alle rifiniture, lasciando un’immagine di leggiadria.
 Sarà stato fiero del risultato il giovane sovrano, che amava questi luoghi sulla Loira.


Anche se in 32 anni di regno, Francesco è rimasto a Chambord solo 72 giorni e non lo vede completato del tutto. 

All’epoca, la corte di 4000 persone era itinerante, il re si spostava di castello in maniero sia per farsi vedere dal suo popolo che per conoscere i francesi: così, tutto doveva essere improntato alla praticità. 
 Come i mobili, tavoli, letti e sedie, che erano smontabili, facilmente trasportabili e assemblabili.
 Per questo, pochi sono arrivati intatti a noi e le stanze del castello appaiono vuote: le cassapanche e il resto dell’arredamento sono originali del Rinascimento, ma non di Chambord.

 Poco importa a chi viene qui a scoprire le bellezze volute da Francesco e rimane incantato davanti ai soffitti decorati con la F, monogramma del re, e dalla salamandra, animale mitico che vive nelle fiamme, capace di estinguere il fuoco nemico.


Si viene colti da sorpresa anche sulla terrazza panoramica, dove si ammirano da vicino i decori del tufo, le torrette, le cupole, la lanterna del giglio, e dove lo sguardo si perde tra il fiume lontano e l’enorme parco.




Chambord è al centro di una foresta di oltre 5000 ettari, circondata da mura lunghe 32 chilometri, quasi quanto la superficie di Parigi, riserva nazionale di caccia con cinghiali e cervi. 
 Gli stessi che amava cacciare il re, che quando è vissuto qui abitava nell’appartamento nell’ala est, oggi visitabile e composto da una camera da letto, alcune piccole stanze private e un oratorio. Il castello custodisce oggetti preziosi come arazzi, dipinti e arredi, oltre a curiosità di vario genere.

 Ad esempio, il palazzo di oggi è il risultato dei lavori fatti da Enrico II, figlio di Francesco, e poi da Luigi XIV, entrambi appassionati di caccia e fruitori di queste stanze. 
Anzi, il Re Sole fece cambiare l’alloggio a nord quasi a somiglianza di Versailles: sala delle guardia, doppia anticamera e camere private. 
Mentre quello che oggi è chiamato l’appartamento della regina fu abitato proprio dalla moglie di Luigi XIV, Maria Teresa d’Austria, e dalla favorita del sovrano, Madame de Maintenon. 

 Ma nonostante il passare dei secoli, il palazzo rimane un esempio del Rinascimento ed è consacrato a Francesco, protagonista di quel periodo storico.
 Oggi che il castello compie cinquecento anni, anche grazie alla mostra e ai festeggiamenti, la meraviglia di Chambord è messa ancora più in evidenza. 

 Fonte: latitudinex.com

mercoledì 17 luglio 2019

L’Altopiano di Ennedi: remota e affascinante meta nel Ciad


Non ha spiagge meravigliose come il Kenia, non ha città imperiali come il Marocco, non ha parchi lussureggianti come il Sudafrica, ma ciò non significa che il Ciad, in Africa Centrale, non offra attrattive spettacolari, anzi. 

 Proprio là dove il Sahara ha ricoperto con le sue sabbie le regioni settentrionali del paese, ci sono delle imponente formazioni di arenaria, modellate nel corso dei millenni, meraviglie geologiche inserite nel Patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 2016.


Il deserto non è una meta per tutti: bisogna amare i silenzi sconfinati, gli orizzonti infiniti e il misterioso fascino della solitudine.

 Arrivare all’altopiano di Ennedi significa spingersi verso una frontiera lontana da qualsiasi cosa chiamata “civiltà”, un luogo frequentato solo da un paio di tribù nomadi che ancora si aggirano tra le sabbie del Sahara e le piccole oasi, in cerca di pascoli per i loro cammelli, le capre e le pecore. 
Sono pastori, come lo erano quegli uomini del neolitico che hanno lasciato incisioni e pitture rupestri tra i 7000 e 3000 anni fa, nelle grotte che usavano come rifugio.




L’altopiano di Ennedi è quasi un baluardo naturale nel bel mezzo del Sahara, con le sue torri, i pilastri, gli archi e i ponti di arenaria, che occupano un territorio (40.000 chilometri quadrati) grande quasi quanto la Svizzera.




Queste straordinarie formazioni geologiche iniziarono a strutturarsi milioni di anni fa, durante la cosiddetta “era della vita antica” (tra i 550 e i 250 milioni di anni fa), quando l’oceano ancora ricopriva quello che oggi è il deserto del Sahara. 

 Modellato prima dall’acqua del mare e poi dal vento del deserto, l’altopiano di Ennedi è una straordinaria testimonianza di un mondo ormai scomparso, con il suo ecosistema che consente ancora la sopravvivenza di centinaia di specie animali e vegetali, compreso il raro coccodrillo del deserto.


E’ molto suggestiva l’ipotesi, non confermata da alcuna prova, che nelle aree più remote dell’altopiano possano ancora vivere il raro ghepardo sudanese, l’onice del Sahara (una specie di antilope considerata estinta dal 2000), e forse addirittura la tigre di Ennedi (un tipo di gatto dai denti a sciabola), conosciuta solo grazie alla descrizione dei nativi.


La vita delle tribù nomadi, così come di animali e piante, è possibile grazie all’acqua dolce delle gueltas (stagni del deserto), che dissetavano anche, migliaia di anni fa, gli animali dipinti nei petroglifi: coccodrilli, cammelli, cavalli, uccelli, leoni, rappresentati insieme a figure principalmente femminili.


Remoto, quasi irraggiungibile, ma straordinariamente affascinante: il massiccio di Ennedi, Riserva Naturale e Culturale, sito patrimonio dell’UNESCO, potrebbe e dovrebbe rappresentare una risorsa economica per uno dei paesi tra i più poveri al mondo. 


 Fonte: vanillamagazine

martedì 16 luglio 2019

La statua dell’aquila più grande del mondo nata da una leggenda


Rajiv Anchal riporta in vita un vecchio mito che i residenti del villaggio di Chadayamangalam nel distretto di Kollam, nel Kerala, raccontano da sempre alle generazioni successive e che ora possono vedere materializzato nella pietra.


La storia fa parte del Ramayana (Rāmāyaṇa), un testo sacro e uno dei più grandi poemi epici dell’induismo. 
 Vi si racconta che un’aquila gigante, Jatayu cadde proprio su quell’altura mentre combatteva contro Ravana, per difendere la dea indù Sita.

 La leggenda narra che Jatayu cercò di salvare Sita rapita da Ravana mentre questi si stava dirigendo a Lanka. 

La gigantesca aquila combatté valorosamente con Ravana, ma essendo molto vecchio, Ravana riuscì ad avere la meglio su di lui. 

Rama mentre cercava con il fratello Lakshmana, la sua sposa rapita Sita si imbatterono nel vecchio Jatayu colpito e morente che li informa della lotta tra lui e Ravana e dice loro che il rapitore si era diretto a Sud. 


Da un anno, una gigantesca aquila accasciata sul dorso svetta sulla cima del Jatayupara, sovrastando le verdi distese del Chadayamangalam.


 I lavori sono iniziati nel 2011 e gli operai che hanno affiancato l'artista nel progetto ci hanno messo due anni a scoprire che si trattava di un'aquila.

La sagoma è stata realizzata in calcestruzzo, ad eccezione degli artigli, che sono in acciaio inossidabile. Materiali che dovrebbero durare nel tempo.


Ma quest'incredibile opera non è solo una scultura: è parte integrante di un edificio di cinque piani che ospita al suo interno un museo e un teatro multidimensionale dedicati all'epica battaglia tra Jatayu e Ravana.




Per Anchal non è solo un progetto turistico. 
«C'è stato un tempo in cui l'uomo e la natura vivevano in armonia e Jatayu è un simbolo di quel tempo».

 Ecco perché il suo obiettivo è sempre stato «proteggere la roccia e preservare la natura circostante. 
Nulla domina la roccia poiché tutta la costruzione, compresa la scultura, è strutturata per sembrare una parte integrante del paesaggio».
 Come se quell'aquila fosse sempre stata lì, dalla notte dei tempi.

 Fonti: lastampa

          caffebook.it

lunedì 15 luglio 2019

Sarebbe stata scoperta la leggendaria città biblica di Ziklag


Secondo alcuni archeologi israeliani, le rovine di Ziklag, la città a lungo perduta famosa come rifugio di re David, così come detto nella Bibbia ebraica, sarebbero state finalmente scoperte 


 La città è stata oggetto di un acceso dibattito negli ultimi decenni, con numerosi archeologi che si sono imbarcati in scavi per trovare la sua posizione.

 Questa volta, tuttavia, la squadra è più certa che mai che queste rovine appartengono a ciò che stavano cercando 

Situato tra Kiryat Gat e Lachish, un gruppo internazionale guidato dalla Israel Antiquities Authority, insieme alla Macquarie University di Sydney e all’Università ebraica, studia il sito di Khirbet al-Ra’i dal 2015.
 I loro scavi sul sito collinare hanno trovato prove di un insediamento dal XII al XI secolo aC sotto strati di un insediamento rurale risalente agli inizi del X secolo aC, secondo un annuncio fatto lunedì scorso da parte dell’Autorità per le Antichità di Israele.




Tra le decine di pezzi di ceramica, vasetti di olio e brocche di vino, molti dei manufatti mostrano caratteristiche della cultura filistea, il gruppo di persone che si dice che vivevano qui nella Bibbia ebraica. 
Anche la datazione al radiocarbonio si allinea perfettamente con il tempo in cui si pensava che la città di Ziklag fosse in piedi. Tuttavia, non tutti sono convinti. 

Alcuni esperti indipendenti non coinvolti nel progetto sono riluttanti nel saltare alla conclusione che questo sito è davvero la città degna di nota di Ziklag.
 Il professor Aren Maier, un archeologo israeliano nato negli Stati Uniti dalla Bar-Ilan University, ha detto ad Haaretz : “È molto difficile da accettare”. “I riferimenti a questo sito nei testi biblici sono sempre molto più meridionali, relativi al Negev, alla tribù di Shimon o al confine meridionale di Judah”, ha aggiunto Maier. “Solo perché ci sono collegamenti con i filistei e poi la distruzione avvenuta nel X secolo aC, questo non lo rende Ziklag”.


Ziklag è famosa come la città in cui il re David cercò rifugio dopo essere caduto in disgrazia con il re Saul, unendosi agli aspri nemici dell’antico Israele, i filistei.
 Questo non fu l’unico incontro di David con i Filistei. 
Uno dei racconti più riproposti della Bibbia nella cultura popolare è la storia del re Davide che uccide il gigante filisteo Golia.


Tutti gli studiosi moderni ritengono che il re David fosse una vera figura storica, non solo un mito o una leggenda, sebbene sia in corso un dibattito sulla portata del suo significato. 

Nonostante la sua apparente importanza nella narrativa biblica, per non parlare della sua vasta presenza nell’arte e nella letteratura nel corso dei secoli, le prove archeologiche della sua vita sono minime.

 Fonte originale: www.iflscience.com

sabato 13 luglio 2019

La plastica si mescola alle rocce divenendo elemento permanente del Pianeta: ha così inizio una nuova era: l'antropocene


La plastica è talmente diffusa nei mari da essersi incorporata nelle rocce litoranee, traccia indelebile del devastante passaggio dell’uomo sulla Terra.
 E quando l’inquinamento plastico diventa elemento permanente della geologia del Pianeta non è un bene! 


 Il primo a individuare i nuovi agglomerati di roccia e plastica fu il biologo marino Ignacio Gestoso nel 2016, sull’isola portoghese di Madeira, ma a quel tempo lo studioso pensò che si trattasse di un materiale ibrido destinato a sparire presto. 
Venne chiamato “plasticrust” e un anno dopo, purtroppo, Gestoso lo ritrovò ancora.
 Venne quindi pubblicato un nuovo studio su Science of the Total Environment, dove Gestoso e i colleghi descrissero il plasticrust come un muschio sintetico dai colori brillanti e totalmente nuovi, che riveste grandi aree della costa rocciosa dell’isola presa in esame.
 Dichiararono che era talmente diffuso da generare un nuovo orizzonte antropogenico di plastica nelle registrazioni sedimentarie terrestri, aprendo le porte a una nuova era.

 E in effetti, proprio per la sua onnipresenza, la plastica è divenuta simbolo dell‘Antropocene, era segnata irrevocabilmente dal passaggio dell’uomo.
 Oltre a questo materiale, anche acciaio, calcestruzzo, fertilizzanti, radionuclidi, particolato in sospensione rintracciabile in sedimenti e in ghiacciai, isotopi prodotti nella detonazione di ordigni nucleari lasceranno traccia di sé, contribuendo a questa nuova epoca che potrebbe ben presto entrare nei libri di scuola.


L'antropocene, che dovrebbe seguire l’Olocene, epoca geologica iniziata circa 11.700 anni fa, venne individuato per la prima volta dal biologo Eugene F. Stoermer, che coniò il nome nel 1980.
 Ma solo negli anni successivi iniziò a far parlare di sé, in particolare con la pubblicazione del libro “Benvenuti nell’Antropocene!” del Premio Nobel olandese Paul Crutzen.

 Il testo parla di un’epoca dominata da una sola specie, quella umana, che ha modificato radicalmente il Pianeta, anche grazie alla tecnologia, ma che non ha saputo pilotare con saggezza il cambiamento. E che per questo potrebbe pagare un caro prezzo nel futuro immediato.
 I danni sono di varia natura ma secondo il Premio Nobel autore del libro, la minaccia peggiore è rappresentata dai cambiamenti climatici.
 E le prospettive dei geologi non sono migliori perché, a quanto pare, questa nuova era tanto tranquilla non è. 

Si prevedono ulteriore aumento delle temperature, maggiore concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, scomparsa dei ghiacciai, rapida erosione, consumo globale di acqua in aumento, insomma nulla di buono all’orizzonte! 
Tranne per un aspetto, la tecnologia, che potrebbe aiutarci a raggiungere nuovi pianeti.

 Nel 2021 l’AWG dovrebbe presentare una proposta alla Commissione internazionale per la stratigrafia, e in base alla decisione che verrà presa, i libri di storia potrebbero cambiare, introducendo ufficialmente tra le pagine l’Antropocene!

 Laura De Rosa

giovedì 11 luglio 2019

Il polpo è il più strano tra gli animali intelligenti


Dei polpi sappiamo che usano i tentacoli come apribottiglie, che riciclano i gusci di cocco per farne rifugi e che risolvono le situazioni di conflitto con il linguaggio del corpo. 

Messi a confronto con altri animali marini vantano un'intelligenza sorprendente: da che cosa deriva?
 Come sottolinea un bell'articolo di Ed Yong sull'Atlantic il polpo è decisamente atipico anche per un animale intelligente.

 Nel regno animale, le "teste pensanti" (grandi scimmie, elefanti, delfini, corvidi, balene, pappagalli) condividono due peculiarità, indipendentemente dalla famiglia di appartenenza. 
Vivono in gruppo: la capacità di gestire una fitta rete di relazioni favorisce la trasmissione di conoscenze, oltre allo sviluppo cerebrale. 
E vivono a lungo, sia perché un grosso cervello ha bisogno di tempo, per svilupparsi, sia perché l'intelligenza contribuisce a proteggerli dai pericoli. 


 Il polpo è un animale solitario che non disdegna di mangiare i suoi simili, le rare volte che li incontra, e che anche quando nuota in gruppo è refrattario a stringere legami duraturi.
 Non solo: ha vita breve. 
Si sviluppa velocemente e muore in genere prima dei due anni di età - spesso dopo un evento riproduttivo.


Un recente lavoro scientifico di Piero Amodio, studioso di intelligenza animale all'Università di Cambridge, collega questi tratti unici e paradossali (intelligenza, vita breve e asocialità) a un'altra caratteristica: la perdita del guscio.


 I primi cefalopodi si differenziarono dagli altri molluschi, 530 milioni di anni fa, dotando la loro corazza protettiva di galleggianti pieni di gas, che permettono sia di camminare sui fondali, sia di nuotarvi al di sopra. 
Il guscio fu mantenuto fino a 275 milioni di anni fa, quando la competizione con altre creature marine o la necessità di spingersi più in profondità resero la sua presenza un impiccio: gli antenati dei polpi lo persero completamente, quelli di seppie e calamari lo internalizzarono in un osso.


La nuova configurazione "alleggerita" rese i polpi flessibili nel corpo e nella mente, capaci di nascondersi in ogni pertugio, di esplorare nuovi habitat e di sfruttare i tentacoli in modo più versatile.
 Li fece maestri di mimetismo, ma anche creature estremamente vulnerabili che si trovano sul menu di quasi ogni predatore, dalle foche ai delfini, ai gabbiani.
 Rese le loro vite forse brevi, compensandoli però con un'ampia gamma di possibilità, stratagemmi, furbizie.

 Per fare un paragone, il nautilus, un mollusco a lungo considerato estinto che ancora conserva il suo guscio, campa anche 20 anni e si riproduce più volte senza rischiare la vita, ma non sembra brillare per intelligenza.

 La perdita del guscio fu, per Amodio, la chiave dello sviluppo dell'astuzia dei polpi.
 Altri studiosi obiettano che alcuni tratti legati all'intelligenza dovevano essersi sviluppati già prima dell'abbandono della corazza: altrimenti le prime generazioni di polpi, "nude" e ancora poco astute, sarebbero risultate prede facili, e sarebbero state decimate prima ancora di riprodursi. 

Potrebbe anzi essere stato proprio lo sviluppo dell'intelligenza, a rendere il guscio superfluo.


Amodio concorda sul fatto che le doti che oggi riconosciamo ai polpi dovettero avere uno sviluppo graduale, ma pensa anche che subirono una decisa accelerazione dopo la perdita della corazza. Del resto, lasciato da parte il guscio questi animali non si ritrovarono all'improvviso indifesi: non saranno stati delle cime, ma potevano già accecare i nemici con l'inchiostro e spingersi rapidamente fuori tiro.
 La loro eccezionale abilità di camuffamento dovette emergere dopo l'abbandono della corazza: prima, con quella copertura ingombrante, sarebbe risultata superflua. 
Se vi fu il tempo di evolvere un'arma mimetica così sofisticata, non poté esserci anche abbastanza tempo per sviluppare un "cervello fino"? 

 Più probabilmente, tutti questi processi si sovrapposero gradualmente nel tempo, senza mai lasciare i polpi totalmente indifesi.

 Per ora una risposta definitiva non c'è, ma la prossima volta che vi troverete faccia a faccia con un polpo, vi sembrerà forse un po' meno alieno. 

 Fonte: focus.it

mercoledì 10 luglio 2019

La Natività di Betlemme svela una nuova fonte battesimale


Un gioiello «splendido e di fattura squisita». 
Così Gianmarco Piacenti, capo dell’omonima azienda italiana che dirige i lavori di restauro della Chiesa della Natività a Betlemme in Cisgiordania, ha definito la scoperta resa nota da Ziad al-Bandak, capo del Comitato presidenziale palestinese che sovrintende al recupero della Basilica. 

 Si tratta di una nuova fonte battesimale circolare, probabilmente bizantina, poi traslata in epoca crociata, rinvenuta - ha spiegato Bandak alla Wafa - durante i lavori in corso nella parte sud della Basilica.
 Era nascosta - ha aggiunto - «nella fonte battesimale ottagonale esistente, fatta di pietra simile a quelle delle colonne». Esperti internazionali - ha proseguito - stanno arrivando per una migliore datazione del reperto. 

«Lo staff archeologico attualmente all’opera nella Chiesa - ha raccontato all’Ansa Gian Marco Piacenti - sta analizzando tutti gli strati tra le due fonti battesimali per aiutare nella datazione dei reperti».
 La nuova scoperta - ha aggiunto - è «un ulteriore tassello nella ricostruzione della storia della Basilica e della sua tradizione cristiana».


Per Piacenti si tratta di «un ritrovamento importante e di grande bellezza che indica un oggetto realizzato per committenti importanti.
 La sua scoperta arricchisce la Basilica più antica della Terra Santa».
 Piacenti ha poi spiegato che la nuova fonte battesimale «è venuta alla luce nei giorni scorsi quando il team attualmente al lavoro sui restauri stava facendo come elemento preparatorio la stratigrafia archeologica degli strati che occludono l’interno del pozzo».


Toccherà ora allo storico medievista Michele Bacci, italiano dell’Università di Friburgo, - ha aggiunto ancora - datare con precisione l’oggetto ritrovato. 

Per Piacenti «la nuova fonte battesimale si aggiunge nella sua importanza ai gioielli trovati nel corso del restauro. 
Tra questi l’Angelo in mosaico nelle pareti della Navata centrale, i brani inediti di mosaico costantiniano e le due lanterne del sesto secolo trovate durante gli scavi per riportare alla luce i mosaici pavimentali». 

 La Ditta Piacenti - sconfiggendo altri 11 partecipanti internazionali - ha vinto la gara per il restauro della Natività nel luglio del 2013 ed ha cominciato i lavori nel settembre dello stesso anno.

 «La cerimonia internazionale alla fine dei lavori di restauro programmata in un primo momento per il prossimo novembre - ha spiegato Bandak - è stata spostata nel maggio del prossimo anno in modo da consentire alle tre Chiese che hanno in carico la Natività (la Greco Ortodossa, la cattolica Custodia di Terra Santa e quella Armena) di compiere il restauro della Grotta in accordo con lo Status quo, visto che questa è la fondazione e l’essenza della santità della Chiesa della Natività dove Gesù è nato». 

Nel 2020 Betlemme sarà la Capitale della cultura del mondo arabo. 

 Fonte: lastampa.it

martedì 9 luglio 2019

La bellezza mortale delle lacrime blu che illuminano la costa di Cina e Taiwan


Belle quanto mortali. 
Le spettacolari Blue Tears che illuminano il Mar Cinese Meridionale sono dovute ad alghe bioluminescenti che stanno aumentando anno dopo anno, creando non pochi problemi.

 Le alghe che rendono «incandescenti» le coste fra Cina e Taiwan sono infatti tossiche: gli ultimi studi sui microrganismi che rendono possibile questo surreale spettacolo notturno hanno rivelato che il loro passaggio è in grado di «avvelenare la vita marina».
 «Quando iniziano a brillare lungo le coste, queste alghe rilasciano ammoniaca e altre sostanze chimiche che avvelenano l'acqua circostante».
 E non solo: questi organismi assorbono tantissimo ossigeno e continuano a farlo senza mai spostarsi, fino a quando nelle acque circostanti non ce ne è più.


«I turisti pensano solo a quanto sia romantico e bello vedere questo spettacolo», ha detto l'oceanografo Chanmin Hu a Live Science, ma «in realtà è tossico».

 Con il suo team, Hu ha utilizzato dati satellitari per tracciare le dimensioni della «fioritura» delle alghe bioluminescenti negli ultimi 19 anni, riuscendo a identificare la «firma univoca» delle lacrime blu. 
«È come un'impronta digitale», che sta crescendo anno dopo anno, lasciando dietro di se solo distruzione.


«L'ossigeno nell'acqua è così basso che pesci e piante acquatiche possono morire».
 E il fenomeno è destinato ad ampliarsi, a causa dei riversamenti in mare di fertilizzanti e altri scarichi che forniscono alle lacrime blu i nutrienti di cui hanno bisogno per proliferare. 

Una triste scoperta per quello che è considerato uno degli spettacoli della natura più affascinanti al mondo. 


 Fonte: lastampa.it

lunedì 8 luglio 2019

La spiaggia rossa di Panjin in Cina


La spiaggia rossa nelle paludi del delta del fiume Liao si trova vicino a Panjin, una città della provincia di Liaoning in Cina.
 È difficile per coloro che ascoltano il nome per la prima volta non chiedersi cosa che lo ispira. 
 La spiaggia rossa è fatta di sabbia rossa o sono le pietre? 
In realtà, questo posto non è una spiaggia nel senso stretto del termine, ma una regione paludosa formata dal raggruppamento di grandi estensioni di piante della Suaeda glauca, localmente noto come jianpeng.
 Questo arbusto acquatico è molto resistente ed ama i terreni salini. 

La Suaeda glauca cambia di colore durante l’anno: in primavera è rosa, scarlatto in estate e rosso come il fuoco in autunno e, guardandola da lontano, dà l’impressione di contemplare un oceano rosso. 
 Da qui il suo nome di “Spiaggia rossa”.




È considerato una delle meraviglia naturali più belle al mondo.


 La spiaggia rossa, oltre all’effetto di questa particolare alga, è anche un ambiente con un’ampia biodiversità specifica delle aree paludose.
 L’ambiente naturale qui è stato ben integrato dalla presenza della civiltà trasformandolo in Riserva Naturale Statale in cui solo una piccola parte, ma ben organizzata, è aperta ai turisti. 

 Il meraviglioso orizzonte naturale della spiaggia rossa, le sue risaie, il suo mare di canne e i suoi uccelli belli e rari dipendono l’uno dall’altro per la loro sopravvivenza.
 Qui si possono vedere più di 250 tipi di uccelli, 30 di questi protetti, come la gru della Manciuria, il gabbiano di Saunders o il cigno. 
 In questa splendida riserva naturale ci sono anche quasi 400 specie di animali diversi come granchi e tartarughe.


I visitatori si trovano a breve distanza da queste specie rare e protette e possono osservarne i comportamenti con spirito naturalistico.

 Spicca certo la gru della Manciuria, un animale elegante i cui movimenti leggiadri sembrano danze.
 Il colore del suo piumaggio bianco con una macchia rossa sul capo e il suo portamento altero hanno reso questo animale parte della mitologia asiatica e in particolare di quella cinese e giapponese.

 La gru della Manciuria, tuttavia è un animale in via di estinzione, ne esistono meno di 3000 esemplari, ma grazie ad ambienti protetti come la riserva della spiaggia rossa di Panjin o come in Giappone, il loro numero sta tornando a crescere.


Sulla superficie paludosa della spiaggia rossa, Red Beach in inglese, si estende una piattaforma costruita interamente in legno. Questo percorso costruito in stile antico prende il nome poetico di “ponte delle nove curve” e permette di vedere solo una piccola parte dei 600.000 ettari della riserva.
 Possiamo passeggiare su queste 519 tavole appoggiate a pilastri di cemento che si ergono sulle acque per una superficie totale che supera i 2.000 m2 e provoca un grande effetto visivo.


Qui è stato anche costruito il Jieguanting, un edificio eretto per commemorare Yuan Chonghuan, storico ed eroico generale. 

 Ogni anno, tra i mesi di agosto e ottobre, il luogo raggiunge il suo massimo incanto ed i visitatori possono apprezzarne pienamente la bellezza: un modo perfetto di convivere tra l’uomo e la natura. 

 Fonte: caffebook.it
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