mercoledì 18 settembre 2019

“Pecunia non olet”: l’imperatore Vespasiano e la tassa sull’urina


“Pecunia non olet”, ovvero “il denaro non ha odore”: quando l’imperatore romano Vespasiano pronunciò questa famosa frase – almeno secondo il racconto dello storico Svetonio – probabilmente non pensava che nei secoli a venire molte persone l’avrebbero fatta propria, per giustificare affari non troppo “puliti”.
 E certamente non immaginava che i bagni pubblici, chiamati comunemente “vespasiani” dal popolino romano, avrebbero mantenuto quel nome ancora duemila anni dopo. 

Gli abitanti di Roma, mordaci allora come oggi, avevano “intitolato” le latrine pubbliche all’imperatore Vespasiano perché fu il primo a inventarsi una tassa sull’urina, la centesima venalium.


Tacito e Svetonio insistono molto sulla grande avarizia di questo imperatore arrivato a governare, tra il 69 e il 79 d.C., il più celebre impero della storia antica, in quel periodo di disordine civile e militare seguito alla morte di Nerone: quello tra il giugno del 68 e il dicembre del 69 d.C. fu un periodo decisamente difficile per Roma, “l’anno dei quattro imperatori”. 

 Dopo le quasi contemporanee pretese al trono di Galba, Otone e Vitellio, Vespasiano fu acclamato imperatore dalle sue legioni, mentre stava combattendo in Giudea. 
Una straordinaria “elezione”, ratificata dal Senato, che segnò la fine della dinastia Giulio-Claudia, iniziata con Ottaviano Augusto. Straordinaria anche perché Vespasiano non discendeva da una delle famiglie nobili di Roma, era anzi un “campagnolo” nato in Sabina (nell’odierna Cittareale, in provincia di Rieti) e allevato dall’amatissima nonna paterna in una colonia latina sul litorale toscano (oggi Ansedonia). 
Anche da imperatore il suo rifugio era quello: la casa della nonna, mantenuta invariata come ai tempi della sua infanzia.


 Era avaro per necessità questo nuovo imperatore, viste le casse dello Stato disastrate e l’impero sull’orlo della bancarotta: “erano necessari quaranta miliardi di sesterzi perché lo Stato potesse reggersi” (Svetonio). 
Per riportare la situazione della finanza pubblica (e non personale, è bene ricordare) alla normalità, Vespasiano aumentò i tributi dovuti dalle provincie, e si inventò nuove tasse.
 La più originale, disdicevole secondo il parere del figlio Tito, fu quella che impose sulla raccolta dell’urina (per la verità l’aveva applicata anche Nerone, ma per un breve periodo). 

 Eh sì, perché l’urina aveva molteplici usi, ed era quindi un “prodotto” che alcune categorie di persone volevano comprare: tra tutti c’erano i fullones, ovvero coloro che lavavano i panni. 
Questo perché l’urina, trasformandosi in ammoniaca, è un eccellente detergente che rimuove il grasso e sbianca i tessuti, lana compresa.


La pipì veniva usata anche dai conciatori, che mettevano le pelli animali a mollo nell’urina per rimuovere i peli più facilmente, ma anche da tessitori e tintori.


C’era poi anche un uso che oggi farebbe storcere il naso: l’urina veniva usata nella composizione di dentifrici e collutori… sempre per il suo potere sbiancante. 

 L’urina era quindi una merce preziosa, che veniva raccolta in tutti i bagni pubblici e poi probabilmente versata in grandi vasche. 

 La pipì garantiva un consistente introito fiscale, che effettivamente aiutò molto Vespasiano a rimpinguare le casse dello Stato, che alla sua morte erano tornate in attivo. 
La tassa non era però di gradimento del figlio maggiore Tito, che poi diventerà imperatore.

Quando Tito fece le sue rimostranze all’imperatore per quel tributo che lo disgustava, lanciando alcune monete in una latrina, Vespasiano non si scompose, anzi: raccolse il denaro e lo fece annusare al figlio, chiedendogli se puzzava. 
Tito non potè che rispondere negativamente, dando al padre l’occasione per pronunciare la famosa frase "Pecunia non olet" 

 Con quelle parole Vespasiano voleva far intendere al figlio che, se anche il prodotto tassato – l’urina – puzzava, la ricchezza prodotta a favore dello Stato non aveva alcun odore.


L’imperatore Vespasiano quindi è più conosciuto per la sua tassa sulla pipì e per quella frase così sfruttata in seguito con valenze ben più negative, che per quel grandioso monumento – ancora oggi simbolo di Roma in tutto il mondo – che fece costruire durante il suo regno: il Colosseo. 


 Fonte: vanillamagazine

martedì 17 settembre 2019

Gli aborigeni hanno vinto: niente più scalate sul monolite sacro


Alla fine gli aborigeni ce l’hanno fatta: Uluru, l’enorme monolite di arenaria nel cuore del “Red Centre” in Australia, considerato sacro per gli Anangu, non si potrà più scalare.

 Dal 26 ottobre stop alle scalate dell’ex Ayers Rock. A stabilirlo è stato il consiglio del Parco nazionale Uluru-Kata Tjuta dopo un lungo dibattito iniziato nel lontano 2010, anche se il possibile stop era stato deciso un anno e mezzo fa.

 Come sappiamo Uluru è sacro per gli aborigeni che da anni chiedono ai visitatori di non arrampicarsi e di non scalare il monolite australiano.
 “Abbiamo la responsabilità di insegnare ai visitatori a salvaguardare la nostra terra. La salita può essere pericolosa. Troppe persone sono morte nel tentativo di scalare Uluru. Molti altri sono rimasti feriti durante l’arrampicata. Proviamo grande tristezza quando una persona muore o è ferita nella nostra terra. Ci preoccupiamo per te e ci preoccupiamo per la tua famiglia. La nostra legge tradizionale ci insegna il modo corretto di comportarci”, si legge sul sito del parco.
 E ancora: 
 “Per noi, quella che stai scalando è una cosa sacra, non dovresti arrampicarti”.


Senza tralasciare che tutto il sito è pieno di cartelli che recitano: “Noi, i proprietari tradizionali Anangu, abbiamo da dirvi questo. Uluru è sacra nella nostra storia, un luogo di grande cultura.
 Sotto la nostra legge tradizionale, scalarla non è permesso. Questa è la nostra casa. Per favore non salite”.


Scoperto nel 1872 dall’esploratore britannico Ernest Giles, il monolite è un luogo sacro per gli Anangu perché legato a tanti miti tra cui quello di Tatji, la Lucertola rossa che viveva nelle pianure. Secondo la leggenda Tatji giunse a Uluru e qui lanciò il kali (boomerang), che si piantò nella roccia.
 Tatji scavò la terra alla ricerca del suo kali, lasciando numerosi buchi rotondi sulla superficie della roccia. 

Questa parte della storia giustificherebbe alcuni insoliti fenomeni di corrosione sulla superficie di Uluru. 

Non essendo riuscito a trovare il suo kali, Tatji morì in una caverna e i grossi macigni che vi si trovano oggi sarebbero i resti del suo corpo.


Uluru è alto 348 metri e questa è la seconda vittoria degli aborigeni. La prima, era stata quella di ripristinare il vero nome del monolite che, nel corso degli anni, era diventato all’inglese Ayers Rock. Adesso, viene riconosciuto lo status di montagna sacra, uno status che era stato bistrattato nel tempo per via di un turismo sfrenato.

La chiusura del sito Unesco coinciderà con il 34esimo anniversario della riconsegna di Uluru ai nativi. Una buona notizia per gli aborigeni, ma in generale per tutti perché dal 1940 sono state 37 le vittime del monolite, senza dimenticare che il sito si stava trasformando in una discarica abusiva di rifiuti.

 

giovedì 12 settembre 2019

Tra gli antichi Maya una comunità di navigatori giunti dal Mediterraneo


Un rituale funerario tipico di antiche culture mediterranee, ma sconosciuto nelle civiltà americane pre-colombiane, è stato scoperto nella necropoli di Comalcalco, città maya sulla costa del golfo del Messico: sepolture di corpi in giara (la cui simbologia potrebbe significare il ritorno nel ventre della madre terra all'interno dell'utero, rappresentato dal vaso contenitore) sono state portate alla luce numerose nel complesso cimiteriale della città e, insieme ad altri forti indizi emersi in scavi recenti, autorizzano l'ipotesi (da verificare) dell'insediamento di una comunità di navigatori giunti dal Mediterraneo.


 E' viva l'attesa dell'esito degli scavi, tutt'ora in corso. "La recentissima scoperta della necropoli di Comalcalco - spiega l'archeologa americanista italiana Maria Longhena - ha restituito numerose sepolture in giara: questo tipo di rituale funerario, molto in uso presso antiche culture del Mediterraneo, non trova corrispondenze nei contesti americani".




La città di Comalcalco, nell'attuale stato messicano del Tabasco, fiorì nel periodo classico Maya (circa 250-980 d.C.), ma la sua fondazione, rivela Longhena, "affonda le sue radici già nel periodo pre-classico.

 Il sito presenta caratteristiche singolari e avulse dal contesto culturale maya e comunque amerindio, che da molti decenni sono oggetto di discussione tra gli studiosi.
 In particolare, l'uso dei mattoni di argilla cotti in forno per la costruzione delle piramidi, e il sistema di condutture idriche sempre in argilla cotta: entrambi gli elementi rappresentano un unicum nel Nuovo Continente", ma costituiscono elementi architettonici comuni nell'antico Mediterraneo.


Fonte: www.rainews.it

mercoledì 11 settembre 2019

Il vulcano Kelimutu e i suoi incredibili laghi colorati


Sulla cima del vulcano Kelimutu, la cui ultima eruzione risale al 1968, nella piccola isola di Flores, in Indonesia, si trovano tre laghi di origine vulcanica che regalano un panorama spettacolare con i loro giochi cromatici dovuti alle reazioni chimiche dei minerali presenti nell’acqua e alla fuoriuscita di gas sotterranei composti da biossido di zolfo, anidride carbonica, cloruro di idrogeno e solfuro. 


L’isola di Flores deve il suo nome ai primi esploratori portoghesi che vi giunsero nel 500’. 
Furono loro a chiamarla “Cabo del Flores” (Capo dei Fiori) proprio per la ricchezza di fiori e piante assolutamente unici.

 In un’area ad alto rischio sismico sorge Tiwi Ata Mbupu, soprannominato “lago degli anziani”, con i suoi colori dall’azzurro al blu intenso. Stando alle numerose credenze locali, è qui che le anime degli anziani si riuniscono per riposare dopo una vita giusta.



A circa 200 metri di distanza si trovano altri due laghi, divisi da una roccia di un netto spessore: il più grande è il Tiwu Nuwa Muri Kooh Fai, tra il verdino ed il turchese pallido, noto anche come “lago degli uomini giovani e delle fanciulle”, mentre il più piccolo, Tiwu Ata Polo, detto “lago incantato” o “vita da strega”, varia tonalità dal marrone al rosso sangue.
E' il lago degli spiriti del male.


I tre bellissimi laghi cangianti, considerati sacri dagli indigeni perché luogo del riposo delle anime dei defunti, furono scoperti nel 1915 dall’olandese Van Tale Talen ma resi noti al mondo solo nel 1929 da Y. Bouman, che nei suoi scritti raccontò i meravigliosi specchi d’acqua dai colori variopinti.

 Tratto da: meteoweb

martedì 10 settembre 2019

I meravigliosi giardini di agrumi a Pantelleria


Se dovesse capitarvi di raggiungere la meravigliosa Pantelleria, avrete modo di notare dei curiosi muretti in pietra lavica di forma prevalentemente circolare, alti fino a 3-4 metri, tutt’intorno a singoli alberi di agrumi.
 Ebbene, questi muretti apparentemente solo decorativi, svolgono in realtà un’importante funzione: proteggono le piante dai forti venti tipici dell’isola, dalla salsedine e persino dalla siccità dato che trattengono all’interno l’umidità notturna, formando così un microclima ideale per la crescita degli alberi e dei loro deliziosi frutti, senza bisogno di ricorrere all’irrigazione artificiale.




I recinti sono i famosi giardini di agrumi panteschi, ovvero di Pantelleria, che nel dialetto locale prendono il nome di “jardinu”. Bisogna infatti sapere che la parola giardino nell’etimologia originaria significa recinto, e da qui deriva il nome dei giardini, che sono appunto recinti protettivi risalenti addirittura ai Sumeri del terzo millennio a.C., epoca a cui risalgono le prime testimonianze della loro presenza. 
 Ma al di là della funzione pratica si nasconde un aspetto simbolico perché questi giardini rappresentano il grembo materno, uno spazio sacro, chiuso, che protegge il proprio “bambino”.
 D’altronde per crescere alberi pieni di frutti succosi, occorre coltivarli con lo stesso amore che una madre dona al proprio figliolo. 


 Gran parte di questi giardini “culla” hanno forma circolare ma ne esistono anche di rettangolari e pentagonali. E in tutto sull’isola se ne trovano circa 500. 

 Tra i più rappresentativi e meglio conservati si ricorda il giardino situato in Contrada Khamma, donato al FAI dalla cantina siciliana Donnafugata.


Realizzato in un anfiteatro naturale formato da terrazze coltivate a vigneti di Zibibbo, ha la forma classica del giardino pantesco, con piccola apertura per accedervi, pianta circolare, diametro di 11 metri, altezza fino ai 4 metri, struttura in pietra lavica a secco.
 Il recinto protegge una pianta di arancio dolce “Portogallo”. 

 Laura De Rosa

martedì 3 settembre 2019

Durlindana: la straordinaria storia della Spada del Paladino Orlando


Benché non famosa come Excalibur, la leggendaria spada di Re Artù, la Durlindana (o Durendal, Durindana, Durendala) non ha niente da invidiare alla più conosciuta arma del Re di Camelot, almeno in fatto di storie mitiche sulla sua origine, sul suo potere e sulla sua fine. 

Al contrario di Excalibur, estratta dalla roccia (almeno in alcune versioni del mito) da Artù, la Durlindana finisce la sua gloriosa carriera, non si sa bene come, incastrata in una parete rocciosa verticale, in uno sperduto villaggio francese : Rocamadour 


 Prima di allora era stata l’arma indistruttibile del più valoroso dei paladini di Carlo Magno, Orlando (o Rolando), l’eroico cavaliere protagonista della Chanson de Roland. 

 In realtà Orlando non è una figura leggendaria: prefetto della marca di Bretagna morì veramente nella battaglia di Roncisvalle (778 d.C.). 
Di lui, come persona reale, si sa ben poco, ma in compenso è diventato il protagonista di molte storie medioevali del ciclo carolingio, nelle quali si dice che è nipote di Carlo Magno, e addirittura il più valoroso dei Dodici Pari, ovvero i migliori guerrieri della corte imperiale. 

 E se non è leggendaria la battaglia di Roncisvalle, la narrazione che ne viene fatta nella Chanson è totalmente romanzata.
 I nemici, che nella realtà erano baschi, nel racconto epico diventano saraceni, ovvero musulmani da combattere a costo della vita, per la sopravvivenza della cristianità.

 Nella retroguardia, pur di non richiamare l’esercito di Carlo Magno, Orlando muore, non colpito da un nemico, ma per aver suonato con troppa forza il suo olifante. 
Ma solo quando, ormai ridotti in tre sopravvissuti, si decide ad avvisare l’imperatore della tragica disfatta, non per invocare soccorso (che sarebbe stato disonorevole), ma per consentire alle forze cristiane di annientare quelle musulmane.


E morendo si preoccupa della sua preziosa e potente spada, la Durlindana: preziosa perché contiene sacre reliquie (un dente di San Pietro, sangue di San Basilio, capelli di San Dionigi e un lembo della veste di Maria) e potente perché indistruttibile.

 Nelle storie del ciclo carolingio non è ben chiara quale fosse l’origine della spada, ma pare fosse stata forgiata dal mitico Weland, fabbro che compare nelle leggende nordiche.

 Nella Chanson de Roland invece, la Durlindana viene consegnata addirittura da un angelo a Carlo Magno, che poi ne fa dono al paladino più valoroso, il nipote Orlando.


Nel racconto medioevale, Orlando tenta di distruggere la spada per non farla cadere nelle mani dei nemici, lanciandola contro un costone di roccia.

 La Durlindana rimane intatta, ma in compenso si rompe la roccia


L’eroico cavaliere allora decide di nascondere la spada sotto il suo corpo, quando ormai arrivato allo stremo, si accascia sul terreno in attesa della morte, che puntuale arriva insieme a uno stuolo di angeli che lo portano in cielo. 

 Per non si sa quali vie misteriose, la straordinaria Durlindana sarebbe poi finita incastrata in una roccia di Rocamadour, pittoresco villaggio dell’Occitania, dove oggi è legata a una catena per evitarne il furto.


 Fonte: vanillamagazine

domenica 1 settembre 2019

Il “sesto senso” del piccione viaggiatore


I piccioni viaggiatori, i cosiddetti "postini del cielo", furono protagonisti del mondo delle comunicazioni fin dall'antichità. Merito delle loro prestazioni, impensabili per qualsiasi altro servizio che sfruttasse spedizioni via terra: riuscivano a coprire in una sola giornata oltre 900 chilometri, all’incirca la distanza aerea tra Roma e Praga.

 L’uso dei piccioni viaggiatori si diffuse già nell’antico Egitto (all’incirca dal 2900 a. C.), soprattutto in ambito militare per il recapito dei messaggi dai fronti di guerra. 


 L'uso dei colombi viaggiatori iniziò quando ci si rese conto che era possibile sfruttare una loro particolarissima caratteristica: l’istinto che li induce a far ritorno, se allontanati, al luogo in cui sono nati. Scoperto ciò, i primi allevatori dovettero soltanto affinare le tecniche di allevamento dei piccioni, con un lungo processo di selezione e incroci di razze.


I centri di allevamento oltre che in Egitto sorsero in Cina, in India e in Persia, e ben presto i piccioni viaggiatori si affermarono anche nel mondo greco.

 Questa particolare “posta aerea” si tramandò poi all’epoca romana e medioevale: nel XII secolo si stabilì un regolare servizio di colombi viaggiatori tra Baghdad e la Siria, mentre durante le Crociate i Saraceni lo usarono per scambiarsi informazioni sui movimenti degli eserciti cristiani.


 L'epoca d'oro di questi volatili in ambito bellico fu però durante l’assedio di Parigi del 1870-1871 (guerra franco-prussiana), quando i francesi poterono comunicare con l’esterno della città solo grazie ai fidi volatili. 
A partire da allora i colombi vennero arruolati da quasi tutti gli eserciti del mondo.


 Diedero il loro meglio nelle due guerre mondiali, quando molti di loro divennero vere celebrità.
 Nel primo conflitto ai colombi furono affidate le comunicazioni tra le forze alleate (opposte ai tedeschi) in particolare nella battaglia della Marna (1914) e nell’offensiva delle Argonne (1918).




I volatili-spia contribuirono, tra le altre cose, all’organizzazione dello sbarco in Normandia (6 giugno 1944).

 L’evento fu annunciato in Inghilterra da un colombo che riuscì a beffare le misure anti-piccioni tedesche. 
Questo e altri suoi compagni di specie furono insigniti della Dickin Medal, una medaglia speciale legata a un premio nato nel 1943 (su idea della veterinaria Maria Dickin) per onorare la categoria degli “animali soldato”. 
Alle eroiche gesta di questi piccioni sono stati dedicati perfino monumenti in numerose città, tra le quali Bruxelles, dove si trova il Monument au Pigeon-Soldat.


Nei primi decenni del Novecento i colombi cominciarono poi ad affiancare al ruolo di postini anche quello di ricognitori e reporter. L’idea era semplice. 
I pennuti venivano dotati di una minuscola macchina fotografica, fissata al petto con un sistema di cinghie e programmata con un timer per scattare foto in sequenza lungo la rotta. 
Il vantaggio rispetto ad altre tecnologie (come gli aquiloni o i palloni aerostatici) era di poter volare a quote relativamente basse e ottenere scatti dettagliati senza essere intercettati.


Ai nostri giorni vi è persino chi, nell’era della comunicazione digitale e delle fughe di notizie sul Web, sostiene che in certi casi i colombi potrebbero tornare a essere usati. 
Anche se più lenti di mail e chat, assicurano, da sempre, un ottimo livello di privacy. 

Del resto chi, oggi, penserebbe a sguinzagliare rapaci nei cieli, a caccia di “postini volanti”? 

 Fonte: focus.it

giovedì 29 agosto 2019

Riemerge dalle acque l’antica Stonehenge spagnola sommersa da Franco con una diga


Un’antica Stonehenge molto simile a quella inglese, è riemersa sulle rive del Tago in Spagna, ma il rischio è che il cosiddetto tesoro di Guadalperal possa di nuovo essere sommerso se non si prenderanno al più presto seri provvedimenti per preservarlo.


 Il sito era scomparso dopo la costruzione di una diga nel 1963 ordinata da Franco.



Gli abitanti di Peraleda de la Mata (Cáceres) avevano sentito parlare di una serie di pietre antiche a pochi chilometri da casa loro, ma mai e poi mai avrebbero immaginato che quello che hanno ribattezzato come il tesoro di Guadalperal, immaginandolo come qualcosa di unico, riaffiorasse così da un momento all’altro. 

 Adesso sotto quella diga prosciugata in maniera temporanea è venuto alla luce questo complesso megalitico risalente all’età del bronzo.
 114 pietre con camera ovale di cinque metri di diametro e un corridoio di 21 metri di lunghezza che restituiscono al sito il nome originale, ovvero i Dolmen del Guadalperal, danneggiati circa due millenni fa da soldati romani.


Il primo a interessarsi di questa Stonehenge spagnola era stato tra il 1925 e il 1927, il geologo e archeologo tedesco Hugo Obermaier che aveva condotto alcuni scavi nella zona scoprendo questo tesoro.
 Obermaier,aveva trovato numerosi oggetti esposti attualmente in un museo di Monaco di Baviera.

Ma dopo con la costruzione della diga voluta dal generale Franco, il complesso megalitico era stato travolto dall’acqua. 

 In alcuni dei megaliti sono scolpiti i serpenti stilizzati come simbolo di protezione, esattamente come in quelli inglesi, esteticamente invece sono pensati come templi del culto del sole e formula di sepoltura a cielo aperto.

 “Pensiamo che il Dolmen di Guadalperal avesse la funzione di centro commerciale e culturale della zona”, spiega Ángel Castaño. “Ma potrebbe anche avere un altro compito importante: proteggere il passaggio di Vega de Alarza”.

La cosa sorprendente è che il sito è emerso nella sua interezza anche se purtroppo le pietre mostrano segni di deterioramento. 

E’ per questo che, temendo che vengano di nuovo sommersi, l’Associazione Culturale Radici di Peraleda vorrebbe farli trasferire per preservarli. 
 “Dopo tutti questi decenni sott’acqua, le pietre hanno iniziato a deteriorarsi: il granito è più poroso, sono comparse delle crepe e altri pezzi sono caduti a terra”, afferma Angel Castaño, presidente dell’associazione.“Ci adopereremo per salvare questa eredità. Vogliamo valorizzare questo monumento per promuovere il turismo, per trasferirlo ma senza separarlo dal suo contesto. 
Fino ad adesso, non vi è stato alcun interesse da parte delle autorità o di chiunque altro”.

 Dominella Trunfio

mercoledì 28 agosto 2019

Il relitto del Titanic è in pericolo


Il Titanic è affondato nell'Oceano Atlantico dopo essersi scontrato con un iceberg nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1912.
 Il suo relitto, che era già leggendario prima che il film con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet ammantasse la tragedia di un ulteriore strato di romanticismo, riposa da allora a una profondità di circa 3800 metri, 600 km a sud ell'isola canadese di Terranova. 

Il relitto giace diviso in due pezzi principali, a circa 600 metri l'uno dall'altro. 

 Per quasi un secolo dal momento del naufragio si è discusso della possibilità di recuperare il relitto, ma il tentativo principale è fallito nel 1996.


 Recentemente un team internazionale di esploratori di acque profonde e scienziati guidati da Caladan Oceanic ha visitato il relitto per la prima volta da 14 anni, attraverso 5 diverse immersioni in 8 giorni all'inizio di agosto 2019. Il team ha usato telecamere modificate appositamente per adattarsi alla struttura del relitto, e i risultati delle ricerche verranno pubblicati insieme a un documentario della Atlantic Productions a Londra.




Purtroppo però l'esplorazione non porta buone notizie: il team ha scoperto che dopo oltre un secolo nella gelida acqua di profondità alla temperatura di circa 1 grado, il relitto è diventato vulnerabile dai vortici ed è sottoposto all'usura di correnti marine in continua variazione. 
Sale, batteri e corrente stanno avendo sul relitto un effetto peggiore del previsto. 

Uno "scioccante deterioramento" è stato osservato negli alloggi degli ufficiali, dove il capitano aveva le sue stanze. 
"La vasca da bagno del Capitano era una delle immagini preferite degli appassionati del Titanic e ora non c'è più", afferma Parks Stephenson, storico del Titanic. "e il deterioramento continuerà ad avanzare. ”


Sul sito la squadra ha deposto una ghirlanda e tenuto una breve cerimonia in onore delle vittime del 1912.

 A breve potrebbe crollare anche il tetto del salone di prua, oscurando gli interni della nave.

 La natura sta facendo il suo corso e non ci sono elementi che facciano sperare che il processo rallenti o si fermi.

 Fonte:esquire.com

lunedì 26 agosto 2019

Un antico quartiere di Atene ai piedi dell’Acropoli


Passeggiare in un antico quartiere ateniese sopravvissuto dall'età classica ai tempi bizantini.

 Il Museo dell'Acropoli della Grecia ha recentemente aperto il sito di scavi archeologici che si trova proprio sotto all'edificio progettato dall’archistar Bernard Tschumi, situato ai piedi della collina dell’Acropoli.

 La nuova area è stata aperta per celebrare i dieci anni del museo, che ospita tanti capolavori dell'antichità greca.
 Ma non stiamo parlando di una tradizionale ala museale, bensì di un vero e proprio quartiere fatto di case, cortili, strade, botteghe, bagni di lussuose dimore, tombe, pozzi e sistemi di drenaggio, scoperte durante i lavori di costruzione del palazzo.


Per preservare i ritrovamenti, il museo soprastante «galleggia» su dei pilastri di cemento.
 E ora «i visitatori possono scendere fino alle fondamenta per ammirare le antiche rovine della città di Atene, in particolare nell'area a sud dell'Acropoli», ha spiegato il direttore del museo, Dimitris Pantermalis. 

Lo scavo archeologico mostra i resti di un antico quartiere ateniese, «la maggior parte di epoca romana e bizantina, ma alcuni risalgono anche all’Atene classica».






Fra le strutture riportate alla luce c'è anche quello che resta della dimora di un ricco ateniese, risalente al VI secolo dopo Cristo, con i suoi sontuosi pavimenti a mosaico e la camera in cui gli ospiti potevano stare al caldo prima o dopo un tuffo in piscina. 

«Speriamo di presentare presto anche i reperti raccolti durante lo scavo, per offrire ai visitatori un quadro completo della vita quotidiana dell'antica Atene». 


Un affascinante viaggio nel tempo e nella vita quotidiana delle persone che hanno vissuto all'ombra dell'Acropoli per oltre 4.500 anni.

 Fonte: lastampa
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