venerdì 11 giugno 2021

La bellissima leggenda della grotta Zinzulusa del Salento


 La grotta Zinzulusa è tra le dieci più importanti al mondo, al suo interno si spalanca un meraviglioso paradiso fatto di laghetti, formazioni calcaree, stalattiti e stalagmiti. 

Un nome curioso che deriva dal dialetto popolare salentino dove gli zinzuli sono gli stracci. 

La leggenda vede nelle numerose stalattiti e stalagmiti proprio le sembianze di stracci di un abito logoro.

La grotta Zinzulusa è stata scoperta nel 1793 dal vescovo locale Antonio Francesco del Duca, ma è stata esplorata dopo gli anni Cinquanta per studiarne le origini e la conformazione.

Nata da un fenomeno carsico risalente al periodo preistorico, la grotta è caratteristica per via delle sue curiose forme create dall’erosione. Un esempio? I visitatori potranno ammirare sentinelle, cascate, un’aquila, un presepe.

 Bellissimi anche i dintorni, con coste dirupate, acque limpidissime e incantevoli insenature che sembrano scolpite a mano.


Un fenomeno che troviamo in molte sorgenti di acqua dolce che si mescolano con il mare e rendono l’acqua particolarmente fredda all’interno della grotta.

 Il colore è di un azzurro-verde intenso.

La grotta è lunga 160 metri ed è costituita da tre parti.

 La prima è la Conca, una caverna con base ellittica che si apre verso il tratto più lungo della Zinzulusa, detto Corridoio delle Meraviglie. Qui ci sono le formazioni stalattitiche e stalagmitiche che impreziosiscono le pareti e alcune, per la loro straordinaria somiglianza con alcuni oggetti, hanno dei nomi curiosi, come ad esempio, Prosciutto, Pulpito, Spada di Damocle.


Lungo il corridoio si trova un altro laghetto, chiamato Trabocchetto che porta al secondo tratto: la Cripta (conosciuta anche come Duomo), una caverna di dimensioni ridotte e ricca di colonne calcaree. 

Questa caverna è alta ben 25 metri ed è stata un tempo rifugio di centinaia di pipistrelli che l’hanno abitata per molti secoli. Infine si raggiunge il Cocito, un piccolo bacino chiuso che si è così trasformato in un sistema ipogeo subacqueo.



La tradizione popolare narra che un tempo, vicino al luogo, vivesse il Barone di Castro, signore delle terre attorno al paese, un personaggio crudele e malvagio, nonché ricchissimo, il quale per la sua cattiveria lasciò morire la moglie di dolore e faceva vestire la povera figlioletta solo di stracci. 

La sua avarizia e cupidigia erano tali che, nonostante la grande quantità di denaro della quale era fornito, egli preferiva accumulare beni piuttosto che spendere qualche soldo per vestire la figlia.

La bambina, mancando delle cure e dell’amore paterno e materno, cresceva cupa e triste. 

Un giorno però una fata buona si presentò al cospetto della bimba, e le donò un vestito stupendo, stracciando quello vecchio e logoro che indossava.

 Gli stracci (in dialetto zinzuli) volarono insieme al vento fino ad adagiarsi sulle pareti della grotta, dove si pietrificarono. Da quel momento, la grotta, appunto perché le sue estremità erano ornate da quegli stracci di vestiti, venne chiamata Zinzulusa.

Il Barone invece venne scagliato dalla fata nel profondo delle acqua sottostanti alla grotta, e laddove egli si adagiò, scaturirono dal fondo marino delle acque infernali, creando il laghetto chiamato Cocito; secondo la leggenda, i crostacei che assistettero a tale avvenimento rimasero accecati per sempre. Invece la bambina si sposò con un principe ricco e buono, e la sua vita cambiò per sempre.



giovedì 3 giugno 2021

L’origine delle Teste di Moro: una storia tra gelosia e passione


 Qualsiasi siciliano, passeggiando per le vie della propria città o del proprio paese, si sarà imbattuto almeno una volta nella vita nelle Teste di Moro, cioè quei vasi ornamentali di ceramica dipinti a mano che raffigurano il volto di un uomo e di una donna.

Questi vasi, emblema della cultura e dell’arte siciliana, non nascono da un sorprendente estro creativo da parte degli artigiani siculi, ma sono il frutto di una leggenda propagata nel corso dei secoli.

 Dietro alle Teste di Moro, in siciliano note anche come Graste, si nasconde una storia d’amore fatta di passione, tradimenti, gelosia e sfociata nella vendetta.


Si narra che intorno all’anno 1000, durante la dominazione dei Mori in Sicilia, nel quartiere arabo Kalsa (nel cuore di Palermo) viveva una bellissima fanciulla che passava le sue giornate dedicandosi alla cura delle sue piante.

 Un giorno, dall’alto della sua rigogliosa balconata, venne notata da un Moro che stava passando da quelle parti.

Questo, non appena la vide, se ne invaghì immediatamente e non esitò un attimo a dichiarargli il suo amore. La ragazza, colpita da tale dichiarazione, ricambiò con passione il sentimento del Moro, ma la loro storia iniziata con tanto ardore era destinata ad una vita breve. Ben presto la giovane scoprì che il suo amato doveva fare ritorno in Oriente dove ad attenderlo c’erano moglie e figli.

Nel cuore della notte, sentitasi tradita ed umiliata, la ragazza si abbandonò ad un momento di gelosia e ira funesta uccidendo il suo Moro mentre stava dormendo.

 Successivamente ne tagliò la testa e vi creò una sorta di vaso in cui piantò all’interno un germoglio di basilico di cui si prese cura giorno per giorno.

 Grazie al suo inebriante profumo, la pianta di basilico, considerata l’erba dei re (dal greco Basilikos),  raccolse l’invidia dei vicini della fanciulla che non persero tempo a realizzare vasi in terracotta con le stesse fattezze della Testa di Moro.

Oggi le Teste di Moro sono riprodotte quasi sempre in coppia. Entrambi i vasi, che sul capo tengono una corona e un turbante che richiama all’Oriente, sono riccamente ornati con gioielli, fiori e agrumi. 

Fonte: liveuniversity.it

lunedì 31 maggio 2021

Il Villaggio degli Gnomi a San Candido


 Casette in miniatura, rigorosamente in legno grezzo, con porticine che permettono ai bambini di entrare a curiosare, di giocare nelle diverse ambientazioni. 

La cucina per preparare i pasti, il laboratorio dove costruire, l’angolo pittura per disegnare, una chiesetta con banchi e campanile per suonare le campane.

E poi ancora staccionate, casette sugli alberi raggiungibili con ponticelli di corde e scalette, un castello sospeso fra i rami d’ un albero a guardia del villaggio, un castello in miniatura simile ai tanti castelli che un tempo presidiavano la valle e che ancora oggi si ergono a testimonianza di antiche glorie.

Questo è il Villaggio degli Gnomi di San Candido, inaugurato nell’estate 2018 ai piedi del Monte Baranci, un luogo per giocare nella natura, di fronte a vette dolomitiche, nato dal desiderio  di riprodurre l’ ambiente di vita degli gnomi, protagonisti, insieme al Gigante Baranci, di un’ antica leggenda.


Baranci, da bambino, bevve da una fonte magica ed acquisì una forza sovrumana, diventando un gigante buono.

Aiutò, con la sua smisurata forza, gli abitanti di San Candido a trasportare a valle i massi tolti alla montagna per costruire la Collegiata del paese.

Gli gnomi della montagna lo aiutarono in questa impresa ed oggi proprio a loro è dedicato il delizioso villaggio, ulteriore piacevole testimonianza  di come sia possibile coniugare tradizioni, artigianato, eco sostenibilità, per creare piccoli mondi dedicati al gioco dei più piccoli, in contesti naturali di una bellezza unica.

Il Villaggio degli Gnomi a San Candido è raggiungibile con la seggiovia che sale sul Monte Baranci.


Appena scesi dalla seggiovia c’è tutto ciò che occorre per trascorrere una giornata nel verde, tra giochi e panorama:

rifugio, parco giochi, laghetti a forma di impronte giganti dove rinfrescarsi con percorso kneipp, sdraio e prati dove correre e giocare e questo splendido villaggio dedicato ai piccoli aiutanti del Gigante buono.

Fonte: playgroundaroundthecorner.com

martedì 25 maggio 2021

Camera delle meraviglie, la misteriosa stanza dipinta di blu scoperta (per caso) in un appartamento di Palermo


 Palermo c’è un luogo speciale, scoperto per caso da una coppia di giornalisti che, nel 2013, acquistò casa in un palazzo del centro storico. Nessuno di loro immaginava cosa si nascondesse dietro quelle pareti. Ma un giorno, grazie a un’infiltrazione d’acqua che iniziò a sgretolare l’intonaco, venne alla luce la cosiddetta “Camera delle meraviglie“, una stanza blu decorata con magnifici caratteri arabi.


Grazie al restauro curato da Franco Fazio, sono riemerse scritte arabe in argento con cornice dorata, una volta dipinta, decorazioni sulle porte nascoste sotto strati e strati di vernice. Una frase in particolare ricorre ovunque, “Quello che Dio vuole accade, quello che Dio non vuole non accade”.

Le pareti della stanza blu nascondono persino una melodia musicale, come ha intuito il percussionista Giuseppe Mazzamuto riconoscendone le note. Misteriosa melodia che si può leggere e suonare sia da destra verso sinistra che da sinistra verso destra. 



La cosa curiosa è che ancora oggi non si sa con precisione a cosa servisse. 

Si è ipotizzato fosse la casa di un mercante, un luogo adibito alla preghiera o al relax. 

Secondo l’Istituto di Lingue Orientali e Asiatiche dell’Università di Bonn potrebbe trattarsi di una camera magica dove si svolgevano riti iniziatici legati alla massoneria, ipotesi questa formulata dagli studiosi dell’Istituto di Lingue orientali e asiatiche dell’Università di Bonn.  In ogni caso le sue origini rimangono un mistero. 

Di qui, nel frattempo, sono passati Vittorio Sgarbi, che ne è rimasto impressionato, Ezio Bosso, Fareed Al Kothani, presidente per l’Europa della Lega islamica mondiale. E molti altri. 


venerdì 21 maggio 2021

Nuova scoperta archeologica in Egitto: rinvenute 250 tombe risalenti a 4.200 anni fa


 Sono circa 250 le antichissime tombe rinvenute in questi giorni in Egitto.

 L’affascinante scoperta è avvenuta presso la necropoli di Al Hamdiya, nella provincia egiziana di Sohag, sulla riva orientale del Nilo. Qui gli archeologi hanno portato alla luce tombe scavate nella roccia risalenti a 4.200 anni fa, nello specifico alla fine dell’Antico Regno e del Periodo tolemaico. 

A dare l’annuncio dell’ennesimo emozionante ritrovamento il Ministero del Turismo e delle Antichità del Paese. Alcune delle tombe appena rinvenute sono a pozzo, mentre altre hanno una rampa che termina con una camera funeraria. 

Ad incuriosire maggiormente gli archeologi è stata una tomba in particolare (risalente alla fine dell’Antico Regno) che – come spiegato dal Segretario generale del Consiglio supremo delle antichità Mustafa Waziri – presenta una “porta immaginaria con i resti di iscrizioni geroglifiche”.

Inoltre, nel sepolcro sono state trovate anche scene raffiguranti il defunto intento a compiere dei sacrifici e un gruppo di persone che fa offerte per i defunti. 


Oltre alle tombe, sono emersi anche numerosi vasi di ceramica, alcuni dei quali venivano usati nella vita quotidiana, e piccoli capolavori noti come “vot”, ovvero vasi sferici in miniatura con residui di rivestimento giallastro all’esterno. 

Gli archeologi hanno anche portato alla luce diversi vasi di alabastro di piccole dimensioni, i resti di uno specchio rotondo di metallo e ossa appartenenti sia ad esseri umani che ad animali.

 Tra i ritrovamenti ci sono anche dei pezzi di calcare riportanti alcune iscrizioni che rappresenterebbero dipinti funerari dei proprietari di tombe, risalenti alla fine della VI Dinastia, detta anche Antico Regno. 




mercoledì 19 maggio 2021

La leggenda del cimitero degli elefanti


 Già nell’800 e nel ‘900, quando l’esplorazione del continente africano si andò intensificando, schiere di avventurieri ed esploratori europei si spingevano nel folto della savana o della giungla africana, in cerca di questo luogo mitologico dove si narrava che, fra gli scheletri dei giganteschi pachidermi, si potessero trovare montagne di avorio e quindi ingenti ricchezze per chi ne entrava in possesso.

Fra le altre cose, è stata soprattutto Hollywood a rendere famoso il mito: non solo grazie al ‘Il re leone’, ma anche grazie a due film precedenti usciti negli anni ’30: ‘Tarzan, l’uomo scimmia’ e ‘Trader Horn’. In entrambe le pellicole degli esploratori si recavano alla ricerca di questo luogo leggendario.


Il mito si fonda sul fatto che gli elefanti riescano a capire istintivamente quando sta per sopraggiungere l’ora della loro morte e, per questo motivo, decidano di separarsi dal gruppo per raggiungere questo luogo di riposo eterno da cui, secondo la leggenda, si sentono attratti.

Ed è per questo motivo che nel corso dei secoli gli esploratori si sono avventurati nei recessi profondi dell’Africa, sperando di trovare questo cimitero che diventava una specie di El Dorado africana.

La verità, però, è che molti di questi non solo tornavano a mani vuote, ma a volte non tornavano affatto. Inoltre, alcuni di loro, raccontavano anche di aver provato a seguire gli elefanti più anziani nella speranza di giungere al cimitero.

Stando ai loro racconti avevano provato per giorni o addirittura settimane a seguire i pachidermi che però, astutamente, secondo loro, li facevano girare in cerchio appositamente e senza mai portarli nel luogo sperato. 

Questo ovviamente, ha fatto aumentare l’alone di mistero sulla leggenda.

Altre leggende parlano di misteriosi guardiani messi a protezione di questo luogo.

Il cimitero degli elefanti, infatti, secondo alcune storie e tradizioni africane tramandate dalle popolazioni indigene, viene visto come un luogo sacro in cui solo pochi eletti possono entrare.

Ed è proprio per evitare che chiunque si avvicini e profani la sacralità del luogo, considerato quasi mistico, che pare ci siano dei guardiani. 

Costoro, in alcune versioni della storia, sono umani (siano essi sciamani, stregoni o semplici guerrieri), in altre elefanti o, altre ancora, terribili creature.

Ed è da qui che si sono originate altre speculazioni: secondo alcuni, infatti, gli esploratori che si sono perduti e non sono più tornati indietro sono stati catturati o uccisi proprio da queste misteriose guardie.

Un’altra versione ancora più straordinaria e bizzarra della storia dice che, all’interno del cimitero, pare sia nascosto un libro magico contenente la soluzione che potrà porre fine a tutte le guerre.


Ogni leggenda che si rispetti ha un minimo di fondo di verità. È infatti, senza dubbio vero, che, molto spesso, nel corso dei secoli, durante alcuni scavi, gruppi di studiosi ed archeologi si sono imbattuti in gruppi di scheletri di elefanti tutti ritrovati nel medesimo luogo. Proprio questo non ha fatto altro che aumentare le ipotesi sulla possibile esistenza di un sacro cimitero degli elefanti.

Volendo fare un esempio, uno dei ritrovamenti di gruppi di scheletri, che ha intensificato il mito, è quello di un gruppo di 27 scheletri di Elefante dalle zanne dritte ( una specie di pachiderma estinto e risalente al Pleistocene) in uno scavo nella Sassonia.

Tuttavia, per quanto sia effettivamente vero che ci sono stati ritrovamenti simili, è altrettanto vero che di spiegazioni razionali a riguardo gli scienziati sono riusciti a darne molteplici.

Innanzitutto gli elefanti più vecchi, solitamente, hanno i denti molto più consumati rispetto a quelli dei pachidermi più giovani. Proprio per tale motivo preferiscono fermarsi dove l’acqua e il cibo sono più facili da trovare.

 Questo spiegherebbe perché, molto spesso, ci sono stati ritrovamenti di scheletri in gruppo nello stesso posto.

Secondo altri studiosi, un’altra ipotesi molto probabile è che si potrebbe trattare di gruppi di elefanti massacrati dall’uomo stesso per impadronirsi dell’avorio delle zanne.

Altra spiegazione ulteriore, che giustificherebbe l’alimentarsi del mito, è dovuta al comportamento degli elefanti stessi di fronte alla morte.

Secondo alcuni studi, infatti, è stato dimostrato che gli elefanti “piangono” la morte dei loro simili. Sembra, infatti, che dopo la morte di un elefante, tutti gli altri continuino ad interagire con la carcassa del defunto, anche per lungo tempo, toccandola con la proboscide.

Gli scienziati hanno inoltre osservato che, quando un elefante muore e si accascia a terra, subito tutti gli altri accorrono attorno e provano a sollevarlo e a smuoverlo emettendo anche piccoli barriti. Altre volte è stato persino osservato alcuni pachidermi tentare di “seppellire” le carcasse cospargendole di terra.


Questo tipo di abitudini potrebbero ulteriormente aver aumentato  speculazioni e racconti immaginari sulla leggenda di un fantomatico e sacro cimitero degli elefanti.

 La cosa certa è che, come tutte le leggende e gli enigmi antichi, continuerà ad affascinare generazioni di persone per molto tempo ancora.

Fonte: vanillamagazine.it

giovedì 13 maggio 2021

Il lago di Tovel, gioiello naturalistico del Trentino


 Il lago di Tovel, situato nel cuore della Val di Non ad un’altitudine di 1178 metri, è uno dei tesori naturalistici del Parco Naturale Adamello-Brenta, la più vasta area protetta del Trentino. 

Questo incantevole specchio d’acqua, circondato da un fitto bosco di conifere incastonato ai piedi delle maestose cime delle Dolomiti di Brenta, misura una superficie di circa 360 mila metri quadrati e una profondità massima di 39 metri.


Il lago di Tovel, oltre ad essere una riserva idrica importantissima, è principalmente conosciuto con il soprannome di Lago Rosso per l’inspiegabile fenomeno di arrossamento delle sue acque durante il periodo estivo.

 Ogni estate, quando la temperatura dell’acqua saliva, il lago si tingeva di un rosso intenso, un evento insolito che per molti anni ha affascinato e incuriosito i turisti di tutto il mondo dando vita alle più svariate ipotesi. 

Dopo molte ricerche si è finalmente scoperto che il misterioso fenomeno era dovuto all’azione della Tovellia Sanguinea, una particolare alga che durante le ore più calde del giorno rilascia un olio ricco di carotenoidi.

 L’ultima vivace colorazione si è verificata nel 1964, per poi attenuarsi e sparire definitivamente intorno al 1980.


Recenti studi hanno stabilito che il mancato arrossamento del lago è probabilmente dovuto alla scomparsa delle mandrie di bovini che un tempo pascolavano nelle vicinanze del lago. La mancanza del carico organico, ricco di azoto e fosforo, prodotto dagli animali contribuiva alla riproduzione dell’alga.

 Oggi la Tovellia Sanguinea non fiorisce più, ma il lago continua a mantenere il suo fascino, caratterizzato da accese tonalità di blu e verde smeraldo, fino ad assumere una colorazione turchese sulla riva sabbiosa, tanto da renderla simile alle spiagge dei tropici e assegnargli il nuovo appellativo di “Caraibi del Trentino”.

Fonte: mybestplace

lunedì 10 maggio 2021

Lake McDonald: il lago arcobaleno del Montana


 Non è la location di un film fantasy ma un lago del Montata quello che si tinge di un caleidoscopio di colori grazie alle fredde temperature che non fanno crescere le alghe e i ciottoli che lo trasformano in un vero e proprio lago arcobaleno.

Trovarsi al tramonto a visitare Lake McDonald, poi, consente di apprezzarne il tripudio di cromie rese ancora più suggestive dai raggi radenti del sole.

Lake McDonald è il più grande dei laghi del Glacier National Park, un immenso parco che si trova nello stato nordamericano del Montana, si colloca al confine con il Canada e ospita oltre 700 laghi di natura e dimensioni straordinarie, di cui solo 131 hanno un nome.

Circa 200 di questi laghi hanno una superficie di oltre 5 acri mentre una dozzina supera le migliaia di acri, cosa insolita per i laghi montani. Un’altra delle singolarità di questi laghi è che le acque sono tutte particolarmente limpide, caratteristica questa non comune nelle acque lacustri. 

Questo fenomeno è dovuto alle basse temperature delle acque che inibiscono la crescita dei plancton e delle alghe.

Tra questi laghi spesso con il fondale ricoperto da ciottoli vi è il Lake McDonald che si trova nella zona ovest del parco e con i suoi oltre 27 chilometri quadrati di superficie, è il più grande di tutti gli specchi d’acqua che si trovano all’interno del Parco. E’ anche il più lungo, con i suoi 15 chilometri e il più profondo grazie ai suoi 141 metri.


Dall’acqua limpida che riflette il cielo blu, traspare il caleidoscopio di colori dei ciottoli che danno a questo luogo le sembianze di un lago arcobaleno: i visitatori scorgono le sfumature del verde e del blu, del rosso e dell’arancio e ancora del giallo e del marrone, del bianco e del grigio.

Quando i ghiacciai si sono formati in questi luoghi, le rocce sono state frantumate in piccoli frammenti, consentendo ai fiumi di spazzarle via. Molti di questi frammenti si sono depositati sui laghi e sui “catrami”, ossia i laghi formatisi riempiendo i fondali degli anfiteatri ghiacciati e l’erosione dell’acqua ha completato l’opera trasformandoli nei ciottoli levigati che oggi è possibile ammirare.


I ciottoli del lago arcobaleno si sono formati dunque in diverse epoche e le varie cromie sono determinate, tra gli altri fattori, dalla presenza o meno di ferro.
Le rocce di colore rosso acceso, ad esempio, si trovavano lungo il sentiero del ghiacciaio del Grinnel e si sono depositate in un ambiente oceanico poco profondo dove il ferro si è ossidato grazie all’esposizione all’aria determinata dalle maree. 

Su queste rocce si possono anche notare segni di ondulazione oppure antiche linee di crepe di fango.

Le rocce di colore verde sono quelle che si sono formate in acque più profonde rispetto alle rocce rosse e sebbene il quantitativo di minerali di ferro si equivalente, non hanno subito la stessa esposizione all’ossigeno e quindi l’ossidazione è rimasta limitata.

Fonte: meteoweb.eu

lunedì 3 maggio 2021

Castello di Sperlinga, una leggenda scavata nella roccia


 castelli della Sicilia sono una fonte inesauribile di storia e aneddoti interessanti.

 Tra queste storiche mura si sono consumati avvenimenti di ogni genere, alcuni dei quali diventati leggenda.

 Molti di essi rappresentano esempi unici per tecnica costruttiva, proprio come l’edificio che visitiamo oggi. Per conoscerlo, dobbiamo fare tappa in provincia di Enna, in un paese che si caratterizza per la sua stessa natura.

 Il Castello di Sperlinga è il simbolo più prestigioso di un territorio comunale costellato di grotte scavate nella roccia arenaria.

 Nota in passato come “regale dimora rupestre” e scavata in una gigantesca mole d’arenaria, Sperlinga prende il suo nome dal termine greco che indica “spelonca”, “grotta”. Come abbiamo già detto, il castello è simbolo per eccellenza della cittadina: a renderlo unico sono le sue caratteristiche e la leggenda ad esso legata.



L’inizio dei lavori per l’edificazione del Castello di Sperlinga risalgono a un periodo compreso tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII.

 Lo storico Michele Amari ne “La guerra del vespro siciliano”, individua alcuni documenti che avvalorano la tesi secondo cui i soldati angioini a Sperlinga capeggiati da “Petro de Alemanno o Lemanno”, resistettero nel 1283 per quasi un anno all’ esercito aragonese. 

Il Castello, in quel periodo, era di proprietà dello stesso Petro de Lemanno che attese invano gli aiuti angioini. I soldati di Carlo I d’Angiò trovarono quindi rifugio, dentro la sua struttura interamente scavata nella roccia. Proprio la struttura conferisce magia e misticismo a questi luoghi. 

È come entrare in un altro mondo, in cui nulla è decorazione e tutto ha qualcosa da raccontare.


Ancora ci si chiede come sia stato possibile scavare questa dura roccia per ricavare le diverse stanze che compongono il castello, su cui si tramandano numerose leggende secolari. Terminato il conflitto, il castello fu assegnato alla famiglia Ventimiglia, che lo ebbe per circa due secoli. Giovanni Forti Natoli lo comprò nel 1597. Filippo IV concesse per lui e per i suoi discendenti, il titolo di principe e il privilegio di “potervi fabbricare terre”. Intorno al castello crebbe un centro commerciale che interessò tutto il territorio circostante. La proprietà passò poi al figlio Francesco Natoli e Orioles. Venne acquistato dalla famiglia Oneto, nel 1862 passò alla famiglia del barone Nunzio Nicosia, che lo cedette nel 1973 al comune di Sperlinga.

Una storia ricca, dunque, arricchita da una leggenda legata ai Vespri Siciliani. La rivolta scoppiò a Palermo nel 1282 contro la dinastia francese degli Angioini. Si narra che i soldati fuggitivi, che si camuffavano tra gli isolani venivano scoperti con un ingegnoso stratagemma. Venivano loro mostrati dei ceci e gli veniva chiesto di pronunciarne il nome. Essendo “ciciri“, la pronuncia di questa parola in lingua siciliana veniva loro difficile (dicevano “scisciri”) e venivano immediatamente uccisi.

Nella seconda porta di ingresso del castello si legge il motto Quod Siculis placuitsola Sperlinga negavit (“Ciò che fu stabilito dai Siciliani, solo Sperlinga lo negò”).

Questa frase è legata al fatto che Sperlinga fu la sola città siciliana che non partecipò al generale moto antifrancese del Vespro. Tra i popolani siciliani veniva soprannominato “Sperlinga” il tipo solitario che non legava bene con i compagni.


Fonte: siciliafan



giovedì 29 aprile 2021

Il Marocco che profuma di fiori: la valle della rosa damascena e la valle dell’argan


 Chi pensa che il Marocco sia un luogo arido e desertico non sa che si tratta di una terra che profuma di fiori, poiché due essenze tra le più famose al mondo trovano in questi luoghi il loro habitat ideale: sono la rosa damascena e l’argan.

Il fortunato visitatore che si trovi durante il mese di maggio nel paese può assistere alla profumata e colorata festa che celebra la raccolta dei petali della rosa di Damasco, ma anche sbirciare tra le fronde degli alberi di Argania Spinosa in cerca delle caprette che si nutrono dei frutti e lasciando cadere a terra il nocciolo consentono la diffusione sin dall’antichità di quello che le donne berbere chiamano l’oro del deserto.


Nelle leggende del Marocco si narra che la profumata rosa di Damasco fu portata in questa terra da un gruppo di pellegrini berberi che ritornavano dalla Mecca.
Un tempo, infatti, queste popolazioni erano solite portare con sé dei semi che avrebbero piantato lungo il cammino.

In un primo momento i roseti fiorirono selvatici oppure vennero piantati dai berberi come elementi divisori tra le varie coltivazioni; poi giunsero i Francesi che intuirono il valore commerciale di quei fiori profumati e iniziarono a coltivarli appositamente.
La rosa damascena ha boccioli delicati e piccoli dotati di 36 petali di un rosa acceso e il profumo diffuso nell’aria è intenso e inebriante.


Durante la primavera, in particolare a maggio, uno spettacolo insolito attende il visitatore che può assistere alla raccolta dei fiori che ogni alba vede approssimarsi le donne alle quali è affidata.
Occorre procedere in questo momento della giornata quando il fiore è appena sbocciato, poiché in questo modo le rose non appassiscono e se ne può conservare intatto il profumo.


Una parte dei petali viene fatta essiccare per creare il pot pourri. Quasi 1000 tonnellate di petali, invece, vengono trasportate in sacchi di iuta presso le due fabbriche di Kelaat M’Gouna e di Souk-el-Khemis. 

Qui vengono lavorati in alambicchi di rame che consentono di estrarne l’olio essenziale che viene utilizzato per produrre cosmetici e profumi ma anche acqua di rosa per i dolci della tradizione culinaria marocchina e da offrire agli ospiti prima di sedersi a tavola.


La valle del M’Gouna è conosciuta proprio come la valle delle rose, è lunga circa 30 chilometri e si staglia ai piedi dell’Ighil M’Goun che con i suoi 4.071 metri torreggia nel cuore dell’alto Atlante centrale. In queste terre il deserto roccioso lascia il passo a valli coltivate e ampiamente irrigate, mentre sui pendii si nascondono centinai di villaggi berberi.

All’Ighil M’Goun deve il suo nome la città di Kelaat M’Gouna, qui si svolge una festa che sancisce il periodo della raccolta delle rose e alla quale partecipano marocchini provenienti da ogni angolo del paese, ma anche numerosi turisti che accorrono ad assistere alla celebrazione della primavera floreale.

Si possono ammirare donne e uomini nei loro abiti tradizionali che non mancano di portare un paio di rose sopra le orecchie; la festa prevede la sfilata di carri, balli, danze e l’elezione della Malika el Ouard, la regina delle rose.


Nella regione del Souss, nella zona sud-occidentale del Marocco, vive un albero endemico preistorico famoso in tutto il mondo: l’Argania spinosa, meglio conosciuto come Argan.
Questa pianta è la seconda più diffusa nel paese e viene solamente dopo la quercia, un ruolo fondamentale nella sua diffusione viene giocato dalle capre, che si arrampicano fino a 10-15 metri di altezza e dopo esseri nutrite dei frutti dell’albero, sputano il seme sul terreno che in questo modo ha la possibilità di germogliare.


Sin dai tempi antichi la valle del Souss era rinomata per la sua fertilità, tanto che nel XVII secolo, olandesi, portoghesi e inglesi attingevano al bacino di questa regione per rifornirsi dello zucchero proveniente dalle canne qui coltivate.

Qui prolifica anche l’Argania spinosa, un albero particolarmente longevo, tanto che sopravvive fino a 250 anni e resiste alle alte temperature nonché alla siccità del territorio ai margini del deserto sahariano grazie alle radici che attingono in profondità alle acque del sottosuolo.

In questo modo l’argania si rende anche un alleato importante contro la desertificazione. Le radici profonde della pianta, infatti, penetrano il terreno alla ricerca d’acqua e oltre a dare un valido sostegno all’albero, tenendolo ben saldo a terra anche con i forti venti, proteggono anche il suolo dall’erosione.


Il frutto prodotto da quest’albero ha una forma ovale e le dimensioni di una grossa oliva, è molto duro e il suo nome, argan, con cui la pianta è conosciuta, corrisponde al nome locale, in lingua berbera (tashelhit) che significa olio.

Da esso, infatti, le popolazioni berbere traevano l’olio di Argan prezioso sin dall’antichità, quando veniva utilizzato sia per l’illuminazione attraverso le lampade a olio sia per la preparazione di pietanze.

Per estrarre l’olio dal frutto il procedimento affidato alle donne è particolarmente complesso e richiede molto lavoro, infatti, dopo la raccolta dei frutti e l’essiccazione degli stessi è possibile estrarne il nocciolo che contiene i veri e propri semi.
Questi necessitano prima di una tostatura e poi di una pressatura che consente di ottenere l’olio.


Oggi quest’olio è ampiamente rinomato a livello mondiale per le sue caratteristiche miracolose, ma grazie alle sue grandi proprietà cosmetiche l’olio di Argan veniva usato fin dall’antichità dalle donne della zona, che lo definivano l’oro del deserto.
L’olio cosmetico proviene da noccioli non tostati, ed è più chiaro, si usa applicandolo sulla pelle e sui capelli poiché è ritenuto efficace contro la caduta dei capelli, gli eczemi, la disidratazione, l’invecchiamento della pelle e molto altro.

Dal 1998, l’Unesco ha dichiarato Riserva della Biosfera la Valle del Souss in cui cresce l’Argania spinosa, proprio per tutelare la pianta e porre fine al disboscamento.

Fonte: meteoweb.eu

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