lunedì 22 febbraio 2021

Il più antico strumento a fiato del mondo è una conchiglia di 18.000 anni fa


 Non era solo una conchiglia, ma uno strumento a fiato, il più antico del mondo: quasi 90 anni dopo la sua scoperta, un grande guscio di lumaca, ritrovato nella Grotta di Marsoulas, nei Pirenei, è stato identificato come strumento musicale da un team multidisciplinare di CNRS, Muséum de Toulouse, Université Toulouse e Musée du quai Branly (Francia). Ha suonato infatti di nuovo dopo 18.000 anni.

La grotta Marsoulas, al confine tra Haute-Garonne e Ariège, è la prima grotta decorata scoperta nei Pirenei, il cui ritrovamento risale al 1897. Testimonia l’inizio nella regione del Magdeliano, l’ultima cultura del Paleolitico superiore europeo, alla fine dell’ultimo massimo glaciale.

Durante un inventario del materiale derivante dagli scavi archeologici, conservato in gran parte nel Muséum de Toulouse, gli scienziati hanno esaminato una grande conchiglia della specie Charonia lampas, mollusco gasteropode marino appartenente alla famiglia Charoniidae.

Il guscio era già noto per essere stato nel Neolitico parte di corredi ornamentali, come ciondolo di collane, ma nel 1931 questo in particolare non fu oggetto di attenzione. 
80 anni dopo, però, i ricercatori hanno ipotizzato potesse essere uno strumento musicale.
La punta del guscio infatti era spezzata, formando un’apertura di 3,5 cm di diametro, e, poiché questa parte è la più dura del guscio, la rottura non poteva essere accidentale. Inoltre, all’altra estremità, l’apertura della conchiglia mostrava anche tracce di ritocco. Tutto molto “umano” per essere casuale.
I paleontologi hanno dunque condotto una serie di approfondimenti: una tomografia ha rivelato un’ulteriore perforazione di una delle prime curve e la conchiglia è decorata con un pigmento rosso (ematite) caratteristico della grotta di Marsoulas, che denota il suo status di oggetto simbolico.

E non finisce qui.

Gli scienziati erano convinti fosse stata usata come strumento a fiato, per cui hanno chiesto ad un musicista esperto di corno di usarla analogamente. E, sì, il guscio ha prodotto tre suoni vicini alle note, Do, Do Diesis e Re.

Poiché l’apertura è irregolare e ricoperta da un rivestimento organico, i ricercatori presumono che vi fosse attaccata una punta, come nel caso di conchiglie più recenti delle collezioni del Musée du quai Branly. 

Le stampe 3D della conchiglia permetteranno probabilmente di verificare questa ipotesi, cercando di riprodurre altre note.

Come confermato dalla prima datazione al carbonio-14 della grotta, eseguita su un pezzo di carbone e un frammento di osso d’orso, la grotta ha 18.000 anni: questo fa della conchiglia di Marsoulas il più antico strumento a fiato di questo tipo.

 Prima, infatti, solo i flauti erano stati scoperti in Europa in contesti più antichi del Paleolitico superiore, e le conchiglie trovate fuori dall’Europa sono molto più recenti.

La scoperta non è solo un “pezzo in più” dell’antica cultura magdaleniana: la conchiglia rafforza infatti l’idea che tra i Pirenei e la costa atlantica ci fossero degli scambi commerciali/culturali, a più di 200 chilometri di distanza.



mercoledì 10 febbraio 2021

Scoperta in Egitto una Mummia con una Lingua d’Oro


 La mummia scoperta in questi giorni a Taposiris Magna, una città a circa 50 chilometri da Alessandria d’Egitto, è di quelle che lasciano senza fiato gli appassionati di egittologia di tutto il mondo, ma non è un unicum. Essa presenta una lingua d’oro che gli storici spiegano essere qualcosa di già visto, uno stratagemma che gli antichi imbalsamatori egiziani utilizzavano per garantire al morto di presentarsi di fronte ad Osiride con la certezza di avere i mezzi per esprimere i propri pensieri, e da qui una lingua d’oro. 

Durante gli scavi, condotti da un team di archeologi egiziani e provenienti dalla Repubblica Dominicana, sono state rinvenute in tutto 16 sepolture contenenti innumerevoli tesori, ma il ritrovamento più “curioso” è quello legato alla lingua d’oro.


Le tombe risalgono al periodo immediatamente successivo all’ultima esponente dei faraoni egizi, Cleopatra, e alla conquista dell’Egitto da parte dell’Impero Romano.

 Coeve al regno di Ottaviano, si trovano in una zona sacra caratterizzata da tombe scavate nella roccia, nella quale, durante alcuni scavi precedenti, erano state trovate delle monete d’oro con l’effigie della regina che perse la sua battaglia contro il celebre Augusto.


Ritratto rinvenuto in una delle tombe.

Taposiris Magna è una città relativamente recente per l’antico Egitto. Fondata dal faraone Tolomeo II Filadelfo tra il 280 e il 270 a.C., il nome significa “grande tomba di Osiride”, che Plutarco identifica con un tempio della città.

Fonte : vanillamagazine.it

sabato 30 gennaio 2021

Il lago Titicaca e le isole galleggianti degli Uros


 

Al centro del Titicaca, il lago più alto del mondo, si trovano le isole galleggianti degli Uros che conservano la loro cultura tradizionale intatta così come quando fuggirono dagli Inca

Il Lago Titicaca è il bacino d’acqua che si trova alla maggiore altitudine del pianeta.
Sulle sue acque blu profondo si stagliano i profili della catena montuosa andina e offre uno spettacolo ineguagliabile per singolarità e ricchezza di peculiarità naturalistiche, storia, tradizioni e cultura autoctona degli abitanti delle isole galleggianti degli Uros.

Il Titicaca è il lago navigabile più alto del mondo, questo lago dalle acque di un profondo blu è da sempre la culla delle culture degli altopiani.
Qui vissero prima pukara, tiwanaku e colla, infine gli incas, oggi invece è popolato dai campesinos, i contadini boliviani che praticano un’agricoltura ancora del tutto manuale, le donne colorano il paesaggio lavorando nei campi indossando ampie sottane e cappelli a bombetta

La regione si presenta come un mosaico di cattedrali in rovina, desolati altopiani e campi a scacchiera che si stendono sotto l’imponente sfondo della catena montuosa delle Ande dove i cieli azzurrissimi si alternano alle scure notti gelide.

Il lago si estende tra Perù e Bolivia con una superficie di 8.330 chilometri quadrati a un’altezza di 3.812 metri sul livello del mare.
La sua profondità massima è 281 metri e la temperatura delle sue acque varia dagli 11 ai 14° centigradi, per cui, nonostante l’altitudine elevata, non congela mai.


Il Lago Titicaca è un’importante riserva naturale, creata nel 1978 per proteggere la fauna e la flora di questo particolare ecosistema andino.
Il lago si presenta circondato da una folta vegetazione caratterizzata prevalentemente da “totora”, una specie vegetale che appare di un materiale simile alle canne di bambù e che galleggia sull’acqua.

La riserva ospita anche oltre 150 specie di fauna locale di cui la più rappresentativa è probabilmente costituita dalle specie volatili come: analtre selvatiche, fenicotteri e keñola. Tra i mammiferi, invece, impossibile non citare il lama, splendido esemplare di ungulato che qui viene considerato un animale domestico.

Tuttavia, una vera singolarità che delizia i naturalisti è da considerarsi la rana gigante del Titicaca, la rana acquatica più grande del mondo che arriva a pesare fino a un chilogrammo e può respirare sott’acqua senza avere la necessità di risalire in superficie.
Si tratta, tuttavia di una specie in pericolo d’estinzione poiché la sempre crescente contaminazione delle acque lacustri mette a rischio il suo habitat; inoltre, viene catturata dalla popolazione locale che la smercia nei mercati vicini poiché da questa rana viene recuperato un estratto che viene ritenuto in grado di curare diverse malattie.


Per molti secoli il lago è stato fonte di sostentamento e di sviluppo economico per la regione circostante che oggi cerca, anche grazie al turismo, di preservare la propria cultura e mantenere intatti i paesaggi andini che la caratterizzano.


La leggenda narra che il Titicaca sia il luogo in cui il dio del sole Wiracocha emerse per dar vita a Mama Ocllo e Manco Capac a cui si attribuisce la fondazione dell’impero Inca.
Il nome stesso Titicaca è strettamente legato alla mitologia locale, infatti in lingia quechua significa “puma di pietra”, dove titi sta per puma e kaka si traduce con pietra.

Sulla Isla del Sol si trova proprio la roccia sacra a forma di puma che secondo la leggenda rappresenta il luogo in cui Wiracocha diede vita alla dinastia Inca.

Gli abitanti di questi luoghi sono gli Uros, una popolazione proprio fuggita alle invasioni Inca e che da allora si è rifugiata nelle isole artificiali che si trovano presso il lago.
Gli Uros sfruttano la totora sia per la costruzione delle isole artificiali sia per le capanne che utilizzano come abitazioni sia per realizzare le imbarcazioni, la parte più tenera della pianta, invece, è usata come alimento.


Le piccole isole ospitano ciascuna circa 20 o 30 persone e sono unite tra di loro da collegamenti percorribili costruiti con le canne intrecciate.
L’arcipelago è situato a circa 30 minuti di barca dalla riva e ospita non solo le case ma anche chiese, scuole, infermerie e altri ambienti pubblici.

Quando una famiglia del villaggio decide di spostarsi può semplicemente decidere di tagliare le corde che li lega ai propri vicini e lasciarsi trasportare dalla corrente verso una zona più gradita.


Fonte: meteoweb

venerdì 22 gennaio 2021

L’uomo Osterby e i suoi capelli conservati con il Nodo Suebo


 Anzitutto vediamo chi erano i Suebi. 

Quello dei Suebi (o Svevi) era un popolo di origine germanica proveniente dal Mar Baltico, il “Suebicum mare” dei romani.

 Una definizione accettata, ma molto semplicistica però, sicché, come scriveva il coevo storico romano Publio Cornelio Tacito nella sua opera etnografica dal titolo “De origine et situ Germanorum”, più conosciuta semplicemente come “Germania”, dei Suebi non esisteva un solo popolo con un’unica origine, ma numerose e sparse tribù nella cosiddetta Germania Magna, una vasta area a est dell’antica provincia romana della Germania.


Proprio in “Germania”, parlando dei Suebi, Tacito citava il curioso nodo ai capelli in uso tra queste genti: “È segno distintivo di questa gente ravviare lateralmente i capelli e fermarli con un nodo: in questo modo gli Svevi si differenziano dagli altri Germani e, al loro interno, distinguono gli uomini liberi dagli schiavi […] fino alla vecchiaia si tirano all’indietro le ispide chiome e spesso le legano soltanto in cima al capo. I nobili vi aggiungono qualche ornamento: è un modo per curare, senza malizia, la loro immagine fisica; e non lo fanno per essere più attraenti, ma per sembrare ancora più imponenti e terribili agli occhi dei nemici, quando vanno in guerra”.

Il vecchio Tacito ci parla di un’autentica moda di duemila anni fa.

Approfondiamo, dunque, l’argomento. 

Il Nodo suebo – chiamato in tedesco “suebenknoten” – in voga tra i Suebi, questo variegato popolo di guerrieri germani, consisteva nel dividere i capelli, spesso lunghi, in due ciocche e portarli su un lato del capo per poi fissarli con un nodo, stretto e stabile.

L’uso del Nodo non era dovuto a fattori legati alla vanità o comunque soltanto guidato dalla comodità che comportava, evitando ai guerrieri suebi fastidiosi capelli dinanzi gli occhi durante le cruenti battaglie, ma probabilmente fu scelto anche per il fatto che questa pettinatura rendeva i Suebi più alti, più ieratici e, in qualche maniera, anche più minacciosi di fronte al nemico.

Specifica di fatti Tacito: “La loro attenzione a farsi belli è tutta qui, ma innocente; non si ornano infatti per amare o farsi amare, bensì per accrescere l’imponenza e incutere timore agli occhi del nemico, quando vanno alla guerra”.

Come sosteneva lo storico romano, poi, il Nodo serviva anche a distinguersi tra classi sociali: la tipica pettinatura poteva essere portata soltanto dai guerrieri e dai nobili, mai dagli schiavi o dagli stranieri.


L’esempio migliore di Nodo suebo arrivato ai giorni nostri è quello rinvenuto nel 1948 in una torbiera di Osterby, cittadina del nord della Germania, regione dello Schleswig-Holstein, a una settantina di chilometri dal confine con la Danimarca.

 Quello conosciuto come “Osterby Man” è un cranio perfettamente conservato caratterizzato da una lucente chioma rossiccia (probabilmente divenuta così a causa degli acidi sprigionati in quasi due millenni di riposo) bloccata da un impeccabile Nodo suebo.

 Lo straordinario rinvenimento, il principale esemplare delle cosiddette mummie di palude, è datato tra il 75 e il 130 d.C. e oggi è conservato nelle sale del museo archeologico del castello di Gottorf, una vecchia residenza degli Oldenburg, a Schleswig.

Per ricordare la scoperta, nel suo cinquantesimo anniversario, nel 1998 la cittadina di Osterby ha inserito una rappresentazione argentata del Nodo suebo nella parte inferiore del suo stemma comunale.

Un altro Nodo suebo eccellentemente conservato è stato scoperto pochi anni dopo, nel 1959, a Dätgen, poco più di quaranta chilometri a sud di Osterby, sempre nello Schleswig-Holstein.

 In questo caso, differentemente dal primo rinvenimento, oltre al cranio è stato trovato anche l’intero corpo del cadavere che ha permesso di stabilire la dinamica della morte del suebo: l’uomo, conosciuto come “Dätgen Man”, è stato prima accoltellato, poi decapitato e infine gettato in una fossa per quasi duemila anni.

 Anche questa scoperta è oggi esposta al museo archeologico di Schleswig.

Oltre che sui teschi di questi eccezionali rinvenimenti archeologici, il Nodo suebo è raffigurato su moltissimi monumenti e sculture. Citiamo una statuetta di bronzo conservata al museo romano di Vienna, una maschera di terracotta in mostra al British Museum di Londra, una statuetta germanica esposta al Rheinische Landesmuseum, il museo archeologico di Treviri.


Anche l’Italia ha le sue rappresentazioni di Nodo suebo: alcuni guerrieri con la tipica acconciatura sono identificabili sul Sarcofago di Portonaccio, un sarcofago romano di marmo, alto più di un metro e mezzo, scoperto negli anni trenta del Novecento e riconducibile al 180 circa.

 Con tutta probabilità si tratterebbe della tomba di un generale caduto nel corso delle guerre marcomanniche, il lungo periodo di conflitto tra i romani e i popoli germano-sarmatici dell’Europa continentale (166-189).

 Il Sarcofago di Portonaccio è conservato a Palazzo Massimo alle Terme, la principale delle sedi del Museo nazionale romano.


Altri nodi suebi “italiani”, infine, sono visibili sui rilievi raffiguranti alcuni principi germanici sulla Colonna Traiana, sempre a Roma, su cui è rappresentata la conquista romana della Dacia (101-106), e su un rilievo dell’anfiteatro romano di Pozzuoli.

Fonte: vanillamagazine




lunedì 18 gennaio 2021

Ritrovamento archeologico senza precedenti in Francia: la tomba di un bambino con il suo cagnolino risalente al tempo dei Galli


 E’ una scoperta archeologica di quelle destinate a far parlare di sé, ma anche a far luce su lontano passato.

 In Francia è stata rinvenuta la tomba di un bambino sepolto con un cagnolino nel I secolo d.C.. Si tratta della rara testimonianza di un antico rito funebre della popolazione dei Galli.


 Durante gli scavi effettuati in un sito nei pressi dell’aeroporto di Clermont-Ferrand-Auvergne, ad Aulnat, gli archeologi dell’Inrap (Institut national de recherches archéologiques préventives) hanno portato alla luce una sepoltura che ospitava i resti di un bimbo, inumato con una notevole serie di offerte funebri tra cui stoviglie, fibule, anfore, lampade votive.

 Al momento della morte il bambino aveva poco più di un anno e i suoi resti erano accompagnati anche da quelli di un cucciolo di cane, dotato di collare e campanello.


La scoperta è fondamentale perché getta nuova luce sulle conoscenze delle pratiche funebri gallo-romane legate alla mortalità dei bambini piccoli

“Ciò che è particolarmente eccezionale è che tutti gli oggetti erano disposti intorno ai resti del bambino“, hanno spiegato gli archeologi. In particolare erano stati disposti una ventina di contenitori, per lo più vasi e balsamari, ma anche pezzi di macelleria, un mezzo maiale e due galline.

 Nella tomba sono stati trovati anche un perone e un dente da latte, probabilmente appartenenti a un membro della famiglia del piccolo defunto.

 La presenza del cane, sepolto vicino al bambino in una cosiddetta tomba “di accompagnamento” non ha stupito gli archeologi: si tratta di una pratica funeraria già ben documentata.

 Ad essere particolarmente interessante è la scoperta della collana dell’animale, circondata da una targhetta in bronzo, e del suo campanello: non ha precedenti.


Fonte: meteoweb.eu

giovedì 14 gennaio 2021

La spettacolare storia di Mont-Saint-Michel, un’isola medievale al largo della Francia

Al largo della costa della Normandia si trova Mont-Saint-Michel , un sito magico che risale al Medioevo. 

Avvolta in un pittoresco villaggio e sormontata da una torre altissima, quest’isola di marea sembra essere stata strappata dalle pagine di un libro di fiabe.

Anche se può sembrare un castello tra le nuvole, la storia di Mont-Saint-Michel non è così fiabesca come si potrebbe pensare.

 Iniziando come un luogo di potere nel 6 ° secolo, l’isola alla fine si è evoluta in una roccaforte strategica, il sito di un’abbazia e persino una prigione dell’epoca della rivoluzione. 

Se abbinato al suo aspetto da fiaba, questa affascinante storia ha reso Mont-Saint-Michel una delle destinazioni più famose della Francia e punti di riferimento amati.


Classificata come isola di marea rocciosa, Mont-Saint-Michel è collegata alla terraferma da un terrapieno completamente sommerso durante l’alta marea e scoperto durante la bassa marea.

 A causa di questo fenomeno, il sito unico nel suo genere alla fine avrebbe avuto un grande significato strategico.

Prima del suo ruolo militare, l’isola aveva uno scopo diverso.

 Fondata come Mont-Tombe da un eremita irlandese nel V secolo, servì da centro della cultura gallo-romana per circa 300 anni. Ciò finì nel 7 ° secolo, tuttavia, quando fu conquistata dai Franchi , fu trasformata in un luogo di pellegrinaggio.


Secondo la leggenda, nel 708 CE, Aubert di Avranches – il vescovo di un comune in Normandia – fu contattato dall’arcangelo Michele.

 In questa visione, Michele, il “capo della milizia celeste”, ha detto ad Aubert di costruire un santuario nel suo nome in cima a Mont-Tombe. Nel 709 CE, Aubert ha esaudito il desiderio dell’angelo, costruendo e consacrando una piccola chiesa sull’isola.

Nei prossimi secoli, questa chiesa subirà una serie di cambiamenti.

 Nel 966 CE, fu ridisegnata in stile preromanico, un’estetica che mescolava elementi mediterranei e germanici. 

Il secolo successivo fu nuovamente ricostruita. Questa volta adottò un’estetica romanica caratterizzata da archi poco profondi, soffitti a volta e piccole finestre.

Nel 13 ° secolo, un incendio derivante da un assedio dei Bretoni incendiò gran parte dell’abbazia. Fu poi ricostruita un’ultima volta, ora con elementi di architettura gotica . 

La chiesa è stata ampliata e intensificata, culminando nella sagoma altissima della Merveille che ha incantato i visitatori per secoli. “Il Mont-Saint-Michel appare come una cosa sublime”, ha detto lo scrittore francese Victor Hugo nel XIX secolo, “una meravigliosa piramide”.


Oltre all’abbazia, Mont-Saint-Michele è stata sede di un fiorente villaggio per oltre 1.000 anni. 

Mentre il Mont-Saint-Michele era stato fortificato fin dall’antichità, il muro eretto durante la Guerra dei Cent’Anni si dimostrò il suo metodo di protezione più efficace. 

Affiancato da numerose torri difensive, il muro avvolgente è riuscito a difendere l’isola dagli attacchi inglesi per quasi 30 anni.

All’epoca in cui la Riforma era in corso nell’Europa del XVI secolo, l’isola aveva perso sia il suo significato militare che religioso. 

L’abbazia chiuse nel 1791, appena due anni dopo l’inizio della rivoluzione francese


A quel tempo, l’abbazia fu trasformata in una prigione per tenere preti e altre persone che si opponevano alla neo-nata Prima Repubblica . 

A causa del suo ruolo di centro di detenzione durante la Rivoluzione, Mont-Saint-Michel divenne noto come “Bastiglia del Mare” – un riferimento alla prigione parigina che fu presa d’assalto e, successivamente, scatenò il movimento.

Mont-Saint-Michel ha continuato a tenere prigionieri fino al 1863, quando influenti figure francesi come Victor Hugo hanno fatto una campagna per la sua chiusura.

 Una volta chiuso, i suoi 650 prigionieri furono trasferiti in altre località e l’abbazia fu affittata da un vescovo. 

Nel 1922, i monaci tornarono sul monte, rendendolo di nuovo un luogo di pellegrinaggio religioso.

Nel 1874, poco prima di un importante progetto di restauro, l’abbazia fu dichiarata monumento storico. Allo stesso modo, nel 1979, è stato considerato patrimonio mondiale dell’UNESCO. 

Fonte: girosulmondo.altervista.org/

 

giovedì 7 gennaio 2021

Il permafrost della Siberia regala un fossile di rinoceronte di 20.000 anni fa perfettamente conservato

Circa 20.000 anni fa, un giovane rinoceronte lanoso iniziò la sua giornata come di consueto nella regione ghiacciata che oggi corrisponde alla Siberia settentrionale.
 Mentre era alla ricerca di cibo, probabilmente qualcosa andò storto per il giovane animale, che annegò nel fiume Tirekhtyakh. 
Favorite dallo scioglimento del permafrost a causa della tendenza in aumento delle temperature, vengono scoperte creature estinte, come questo rinoceronte, che fanno luce su ere preistoriche sconosciute. 
Il permafrost è uno strato di suolo permanentemente ghiacciato e che si trova in tale stato da un lungo periodo di tempo, a volte diverse migliaia di anni.


L’antica carcassa è stata scoperta da un contadino locale in Yakuzia (Siberia), nell’agosto 2020, circa 15.000 anni dopo il periodo in cui si ritiene che i rinoceronti lanosi si siano estinti.
 Il fossile è stato trovato con una pellicciazoccoli e organi interni completamente intatti, che forniscono agli scienziati un pezzo del puzzle fondamentale su anatomia, comportamenti e vita di queste creature.
 I paleontologi hanno avuto una cura estrema per preservare la struttura del rinoceronte durante gli scavi, arrivando ad avere l’80% dell’esemplare intatto 

Il giovane rinoceronte aveva tra i 3 e i 4 anni e viveva separatamente dalla madre quando è morto, molto probabilmente per annegamento”, afferma il paleontologo Valery Plotnikov, dell’Accademia Russa delle Scienze. 

Plotnikov aggiunge che non è ancora noto il genere del rinoceronte e che è necessaria l’analisi al radiocarbonio per confermare l’intervallo di tempo generale in cui il rinoceronte probabilmente ha vissuto. Accanto alla carcassa del rinoceronte, c’era il corno del giovane animale, una scoperta eccezionale per la velocità con cui solitamente si decompone la cartilagine, secondo Plotnikov.

 I segni sul corno, inoltre, fanno nuova luce su come la specie lo usasse per il cibo.

La creatura recentemente trovata non è il primo rinoceronte lanoso scoperto nell’area, poiché un altro esemplare preservato nel ghiaccio è stato scoperto nel 2015.

 Quel rinoceronte, chiamato Sasha, è stato il primo piccolo di rinoceronte lanoso mai scoperto e si crede che abbia vagato per l’area circa 34.000 anni fa. 

Come il rinoceronte recentemente scoperto, Sasha è stato trovato con una pelliccia completamente intatta e anche in questo caso, si ritiene sia annegato. Tuttavia, la differenza con l’ultima scoperta è che il pelo di Sasha era biondo ramato e che alla carcassa mancava il corno.

Temperature storicamente alte nell’area normalmente ghiacciata hanno svelato fossili perfettamente conservati che erano stati sepolti sotto migliaia di anni di ghiaccio. 

La scorsa estate, poco prima che venissero trovati i resti, nelle città intorno al Circolo Artico sono state registrate temperature record. “Le temperature sono salite di 10°C sopra la media lo scorso mese in Siberia, sede di gran parte del permafrost della Terra, con il mondo che ha sperimentato il suo maggio più caldo mai registrato”, secondo la rete di monitoraggio del clima dell’Unione Europea.

 Nei prossimi anni, lo strato di ghiaccio, che sta lentamente ritirandosi, sicuramente svelerà ancora altri pezzi del puzzle, per completare il mosaico dei nostri antenati e delle generazioni di vita precedentemente nascoste.

 Fonte: meteoweb

martedì 5 gennaio 2021

Gradara: il Borgo che fu lo sfondo dell’amore fra Paolo e Francesca


 Basta citare solo tre (tra molte) delle importanti famiglie che la dominarono, per comprendere quanta storia, e quante storie, si potrebbero raccontare intorno a Gradara: Malatesta, Sforza, Della Rovere.

E’ lì Gradara, abbarbicata su una collina proprio là dove finisce l’Appennino e già si respira aria di mare, placida e accogliente, in un territorio oggi al confine tra Romagna e Marche, che nel corso dei secoli ha visto aspre battaglie e lotte sanguinose, per quella sua posizione strategica che faceva gola a tutti quelli (varie famiglie nobili e anche lo Stato Pontificio) che volevano dominare la regione storica del Montefeltro.

Oggi come oggi, Gradara fa parte dell’associazione I Borghi più belli d’Italia, nata per valorizzare i tanti piccoli paesi che rischiano di morire per il progressivo spopolamento.


Un rischio che non corre Gradara: è forse proprio la sua bellezza che lo rende tanto appetibile come luogo in cui scegliere di vivere. Nonostante sia un comune fra quelli con meno di 10.000 abitanti, che grazie al sito “Censimenti Permanenti“, il progetto di ISTAT che consente di consultare in tempo reale tutte le statistiche aggiornate con i dati più recenti, sappiamo che sono quelli che si sono spopolati di più durante gli ultimi anni, la sua popolazione è da diversi decenni in crescita, e oggi ha toccato il più alto picco di sempre con oltre 4.700 abitanti circa.


Per parlare del grande fascino di Gradara non si può che partire dalla suo Castello, un borgo medioevale protetto dalla Rocca e da due cinta di mura che si sviluppano per 800 metri. 

Costruito all’incirca nel 1150 dalla famiglia De Griffo, il Castello di Gradara passa presto nelle mani dei Malatesta, signori di Rimini, Cesena e Pesaro. Sono proprio loro a fortificare il borgo con due cinte murarie, che sembrano però insufficienti a contrastare l’assedio posto da Francesco Sforza nel 1446.




Un po’ di ragione l’aveva lo Sforza, vista la consistente cifra (20.000 fiorini d’oro) pagata a Galeazzo Malatesta, conosciuto come “l’inetto”, che si era venduto i suoi domini pesaresi.

Peccato che Sigismondo Malatesta, grandissimo condottiero e patrono delle arti, non ci pensi neanche a cedere Gradara, e per soprammercato non vuole nemmeno restituire la cifra sborsata da Francesco Sforza.

 In quell’occasione ha la meglio il Malatesta, grazie a un tempo inclemente per gli assedianti ed anche all’arrivo di rinforzi.

Nel 1463 però Sigismondo è costretto a cedere all’assedio di Federico da Montefeltro, in missione per conto del Papa, che poi la affida in vicaria alla famiglia Sforza di Pesaro.


La travagliata storia di Gradara non finisce lì, perché poi se la contendono, sempre per la sua posizione cruciale al confine tra diverse dominii, altre importanti famiglie: i Della Rovere, i Borgia, i Medici.

 Alla fine, nel 1641, ad avere la meglio è lo Stato Pontificio, che nel corso dei secoli trascurerà quel luogo così conteso, fino a farlo cadere in rovina.

Nel 1920 è un privato, Umberto Zanvettori, che acquista la Rocca e si preoccupa dei restauri, per poi venderla, nel 1928, allo Stato italiano.

Visitare Gradara significa dunque attraversare secoli di storia, immaginare aspre battaglie e lunghi assedi, vedere con gli occhi della mente soldati combattere dalle mura merlate, assalti al ponte levatoio, truppe radunate nel cortile e dame che vivono contrastati amori nel castello.

Perché forse, più che per tutte le vicende militari, Gradara è famosa per la tragica storia d’amore tra Paolo e Francesca, narrata da Dante Alighieri nel V canto dell’Inferno della Divina Commedia.


Paolo e Francesca, che grazie a Dante sono diventati il simbolo dell’amore eterno che perdura oltre la morte, sono due personaggi storici: Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, vissuti alla fine del 1200.

Sono gli anni turbolenti nei quali potenti famiglie lottano per governare le loro città. 

A Ravenna c’è Guido Minore da Polenta, che riesce a cacciare i rivali Traversari grazie all’aiuto dei Malatesta di Rimini. 

Per cementare l’alleanza, Guido fa sposare la figlia Francesca con Giovanni Malatesta (detto Gianciotto), brutto, zoppo e, pare, di animo crudele.

 Per non rischiare un eventuale rifiuto da parte della ragazza, le due famiglie organizzano un matrimonio per procura: non si presenta alle nozze Gianciotto, ma il fratello Paolo, bello e gentile.

 Non è ben chiaro se Francesca sia stata ingannata o se in realtà sapesse che Paolo non era lo sposo, ma comunque sia, si ritrova come marito Giovanni.

 Mentre il consorte vive a Pesaro, la giovane sposa rimane a Gradara con i due figli, che nel frattempo sono nati. 

Nel castello però spesso arriva il bel Paolo, e i due cognati si ritrovano innamorati, complice la lettura della storia di Lancillotto e Ginevra. 

Un giorno li sorprende Gianciotto, che vendica il tradimento subito trafiggendo tutti e due con la sua spada.

Dante è talmente commosso da questa storia d’amore, tanto peccaminosa quanto sventurata, da metterli sì all’Inferno, ma abbracciati per sempre (un privilegio concesso solo a loro) a volare leggeri nella “bufera infernal”.

Fonte: vanillamagazine

domenica 3 gennaio 2021

Archeologo di 38 anni riesce a decifrare finalmente l’Elamita Lineare, la misteriosa scrittura di 4000 anni fa


 Un archeologo francese di 38 anni, Francois Desset, è riuscito a decifrare l’Elamita Lineare, una scrittura di 4000 anni fa, da tempo sfida di molti esperti.

 L’Elamita Lineare è un sistema di scrittura usato nelle regioni meridionali dell’attuale Iran negli ultimi secoli del III millennio a.C. ed era stata scoperta per la prima volta nel 1901 da archeologi francesi nel sito di Susa, città citata dalla Bibbia.

Chiamata così da Elam, nome convenzionale riferito a una civiltà sviluppatasi dal III al I millennio a.C. nell’area corrispondente all’attuale Iran occidentale, è nota soltanto per le sue monumentali iscrizioni e venne usata contemporaneamente alla elamita cuneiforme e probabilmente nella lingua elamica.


Desset ha studiato un nuovo corpus di testi Elamiti Lineari incisi su una serie di vasi d’argento conservati a Londra.

 Nel 2018, in particolare, l’archeologo ha identificato le sequenze di segni che indicano i nomi di due sovrani dell’Iran sud-occidentale al potere intorno al 1950 a.C., Ebarti e Šilhaha, nonché i nomi di un’importante divinità invocata negli stessi testi, Napiriša (cioè ‘Il Gran Dio’).


La metodologia usata è molto simile a quella che ha portato alla decodificazione dei geroglifici egiziani e, seguendo la prima traccia, nel 2020 l’archeologo è riuscito nell’impresa di decifrare le circa 40 iscrizioni attualmente disponibili.


Oggi dunque sappiamo che l’Elamita Lineare è una scrittura puramente fonetica (al contrario di quella cuneiforme) e che è composta da un centinaio di segni che registrano i suoni vocalici e consonantici.

 È dunque la più antica scrittura fonetica del mondo.

La decifrazione dell’Elamita Lineare, grazie alle 40 iscrizioni ora leggibili, sta permettendo di scrivere o riscrivere intere pagine della storia del Vicino Oriente Antico del tardo III millennio a.C.

Fonte:  greenme.it

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...