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venerdì 15 ottobre 2021

La Signora di Elche: il Mistero della “Reina Mora”

 Con quello sguardo fisso e altero la Signora di Elche osserva imperturbabile quello che le accade intorno. E chissà quante cose deve aver visto nei suoi 2500 anni di vita la Reina Mora (regina moresca), anche se per molti secoli ha atteso di rivedere la luce in una buca scavata nella terra, nelle campagne di Elche, in Spagna.

Chi ha sepolto quel misterioso busto di donna voleva proteggerlo, anche se non sappiamo da cosa. Il 4 agosto 1897 è un giorno di lavoro come un altro per i contadini che lavorano su un terreno di proprietà del Dottor Manuel Campello. Un ragazzo di 14 anni aiuta a dissodare il campo e con la zappa urta una pietra. Lui prova ad andare avanti, ma deve fermarsi perché un viso di donna sporge dal terreno.

 Interviene un operaio più esperto, Antonio Maciá, che libera il manufatto ma lo lascia lì, in attesa dell’arrivo di Campello.

Intanto però si capisce che quel busto è stato seppellito lì di proposito, chissà quando, con intorno una protezione di lastre di pietra.

Campello fa trasportare il busto dal terreno a casa sua, a Elche, con un gran numero di curiosi che assistono al viaggio della Reina Mora, come viene subito chiamata dagli abitanti del luogo.


La notizia di quel ritrovamento passa di bocca in bocca e una folla di persone si raduna sotto la casa di Campello, tanto che lui deve mettere la Reina Mora in mostra sul balcone di casa.

 Lei guarda imperturbabile e chissà cosa pensa quando Pedro Ibarra, archeologo e giornalista locale, scrive di lei: “una bella scultura in busto, scolpita con la massima perfezione … Rappresenta l’immagine di un uomo con le caratteristiche più corrette … Grave maestosità unita a una certa dolcezza nell’espressione. Purezza impeccabile che richiama l’arte greca … questa bellissima scultura, credo rappresenti il dio Apollo … La scultura oggetto di ammirazione oggi a Elche e domani del mondo scientifico … arriva a rivelare un altro segreto dei tanti che custodiscono quelle terre … che illustrano il passato del nostro popolo”.

La prima interpretazione è quindi approssimativa e viene subito smentita, anche se in realtà nessuno sa con certezza a chi appartenga quel misterioso volto.

 E’ certamente una donna che indossa preziosi gioielli e ricche vesti, ma chi fosse è difficile dirlo: forse una dea, o una sacerdotessa, o un personaggio importante dell’aristocrazia con abiti cerimoniali. 

La cosa che più colpisce è l’elaborato copricapo, con quelle due grandi “ruote” (dette rodeti) ai lati del viso, unite da una tiara posta sopra un velo.

La scultura, in pietra calcarea, oggi affascina anche per i suoi spenti toni ocra, che la rendono una figura misteriosa e senza tempo. Originariamente però l’opera, probabilmente a figura intera, era policroma, con labbra rosse e abiti colorati, mentre gli occhi erano ricoperti di pasta vitrea.

 Il mantello che copre le spalle è appuntato al centro del petto con una fibula, ma lascia scoperte le preziose collane porta-amuleti, un tempo ricoperte di foglie in oro, come i due lunghi orecchini pendenti.

La scultura, che sicuramente fu realizzata nel IV secolo a.C. nella stessa area dove è stata trovata, risente di influssi ellenistici e forse lo sconosciuto artista era proprio greco.

Tuttavia sono molte le domande che ancora non trovano risposta e danno adito ad interpretazioni diverse. 

Forse la Signora di Elche è una rappresentazione della dea della fertilità fenicia, Tanit, peraltro adorata anche in Spagna al tempo del dominio di Cartagine.


C’è stato anche chi ha messo in dubbio l’autenticità della statua, “troppo delicata per essere stata scolpita nella Spagna precristiana” (John Moffit, 1995), ma successivi studi sulle tracce dei pigmenti hanno dimostrato che si tratta di un’opera antica.

Un altro studio, condotto nel 2011, ha scoperto che il busto fu usato come urna cineraria. Allora forse quella donna, dalla bellezza idealizzata e dallo sguardo grave, era una dea che accompagnava il defunto nel suo viaggio ultraterreno?

Nessuno potrà mai dirlo con certezza. Quel che è certo invece, è che la misteriosa Signora di Elche, considerata simbolo dell’identità iberica,  ha influenzato l’arte spagnola del ’900, da Picasso a Dalí, che la definì come: “una nuova idea di bellezza, con la gloria di una regina, l’attrattiva di un angelo e la forza di un’amazzone”.

Fonte: vanillamagazine.it

sabato 25 settembre 2021

Vinicunca, la Montagna Arcobaleno del Perù


 Il nome geografico è Vinicunca ma è conosciuta come la Montagna dei Sette Colori o la Montagna Arcobaleno e si trova in Perù. Si tratta di una montagna alta oltre 5000 metri che fa parte della catena delle Ande ed è uno straordinario spettacolo offerto da madre natura con i suoi colori che vanno dall’azzurro al viola, dall’ocra all’arancio al verde e che si stagliano sul cielo terso che sovrasta la catena montuosa.

Si tratta di un maestoso paesaggio variopinto che solo da circa 40 anni è possibile ammirare poiché prima era rimasto coperto dalle nevi perenni. Tuttavia, non si tratta di un’esperienza semplice poiché l’altitudine e la difficoltà per arrivare alla montagna richiedono fatica e la presenza di una guida esperta.



Vinicunca è rimasta per molto tempo nascosta sotto uno strato spesso di ghiaccio, ma una volta che questo si è sciolto ha fatto emergere tutta la tavolozza di colori che caratterizza la montagna.
Solo 40 anni fa, infatti, a causa dell’innalzamento delle temperature, la neve perenne e il ghiaccio sciogliendosi hanno lasciato emergere tutta la suggestione di questo variopinto paesaggio.

Milioni di anni fa si sono depositati in questo luogo una serie di materiali come: ferro, zolfo, rame, dolomite ed ematite che oggi creano questo straordinario effetto.
Questi colori naturali dovuti alla composizione di minerali che si sono depositati sulle pareti della montagna hanno una storia millenaria poiché questi si sono sovrapposti a seguito della collisione delle placche tettoniche.

Fonte: meteoweb.eu

sabato 18 settembre 2021

Una spiaggia di stelle: ecco cos’è la sabbia di Hoshizuna-no-Hama


 Hoshizuna-no-Hama, letteralmente, significa “spiaggia della sabbia di stelle”. E non potrebbe essere altrimenti, visto la peculiarità di questa spiaggia dell’isola di Taketomi-Jima, nella prefettura giapponese di Okinawa.

Qui, infatti, la sabbia è formata da centinaia di migliaia di piccole stelle a cinque e a sei punte. Uno spettacolo unico, che nei secoli ha alimentato leggende ed ha continuato ad attrarre turisti provenienti da ogni parte del Globo.

In realtà, queste piccole stelle millimetriche altro non sono che gli esoscheletri di Baculogypsina sphaerulata. Queste minuscole creature abitano i profondi fondali oceanici e le punte che conferiscono l’aspetto di stelle consentono loro di spostarsi.
Quando questi organismi marini muoiono, gli esoscheletri vengono trascinati a riva dalle correnti oceaniche. Il momento migliore per ammirare le spiaggia stellata di Hoshizuna-no-Hama, infatti, è dopo una mareggiata: le onde depositano migliaia di esoscheletri lungo la riva, conferendo alla località balneare un aspetto unico al mondo.

La presenza di queste eccezionali creature ha, nel corso dei secoli, alimentato miti e leggende. Secondo i racconti locali, le piccole stelle sarebbero nate dall’unione tra la Stella Polare e la Croce del Sud. La tradizione racconta che le stelle sarebbero state generate proprio nel mare al largo di Okinawa, ma che un feroce serpente marino le avrebbe subito uccise, lasciando in mare i loro piccoli scheletri.

martedì 13 luglio 2021

Specchio di Venere: l’affascinante Spa naturale a cielo aperto sull’isola di Pantelleria


 Sull’isola di Pantelleria, a metà tra l’Africa e la Sicilia, si incontra un luogo ricco di fascino, dove si fondono mito e realtà: il lago di Venere. Questo splendido bacino lacustre è così chiamato per via di una leggenda che narra che la dea romana si specchiasse nelle sue acque dai colori cangianti che vanno dal verde chiaro al blu.

Lo specchio di Venere è situato nella parte settentrionale di Pantelleria, all’interno del Parco nazionale dell’isola. 

Si tratta di un cratere spento di un antico vulcano e le sue calde acque raggiungono una profondità massima di 12 metri. 


Attorno al bacino lacustre, unico lago dell’isola di Pantelleria, la vegetazione è molto rigogliosa: crescono specie come il limonio con rami secondati (Limonium secundirameum) e il lentisco e non è raro incontrare uccelli acquatici migratori. Per questo motivo è una località molto apprezzata dagli amanti del bird-watching, soprattutto nel periodo primaverile e autunnale.

Oltre ad offrire una vista incantevole, lo specchio di Venere è considerata una Spa naturale a cielo aperto. È, infatti, la meta perfetta per una vacanza a contatto con la natura e all’insegna del benessere. Le sue acque calde hanno una temperatura compresa tra i 40° C e 50° C e sono ricche di zolfo.

 Nei fondali sono presenti dei fanghi nero-verdastri dalle proprietà benefiche per la pelle. 


Per godere a pieno dei benefici di questo lago benefici bisogna immergersi per un po’ di minuti dove l’acqua bolle, uscire dal lago e cospargersi il corpo con il fango raccolto dai fondali per poi far asciugare il fango, magari mentre si passeggia.

 Si consiglia di risciacquarsi soltanto solo dopo che il fango si sarà essiccato. La vostra pelle risulterà liscia e purificata. Un trattamento di bellezza efficace, 100% naturale e…gratis!


domenica 4 luglio 2021

Gli ipogei del Colosseo: per la prima volta si possono ammirare i sotterranei del più grande anfiteatro del mondo


 Sono stati aperti per la prima volta nella storia  gli ipogei del Colosseo, visibili solo parzialmente fino all’avvio del cantiere nel dicembre 2018.

 Ora ben 160 metri di passerella accessibile condurranno il pubblico a conoscere la storia della macchina scenica più grande al mondo, dall’inaugurazione in età Flavia fino alla fine dei giochi nel 523 e alla riscoperta archeologica dalla fine dell’Ottocento.



Avviato 3 anni fa, il progetto di restauro aggiunge così una nuova tappa al più ampio intervento di riqualificazione e valorizzazione dell’Anfiteatro Flavio, già segnato dai lavori esterni ultimati nel 2016 e dalla nuova arena “tecnologica e sostenibile” .

Non è solo la prima volta in 2000 anni che l’area – descritta come il “cuore” dell’edificio – venga aperta, poiché i livelli sotterranei, gli “ipogei”, erano dove i gladiatori e gli animali aspettavano prima di entrare in combattimento, questa è la prima volta nella storia del monumento che il pubblico sia mai stato ammesso.


Ora i turisti potranno percorrere i corridoi su una piattaforma di legno e ammirare i passaggi e gli archi che collegavano gli ipogei tra le stanze dove attendevano gladiatori e animali, prima di essere catapultati nell’arena.

All’epoca, gli ipogei erano illuminati a lume di candela.

Archeologi, restauratori, ingegneri e architetti sono tra gli esperti che hanno lavorato per riportare il monumento il più vicino possibile al suo antico splendore.

 Il team ha utilizzato rilievi fotografici, mappatura della superficie e il lavoro lento e meticoloso di lavare via secoli di sporco, depositi e microrganismi come alghe e licheni. 

I restauratori hanno anche installato un sistema per ridurre le infiltrazioni d’acqua nella muratura, che è una delle principali cause di degrado.


GERMANA CARILLO

mercoledì 30 giugno 2021

Il Buddha d’oro: la scoperta casuale della statua da 5,5 tonnellate d’oro massiccio


 Il fondatore del buddhismo fu Siddhartha Gautama, che visse fra il 566 e il 480 a.C. 

Egli visse una giovintù agiata, sino a quando non decise di cercare il vero senso della vita. Divenne un asceta pellegrino, che viveva senza beni terreni, e vagava per tutto il territorio indiano.

 Un giorno, durante una delle sue meditazioni, egli identificò nelle quattro nobili verità la via per il Nirvana.

 L’esistenza di queste gli sopraggiunse nel Parco dei Cervi (o delle gazzelle) di Sārnāth, presso Varanasi.

Le quattro verità sono: la Verità del dolore, la Verità dell’origine del dolore, la Verità della cessazione del dolore, la Verità della via che porta alla cessazione del dolore.

Dopo aver raggiunto il Nirvana, Siddhartha Gautama si chiamò “Il Buddha”, traducibile con “illuminato”, e passò la propria vita a predicare.

Le statue che rappresentano il Buddha si trovano in tutto il mondo, soprattutto nei paesi dove il buddismo è il credo più diffuso.

Una statua buddista che merita una menzione particolare è il Phra Phuttha Maha Suwan Patimakon, un Buddha alto 254 centimetri per 5,5 tonnellate di peso che si trova nel tempio Wat Traimit a Bangkok, in Thailandia.

La raffigurazione della statua è nella posizione Bhumisparsamudra, con le gambe incrociate, la mano destra che sfiora il terreno e la sinistra a palmo aperto di fronte al ventre.

 La Usnisa, la fiamma sopra alla testa, raffigura l’energia spirituale che fluisce al di fuori del corpo, mentre i lobi forati e allungati mostrano il precedente status di principe di Siddhartha Gautama.


Lo stile della statua richiama altre simili costruite durante la dinastia Sukhotai, fra il XIII ed il XIV secolo, durante l’omonimo regno che governò vaste aree della Thailandia. Inizialmente il Buddha d’Oro si trovava a Sukhothai, per poi esser trasferito, nel 1403, ad Ayutthaya, dove rimase sino al 1801. 

Durante il 1765 i birmani assediarono la città, e la statua venne ricoperta di stucco dorato, mascherandone il reale valore. Solo così riuscì a salvarsi dal saccheggio della città avvenuto nel 1767.

Nel 1801 il Buddha d’Oro, sempre nascosto sotto uno strato di stucco, venne trasferito a Bangkok, quando il re Rama I, sostenitore dei monaci buddisti, proclamò Bangkok nuova capitale.

 Ordinò la costruzione di nuovi templi, popolati di rappresentazioni del Buddha provenienti da quelli in rovina. 

Durante il regno di suo nipote, Rama III, il Buddha d’Oro fu collocato nel tempio principale di Wat Chotanaram.


Wat Chotanaram, con gli anni, perse i suoi fedeli e venne infine abbandonato.

 La statua venne trasferita a Wat Traimit nel 1935 ma, dato che non c’era uno spazio per posizionare la scultura, rimase sotto una tettoia in lamiera per circa 20 anni. 

Nel maggio del 1955 il Buddha d’oro, sempre ricoperto di gesso, fu destinato ad un nuovo tempio a Bangkok. Quando la statua fu sollevata le corde si spezzarono e cadde, causando la rottura dello stucco.

Gli operai, pensando ad un cattivo presagio, scapparono dal tempio, lasciando la statua sommersa dal fango di un diluvio che avrebbe inondato la città per un giorno intero. 

Terminata la pioggia, il responsabile del tempio esaminò i danni alla scultura, scoprendo che, al di sotto del gesso, si nascondeva una statua di oro massiccio.

 La statua non era integra, ma smontata in nove parti, e all’interno del piedistallo vi era una chiave che consentiva di montare e smontare la statua, in modo da consentirne un più facile trasporto.


La statua d’oro fu scoperta in prossimità delle celebrazioni per la commemorazione del venticinquesimo periodo buddhista (2.500 anni dopo la morte di Gautama) per cui i media tailandesi diedero un enorme risalto al ritrovamento, e molti buddisti parlarono di miracolo.

Il 14 febbraio del 2010 fu inaugurato un grande edificio al Tempio di Wat Traimit, adatto ad ospitare il Buddha d’Oro.

 Al suo interno, oltre alla sala con il Buddha, si trovano le fotografie del ritrovamento e anche alcuni pezzi del gesso che ricopriva la statua.



Fonte: vanillamagazine

venerdì 11 giugno 2021

La bellissima leggenda della grotta Zinzulusa del Salento


 La grotta Zinzulusa è tra le dieci più importanti al mondo, al suo interno si spalanca un meraviglioso paradiso fatto di laghetti, formazioni calcaree, stalattiti e stalagmiti. 

Un nome curioso che deriva dal dialetto popolare salentino dove gli zinzuli sono gli stracci. 

La leggenda vede nelle numerose stalattiti e stalagmiti proprio le sembianze di stracci di un abito logoro.

La grotta Zinzulusa è stata scoperta nel 1793 dal vescovo locale Antonio Francesco del Duca, ma è stata esplorata dopo gli anni Cinquanta per studiarne le origini e la conformazione.

Nata da un fenomeno carsico risalente al periodo preistorico, la grotta è caratteristica per via delle sue curiose forme create dall’erosione. Un esempio? I visitatori potranno ammirare sentinelle, cascate, un’aquila, un presepe.

 Bellissimi anche i dintorni, con coste dirupate, acque limpidissime e incantevoli insenature che sembrano scolpite a mano.


Un fenomeno che troviamo in molte sorgenti di acqua dolce che si mescolano con il mare e rendono l’acqua particolarmente fredda all’interno della grotta.

 Il colore è di un azzurro-verde intenso.

La grotta è lunga 160 metri ed è costituita da tre parti.

 La prima è la Conca, una caverna con base ellittica che si apre verso il tratto più lungo della Zinzulusa, detto Corridoio delle Meraviglie. Qui ci sono le formazioni stalattitiche e stalagmitiche che impreziosiscono le pareti e alcune, per la loro straordinaria somiglianza con alcuni oggetti, hanno dei nomi curiosi, come ad esempio, Prosciutto, Pulpito, Spada di Damocle.


Lungo il corridoio si trova un altro laghetto, chiamato Trabocchetto che porta al secondo tratto: la Cripta (conosciuta anche come Duomo), una caverna di dimensioni ridotte e ricca di colonne calcaree. 

Questa caverna è alta ben 25 metri ed è stata un tempo rifugio di centinaia di pipistrelli che l’hanno abitata per molti secoli. Infine si raggiunge il Cocito, un piccolo bacino chiuso che si è così trasformato in un sistema ipogeo subacqueo.



La tradizione popolare narra che un tempo, vicino al luogo, vivesse il Barone di Castro, signore delle terre attorno al paese, un personaggio crudele e malvagio, nonché ricchissimo, il quale per la sua cattiveria lasciò morire la moglie di dolore e faceva vestire la povera figlioletta solo di stracci. 

La sua avarizia e cupidigia erano tali che, nonostante la grande quantità di denaro della quale era fornito, egli preferiva accumulare beni piuttosto che spendere qualche soldo per vestire la figlia.

La bambina, mancando delle cure e dell’amore paterno e materno, cresceva cupa e triste. 

Un giorno però una fata buona si presentò al cospetto della bimba, e le donò un vestito stupendo, stracciando quello vecchio e logoro che indossava.

 Gli stracci (in dialetto zinzuli) volarono insieme al vento fino ad adagiarsi sulle pareti della grotta, dove si pietrificarono. Da quel momento, la grotta, appunto perché le sue estremità erano ornate da quegli stracci di vestiti, venne chiamata Zinzulusa.

Il Barone invece venne scagliato dalla fata nel profondo delle acqua sottostanti alla grotta, e laddove egli si adagiò, scaturirono dal fondo marino delle acque infernali, creando il laghetto chiamato Cocito; secondo la leggenda, i crostacei che assistettero a tale avvenimento rimasero accecati per sempre. Invece la bambina si sposò con un principe ricco e buono, e la sua vita cambiò per sempre.



giovedì 3 giugno 2021

L’origine delle Teste di Moro: una storia tra gelosia e passione


 Qualsiasi siciliano, passeggiando per le vie della propria città o del proprio paese, si sarà imbattuto almeno una volta nella vita nelle Teste di Moro, cioè quei vasi ornamentali di ceramica dipinti a mano che raffigurano il volto di un uomo e di una donna.

Questi vasi, emblema della cultura e dell’arte siciliana, non nascono da un sorprendente estro creativo da parte degli artigiani siculi, ma sono il frutto di una leggenda propagata nel corso dei secoli.

 Dietro alle Teste di Moro, in siciliano note anche come Graste, si nasconde una storia d’amore fatta di passione, tradimenti, gelosia e sfociata nella vendetta.


Si narra che intorno all’anno 1000, durante la dominazione dei Mori in Sicilia, nel quartiere arabo Kalsa (nel cuore di Palermo) viveva una bellissima fanciulla che passava le sue giornate dedicandosi alla cura delle sue piante.

 Un giorno, dall’alto della sua rigogliosa balconata, venne notata da un Moro che stava passando da quelle parti.

Questo, non appena la vide, se ne invaghì immediatamente e non esitò un attimo a dichiarargli il suo amore. La ragazza, colpita da tale dichiarazione, ricambiò con passione il sentimento del Moro, ma la loro storia iniziata con tanto ardore era destinata ad una vita breve. Ben presto la giovane scoprì che il suo amato doveva fare ritorno in Oriente dove ad attenderlo c’erano moglie e figli.

Nel cuore della notte, sentitasi tradita ed umiliata, la ragazza si abbandonò ad un momento di gelosia e ira funesta uccidendo il suo Moro mentre stava dormendo.

 Successivamente ne tagliò la testa e vi creò una sorta di vaso in cui piantò all’interno un germoglio di basilico di cui si prese cura giorno per giorno.

 Grazie al suo inebriante profumo, la pianta di basilico, considerata l’erba dei re (dal greco Basilikos),  raccolse l’invidia dei vicini della fanciulla che non persero tempo a realizzare vasi in terracotta con le stesse fattezze della Testa di Moro.

Oggi le Teste di Moro sono riprodotte quasi sempre in coppia. Entrambi i vasi, che sul capo tengono una corona e un turbante che richiama all’Oriente, sono riccamente ornati con gioielli, fiori e agrumi. 

Fonte: liveuniversity.it

lunedì 31 maggio 2021

Il Villaggio degli Gnomi a San Candido


 Casette in miniatura, rigorosamente in legno grezzo, con porticine che permettono ai bambini di entrare a curiosare, di giocare nelle diverse ambientazioni. 

La cucina per preparare i pasti, il laboratorio dove costruire, l’angolo pittura per disegnare, una chiesetta con banchi e campanile per suonare le campane.

E poi ancora staccionate, casette sugli alberi raggiungibili con ponticelli di corde e scalette, un castello sospeso fra i rami d’ un albero a guardia del villaggio, un castello in miniatura simile ai tanti castelli che un tempo presidiavano la valle e che ancora oggi si ergono a testimonianza di antiche glorie.

Questo è il Villaggio degli Gnomi di San Candido, inaugurato nell’estate 2018 ai piedi del Monte Baranci, un luogo per giocare nella natura, di fronte a vette dolomitiche, nato dal desiderio  di riprodurre l’ ambiente di vita degli gnomi, protagonisti, insieme al Gigante Baranci, di un’ antica leggenda.


Baranci, da bambino, bevve da una fonte magica ed acquisì una forza sovrumana, diventando un gigante buono.

Aiutò, con la sua smisurata forza, gli abitanti di San Candido a trasportare a valle i massi tolti alla montagna per costruire la Collegiata del paese.

Gli gnomi della montagna lo aiutarono in questa impresa ed oggi proprio a loro è dedicato il delizioso villaggio, ulteriore piacevole testimonianza  di come sia possibile coniugare tradizioni, artigianato, eco sostenibilità, per creare piccoli mondi dedicati al gioco dei più piccoli, in contesti naturali di una bellezza unica.

Il Villaggio degli Gnomi a San Candido è raggiungibile con la seggiovia che sale sul Monte Baranci.


Appena scesi dalla seggiovia c’è tutto ciò che occorre per trascorrere una giornata nel verde, tra giochi e panorama:

rifugio, parco giochi, laghetti a forma di impronte giganti dove rinfrescarsi con percorso kneipp, sdraio e prati dove correre e giocare e questo splendido villaggio dedicato ai piccoli aiutanti del Gigante buono.

Fonte: playgroundaroundthecorner.com

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