lunedì 22 ottobre 2018

L' incantevole Castello di Gropparello



 Il castello di Gropparello è una rocca fortificata, nel comune omonimo in provincia di Piacenza.
 La particolarità di questa imponente costruzione è la sua posizione. Si trova infatti arroccata su uno sperone roccioso, su uno strapiombo che finisce nelle acque del fiume Vezzeno.

 Questa sua locazione gli ha dato il nome che porta, infatti Gropparello deriva dal termine celtico “Grop” che indica un ostacolo naturale, di tipo roccioso. 
La sua posizione sulla roccia lo ha reso noto nel passato come rocca inespugnabile.


Il castello venne costruito sulla sede di un castrum romano, posto a difesa della via per Velleia. 
Nel medioevo fu terreno di scontro tra Guelfi e Ghibellini, rappresentando l’unica roccaforte guelfa nel territorio piacentino. 

Nei secoli passò nelle mani di diverse famiglie fino a che nel 1869 venne acquistato dal conte Ludovico Marazzani-Visconti che affidò il restauro all’architetto Camillo Guidotti.

 Quest’ultimo aggiunse strutture neogotiche ed apertura di finestre nel mastio. 

 In seguito arrivò nelle mani della famiglia Gibelli, che lo aprì al pubblico e lo trasformò in un’opportunità commerciale offrendo visite guidate e allestendo ambienti tematici per i bambini. 


 Una leggende aleggia intorno a questo castello medievale teatro di una tragica vicenda.
 Verso la metà del Duecento era signore di queste zone Pietrone da Cagnano, che un giornò partì per un viaggio lasciando sola la bella moglie Rosania Fulgosio.

 Approfittando della situazione, Lancillotto Bracciforte, capitano del marchese Pallavicino, prese d’assedio il castello, ma affascinato dalla bellezza della giovane castellana se ne innamorò e desistette dai propri propositi belligeranti. 
L’amore di Lancillotto era ricambiato da Rosania, e così i due divennero amanti.

 Pietrone venne a sapere dell’accaduto da una perfida serva,e decise di vendicarsi.
 Narcotizzata la moglie durante il suo ultimo sontuoso banchetto, la murò viva nelle segrete del castello ed ancora oggi, specie nelle notti di vento si sente una voce invocare aiuto…


Il castello è caratterizzato da tutti gli elementi di una vera e propria roccaforte compatta, nonostante abbia parti risalenti ad epoche diverse.
 Mura merlate, cortili, torri e ponte levatoio, tutto questo lo rende un classico castello che sembra uscito dalle favole. 

La torre è la parte più antica del castello, costruita proprio sulla sommità della rupe, il punto ideale per sorvegliare la città e avvistare l’arrivo di potenziali nemici dalla pianura padana.

 Il castello è circondato da un grande parco, il primo parco emotivo d’Italia, dove animatori vestiti da guerrieri medievali intrattengono i bambini che si divertono con fiabe e racconti sugli esseri magici che abitano il bosco.





Fonte: viaggiare.moondo

venerdì 19 ottobre 2018

Xiaohe, un cimitero nel deserto di 4000 anni


Nell’estremo oriente del desolato deserto del Taklamakan, a centinaia di chilometri dall’insediamento più vicino, un gruppo di fitti paletti di legno segna il posto di un cimitero di 4000 anni.

 Il cimitero si trova in cima a una piccola duna di sabbia. I pali di legno, le cui cime sono state scheggiate da secoli di forte vento, sono le pietre tombali di coloro che giacciono sepolti sotto.
 L’estate secca e gli inverni gelidi hanno contribuito a preservare i corpi a tal punto che si possono ancora vedere le caratteristiche e i contorni dei loro volti.

 Uno di questi corpi mummificati, soprannominato “La bellezza di Xiaohe”, doveva essere una donna straordinariamente bella quando era viva. 



Il cimitero fu scoperto all’inizio del XX secolo da un cacciatore locale di nome Ördek.
 Il cacciatore uiguro stava vagando per una zona del deserto inospitale quando inciampò attraverso la foresta di pali di legno con ossa umane e antichi manufatti religiosi disseminati intorno. Credendo che il posto fosse infestato, si affrettò a non tornare più. 

Decenni dopo, un esploratore e archeologo svedese, Folke Bergman, stava curiosando nella regione alla ricerca di antiche rovine legate alla leggendaria Via della Seta quando qualcuno lo aveva diretto a Ördek.
 Ördek spiegò a Bergman come trovare il cimitero ma rifiutò di andare con lui.
 Bergman riuscì comunque a trovare il sito e lo chiamò la necropoli di Ördek.

 Bergman ha scavato circa una dozzina di corpi e recuperato circa 200 manufatti. 
Ha lasciato un resoconto abbastanza dettagliato delle sue scoperte nel libro Ricerche archeologiche nel Sinkiang, in particolare nella regione di Lop-nor .

 Bergman notò la forma insolita delle bare, che sembravano barche rovesciate. Dopo aver sistemato i morti in queste barche rovesciate, furono accuratamente coperti di pelle di mucca e seppelliti nella sabbia insieme a cesti di paglia contenenti grano e altri cereali alimentari.
 I paletti di legno furono poi conficcati nel terreno.
 L’intero sito, scriveva Bergman, era disseminato di monumenti in legno a forma di remo e figure umane in legno.



Il cimitero fu quasi dimenticato fino ai primi anni del 2000, quando gli archeologi cinesi condussero una spedizione nel sito.

 Hanno scoperto che la scoperta di Bergman era molto più notevole di quanto inizialmente pensato.
 Gli archeologi hanno trovato centinaia di corpi sepolti cinque strati in profondità, insieme a mummie intatte, le mummie più antiche e meglio conservate nella zona del bacino di Tarim in Cina.

 “Mai prima d’ora un numero così elevato di mummie è stato trovato in un singolo sito in qualsiasi parte del mondo”, ha dichiarato Idelisi Abuduresule , ricercatrice e capo dello Xinjiang Cultural Relics and Archaeology Institute.

 Gli archeologi hanno anche scoperto varie figure e animali scolpiti nel legno, piccole maschere di legno e sculture in legno di genitali maschili e femminili, tra le altre cose.

 “Tutto questo ci ha portato in un mondo misterioso permeato da un’atmosfera religiosa originale”, ha detto Idelisi. “La ricca connotazione culturale delle Tombe Xiaohe è senza pari tra le scoperte archeologiche cinesi e straniere”.

 La necropoli di Ördek era ora chiamata il cimitero di Xiaohe, dopo un fiume asciutto nelle vicinanze. Ma l’archeologo preferisce chiamarlo il piccolo cimitero del fiume n. 5. 

 Una delle scoperte più interessanti è che, sebbene il cimitero si trovi in ​​Cina, i cadaveri presentano forti tratti europei con capelli castani e nasi lunghi.
 Le analisi genetiche delle mummie hanno mostrato che i lignaggi materni del popolo Xiaohe provenivano dall’Asia orientale e dall’Eurasia occidentale, mentre i lignaggi paterni provenivano tutti dall’Europa. 

Gli archeologi credono che le popolazioni europea e siberiana probabilmente si siano sposate prima di entrare nel bacino di Tarim circa 4000 anni fa.
 Il bacino di Tarim era già asciutto quando il popolo Xiaohe vi entrò costringendoli a vivere ai margini della sopravvivenza fino a quando i laghi e i fiumi dai quali dipendevano alla fine si seccarono intorno al 400 dC.


Fonte: Amusingplanet

giovedì 18 ottobre 2018

A caccia delle luci del sud


Una volta provato, dà subito dipendenza. 
Il fotografo australiano Lachlan Manley è dipendente dalla natura e dalle aurore boreali… scusate, australi.

 Quando parliamo di aurore, ci vengono subito in mente: aurore boreali, paesaggi innevati e abitazioni invernali. Ma non serve arrivare fino in Lapponia, alle Lofoten o in Alaska per poter osservare questo spettacolo.
 Anche a sud (molto a sud), la Natura ci propone il luminoso “show”. 
È possibile osservare questo fenomeno anche dall’Argentina, dal Cile, dalla Nuova Zelanda, dall’Australia, dalle Isole Malvine (Falkland) o dall’Antartide.

 Sono meno famose delle parenti settentrionali, ma l’effetto è altrettanto ipnotico.


Il periodo migliore per andare a caccia di aurore resta sempre l’inverno, che nell’emisfero sud va da marzo a settembre. Ovviamente nelle ore più buie, condizione imprescindibile per poter vedere le luci danzanti in tutto il loro splendore. 

I mesi migliori sono solitamente luglio e agosto, ma non sempre è così.
 Le luci del sud, come quelle del nord, sono imprevedibili. 

“Catturare l’aurora con la fotocamera non è tanto difficile. La cosa complicata è essere lì nel momento in cui arriva” dice Lachlan. Non solo devi essere nel luogo giusto (“più sei a sud, meglio è”, specifica) al momento giusto, ma devono esserci anche le condizioni perfette.
 Servono cieli limpidi e scuri, lontani da ogni fonte di luce, compresa la luna.


Per questo, la Aoraki Mackenzie Dark Sky Reserve, nel sud della Nuova Zelanda, è uno dei luoghi migliori per osservarle.

 Si tratta della “riserva di cielo buio” più grande del mondo e la prima certificata dalla IDA (International Dark-Sky Association) nell’emisfero sud.
 Qui si trovano il Parco Nazionale Aoraki/Monte Cook e il Lago Tekapo.
 Il primo vanta 23 vette sopra i 3.000 metri di altitudine, tra cui il Monte Cook (o Aoraki, in lingua maori), la montagna più alta della Nuova Zelanda.
 Nel secondo, si trova l’osservatorio principale del paese, l’Osservatorio del Monte John. 

Non sono solo questi, gli angoli nascosti nell’isola dei kiwi, i posti giusti per i cacciatori di aurore.
 L’Isola Stewart è l’isola neozelandese più vicina al Polo Sud. Il suo nome maori, Rakiura, ci dà già un indizio: il suo significato è “cieli brillanti”.


Anche dall’Australia è possibile fotografare i “cieli brillanti” di colore rosa, verde e giallo. 
Lachlan Manley è riuscito a farlo a Queenscliff, a sud di Melbourne, e a Port Phillip Heads, anch’esso nello stato di Victoria. Tuttavia, se dovessi consigliare un luogo, direi senza dubbio la Tasmania. 
I fotografi Matt Glastonbury e Dietmar Kahles sono degli esperti di quest’isola.
 Il primo ha immortalato le luci del sud dal Monte Wellington, riflesse nel fiume Derwent.
 Il secondo lo ha fatto da Strahan, una piccola città costiera sulla riva occidentale.
 Cradle Mountain, i dintorni della città di Hobart e la remota Melaleuca sono altri dei suoi “spot” preferiti.

 La chiave sta nel cercare un luogo buio, guardare a sud, meglio se dall’alto di una montagna o di fronte alla costa, e aspettare che inizi la magia.

 Fonte: passenger6a

mercoledì 17 ottobre 2018

In Cina c’è un Buddha gigantesco nascosto in mezzo alla foresta


In Cina, nascosto tra la fitta foresta, c’è un Buddha gigantesco. 
È il Buddha di Leshan, la più grande statua di pietra di Buddha al mondo. 
 L’enorme statua è scolpita direttamente nella roccia.
 È talmente grande che le sue spalle sono larghe 28 metri, le dita sono lunghe 8,3 metri, le orecchie 7 metri e sull’unghia più piccola dei piedi ci sta comodamente una persona seduta. 

 In Cina si dice che “la montagna è un Buddha e il Buddha è una montagna”, in quanto la catena montuosa in cui la statua si trova ha una vaga somiglianza con la forme di un Buddha dormiente e la statua gigante al centro.
 Il luogo in cui sorge, infatti, è incredibilmente affascinante: è posta di fronte al Monte Emei, nella provincia di Sichuan, con i tre fiumi Minjiang, Dadu e Qingyi che scorrono ai suoi piedi. La statua è alta 71 metri e rappresenta un Buddha Maitreya in posizione seduta, con le mani appoggiate sulle ginocchia.


La sua costruzione risale all’anno 713, durante la dinastia Tang, e fu ultimato più di novant’anni dopo.

 Fu un monaco di nome Hai Tong ad avere l’idea della sua costruzione. 
Poiché le acque dei tre fiumi causavano numerosi incidenti tra le barche, il popolo attribuiva questi disastri alla presenza di uno spirito. Quindi Hai Tong decise di scolpire una statua nei pressi del fiume, pensando che il Buddha potesse controllarlo. 
Inoltre, le pietre che sarebbero cadute durante le incisioni avrebbero diminuito la forza dell’acqua.


Il fascino del Buddha non dipende soltanto dalla dimensione, ma anche nella maestria architettonica con cui è stato scolpito, a partire dal sistema di drenaggio.
 Questo sistema è formato da canali nascosti, distribuiti sulla testa e sulle braccia, dietro le orecchie e nei vestiti e aiuta a far uscire l’acqua piovana e a mantenere la statua asciutta al suo interno garantendone la conservazione. 

 Dal 1996 il Buddha di Leshan è entrato a far parte della lista dei Patrimoni dell’Unesco.

 Fonte: siviaggia.it

Lolita, l'orca più sola al mondo non sarà liberata e rimarrà all'acquario


L’orca Lolita resta al Seaquarium di Miami, va in frantumi il sogno di migliaia di persone che chiedevano la sua liberazione. 
I giudici della Corte d’Appello federale degli Stati Uniti respingono la petizione per farla tornare a nuotare in mare aperto e farle dimenticare l’orrore della cattività. 

 Era stata catturata nel 1970 a Penn Cove al largo dell’isola Whidbey, dal mare all’acquario di Miami, il più piccolo d'America. Da meravigliosa creatura marina a fenomeno da baraccone in un angusto spazio tra flash e risate, costretta a giocare con una pallina, addomesticata come un animale da compagnia.


Lolita è rimasta l’unica, tutte le altre orche sono morte.

 Negli ultimi mesi, gli ambientalisti avevano cercato in tutti i modi di perorare la causa di liberazione, appellandosi al fatto che l’animale era stato catturato in un’area che appartiene alla tribù Lummi.
 Secondo un trattato del 1855, i nativi hanno il diritto di proteggere tutto ciò che sorge nella loro zona, quindi anche il mare e i suoi abitanti.
 Lolita era stata catturata proprio nel mare di Salish vicino l’isola di Orcas, dimora dei Lummi.
 Per la povera Lolita sembrava, quindi, essersi accesa una speranza: la tribù poteva diventare custode dell’orca, specie che, come sappiamo, è considerata in via d’estinzione.
 Lolita avrebbe potuto vivere i suoi ultimi anni libera in un santuario marittimo, ma le cose sono andate diversamente.
 Lolita, l’orca più sola al mondo, rimarrà nella sua prigione... probabilmente fino alla morte.


People for the Ethical Treatment of Animals, The Animal Legal Defense Fund e Orca Network si erano appellati alla Corte federale per la sua liberazione, ma i giudici hanno deciso che sull’animale non vi è alcuna minaccia che mostri la violazione del suo mancato benessere dentro l’acquario e hanno espresso forti dubbi sulle modalità di spostamento.

 Una decisione che lascia veramente basiti.
 Quasi 50 anni in cattività, strappata alla sua mamma quando aveva appena tre anni, costretta a divertire un pubblico, stressata dal poco spazio e totalmente immersa nella solitudine, non sono forse motivazioni valide per farla tornare nel suo habitat naturale?
 Il fatto che Hugo, il suo compagno di prigionia si sia suicidato nel 1980 battendo la testa contro la vasca, non è un campanello d’allarme di un malessere?

 “Questa sentenza condanna un’orca molto intelligente, profondamente sola e angosciata da una vita di danni fisici e psicologici, confinata in una piccola cella di cemento senza famiglia, amici o libertà» dice Jared Goodman, vice-consigliere generale per la legge sugli animali della Fondazione PETA.

 Adesso la battaglia non si arresta, le organizzazioni animaliste hanno preparato un’altra causa, ma nel frattempo Lolita rimane lì, vittima di un business difficile da smantellare. 

 Dominella Trunfio

martedì 16 ottobre 2018

I segreti di Venezia: l’isola di San Lazzaro degli Armeni


A soli 20 minuti in vaporetto da Piazza San Marco si trova l’Isola di San Lazzaro degli Armeni, un luogo misterioso che ospita un monastero dove vivono tutt’ora i Padri Armeni Mechitaristi. Un’oasi di pace, che al suo interno custodisce numerosi segreti e tesori.
 Ma qual’è la storia di quest’isola e perché i monaci decisero di stabilirsi proprio qui? 

 Nel IX secolo vi vissero i benedettini di Sant’Ilario.
 In seguito l’isola fu adibita a casa per malati e a lebbrosario; fu poi abbandonata e rimase desolata fino ai primi anni del 1700, quando fu individuata da Padre Mechitar quale luogo ideale per costruire un monastero. 

 In realtà Padre Mechitar, fondatore dell’ordine che oggi prende il suo nome, stava fuggendo, assieme alla sua confraternita, dall’Armenia, perseguitato dai Turchi.
 L’allora Repubblica di Venezia, concesse all’Ordine di stabilirsi sull’Isola di San Lazzaro, che peró in quel tempo era in grave stato di abbandono.
 I monaci risistemarono tutto e trasformarono le strutture già esistenti in un bellissimo convento.




Il motivo principale per cui i monaci armeni scelsero questo posto è legato al fatto che Venezia, in quel tempo, era uno dei più importanti Centri di Stampa d’Europa, e compito dei padri era quello di preservare la cultura di in popolo, quello armeno, perseguitato da sempre. 
Vi fondarono perciò una tipografia poliglotta, che divenne nel tempo un importante centro di cultura; oggi la biblioteca del convento é una delle più importanti dell’Occidente, visto che contiene oltre 4.500 manoscritti originali.






La storia dell’isola è strettamente legata perciò a quella dei Padri Armeni Mechitaristi e alla loro opera di divulgazione della cultura armena. Oltre a manoscritti, il monastero contiene anche tesori di inestimabile valore, come i preziosi manufatti provenienti dalla Cina e dal Giappone e le mummie egizie datate VIII secolo a.C, in ottimo stato di conservazione.


Quando Napoleone invase Venezia, saccheggiò e distrusse tutti i monasteri dei dintorni, ordinando però con decreto ufficiale di risparmiare quello di San Lazzaro.
 Il Monastero venne considerato a tutti gli effetti un’accademia di scienze e studi e pertanto poteva usufruire della protezione imperiale.


Di qui passò anche il grande Poeta inglese Lord Byron, che si fermò ben due anni per studiare l’armeno, prima di partire alla volta della Grecia e combattere assieme ai greci per l’Indipendenza dai Turchi.


Oggi, visitando il monastero si è avvolti da un’atmosfera mistica e illuminata, ed oltre ai tesori qui custoditi è possibile apprendere molto della cultura armena. 

Nel cortile interno è esposta una serie di interessanti diapositive relative al cruento genocidio, che la popolazione armena subì ad opere dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916.
 In quell’occasione, furono deportati e massacrati quasi 2 milioni di persone.
 Ma di questo orrendo crimine la Storia sembra sottacere. 

 Così non andremo più vagando
 Nella notte fonda 
 Anche se il cuore vuole ancora amore
 E la luna splende luminosa”

 LORD BYRON


Fonte: vitaminaproject.com

Il Castello Odescalchi


Edificato sulla preesistente rocca della famiglia Di Vico, proprietaria del territorio di Bracciano fin dal XI secolo, il Castello Odescalchi venne aperto al pubblico nel 1952 per volere del principe Livio IV Odescalchi e raccoglie gli arredi e le opere d'arte collezionati dal principe Baldassarre Odescalchi dalla metà dell'Ottocento. 

 Nella prima metà del XV secolo la famiglia Orsini venne in possesso del territorio di Bracciano e, tra il 1470 e il 1485, iniziò la costruzione del Castello per volere di Napoleone Orsini.

 Conteso nel corso dei secoli dalle più importanti famiglie nobili romane, nel 1696 il maniero passò alla famiglia Odescalchi che, dopo varie vicissitudini: assedi, matrimoni, papi e re, agli inizi del Novecento lo fece tornare all'antico splendore con l'architetto Raffaello Ojetti.

 Il Castello si presenta con una tripla cinta muraria e cinque torri cilindriche più una mozza, di origine più antica.
 All'ingresso verrete accolti da un arco cinquecentesco su cui è riportato lo stemma di famiglia, opera di Jacopo del Duca.



Molte e di grande interesse le varie Sale, come la Sala dei Cesari con i 12 busti del XVII secolo in marmo bianco e piperino, il settecentesco letto siciliano in ferro battuto, la clessidra del Cinquecento ed il grande affresco di Antoniazzo Romano che raffigura Gentile Virginio Orsini che guida le truppe aragonesi a Bracciano ed il suo incontro con Pier de' Medici. 

 Da questa Sala dal soffitto altissimo, è stata ricavata, costruendone un altro più in basso, la Sala delle Armi o Sala d'Ercole del piano superiore. 
Quest'ultima, detta d'Ercole per il fregio che la circonda raffigurante episodi della vita del mitico eroe, raccoglie una collezione di armi e armature con lance, alabarde e spade che vanno dal XV al XVII secolo.


Molti celebri personaggi hanno soggiornato nel Castello, come il re di Francia Carlo VIII e papa Sisto IV della Rovere, rifugiatosi a Bracciano nel 1481 per sfuggire alla pestilenza di Roma.

 A ricordarlo la Sala Papalina, che si presenta con il soffitto splendidamente decorato a grottesche su fondo oro dai fratelli Zuccari, che vi lavorarono nel 1560 per le nozze di Isabella de' Medici e Paolo Giordano Orsini realizzando l'oroscopo e gli emblemi delle corti dei due sposi.


La Sala Umberto, con gli arredi cinquecenteschi ed il soffitto a cassettoni; la Sala del Trittico, con la pala d'altare con due ante d'organo che rappresentano un'Annunciazione di Antoniazzo Romano e la Sala del Pisanello, chiamata così per lo stile del fregio, che raccoglie una prestigiosa collezione di ceramiche italiane prodotte dal XV al XVIII secolo, sono solo alcune delle testimonianze storiche e artistiche custodite nel Castello.


Da non dimenticare le pregiate pitture rinascimentali con la Crocifissione, il Sant'Antonio da Padova e la Maddalena, attribuite alla scuola di Crivelli; il celebre ciclo della donna medievale, che illustra la vita di corte del tardo Medioevo; la Sala Gotica, con il severo arredamento di gusto neogotico; la Sala Isabella, l'ultima sala del piano nobile, affrescata da Antoniazzo Romano; nonché le antiche cucine con i 4 enormi camini, i tegami di rame e l'incensiere simbolo degli Odescalchi.


I camminamenti, le logge e il giardino pensile sul lago di Bracciano, sovrastato da due cedri secolari del Libano, contribuiscono a regalare al Castello quell'area fiabesca che da sempre incanta i visitatori. 

Il suo aspetto attuale è dovuto all'attenta gestione della principessa Maria Pace Odescalchi.




 Fonte: italiaparchi.it

lunedì 15 ottobre 2018

Scoperta, nell’ambra, una lumaca incredibilmente conservata per 99 milioni di anni!


Di tutte le creature preistoriche trovate intrappolate nell’ambra, mai ci saremmo aspettati una lumaca.

 Questo è esattamente ciò che i paleontologi hanno trovato, così perfettamente conservato che il suo delicatissimo guscio è intatto, e per la prima volta sono stati osservati tessuti preistorici di lumache morbide.

 Un secondo guscio di lumaca, meno ben conservato, si trova nella stessa porzione di ambra. 

Racchiuse nell’ambra di 99 milioni di anni fa proveniente dal Myanmar, le lumache vivevano quindi nel Cretaceo, quando alcuni dei dinosauri più amati del mondo, come il T. rex , il velociraptor e il triceratopo calpestavano la Terra. 
La loro morfologia suggerisce che essi siano antenati della famiglia dei Cicloforidi, famiglia delle lumache terrestri.
 Questo le rende non solo le più antiche lumache mai trovate nell’ambra, ma li collocherà anche tra i cicloforoidi più antichi trovati in Asia. 

Le lumache, come probabilmente sapete, sono straordinariamente fragili e i loro corpi sono morbidi e soffici, e i loro esoscheletri; noti anche come i loro gusci, sono assai fragili.
 Alcuni sono stati conservati nella documentazione sui fossili, ma le lumache conservate nell’ambra sono eccezionalmente rare.


Questo pezzo, acquistato da un collezionista di fossili privato nel 2016, è 70 milioni di anni più vecchio di qualsiasi altro tessuto molle di lumaca che sia stato identificato fino ad oggi. 

“La resina di un albero antico ha un eccezionale potenziale di conservazione, catturando i minimi dettagli di organismi fossili vecchi di milioni di anni in perfetto spazio tridimensionale, tanto da apparire come se fossero rimasti intrappolati nella resina giusto un giorno fa”, ha dichiarato il paleontologo Jeffrey Stilwell di La Monash University in Australia a John Pickrell di National Geographic .
 Siccome la chiocciola è molto giovane, è difficile identificarla in modo certo, sebbene abbia diverse caratteristiche morfologiche comparabili a quelle osservate su specie di Cyclophoridae fossili e viventi, come un opercolo , una sorta di “coperchio” che la lumaca usa per sigillare il suo conchiglia.

 Ciò che forse è ancora più interessante è che la lumaca era probabilmente viva quando è stata racchiusa nell’ambra, e il suo corpo era teso e deformato. 
“Le parti molli della lumaca sono molto tese, e questo potrebbe rappresentare un ultimo tentativo di fuga senza successo”, hanno scritto i ricercatori nel loro articolo . “Dato che la lumaca era rimasta apparentemente sepolta nella resina degli alberi mentre era in vita, ciò potrebbe spiegare la pronunciata distorsione dei tessuti molli preservati.”


La probabile sequenza di eventi, ipotizzano che la minuscola lumaca strisciasse con il suo occhio peduncolato quando la resina ha cominciato a inghiottirla.
 Si allungò nel tentativo di fuggire, e questo avvenne quando la resina iniziò a scorrere intorno al suo corpo.
 Una volta intrappolata, la lumaca trasudava aria, probabilmente da un polmone dentro il suo guscio, che ribolliva verso l’esterno e oscurava la sua testa.

 Anche se questo non aiuta l’identificazione, il fatto dell’esistenza della lumaca è una straordinaria aggiunta agli incredibili reperti trovati negli ultimi anni nell’ambra di Myanmar risalente a circa 99 milioni di anni fa, che rivelano un livello senza precedenti di dettagli sulla regione durante il Cretaceo.

 Fonte: www.sciencealert.com

venerdì 12 ottobre 2018

Eruzione del Vesuvio del 79 d. C.: le vittime finirono per "esplodere"


L'ondata di morte causata dal Vesuvio nel 79 d. C. non fu per tutti immediata: a Ercolano i gas, il vapore e le ceneri roventi emessi dal vulcano (i cosiddetti flussi piroclastici) arrivarono 12 ore dopo l'eruzione, quando mutò la direzione dei venti.
 In quell'arco di tempo in molti provarono a mettersi in salvo, ma chi riuscì a non finire arso vivo dal materiale che avvolse la città non fece, purtroppo, una fine migliore.

 Nuove analisi di decine di scheletri rinvenuti nell'antico insediamento romano rivelano che le temperature estreme dell'eruzione causarono una vaporizzazione dei fluidi corporei che fece esplodere il cranio delle vittime dall'interno, come una pentola sottoposta a eccessiva pressione.


Un gruppo di archeologi dell'Azienda Universitaria Federico II di Napoli ha studiato le ossa ritrovate in una dozzina di edifici sul lungomare che avrebbero dovuto costituire un rifugio per circa 300 abitanti di Ercolano, ma che si trasformarono nella loro tomba. 

Sulle ossa, sui crani e sulle ceneri trovate attorno e all'interno di quelli che dovevano essere i corpi delle vittime, è stato individuato uno strano residuo minerale nero e rosso.


Analisi spettroscopiche per determinare la presenza di sostanze metalliche nei campioni hanno rivelato un contenuto di ferro e ossido di ferro in queste incrostazioni, compatibile con la degradazione termica del sangue: in sostanza, quel che resta di fluidi corporei che, per l'estremo calore (tra i 200 e i 500 gradi °C), presero prima a bollire per poi trasformarsi in vapore.
 Non si può affermare con estrema certezza che i residui provengano dal corpo delle vittime.
 Alcuni di essi sono stati trovati, infatti, vicino a oggetti metallici come anelli e monete. Altri però sono del tutto isolati da artefatti metallici: da qui l'ipotesi che possa trattarsi di residui di sangue.


I rifugi sul lungomare furono probabilmente investiti dai flussi piroclastici, intrappolando gli occupanti in un inferno rovente.

 La maggior parte delle ossa dei 103 scheletri analizzati presenta crepe, fratture e bruciature simili a quelle che si formano durante la cremazione, compatibili con un'estrema ondata di calore.

 Un'analisi più ravvicinata di alcuni teschi ha rivelato segni di rottura ed esplosione nella parte sottostante alla calotta cranica, che risulta annerita come per la fuoriuscita del materiale ferroso ritrovato.

 «Questi effetti sembrano il risultato combinato dell'esposizione diretta al calore, e di un incremento della pressione intracranica esercitata dal vapore e indotta dall'ebollizione del cervello. L'esplosione del cranio è una possibile conseguenza», scrivono i ricercatori. 

Un risvolto inquietante di uno degli eventi naturali più distruttivi di cui si abbia testimonianza. 

 Fonte: focus.it

In Irlanda c'è un muro della vergogna costruito da un conte troppo geloso


Talmente geloso da costruire un muro.
 E' questa la «più grande follia d'Irlanda», opera del conte Robert Rochfort: un uomo così violento e ossessionato da recludere in casa la seconda moglie, Mary Molesworth.
 La donna è stata sua prigioniera per oltre trent'anni, rinchiusa insieme ai figli in una «prigione dorata» sulla collina di Mullingar, perché accusata di tradimento.


La settecentesca Belvedere House è ancora oggi visitabile, così come il meraviglioso giardino che la donna poteva ammirare solo dalla finestra.
 Ma la «vergogna» del conte è ben in vista sul lato sud della proprietà: un muro alto 20 metri, costruito nel 1760 dal conte per impedire al fratello George, proprietario del terreno attiguo, di guardare dentro casa sua.


Il Muro della gelosia oggi è una rovina in stile neogotico: lo si può visitare con il biglietto d'ingresso al Belvedere House Gardens ma è talmente alto che lo si può ammirare anche da fuori, con le sue finestre che ricordano il palazzo di Diocleziano.




La storia non gli fa onore, ma nonostante tutto Belvedere House oggi è una delle mete architettoniche più celebri d’Irlanda.
 E porta la firma anche di un architetto italiano, tal Barrodotte, chiamato dal conte in persona per sovrintendere i lavori di costruzione del muro. 

 Fonte: lastampa.it
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