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domenica 2 marzo 2025

Una nuova scoperta a Pompei rivela una megalografia, un grande affresco di rara bellezza che dà uno spaccato unico sui culti misterici del I secolo a. C.




Una scoperta eccezionale riporta alla luce un nuovo capitolo della storia di Pompei: una sala affrescata di straordinaria bellezza, battezzata "Casa del Tiaso", dove il mito di Dioniso prende vita attraverso scene di iniziazione e cortei bacchici. A più di un secolo dalla scoperta della celebre Villa dei Misteri, un nuovo tesoro archeologico getta luce sui culti misterici dell'antichità.

Nel cuore dell'antica città, durante gli scavi nella Regio IX, è emersa una "megalografia", un fregio a grandezza naturale che decora le pareti di una "sala per banchetti". Le immagini raffigurano il corteo di Dioniso, con baccanti danzanti e cacciatrici feroci, satiri che suonano il flauto e scene di sacrificio. Al centro della composizione, una donna, simbolo dell'inizianda, si prepara a essere introdotta ai misteri del dio del vino, in un rituale notturno.
Le figure del fregio, dipinte su piedistalli come statue, appaiono sorprendentemente vive, grazie alla resa dei movimenti, della carnagione e degli abiti. Un secondo fregio, più piccolo, raffigura scene di caccia, con animali vivi e morti, aggiungendo un ulteriore elemento ai rituali dionisiaci.
l fregio, risalente al I secolo a.C., offre uno spaccato unico sui culti misterici dell'epoca, dove l'iniziazione prometteva una nuova vita. La Casa del Tiaso, con i suoi affreschi carichi di simbolismo, si affianca alla Villa dei Misteri come testimonianza eccezionale di questi riti.

martedì 14 marzo 2023

Tiberio, l’italiano che scoprì la penicillina prima di Fleming


 Figlio di buona famiglia Vicenzo Tiberio frequentava la facoltà di Medicina di Napoli quando, ospite a casa degli zii ad Arzano (Napoli), notò che il pozzo usato per le necessità domestiche incideva sulla salute di tutti: ogni volta che veniva ripulito dalle muffe, gli inquilini avevano infezioni intestinali che cessavano solo quando le muffe ricomparivano.

Il ragazzo iniziò a raschiare le muffe con una spatolina. Non solo: le portò in laboratorio per analizzarle e le catalogò una a una.

 Farlo non fu difficile: in quegli anni frequentava l’istituto di Igiene di Napoli.

Tiberio non si limitò a osservare il fenomeno, ma si dedicò anche alla sperimentazione: dopo aver ottenuto i primi risultati in laboratorio, individuò un terreno di coltura adatto ed estrasse un siero concentrato di quello che può essere considerato un antesignano degli antibiotici. Lo iniettò in alcune cavie precedentemente infettate e attese. I topi di laboratorio guarirono

 A questo punto mancava solo la sperimentazione sull’uomo e la messa in produzione dell’antibiotico.

Le sue ricerche in facoltà suscitarono poco interesse e soltanto nel 1895, dopo la laurea, pubblicò la sua ricerca "Sugli estratti di alcune muffe" negli Annali di Igiene sperimentale, una delle più importanti riviste scientifiche italiane dell’epoca.

Scriveva Tiberio: «Ho voluto osservare quale azione hanno sugli schizomiceti [batteri, ndr] i prodotti cellulari, solubili in acqua, di alcuni ifomiceti [un tipo di funghi, ndr] comunissimi: Penicillium glaucum, Mucor mucedo ed Aspergillus flavescens. […] Per le loro proprietà le muffe sarebbero di forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni».

Purtroppo però il nostro Paese, da poco diventato nazione, era alla periferia del mondo scientifico del tempo. Gli Annali di Igiene Sperimentale erano una rivista di nicchia nel panorama internazionale e la comunità scientifica italiana si dimostrò assai poco lungimirante: le conclusioni di Tiberio furono derubricate a semplici coincidenze e il fascicolo archiviato in uno scaffale dell’Istituto di igiene dove rimase per 60 anni, riscoperto solo 40 anni dopo la morte.

Oltremanica le cose andarono doversamente. Quando 35 anni dopo, nel 1929, Alexander Fleming annunciò la sua scoperta al Medical Research Club di Londra, la comunità scientifica inglese intuì immediatamente il potere rivoluzionario di quelle muffe che potevano essere il primo passo per la creazione di un farmaco in grado, almeno in linea teorica, di guarire da tubercolosi, broncopolmoniti, infezioni postoperatorie e soprattutto ferite di guerra.

Nei 12 anni successivi gli studi sulla penicillina proseguirono grazie al cosiddetto "gruppo di Oxford" composto dall'australiano Howard Florey e dall'ebreo tedesco Ernst Chain: nel 1940 fu possibile condurre le prime sperimentazioni.

Tutte diedero ottimi risultati e il primo uso che si fece della penicillina, mentre infuriava la Seconda Guerra Mondiale, fu proprio sui campi di battaglia. Non a caso già due anni dopo, nel 1943, la produzione a uso militare dell'arma segreta, come veniva chiamata la penicillina, ebbe un’impennata.

L'epilogo della storia è risaputo: nel 1945, a guerra finita, Fleming, Florey e Chain furono insigniti del premio Nobel per la medicina e la fisiologia. Nello stesso anno in Europa la penicillina sarà distribuita nelle farmacie anche ad uso civile.

E Tiberio? Lui morì nel 1915, ad appena 46 anni, stroncato da un infarto. 

Deluso dalla tiepida accoglienza delle sue ricerche, dopo la sua scoperta (incompresa) abbandonò l’Università: partecipò al concorso per medico nel Corpo sanitario marittimo e si arruolò nella Marina militare, rinunciando alla carriera accademica.

Oggi sulla facciata della sua casa natale a Sepino (Campobasso) una lapide lo ricorda così: "Primo nella scienza, postumo nella fama".
Fonte: focus.it



martedì 1 dicembre 2020

La scienza svela cosa si nasconde dietro 2 Mummie scoperte nel 1615


 Circa 2.000 anni fa tre persone morirono e vennero mummificate, finendo poi sepolte nella necropoli di Saqqara.

 Due delle mummie vennero scoperte nell’ormai lontano 1615, mentre un’altra, quella di una ragazza, è stata svelata in epoca più recente.

 I loro volti furono dipinti nelle assi di legno che ricoprivano la mummia, similmente ai ritratti del Fayyum, e ci mostrano l’aspetto dei defunti quando erano ancora in vita.

Grazie alla tomografia computerizzata, ovvero a una TAC su corpi ormai antichissimi, sono emersi particolari interessanti riguardo le mummie, particolari inimmaginabili sino a quando non sono stati svelati.


Tutte e tre le mummie risalivano all’epoca romana dell’Egitto, fra il 30 a.C. e il 395 a.C., e avevano età simili tra loro:

  • Tra i 30 e 40 anni la donna, alta 151 centimetri
  • Tra i 25 e 30 anni l’uomo, alto 164 centimetri
  • Tra i 17 e 19 anni la ragazza, alta 156 centimetri

Stephanie Zesch, antropologa ed egittologa tedesca, spiega: “E’ probabile che a nessuna di queste mummie siano stato rimossi il cervello e gli organi interni. Siamo sicuri che i loro corpi si siano preservati e siano riusciti a sopravvivere fino a oggi grazie a una semplice tecnica di disidratazione, dove si utilizzava il natron (un particolare tipo sale)”.


L’ipotesi della mummificazione per disidratazione e della non asportazione degli organi è confermata dalla mummia della ragazza, che presenta sia un tumore benigno alla spina dorsale sia residui dei suoi organi.

 Gli adulti non presentano tracce così evidenti di organi e tessuti organici, e di loro sono ormai rimaste soltanto le ossa.

Le tre persone sepolte inoltre dovevano essere membri abbienti della società, perché portavano con sé collane e monete d’oro e diversi altri gioielli.


Le mummie dei due adulti furono scoperte nel 1615 da un compositore italiano, Pietro della Valle (1586-1652), che si trovava a passare dall’Egitto durante il pellegrinaggio verso la terra santa.


A Saqqara scoprì questi corpi e decise di portarli con sé in Europa, a Roma, precisamente, considerando la scoperta come un miracolo legato al suo viaggio. Gli Europei dell’epoca videro, per la prima volta, dei ritratti appartenenti a delle mummie morte nel periodo romano dell’Antico Egitto. I reperti passarono di mano in mano sino a giungere in Germania, dove sono state infine analizzate e da dove abbiamo scoperto (alcuni) dei loro segreti.

Fonte: vanillamagazine.it



lunedì 7 settembre 2020

Alla scoperta di Spike Island, la misteriosa Alcatraz d’Irlanda


Spike Island è da sempre conosciuta come l'Alcatraz irlandese. Stiamo parlando di un'isola-prigione al largo del porto di Cork, in cui venivano detenuti gli irlandesi in attesa di essere mandati nelle Indie come schiavi.

 Prima di essere una prigione di massima sicurezza, l'isola era una fortezza, e ancor prima un monastero.
 I resti del suo lungo passato sono ancora ben visibili. Ma ci sono dei segreti che si nascondono nel cuore dell'isola, ora diventata un'attrazione turistica.






Durante dei lavori, gli scavi hanno riportato alla luce una scala a chiocciola, murata da secoli, che porta ad un sotterraneo di cui sinora non si conosceva l'esistenza. 

La scala in pietra potrebbe risalire al 1790, a quando la prigione era ancora un monastero.
 Un tunnel e una scala originariamente conducevano alla sommità delle mura, ma vennero dismessi dopo l'ampliamento della struttura.
 Ma di quella scala a chiocciola proprio non vi erano testimonianze. 


Una scoperta che ha lasciato «sbalordita» persino l'archeologa che sa sempre studia l'isola, Barra O'Donnabhain. «Abbiamo studiato le piantine del forte originale molte volte ed è incredibile come questa straordinaria scoperta sia rimasta sconosciuta e nascosta sino ad ora.
 Le piante del 1804 e i disegni successivi non fanno alcun riferimento alla scala, quindi è stato davvero uno choc molto piacevole vedere aprire la porta che conduce alla camera segreta», con il suo soffitto a volta. 
 «Questa straordinaria scoperta rivela molti fatti interessanti. In primo luogo, l'artigianato e il lavoro di alta qualità che sono stati intrapresi, che mettono in mostra gli scalpellini altamente qualificati che stavano lavorando alle difese del porto di Cork alla fine del Settecento.
 La scala conferma anche che il primo forte del 1790 sull'isola di Spike fu "inghiottito" dal forte del 1804, molto più grande, costruito per difendersi dalla minaccia di invasione di Napoleone. Le bottiglie di vino trovate in fondo alle scale suggeriscono che i soldati lo utilizzavano come taverna segreta, essendo un tunnel sotterraneo poco usato. 
Ma qualcuno deve averli sorpresi e sono scappati lasciando gran parte dell loro riserva».


 Fonte: lastampa.it

martedì 20 agosto 2019

Ricreato dagli scienziati il leggendario profumo di Cleopatra


Per avere un’idea di quanto Cleopatra amasse il profumo possiamo ricorrere alle parole di Shakespeare che scrisse che le vele della regina egizia erano “così profumate che i venti erano malati d’amore per loro“. 

 Secondo un’antica leggenda, poi, quando Cleopatra visitò per la prima volta Marco Antonio a Tarso, rivestì le vele della sua barca reale con un profumo così forte da far sentire l’odore della nave prima che lei arrivasse. 


 È difficile dire quante di queste storie siano vere, ma è abbastanza certo che Cleopatra (e gli antichi egizi in generale) adoravano i profumi e ora uno di questi, proprio quello avrebbe potuto utilizzare Cleopatra, è stato ricostruito da alcuni esperti.


Robert Littman, archeologo all’Università delle Hawaii a Mānoa, e il suo collega Jay Silverstein stavano lavorando a uno scavo dell’antica città egiziana di Thmuis, fondata a nord del Cairo, nel delta del Nilo, circa 6.500 anni fa.
 La città era anche luogo di produzione di alcuni dei più famosi profumi antichi. 
Quindi non è stata una grande sorpresa quando i due archeologi, scavando, hanno scoperto un’antica fabbrica di profumi.

 Il sito, risalente a 2.300 anni fa, era pieno di piccole ampolle di vetro e anfore di argilla utilizzate per conservare i profumi.
Il team ha raccolto tutto ciò che poteva e l’ha inviato ad appositi laboratori di analisi in modo da individuare le fragranze utilizzate e ricostruire l’antico profumo. 


 L’analisi ha individuato una fragranza che aveva una consistenza densa simile all’olio d’oliva il cui ingrediente principale era la mirra, una resina naturale estratta da alcuni alberi spinosi.

 Il team ritiene che la miscela contenesse anche cardamomo, olio d’oliva verde e cannella.
 Il profumo, che i ricercatori hanno ricreato sulla base di informazioni chimiche e storiche, era forte e speziato, con un leggero sentore di muschio, ha dichiarato Littman che ha poi aggiunto: “Che emozione sentire l’odore di un profumo che nessuno ha odorato per 2000 anni e che Cleopatra avrebbe potuto indossare”


Il profumo ricostruito sembrerebbe essere molto più forte della maggior parte dei profumi moderni e anche più persistente. 

Nonostante questa sia in realtà probabilmente una buona approssimazione dell’antico profumo, fino al completamento dell’analisi chimica che è ancora in corso, è difficile dire esattamente come fosse formulato. 
Inoltre, mentre le fragranze recuperate erano rappresentative dell’antico Egitto, Cleopatra molto probabilmente aveva una sua miscela personalizzata che però non discostava di molto da questa. 


Se volete anche voi provare l’antico profumo potete farlo recandovi alla mostra del National Geographic Museum “Queens of Egypt” a Washington. 


 Francesca Biagioli

lunedì 19 agosto 2019

I pipistrelli usano le foglie come specchi per scovare le prede


Una nuova tattica si aggiunge alla guerra senza esclusione di colpi tra insetti e pipistrelli: in base a uno studio pubblicato su Current Biology, i piccoli mammiferi sanno regolare l'angolazione del loro sonar biologico per scovare anche le prede che speravano di sfuggire all'ecolocalizzazione. 
La maggior parte dei pipistrelli caccia producendo richiami sonori e interpretando i segnali sonori di rimbalzo. 
Con questa tecnica è facile trovare un insetto in volo anche in piena oscurità, ma se lo stesso insetto si acquatta immobile e silenzioso su una foglia, risulta pressoché invisibile: il suono riflesso dalla preda si mescola con quello rimandato dalla superficie verde, e la presenza dell'insetto passa inosservata.


Per molti anni si è creduto che i pipistrelli fossero praticamente ciechi a falene e libellule che usano questa strategia. Fino a quando Inga Geipel, scienziata dello Smithsonian Tropical Research Institute (STRI) di Panama, non ha pensato di studiare le strategie di caccia dei chirotteri usando un biosonar e telecamere ad alta velocità. 

 Prima di osservare i pipistrelli all'opera, Geipel ha bombardato alcune foglie artificiali con onde sonore da 500 diverse angolazioni, con e senza insetti, e ha registrato l'eco rimandato in cinque diverse frequenze sonore udibili dai pipistrelli.
 Negli eco riflessi ad angolazioni di 30 gradi o inferiori c'era troppo "rumore".
 I segnali sonori relativi ai pipistrelli si perdevano tra quelli rinviati dalla vegetazione. 
Ma ad angoli obliqui maggiori, la foglia si comporta come uno specchio d'acqua che rifletta il paesaggio circostante all'alba o al tramonto, quando il Sole non è più sopra la testa e le immagini sono più nitide.
 La maggior parte delle onde sonore veniva riflessa via dalla foglia, in una direzione diversa da quella di provenienza, e al mittente ritornavano soltanto le onde sonore mandate dall'insetto.


Da questi test, gli scienziati hanno previsto che i pipistrelli avrebbero approcciato le foglie da un'angolazione compresa tra i 42 e i 78 gradi.
 E così è stato, quando hanno osservato i piccoli pipistrelli insettivori Micronycteris microtis in una serie di esperimenti comportamentali.
 In quasi tutti i casi, i predatori hanno diretto il loro sonar nell'angolazione ideale per percepire le prede.


La scoperta cambia la nostra percezione di ecolocalizzazione: non ci sarebbe da stupirsi, dicono gli scienziati, se in altre specie di chirotteri si venissero a scoprire altre strategie di compensazione delle zone grigie di questa tecnica di caccia. 

 Fonte: focus.it

giovedì 8 agosto 2019

Un relitto del Rinascimento giace perfettamente conservato sul fondo del Baltico


I fondali limacciosi del Mar Baltico hanno cullato per almeno cinque secoli il relitto di una grande nave rinascimentale, andata a picco negli anni in cui Cristoforo Colombo veleggiava sulle sue caravelle.

 Un gruppo internazionale di archeologi marini è riuscito a fotografare il reperto nel dettaglio, scoprendolo praticamente inalterato dal passare del tempo. 
Le acque povere di ossigeno di questo mare hanno protetto il legno da animali e batteri che di solito lo colonizzano e lo riducono in polvere.


I primi sospetti sulla presenza di un relitto erano emersi da una indagine sonar dei fondali da parte dell'Amministrazione marittima svedese, nel 2009. 

A marzo, una spedizione internazionale di scienziati guidati dall'Università di Southampton (Regno Unito) ha calato due robot-archeologi sul posto per effettuare riprese e fotografie ad alta definizione del relitto, che sono state poi usate per ricreare le sue sembianze tridimensionali. 
I risultati di quell'esplorazione sono appena stati diffusi.

 

 Profondità e coordinate del relitto non sono state diffuse, per evitare visite sgradite in questa delicata fase di studio.
 Lo scafo della nave risulta intatto dalla chiglia al ponte; ben conservati anche gli alberi ed alcune sartie (i cavi fissi di rinforzo). Adagiata sul ponte accanto all'albero maestro è stata rinvenuta un'imbarcazione più piccola, che doveva servire all'equipaggio per avvicinarsi a riva.

 Sul relitto sono stati trovati anche alcuni attrezzi del mestiere, come una pompa di sentina per rimuovere l'acqua dalla parte più bassa della nave, un argano per raccogliere le corde e un'ancora, che ha permesso di datare il reperto tra la fine del 15esimo e l'inizio del 16esimo secolo.

 L'analisi del legname dello scafo programmata per i prossimi mesi dovrebbe consentire di datare il materiale con uno scarto massimo di un anno dalla sua acquisizione umana: in pratica, si capirà in che anno la nave fu messa in mare.


Il relitto era probabilmente un mercantile, anche se munito di cannoni rotanti - per gli archeologi, una prova delle tensioni marittime dell'epoca.
 Era lungo 15-18 metri, poco meno della Santa Maria, la nave ammiraglia di Colombo con a bordo 52 uomini. 

Identità e costruttore della nave del Baltico rimangono ignote: per ora il suo nome è Okänt Skepp, "nave sconosciuta", in svedese. 


 Fonte: focus.it

giovedì 24 gennaio 2019

Isola di Pasqua, svelato il mistero dei Moai: segnalavano la presenza di acqua potabile


Uno dei misteri più affascinanti dell'Isola di Pasqua potrebbe essere vicino alla soluzione. 
Un nuovo studio ha rivelato che le celebri statue dei Moai furono costruite in prossima di fonti d'aqua dolce.

 A sostenerlo è un team di ricercatori guidati dall'antropologo Carl Lipo della Binghamton University, che ha studiato le potenziali relazioni tra luoghi di costruzione, orti agricoli, vicinanza al mare e fonti di acqua dolce, le tre risorse più importanti di Rapa Nui. L'isola è nota per la sua elaborata architettura rituale, in particolare per le sue numerose statue, i moai, e le piattaforme monumentali che le sostenevano, chiamate ahu. 
Da tempo, gli scienziati di tutto il mondo cercavano di capire il significato di questi emblematici volti e soprattutto il motivo della loro posizione in determinate località dell'isola, considerando anche il tempo e l'energia necessari per costruirli. 

 I risultati della nuova ricerca sembrano gettare nuova luce sul mistero e suggeriscono che le posizioni delle ahu sono dovute alla vicinanza alle limitate fonti d'acqua dell'isola. 


 "La questione della disponibilità di acqua (o della sua mancanza) è stata spesso menzionata dai ricercatori che lavorano a Rapa Nui/Isola di Pasqua", ha detto Lipo. 
"Quando abbiamo iniziato a esaminare i dettagli dell'idrologia, abbiamo iniziato a notare che l'accesso all'acqua dolce e la posizione delle statue erano strettamente collegati tra loro. 


 Quando gli scienziati della Binghamton University hanno iniziato a esaminare le aree intorno alle ahu, hanno scoperto che la loro posizione era esattamente collegata ai punti in cui emergeva la fresca acqua di falda.
 Più guardavano, più lo schema si ripeteva: i luoghi senza ahu e moai non mostravano acqua dolce mentre quelli in cui erano presenti indicavano vicine fonti di acqua potabile.
 Secondo Terry Hunt dell'Università dell'Arizona, la vicinanza dei monumenti all'acqua dolce dice molto sull'antica società isolana. 

 "I monumenti e le statue si trovano in luoghi con accesso a una risorsa fondamentale per gli isolani su base giornaliera, l' acqua fresca: in questo modo, i monumenti e le statue degli antenati divinizzati degli isolani riflettono generazioni di condivisione, centrata sull'acqua, ma anche cibo, famiglia e legami sociali". 

Nonostante le risorse limitate, gli isolani hanno avuto successo condividendo attività, conoscenze e risorse per oltre 500 anni fino a quando i contatti con gli europei ne hanno interrotto la vita con malattie straniere e scambi di schiavi.

 I ricercatori attualmente dispongono solo di dati completi sulla presenza di acqua dolce nella parte occidentale dell'isola e intendono effettuare un'indagine completa per continuare a testare la loro ipotesi sulla relazione tra ahu e acqua potabile. 

 Lo studio è stato pubblicato su PlosOne.

 Francesca Mancuso

martedì 15 gennaio 2019

Un supermicroscopio ha scoperto il segreto dei quadri di Rembrandt


Svelato dopo tre secoli l’ingrediente segreto della tecnica a impasto usata da Rembrandt per rendere tridimensionali i suoi dipinti: si tratta della plumbonacrite, un minerale ritrovato rarissime volte nei dipinti antichi. 

Lo hanno scoperto i ricercatori olandesi dell’Università tecnica di Delft e del Rijksmuseum di Amsterdam grazie al super microscopio europeo Esrf (European Synchrotron Radiation Facility), la struttura per la luce di sincrotrone di Grenoble.

 Lo studio, pubblicato sulla rivista Angewandte Chemie, aiuterà la conservazione e il restauro delle opere di quello che è considerato il più grande pittore dell’Età dell’oro olandese.
 La sua rivoluzione è stata proprio quella di dare tridimensionalità ai dipinti usando la tecnica dell’impasto, ovvero l’applicazione di uno spesso strato di pittura che, protrudendo dalla tela, riflette la luce dando la sensazione di poter quasi toccare la persona o l’oggetto ritratto.
 L’impasto veniva preparato con pigmenti presenti sul mercato nel XVII secolo, anche se la ricetta esatta non era stata finora ricostruita completamente.
 L’ingrediente mancante era proprio la plumbonacrite, trovata analizzando con la potente luce del sincrotrone tre opere di Rembrandt: il ‘Ritratto di Marten Soolmans’ conservato al Rijksmuseum, ‘Betsabea’ del Louvre e ‘Susanna’ del museo Mauritshuis. 

 “Non ci aspettavamo di ritrovare questa sostanza, è così insolita nelle opere dei grandi maestri”, afferma il coordinatore dello studio Victor Gonzalez. 
“Inoltre la nostra ricerca dimostra che la sua presenza non è accidentale o dovuta a contaminazione, ma il risultato di una sintesi fatta intenzionalmente”.

 Le indagini, però, non finiscono qui. “Pensiamo che Rembrandt possa avere usato anche altre ricette e questo – aggiunge la ricercatrice Annelies van Loon – è il motivo per cui analizzeremo campioni di altre opere realizzate da lui e da pittori della sua cerchia”. 

 Fonte: blueplanetheart.it

lunedì 14 gennaio 2019

A Londra è stata scoperta una ghiacciaia sotterranea del 18esimo secolo


A Londra è stata portata alla luce un’enorme Ice House sotterranea risalente al 1780. 
Costruita con mattoni rossi l’antica ghiacciaia sotterranea nascosta sotto le strade della city ha la forma di un uovo. 

Perfettamente conservata la ghiacciaia del 18esimo secolo è stata scoperta nei pressi di Regent’s Park durante dei lavori di ristrutturazione.

 La vecchia Ice House, il negozio del ghiaccio sotterraneo, era utilizzato dall’imprenditore e mercante William Leftwich.
 Leftwich importò 300 tonnellate di ghiaccio dai laghi della Norvegia negli anni Venti del 1800 per immagazzinarlo nella camera di raffreddamento londinese.


In quegli anni in assenza dell’elettricità per procurarsi cubetti di ghiaccio e tenerli congelati gli ingegneri londinesi costruirono questa ghiacciaia sotterranea.

 La “caverna del ghiaccio” sotterranea è stata utilizzata per conservare blocchi di ghiaccio per tutto l’anno, permettendo alle famiglie più ricche di impressionare i propri ospiti continuando a servire piatti ghiacciati anche durante i mesi più caldi dell’estate. Le ghiacciaie divennero popolari tra le élite del 1700, ma furono utilizzate anche dagli ospedali.
 Il ghiaccio conservato è stato infatti utilizzato anche per intorpidire i pazienti negli interventi chirurgici e per le pratiche dentistiche. Per la ristorazione la ghiacciaia era utilizzata invece per preservare il cibo. 

Jane Sidell, ispettrice di monumenti antichi, ha dichiarato: “La Regent’s Crescent Ice House è una scoperta spettacolare, si è conservata perfettamente e questo dimostra le grandi capacità ingegneristiche e costruttive già presenti alla fine del 18esimo secolo”.


Originariamente il ghiaccio veniva prelevato dagli stagni e dai canali locali, ma raramente veniva consumato direttamente a causa delle sue impurità.
 Nel diciannovesimo secolo, tuttavia, si sviluppò un commercio di ghiaccio oceanico che portò blocchi cristallini dai laghi della Norvegia ai porti britannici, da lì venivano portati nelle fabbriche di ghiaccio per la conservazione e imballati nella paglia per l’isolamento.

 Quando i frigoriferi entrarono in funzione alla fine del 1800, queste “Ice House” vennero piano piano abbandonate o utilizzate come magazzini. 

 Fonte: www.tpi.it
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