web
Visualizzazione post con etichetta personaggi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta personaggi. Mostra tutti i post

sabato 8 gennaio 2022

Mastro Titta, er boja de Roma


 “Quella der boia é ‘na missione. Perché ammazzá un omo ner nome de la giustizia nun é come scannà uno dentro a un’osteria quanno se sta’ bevuti, è ‘na cosa diversa. Perché tu ammazzi un’omo che nun t’ha fatto gnente. Quindi lo fai senza odio, senza rancore anzi con una certa educazione, un certo garbo: Permette? Prego! Zac! Je stacchi la testa e buonanotte.”

Così sentenziava Aldo Fabrizi nella commedia musicale Rugantino del 1962 nei panni del famigerato Mastro Titta, all’anagrafe Giovanni Battista Bugatti, boia del Papa-Re.


Il nostro uomo era nato a Senigallia il 6 marzo 1779 e cominciò la sua carriera di “carnefice giudiziario” assai precocemente, all’età di appena diciassette anni, nell’anno del Signore 1796.

La sua prima vittima si chiamava Nicola Gentilucci, un ragazzo di Foligno, che fu dal Bugatti impiccato e squartato perché “Tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima il prete di Cannaiola di Trevi e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato [rapinato in italiano desueto] due frati”. 

Il testo citato è un estratto di una finta autobiografia dello stesso Mastro Titta scritta da un autore anonimo sul finire del XIX secolo prendendo spunto da una serie di appunti lasciati su un taccuino dallo stesso carnefice. 

Il testo fu redatto quando ormai il Bugatti era già da anni passato a miglior vita, molto probabilmente allo scopo di screditare lo stesso regime papalino, di cui Mastro Titta viene descritto come lo spietato e implacabile braccio della morte. 

Al di là delle demonizzazioni, un’altra testimonianza della ferocia del boia più famoso dello Stato Pontificio arriva direttamente dall’archivio del comune di Valentano, in provincia di Viterbo. Qui, come ebbe a scrivere lo stesso Bugatti “Il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai Marco Rossi, che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità”.


Va tuttavia precisato come Mastro Titta svolgesse il suo lavoro di carnefice come mansione “part-time”,  tanto è vero che tra un’esecuzione e l’altra il Bugatti svolgeva la professione di ombrellaio presso la propria casa, situata nel Rione di Borgo, in Vicolo del Campanile al civico 2. 

Ovviamente, date le sue funzioni di carnefice Mastro Titta era alquanto malvisto dai propri concittadini e dunque, anche per salvaguardare la propria incolumità, gli era fatto divieto di recarsi nei rioni centrali dell’Urbe, oltre il fiume Tevere.

Solamente quando era in programma un’esecuzione allora mastro Titta, chiusa bottega e indossato il suo tristemente celebre mantello scarlatto (oggi visibile al Museo criminologico di Roma assieme agli altri suoi “ferri del mestiere”), attraversava Ponte Sant’Angelo per recarsi sul suo macabro “luogo di lavoro”. 


Nella Roma papalina le sentenze di morte erano tradizionalmente eseguite a Piazza del Velabro (dove Monicelli ha ambientato l’esecuzione del prete-brigante don Bastiano nel film Il marchese del Grillo) oppure a Campo de Fiori o a Piazza del Popolo ed erano seguite da folle imponenti tanto da assumere l’aspetto di veri e propri spettacoli pubblici, come accadde il 23 novembre 1825 in occasione della decapitazione dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari.

Dall’abitudine di Mastro Titta di attraversare il Tevere soltanto in occasione di un’esecuzione derivò il detto romanesco “Boia nun passa ponte” che significa “ciascuno se ne stia nel suo ambiente”. Sempre da questo fatto ebbe origine un altro modo di dire romano, “Mastro Titta passa ponte“. 

Quando questa frase cominciava a rimbalzare di bocca in bocca per i quartieri della Città Eterna significava che quel giorno qualcuno ci avrebbe rimesso la testa. Mentre il boia raggiungeva il luogo dov’era stato montato il patibolo, i ragazzini che lo incontravano canticchiavano strada facendo una sinistra filastrocca “Sega, sega, Mastro Titta / ‘na pagnotta e ‘na sarciccia / un´a me, un´a te / un´a mammeta che so´tre”.

Mastro Titta esercitò il mestiere di carnefice per ben sessantotto anni, dal 1796 sino al 1864, interrompendosi solamente durante i sei mesi della Repubblica Romana (febbraio-luglio 1849) durante la quale la pena capitale venne abolita. 

Il Bugatti pertanto servì ben sei Papi a cominciare da Pio VI, passando per Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI e terminando la propria carriera sotto il pontificato di Pio IX, il quale lo collocò a riposo assegnandogli una pensione di trenta ducati al mese.


Nel corso della sua quasi settantennale carriera giunse a collezionare ben 516 esecuzioni fra decapitazioni, impiccagioni e squartamenti. Morì novantenne nel 1869, poco più di un anno prima che fosse aperta la Breccia di Porta Pia, che pose fine a quel regime papalino di cui lui era stato uno dei più feroci e implacabili difensori. 

Mastro Titta non mostrò mai rimorso per il proprio operato. Anzi, si ritenne sempre un buon cristiano, giungendo a definirsi “Braccio esecutore della volontà di Dio, emanata dai suoi rappresentanti in Terra”. 

Fino alla fine fu un convinto assertore della pena capitale di cui giustificava “l’utilità” sociale con la seguente argomentazione: “Ho sempre creduto che chi pecca deve espiare; e mi è sempre sembrato conforme ai dettami della ragione ed ai criteri della giustizia, che chi uccide debba essere ucciso. Un delinquente è un membro guasto della società, la quale andrebbe corrompendosi man mano se non lo sopprimesse. Se abbiamo un piede od una mano piagata e che non si può guarire, per impedire che la cancrena si propaghi per tutto il corpo, non l’amputiamo?”.

Complice il lunghissimo periodo durante il quale restò in servizio, Mastro Titta entrò nella tradizione popolare romanesca al punto che la sua figura compare in diverse opere, letterarie cinematografiche e teatrali. 

Già nel corso dell’Ottocento venne nominato in un sonetto del poeta dialettale Giuseppe Gioacchino Belli datato 1830 e intitolato “Er ricordo”, nel quale l’autore fa tra l’altro menzione dell’usanza “pedagogica” dei padri di far assistere i figli all’esecuzione per poi assestare loro un ceffone affinché si ricordassero quale fosse la fine riservata ai delinquenti e rigassero dritto.

Dell’opera di Mastro Titta scrisse anche Lord Byron, il quale nel corso di un soggiorno nella Città Eterna assistette alla decapitazione di tre condannati avvenuta in Piazza del Popolo il 19 maggio 1817.  Si chiamavano Giovan Francesco Trani, Felice Rocchi e Felice De Simoni e vennero decapitati a Piazza del Popolo in quanto riconosciuti colpevoli da un tribunale pontificio di “omicidi e grassazioni” o, come si direbbe oggi, per rapina a mano armata. Byron rimase molto turbato da quanto aveva visto tanto che in una lettera indirizzata al suo editore John Murray scrisse: “La cerimonia, compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell’ascia, lo schizzo del sangue e l’apparenza spettrale delle teste esposte – è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell’agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi”.

Nel 1845 un altro scrittore britannico, Charles Dickens, assistette nella giornata dell’8 marzo, all’esecuzione di Giovanni Vagnarelli, ventiseienne eugubino condannato per avere rapinato e ucciso a bastonate una contessa tedesca diretta a Roma in pellegrinaggio. Dickens riportò questa esperienza nel suo libro Lettere dall’Italia. Nel suo racconto traspare tutto il disgusto per la scena della quale si trovò ad essere spettatore “ […] Non vi era alcuna manifestazione di disgusto, o di pietà, o di indignazione, o di mestizia. Fu uno spettacolo brutto, sporco, ributtante; il cui unico significato non era altro che un’opera di macelleria, al di là del momentaneo interesse, ai danni dell’unico sventurato protagonista […]”.


Nel Novecento “Er boja de Roma” è stato rappresentato anche dal cinema: accanto alla memorabile interpretazione di Mastro Titta da parte di Aldo Fabrizi, la figura del carnefice più famoso della Roma papalina fa la sua comparsa verso la fine del film “Nell’Anno del Signore”, pellicola risalente al 1969, nella quale si racconta, in maniera romanzata, la vicenda dei carbonari Targhini e Montanari. Nell’ultima scena, poco prima di finire decapitato come l’amico, Montanari apostrofa Mastro Titta come “l’omo più moderno de Roma” perché nel clima di repressione e passatismo della Restaurazione almeno lui si serve della ghigliottina, uno strumento “moderno” che, per usare le parole di Montanari “non puzza de vecchio e de decrepito”, proprio perché inventato durante la Rivoluzione francese.

Fonte:natiperlastoria

giovedì 4 novembre 2021

Camille Claudel: biografia di una scultrice dimenticata


 “Tenetevela, vi prego! Ha tutti i vizi e non voglio rivederla!”. Con queste poche parole , scritte nel 1913 al Direttore del manicomio di Ville-Evrard, la signora Louise Cervaux, fresca vedova Claudel, di fatto condannò la figlia Camille a trascorrere gli ultimi 30 anni della sua esistenza in stato di reclusione forzata, resa ancora più triste dall’oblio che, poco a poco, sarebbe disceso su di lei.

Dimenticata da tutti, infatti, non avrebbe mai più rivisto la mamma e la sorella, mentre il solo fratello Paul, nell’arco di tre decadi, le avrebbe fatto visita una decina di volte, senza però trovare il tempo di recarsi al suo funerale.

Camille morì il 19 ottobre del 1943 praticamente di fame perché nella Francia di quei tempi, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, se già il cibo scarseggiava per i “sani di mente”, figuriamoci se si trovava per i “fous”, i pazzi. La sua bara, accompagnata solo da due persone di servizio, fu così inumata in una tomba anonima, sormontata da una croce con un numero, e dopo pochi anni i suoi resti sarebbero stati trasferiti in un ossario comune.

Questa fu la miserevole fine di una donna davvero straordinaria (aggettivo qui da intendersi nel senso etimologico di “fuori dal comune”) che secondo la descrizione fatta dal fratello “aveva una bellezza, un’energia, un’immaginazione ed una volontà eccezionali”.

Camille Claudel era nata nel 1862 in uno sperduto villaggio della Champagne, dove il padre Louis lavorava come funzionario comunale, mentre la madre si occupava di mandare avanti il ménage familiare e di crescere i tre figli all’insegna dei valori di famiglia: lavoro, parsimonia, economia, fatica e senso del dovere.

In questo quadro, ben poco tempo restava per le dimostrazioni d’affetto, specie da parte materna. Suo padre comunque riuscì a cogliere e valorizzare l’incredibile inclinazione naturale che Camille dimostrò di possedere fin da bambina per la scultura.

Tutto ciò che vedeva, leggeva ed immaginava la spingeva a modellare quelle che, in principio, erano semplici statuine in argilla. Così, lo scultore Alfred Boucher, richiesto di un parere dal signor Claudel, comprese subito il genio che animava quella ragazzina e gli consigliò di farla “monter vers la Capitale”, perché soltanto a Parigi, a quei tempi fulcro della vita artistica e culturale non soltanto francese, ma anche di tutta Europa, avrebbe potuto studiare e diventare una vera artista.

Ecco dunque che nel 1881 tutta la famiglia si trasferì nella Ville Lumiere, dove Camille iniziò a seguire lezioni di modellato presso l’atelier dello stesso Boucher e poi, quando dopo due anni quest’ultimo se ne andò in Italia, nello studio di Auguste Rodin, scultore che allora si era già creato una notevole fama.


Di 22 anni più vecchio di lei, brutto, tarchiato e legato con una donna che gli aveva regalato un figlio, ma con la quale non aveva voluto sposarsi, Rodin fu presto sconvolto dalla bellezza, dal talento e dal temperamento focoso della sua nuova allieva, che in poco tempo diventò la sua più stretta collaboratrice, la musa, la modella preferita e l’amante.

Per i successivi dieci anni i due lavorarono a quattro mani in una sorta di fusione artistica, professionale ed amorosa.

 A partire dal 1893 però Camille iniziò a prendere le distanze dal suo maestro, perché esasperata dalle critiche che non smettevano di accostare i suoi lavori a quelli di lui: voleva ormai rimarcare la propria autonomia e l’ormai raggiunta maturità artistica.

Quel brusco allontanamento le permise di assicurarsi le prime commesse lavorative in “solitaria” e le consentì di esporre le proprie opere ad importanti Esposizioni nazionali ed internazionali. “Le Dieu envole’”, “la Petite Chatelaine”, “la Valse”, “Contemplation”, “le Premier Pas”, “Clotho” e soprattutto “l’Age Mur” sono solo alcune delle bellissime opere in marmo o bronzo realizzate da Camille in quegli anni di febbrile lavoro, presto però guastati dalle ossessioni di cui iniziò a soffrire.





L’amore che aveva provato per Rodin si trasformò infatti in profondo risentimento nei suoi confronti e, sospettando che quest’ultimo volesse impossessarsi delle sue opere, ne distrusse alcune inscenando una specie di “esecuzione” e finì per isolarsi nel proprio studio, vivendo nel disordine e nella sporcizia.

Così, nel marzo del 1913, ad una settimana esatta dal decesso di suo padre (l’unica persona che gli mandava ancora degli aiuti, seppure di nascosto), il resto della famiglia decise di chiederne l’interdizione, ordinando il suo ricovero in quel manicomio da cui, nonostante tutte le sue suppliche, non sarebbe più 

Fonte: trentaminuti.it

mercoledì 15 luglio 2020

Stuart Sutcliffe: la drammatica storia del quinto Beatle dimenticato


Certamente ci sarebbe qualcosa di strano se qualcuno dicesse di non conoscere i Beatles, forse il gruppo musicale più famoso della storia. 
Il gruppo di Liverpool formatosi alla fine degli anni ’50 ebbe il potere di entusiasmare tutto il mondo ottenendo un successo travolgente durante il boom degli anni ’60, mentre era in atto una ripresa importante dopo la guerra. 
 I membri del gruppo li conosciamo tutti, il fondatore John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, ma una delle curiosità che tende a rimanere nell’ombra riguarda il processo di formazione della band, quando ne faceva parte un quinto membro. Sì, nel gruppo che poi divenne leggendario c’era anche Stuart Sutcliffe, il quinto Beatle dimenticato.


Stuart Sutcliffe, da tutti chiamato Stu, nasce ad Edimburgo il 23 giugno 1940, e già da piccolo dimostra una certa sensibilità per l’arte. 
Durante un’infanzia non particolarmente felice, con un padre assente per lavoro (imbarcato con la marina mercantile) e violento nei confronti della moglie durante quel poco di tempo che si trovava in famiglia, il piccolo Stu è sempre al fianco della madre per consolarla. 

 Stu non ha difficoltà durante gli anni della scuola, e dopo il liceo si iscrive al Liverpool College of Art dove emerge subito il suo talento artistico, sia nei lavori di base sia nel riprodurre gli stili dei classici come quello di Michelangelo.
 Il suo talento artistico è innato e il suo insegnante, Arthur Bellard, lo definisce “rivoluzionario”. 

Ammirato anche dai suoi compagni per la sua intelligenza, ha il fascino tipico del ragazzo colto e interessato a diversi argomenti tra cui anche il cinema.
 Stuart mira ad arricchire le sue conoscenze e ha l’opportunità di farlo al pub Ye Cracke, insieme al suo insegnante Arthur e pochi altri studenti. 
Al pub si forma un gruppo di intellettuali chiamato i Dissenders che segue l’esempio della Beat Generation negli Stati Uniti.
 Stu inizia a farne parte e in quest’occasione conosce Bill Harry, che diventerà giornalista e scrittore, il pittore Rod Murray e John Lennon, un musicista che da poco aveva messo insieme un gruppo musicale.

 Come tanti altri, Lennon è subito attratto dall’originalità di Stuart, e un po’ alla volta i due stringono una profonda ma anche tempestosa amicizia. 
Tramite Stu, c’è la possibilità di apprendere qualcosa di nuovo, infatti Lennon viene a conoscenza di svariati aspetti dell’arte di Van Gogh e degli impressioni francesi.


Poco dopo, nel 1959, Stu, Murray e Lennon decidono di condividere un appartamento di Gambier Terrace che diventa luogo di diverse attività artistiche.
 Questo luogo è un altro centro per dibattiti culturali dove si svolgono anche le prove del gruppo musicale di Lennon, e una stanza resta riservata all’attività artistica pittorica di Stu.

 In quel periodo uno dei suoi dipinti viene esposto alla mostra biennale che si svolge alla Walker Art Gallery di Liverpool. 
Nel mentre Stuart comincia a frequentare l’ambiente musicale della città e il gestore del locale Jacaranda gli commissiona un murales per il club che Stu completa in collaborazione con Murray. 

 Intanto Stuart ha conosciuto anche Paul McCartney il quale, insieme a John, lo convincono ad acquistare un basso elettrico per poter suonare nel loro gruppo, e così Stuart entra a far parte del gruppo che poi sarà conosciuto come i Beatles. 

Preso dall’entusiasmo per la musica lascia gli studi delle arti figurative e va ad Amburgo come bassista. 
Lì incontrano tre ragazzi tedeschi interessati all’esistenzialismo, tra cui c’è la fotografa e stilista tedesca Astrid Kirchher. 

Astrid comincia a lavorare con il gruppo di Liverpool scattandogli una serie di foto artistiche, e anche lei rimane attratta dal fascino di Stu e ben presto ne diventa la fidanzata. 
Gli scatti della fotografa ottengono un buon successo, e durante le sessioni la donna suggerisce di cambiare stile ai membri, dandogli la “forma” con la quale sono passati alla storia. 
Il primo a cambiare pettinatura dietro consiglio di Astrid è proprio Stu, tagliandosi i capelli con un ciuffo che copre la fronte e l’abbigliamento in un giubbotto di pelle e stivaletti a punta, una moda che viene adottata anche dagli altri membri del gruppo.


Nonostante la buona volontà di apprendere di Stuart il talento musicale non eguaglia quello pittorico. 
Quando suona il basso non ne ha piena padronanza tanto che gli altri Beatles arrivano a suggerirgli di suonare dando le spalle al pubblico per non mettere in evidenza il suo disagio con lo strumento. 

Stu non è innamorato della musica, e lo spiega bene George Harrison:
“Stu non aveva mai scelto di dedicarsi alla musica, si presentava bene ma non era mai stato del tutto convinto di diventare un musicista”.


Purtroppo la sua mancanza di talento musicale causa un crescente disaccordo con gli altri Beatles, in primis con John Lennon.
 I due si trovano al club londinese Top Ten, quando cominciano a litigare furiosamente e quello che ha la peggio è Stuart.
 L’episodio è raccontato in un diario scritto a mano dello stesso Stuart in cui spiega l’accaduto. 

 Un mese dopo questa lite, a giugno del 1961, Stuart lascia definitivamente il gruppo, e mentre i Beatles ritornano a Liverpool lui resta ad Amburgo per amore di Astrid e riprende gli studi artistici.


 L’anno seguente iniziano alcuni problemi di salute per Stu, che accusa forti mal di testa e svenimenti e una cecità temporanea.
 Le sue condizioni continuano a peggiorare ma nessuno dei medici che lo visita (torna anche in Inghilterra per analisi più approfondite) fa una diagnosi corretta, e il 10 aprile del 1962, mentre si trova nell’ambulanza che lo sta trasportando in ospedale, a ventuno anni Stuart Sutcliffe muore.
 La causa di morte è: Una paralisi celebrale dovuta a un’emorragia nel ventricolo destro del cervello
 L’esame autoptico ha rivelato che, al momento del decesso, nel cervello di Stuart si stava sviluppando un tumore per via di una pregressa frattura cranica.

 In base al racconto del manager dei Beatles Alan Williams, Stu era stato vittima di un pestaggio avvenuto fuori dal Latham Hall di Liverpool dopo un’esibizione nel 1961. 
Stu è stato aggredito e picchiato con tale forza che è stato necessario l’intervento di Lennon e di Pete Best (batterista prima di Ringo Starr) per liberarlo dai suoi aggressori.

 Dopo la morte di Stuart, sua sorella Pauline Sutcliffe scrive un libro intitolato “Beatles’ Shadow”, in cui fa una serie di rivelazioni/bomba. 
Nel libro Pauline parla di una presunta relazione omosessuale tra Stuart Sutcliffe e John Lennon. 
Oltre a sostenere che Lennon fosse omosessuale e che avrebbe avuto altre relazioni omosessuali (in seguito, l’omosessualità di Lennon è stata smentita dalla moglie Yoko Ono), lo ritiene responsabile per la morte di Stu in quanto, secondo l’opinione della sorella, sarebbe stato lui a sferrare un calcio in testa al fratello durante una lite. 
Il libro racconta anche della rivalità tra Stuart e Paul McCartney, con George Harrison presente nella veste di paciere.


La carriera musicale di Stuart Sutcliffe è stata breve ma significativa e, anche se di lui non si parla molto, quando riaffiora il suo nome è spesso ricordato come (insieme a Pete Best) il quinto Beatle, per sottolineare la sua importanza nella storia della formazione dei Beatles. 
 Il nome del gruppo è infatti da attribuire proprio a Stuart.

 Secondo il giornalista Bill Murray, che ha avuto modo di frequentare i Beatles durante i loro primi anni come gruppo musicale, il nome è stato suggerito prima da Stuart, riferendosi al gruppo musicale di Buddy Holly chiamato The Crickets (I Grillini). Il quinto Beatle però ha fatto un gioco di parole cambiando una lettera: da Beetles che significa coleottero, scarabeo, ha sostituito un “e” con la “a” diventando Beatles (beat) che significa ritmo, battito, il termine con cui si descriveva la musica che era di moda in quel periodo. 
Anche la sperimentazione del cambio delle lettere nel nome è riportata nel diario di Stuart. 


 Il suo destino è stato infelice, come un astro bruciato troppo velocemente nel firmamento delle stelle. 

 Fonte: vanillamagazine.it

sabato 16 maggio 2020

Ezio Bosso e la teoria delle 12 stanze


“C’è una teoria antica che dice che la vita sia composta da dodici stanze. 
Sono le dodici in cui lasceremo qualcosa di noi, che ci ricorderanno. 
Dodici sono le stanze che ricorderemo quando passeremo l’ultima. Nessuno può ricordare la prima stanza perché quando nasciamo non vediamo, ma pare che questo accada nell’ultima che raggiungeremo. 
E quindi si può tornare alla prima. E ricominciare”.

 Ezio Bosso lo aveva detto presentando il suo primo disco solista di pianoforte: “The 12th Room”, un concept album composto da due CD.


Nella sua stessa vita si era aperta una stanza che gli aveva fatto conoscere Helena Blavatsky, “una teosofa che tra i suoi libri cita frammenti del libro tibetano proibito o maledetto che si chiamava proprio ‘Libro delle 12 stanze’, un libro perduto che racchiude il pensiero di cui scrivevo all’inizio”.

 Scriveva ancora Bosso: “La parola stanza significa fermarsi, ma anche affermarsi. E' una parola così importante eppure non ci pensiamo mai. La diciamo e basta. Le abbiamo inventate. Le abbiamo costruite quando abbiamo trovato finalmente un posto dove fermarci.
 E gli abbiamo dato nomi, numeri e significati, a volte poetici: la stanza dei giochi, la stanza della musica, la stanza dei sogni. La stanza della luce o la stanza cieca.
 Altre volte pratici: la sala, il salone, la stanza da bagno, la cucina. Sono infinite le stanze, ma non ci pensiamo mai”.

 Le stanze rappresentano le fasi della nostra vita ed i sentimenti che le accompagnano. Il dolore, l’amore, la rabbia, la felicità, la serenità, la pace. 

ROBERTA RAGNI

mercoledì 27 marzo 2019

La donna che balla con gli squali


Ha vissuto sotto l’oceano oltre tre anni e mezzo della sua vita. Infila le braccia nella bocca degli squali senza timori, li accarezza e passa con loro le ore più felici della sua vita.
 Più che una subacquea di fama internazionale, Cristina Zenato è parte stessa dell’oceano. 

Classe 1970, nata e cresciuta nella foresta pluviale del Congo africano, Cristina aveva le idee chiare fin da bambina: a 8 anni decise che avrebbe lavorato con gli squali e sarebbe diventata una ranger subacquea. 

 Oggi vive alle Bahamas, il luogo che per primo le rivelò le meraviglie dell’oceano e le sussurrò tutte le sfumature di blu che avrebbero colorato il suo destino.

 «La prima volta che uno squalo mi si è adagiato sul grembo, sono riuscita ad accarezzarlo per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe e la sensazione di ascoltarla respirare», racconta la subacquea, il cui legame con queste creature diventa sempre più forte, immersione dopo immersione.


Nella casa di Cristina ci sono tre cani, molti libri e nemmeno una tv. 

Prima donna ad aver connesso una grotta d’acqua dolce, nell’entroterra, ad un «blue hole» nell’oceano delle Bahamas, Cristina ha portato il suo amore per questi animali anche al di fuori delle profondità: nel 2011, grazie alla collaborazione con le associazioni ambientaliste locali, è riuscita a ottenere l’approvazione della prima legge da parte del governo bahamense per la tutela completa di tutti gli squali. 

Guardare negli occhi queste creature considerate da molti pericolosi predatori è per la subacquea un’ispirazione quotidiana, un contatto emozionale complesso e variegato. 

«Ognuno di loro ha caratteristiche e peculiarità.
 Ci sono squali curiosi, giocherelloni e poi c’è Grandma, una gentile signora dai capelli grigi», scherza descrivendo una degli squali a cui è più legata.


Immergersi con questi animali può essere un’ottima formula per riscoprire se stessi e cercare di trovare un punto di equilibrio nella propria relazione con la natura: 
«Il mare non si lascia conquistare.
 In acqua non possiamo vedere o respirare autonomamente, non possediamo un riparo, non possiamo utilizzare nulla del mondo sottomarino a nostro vantaggio.
 L’uomo vorrebbe conquistare anche questo mondo e lo squalo rappresenta quindi un naturale antagonista, la viva rappresentazione delle sue paure», commenta.

 In questo mondo, solo apparentemente silenzioso, gli abissi ci sussurrano una verità quasi dimenticata: gli squali sono la perfezione, sono i dominatori del mare e siamo noi, ospiti non invitati, a doverci adattare al loro ambiente. 
«Parlo correntemente cinque lingue straniere — dice — ma è comunicando con gli squali che continuo a imparare.

 E non ho intenzione di smettere».


 Tratto da: www.corriere.it

giovedì 29 marzo 2018

Maria Sibylla Merian, la scienza in rosa


La banconota da 500 marchi della Repubblica Federale Tedesca, la vecchia Germania Ovest, raffigurava il volto di una donna con al suo fianco la sagoma di un insetto, una vespa. 
Sull’altro lato, una pianta di dente di leone con, appoggiati sulle sue foglie, una falena della specie Dicallomera fascelina e il suo bruco.




Agli italiani il volto della donna di cui sopra forse dirà poco, ma per il popolo tedesco Maria Sibylla Merian, questo il suo nome, rappresenta una straordinaria storia di coraggio, emancipazione femminile e talento in campo sia scientifico sia artistico.


Merian nasce nel 1647 a Francoforte, ai tempi capitale dell’editoria, crocevia di traffici commerciali e città dal grande fermento culturale. 
È figlia di un noto incisore, Matthäus Merian il vecchio, che muore quando lei ha solo tre anni.
 La madre si risposa con un pittore floreale.

 Per tutta la vita Maria Sibylla è a stretto contatto con ambienti artistici: impara svariate tecniche di disegno, pittura e incisione, raggiungendo sin da giovanissima risultati eccellenti, e ha modo di confrontarsi con i fratellastri, anche loro artisti, e con diversi insegnanti.

Al talento artistico si affianca un grande interesse per la natura e per lo studio degli insetti.
 Si dice che da bambina rubi un tulipano (ai tempi una rarità) soltanto per poterlo disegnare. 
A soli 18 anni si sposa con un pittore (non poteva essere altrimenti), Johann Andreas Graff, e con lui si trasferisce a Norimberga.
 Dal matrimonio nasceranno due figlie.




Dopo un libro dedicato ai fiori e pubblicato in tre parti, Maria comincia a lavorare a un testo interamente dedicato alle farfalle. L’opera completa, “La meravigliosa metamorfosi dei bruchi e il loro singolare nutrirsi di fiori”, è rivoluzionaria: gli animali non vengono più raffigurati in modo astratto, ma per la prima volta essi appaiono nel loro ambiente naturale. 
Come mai prima nella storia dell’illustrazione zoologica, ci si trova di fronte a immagini create solo dopo un’osservazione prolungata e scientificamente accurata dei soggetti. 
Nondimeno, per molte specie si inquadra tutto il ciclo vitale, il che non è banale: ai tempi, molti bruchi e farfalle della stessa specie vengono considerati entità separate. 
In ogni tavola del libro si possono invece vedere uova, bruchi e insetti adulti appartenenti allo stesso animale.
 E infine, è ammirevole il coraggio della scelta degli insetti come soggetto: si superano le diffuse superstizioni che raffiguravano questi animali come creature demoniache.

 La vita di Maria è movimentata. 
Dopo aver aderito a una setta labadista, un gruppo di protestanti che praticano un ascetismo estremo ispirato ai primi cristiani, si trasferisce in Olanda.
 Questa scelta la porta alla separazione dal marito.
 Dopo pochi anni, però, l’artista-scienziata abbandona la comunità e si trasferisce ad Amsterdam, porto di mare e centro di scambi commerciali. 
Merian vede le incredibili specie animali e vegetali provenienti dalle esotiche colonie olandesi, e decide di risparmiare per organizzare un viaggio in Suriname, dove potrà osservare da vicino quelle meraviglie. 

L’incredibile e inedita spedizione tutta al femminile (ad accompagnarla c’è la seconda figlia Dorothea) è un evento mai visto prima nella storia della scienza. 
Dopo due anni e non pochi problemi di salute, Merian ritorna in Olanda con un’incredibile collezione di fiori, insetti e altri reperti naturali che interesseranno persino lo zar Pietro il Grande. 

Da questa spedizione nasce il suo capolavoro, “La metamorfosi degli insetti del Suriname”, un gioiello composto da 60 incisioni colorate dedicate alle meraviglie naturali del paese sudamericano.


Da una di queste, raffigurante un grosso ragno intento a catturare un uccellino, nascerà il termine “migale”, ancora adesso utilizzato. 

Maria muore ad Amsterdam nel 1717, universalmente riconosciuta come una delle più grandi scienziate del suo tempo.

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

martedì 31 ottobre 2017

Rocchetta Mattei: medicina alternativa e misteriosi rituali in un castello dell'Appennino bolognese


Il castello Rocchetta Mattei si trova in un piccolo borgo dell’Appennino bolognese, Grizzana Morandi, ed è un luogo incredibile. Non è solo un castello, non è solo una rocca, non è solo la dimora del nobile conte Mattei, è un percorso iniziatico e a volte salvifico per chi ha voluto curarsi con l’elettromeopatia.


Nel 1850 il conte Cesare Mattei pone la prima pietra della Rocchetta sulle rovine di un vecchio castello. 
Il conte, nato nel 1809, ha grandi possedimenti terrieri e un ottimo rapporto con il papato. 
Fino al 1848 si occupa di politica che abbandona per approfondire la sua conoscenza della medicina. 

Si appassiona di omeopatia ed è avversato dalla medicina ufficiale anche perché, senza essere un medico, elabora nel 1881 una scienza dal nome elettroemopatia. 
Combinazioni di granuli simil-omeopatici e fluidi elettrici secondo Mattei ristabiliscono le polarità del corpo umano sanandolo. 
I preparati venivano da lui confezionati e spediti, e il loro potere curativo rimane a oggi un segreto.
 I suoi rimedi sono stati la medicina alternativa più usata al mondo dal 1850 al 1950, e ancora oggi è praticata in molte parti del mondo.


La Rocchetta è la dimora dell’eclettico conte Mattei, un edificio anomalo come collocazione e architettura. 
Visitarla è come vivere un pezzo di Spagna del Sud nel bel mezzo dell’Appennino bolognese. 
Mattei ha voluto infatti ornare il suo castello con cupole a cipolla, archi e cortili sul modelli dell’Alhambra e della cattedrale di Cordoba. 

Ma al di là dell’impatto visivo alquanto singolare, la Rocchetta Mattei è un intreccio simbolico e labirintico fatto di decori, scale ripide, cortili di accesso e stanze a tema ornati da stucchi e mosaici che in un gioco tra il vero, il verosimile e l’illusione dovevano accogliere colui che richiedeva il rimedio attraverso un percorso massonico fatto di tappe, simbologie ed interpretazioni.




Si attraversano porte, cortili e si ammirano da dentro e da fuori le torri dalle forme insolite, ci si affaccia sui giardini dove Mattei coltivava le piante dei rimedi, si visitano stanze a dir poco eclettiche quale il suo mausoleo, la sala che sarebbe dovuta servire a festeggiare il suo novantesimo compleanno (morirà ad 87 anni) con altri 90 novantenni, la cappella con archi moreschi, il cortile simile all’Alhambra, il suo studio insonorizzato dove parlando a bassa voce offriva le cure a chi gli affidava la propria salute.












Mattei era un signore rispettato e amato dalla gente del luogo, una sorta di benefattore che si circondava di gente, aveva un suo giullare e scherniva con sottile ironia chi lo aveva invece in antipatia. 
Un personaggio la cui vita è ricca di episodi e aneddoti che non è difficile immaginare realizzarsi fra queste stanze e il dedalo di corridoi del castello.

 La sua fama in vita arrivò fino in Russia tanto che viene citato, per voce del diavolo, anche da Dostojevski nei “Fratelli Karamazov”. 

Molte sembrerebbero le guarigioni attestate ma, dalla sua morte, parte del segreto dei suoi rimedi non è più conosciuto e nel 1968 gli eredi terminano la loro commercializzazione.

 La Rocchetta vive alterne vicende legate ai dissesti finanziari degli eredi.
 Durante la Seconda Guerra Mondiale divenne comando tedesco e per questo fu saccheggiata dagli Alleati. 
Il castello andò in rovina fino a che, nel 1995, nacque l’associazione SOS Rocchetta onlus che portò avanti un’opera di sensibilizzazione per il recupero dell’immobile. 
Nel 2005 la fondazione Carisbo lo acquista e finanzia il restauro conservativo.



Fonte: nonsoloturisti.it

martedì 24 ottobre 2017

Donald R. Griffin e la “bomba pipistrello”


Donald R. Griffin (1915-2003) è stato uno dei più grandi zoologi americani del XX Secolo.
 Quando era ancora studente ad Harvard iniziò a indagare sulle straordinarie e, ai tempi, inspiegabili capacità di orientamento dei pipistrelli nell’oscurità.

 Per approfondire le sue ricerche Griffin installò, all’interno di un piccolo fienile, una serie di ostacoli che dovevano essere evitati dagli animali in volo, nel buio pressoché totale. 
Con queste ricerche, condotte in collaborazione col neuroscienziato Robert Galambos, Griffin riuscì a identificare il sistema di navigazione dei pipistrelli, a cui nel 1944 diede il nome di “ecolocalizzazione”. 
Grazie a un sistema in grado di registrare anche le frequenze non udibili, gli scienziati scoprirono infatti che i pipistrelli emettevano note di un’ottava più acute del limite massimo di sensibilità dell’orecchio umano. 
Basandosi sull’eco generata da questi suoni, gli animali erano così in grado di identificare gli ostacoli con grande precisione. 
La controprova venne data dal fatto che i pipistrelli, se venivano loro tappate la bocca o le orecchie, non erano più in grado di orientarsi al buio. 
In seguito questo sistema venne scoperto anche nei cetacei e in alcune specie di uccelli.


Griffin proseguì brillantemente la sua carriera, insegnando zoologia in diversi atenei americani e scrivendo saggi di grande successo. Tra i suoi testi più celebri, “L’animale consapevole” del 1976 ebbe una fondamentale importanza nel campo delle scienze del comportamento, perché fu tra i primi a sostenere che gli animali sono dotati di coscienza propria. 
Questo lavoro gettò le basi per lo sviluppo della moderna etologia cognitiva, lo studio della consapevolezza e delle intenzioni nel comportamento animale.

 Nonostante gli indiscutibili meriti però, il professore americano è noto anche per vicende che poco hanno a che fare col welfare animale. 
Nel corso della Seconda guerra mondiale, infatti, fu proprio Griffin a suggerire all’allora presidente americano Franklin Delano Roosevelt di sfruttare la Bat bomb, letteralmente “Bomba pipistrello”, per attaccare le città giapponesi.


Questo sistema, sviluppato da un dentista della Pennsylvania, tal Lytle S. Adams, prevedeva l’utilizzo di una sorta di “ordigno”, suddiviso al suo interno in un migliaio di cellette. 
Ciascuna di queste conteneva un pipistrello della specie Tadarida brasiliensis in stato di ibernazione. 
A ognuno di questi animali era collegata una piccola bomba incendiaria al napalm, dotata di timer. 

Il grande ordigno veniva rilasciato da un aereo, si apriva in volo lasciando liberi gli animali, che volavano e trovavano rifugio sotto i tetti, nelle grondaie, dentro ad ogni anfratto. Le case giapponesi, realizzate principalmente in materiali infiammabili come carta e bambù, avrebbero facilmente preso fuoco.
 Il risultato finale sarebbe stato un incendio su vasta scala, generato da centinaia di piccoli focolai ben distribuiti.

 Dopo due milioni di dollari spesi, alcuni test e un deposito militare incendiato per errore, il progetto venne abbandonato dall’esercito americano: sarebbe stato pronto per l’utilizzo soltanto verso metà 1945, quando la bomba atomica era già in fase di completamento.


 FONTE: RIVISTANATURA.COM
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...