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venerdì 22 gennaio 2021

L’uomo Osterby e i suoi capelli conservati con il Nodo Suebo


 Anzitutto vediamo chi erano i Suebi. 

Quello dei Suebi (o Svevi) era un popolo di origine germanica proveniente dal Mar Baltico, il “Suebicum mare” dei romani.

 Una definizione accettata, ma molto semplicistica però, sicché, come scriveva il coevo storico romano Publio Cornelio Tacito nella sua opera etnografica dal titolo “De origine et situ Germanorum”, più conosciuta semplicemente come “Germania”, dei Suebi non esisteva un solo popolo con un’unica origine, ma numerose e sparse tribù nella cosiddetta Germania Magna, una vasta area a est dell’antica provincia romana della Germania.


Proprio in “Germania”, parlando dei Suebi, Tacito citava il curioso nodo ai capelli in uso tra queste genti: “È segno distintivo di questa gente ravviare lateralmente i capelli e fermarli con un nodo: in questo modo gli Svevi si differenziano dagli altri Germani e, al loro interno, distinguono gli uomini liberi dagli schiavi […] fino alla vecchiaia si tirano all’indietro le ispide chiome e spesso le legano soltanto in cima al capo. I nobili vi aggiungono qualche ornamento: è un modo per curare, senza malizia, la loro immagine fisica; e non lo fanno per essere più attraenti, ma per sembrare ancora più imponenti e terribili agli occhi dei nemici, quando vanno in guerra”.

Il vecchio Tacito ci parla di un’autentica moda di duemila anni fa.

Approfondiamo, dunque, l’argomento. 

Il Nodo suebo – chiamato in tedesco “suebenknoten” – in voga tra i Suebi, questo variegato popolo di guerrieri germani, consisteva nel dividere i capelli, spesso lunghi, in due ciocche e portarli su un lato del capo per poi fissarli con un nodo, stretto e stabile.

L’uso del Nodo non era dovuto a fattori legati alla vanità o comunque soltanto guidato dalla comodità che comportava, evitando ai guerrieri suebi fastidiosi capelli dinanzi gli occhi durante le cruenti battaglie, ma probabilmente fu scelto anche per il fatto che questa pettinatura rendeva i Suebi più alti, più ieratici e, in qualche maniera, anche più minacciosi di fronte al nemico.

Specifica di fatti Tacito: “La loro attenzione a farsi belli è tutta qui, ma innocente; non si ornano infatti per amare o farsi amare, bensì per accrescere l’imponenza e incutere timore agli occhi del nemico, quando vanno alla guerra”.

Come sosteneva lo storico romano, poi, il Nodo serviva anche a distinguersi tra classi sociali: la tipica pettinatura poteva essere portata soltanto dai guerrieri e dai nobili, mai dagli schiavi o dagli stranieri.


L’esempio migliore di Nodo suebo arrivato ai giorni nostri è quello rinvenuto nel 1948 in una torbiera di Osterby, cittadina del nord della Germania, regione dello Schleswig-Holstein, a una settantina di chilometri dal confine con la Danimarca.

 Quello conosciuto come “Osterby Man” è un cranio perfettamente conservato caratterizzato da una lucente chioma rossiccia (probabilmente divenuta così a causa degli acidi sprigionati in quasi due millenni di riposo) bloccata da un impeccabile Nodo suebo.

 Lo straordinario rinvenimento, il principale esemplare delle cosiddette mummie di palude, è datato tra il 75 e il 130 d.C. e oggi è conservato nelle sale del museo archeologico del castello di Gottorf, una vecchia residenza degli Oldenburg, a Schleswig.

Per ricordare la scoperta, nel suo cinquantesimo anniversario, nel 1998 la cittadina di Osterby ha inserito una rappresentazione argentata del Nodo suebo nella parte inferiore del suo stemma comunale.

Un altro Nodo suebo eccellentemente conservato è stato scoperto pochi anni dopo, nel 1959, a Dätgen, poco più di quaranta chilometri a sud di Osterby, sempre nello Schleswig-Holstein.

 In questo caso, differentemente dal primo rinvenimento, oltre al cranio è stato trovato anche l’intero corpo del cadavere che ha permesso di stabilire la dinamica della morte del suebo: l’uomo, conosciuto come “Dätgen Man”, è stato prima accoltellato, poi decapitato e infine gettato in una fossa per quasi duemila anni.

 Anche questa scoperta è oggi esposta al museo archeologico di Schleswig.

Oltre che sui teschi di questi eccezionali rinvenimenti archeologici, il Nodo suebo è raffigurato su moltissimi monumenti e sculture. Citiamo una statuetta di bronzo conservata al museo romano di Vienna, una maschera di terracotta in mostra al British Museum di Londra, una statuetta germanica esposta al Rheinische Landesmuseum, il museo archeologico di Treviri.


Anche l’Italia ha le sue rappresentazioni di Nodo suebo: alcuni guerrieri con la tipica acconciatura sono identificabili sul Sarcofago di Portonaccio, un sarcofago romano di marmo, alto più di un metro e mezzo, scoperto negli anni trenta del Novecento e riconducibile al 180 circa.

 Con tutta probabilità si tratterebbe della tomba di un generale caduto nel corso delle guerre marcomanniche, il lungo periodo di conflitto tra i romani e i popoli germano-sarmatici dell’Europa continentale (166-189).

 Il Sarcofago di Portonaccio è conservato a Palazzo Massimo alle Terme, la principale delle sedi del Museo nazionale romano.


Altri nodi suebi “italiani”, infine, sono visibili sui rilievi raffiguranti alcuni principi germanici sulla Colonna Traiana, sempre a Roma, su cui è rappresentata la conquista romana della Dacia (101-106), e su un rilievo dell’anfiteatro romano di Pozzuoli.

Fonte: vanillamagazine




giovedì 21 novembre 2019

Linee di Nazca: scoperti grazie al satellite 143 nuovi disegni in Perù


Con l’aiuto dei satelliti e dell’intelligenza artificiale, un gruppo di ricercatori ha individuato una serie di nuovi “geoglifi” che raffigurano animali, persone e oggetti.

 Circa 2000 anni fa, gli antichi popoli del Perù meridionale crearono centinaia di enormi disegni nel terreno (appunto i geoglifi) che oggi sono noti come Linee di Nazca. 
 Ora alcuni scienziati, usando tecniche avanzate, sono riusciti a scovarne altri 143. 

A fare la scoperta è stato un team di ricerca guidato da Masato Sakai, antropologo culturale presso l’Università di Yamagata in Giappone, che ha trascorso anni a caccia di geoglifi durante alcune spedizioni in loco a seguito delle immagini ad alta risoluzione delle Linee di Nazca ricavate dallo spazio.
 Questi sforzi, alla fine, hanno portato al rilevamento di nuove figure che hanno lunghezze che partono da 5 e arrivano fino a 100 metri. 

I nuovi geoglifi scoperti dal team di Sakai raffigurano una vasta gamma di cose e oggetti viventi, tra cui persone, uccelli, scimmie, pesci, rettili ma anche disegni astratti.

 Questi furono realizzati dall’antica cultura peruviana rimuovendo il terriccio nero roccioso sotto il quale vi era la sabbia chiara.






Sakai e i suoi colleghi hanno notato che i geoglifi più grandi, etichettati come di tipo A, tendevano a rappresentare animali. Questi si estendono per almeno 50 metri e in genere sono più tardivi nella linea temporale della civiltà di Nazca, ossia risalgono al 100-300 d.C.

 I geoglifi più piccoli, di Tipo B, sono in genere i più antichi e risalgono al periodo che va dal 100 a.C. al 100 d.C. Le figure di tipo B si trovano spesso su pendii e percorsi, quindi i ricercatori ritengono che potrebbero essere stati progettati come punti di riferimento per le persone. 
Le figure di tipo A, invece, sono spesso disseminate di frammenti di ceramica, suggerendo che fossero siti di cerimonie rituali che comportavano la rottura di oggetti. 

 Una delle figure di tipo B sembra rappresentare una figura umanoide ed è stata scoperta con l’aiuto di IBM Watson Machine Learning Community Edition, un modello di intelligenza artificiale. Il team di Sakai ha lavorato con l’IBM Thomas J. Watson Research Center negli Stati Uniti per addestrare l’intelligenza artificiale a scansionare le immagini satellitari della regione e contrassegnare così i siti promettenti per trovare nuovi geoglifi.

 

 I ricercatori hanno in programma di continuare a utilizzare le nuove tecnologie per trovare, mappare e classificare nuove figure eventualmente presenti. 
 Questo sforzo è importante non solo per comprendere la vasta estensione e complessità delle Linee di Nazca ma anche per aiutare a preservarle (ricordiamo che sono Patrimonio dell’Umanità Unesco). 


 Francesca Biagioli

lunedì 1 luglio 2019

La Tomba di Aminta: capolavoro scavato nella Roccia dall’Antichissimo popolo dei Lici


Gli antichi lici sono uno dei popoli più enigmatici della storia, perché non sono rimaste molte tracce della loro civiltà. 
Tuttavia, quel poco che è stato scoperto rivela una cultura affascinante, che si distingue dal resto del mondo antico. 

Oggi rimangono circa venti siti importanti per conoscere l’insolita architettura funeraria dei Lici, tra cui le stupefacenti tombe scavate nella roccia in scogliere che dominano la terra incontaminata dell’Anatolia. 
 La Licia occupava quella regione che oggi è la provincia di Adalia, sulla costa meridionale della Turchia, e la provincia di Burdur, che è nell’immediato entroterra.
 La civiltà liciana è menzionata nei registri storici dell’antico Egitto e dell’Impero Hittita.

 Nel VI secolo aC, tuttavia, la Licia fu annessa all’impero Achemenide, anche se le fu consentito di avere governatori autoctoni. 

 Una delle caratteristiche più interessanti dei Lici è la loro cultura funeraria. 
Ci sono diversi tipi di tombe liciane, ma le più spettacolari sono quelle scavate nella roccia, che fecero la loro comparsa all’incirca nel 5 ° secolo aC, scolpite direttamente nelle pareti rocciose, di solito in una scogliera, posizione che le rende sorprendenti anche guardandole da lontano.I Lici credevano che una mitica creatura alata li avrebbe portati nell’aldilà, e questo è il motivo per cui costruivano le loro tombe in posizione elevata.









Sul monte si notano delle sepoltura da un lato e una tomba, più imponente e poco distante, particolare perché costruita in solitudine rispetto alle altre sepolture.

La Tomba di Aminta risale al 4° secolo aC. e si trova sul monte che domina l’attuale città di Fethiye, l’antica Telmessos. 

Il suo nome deriva da un’iscrizione greca in cui si legge “Armyntou tou Ermagiou”, che si traduce in “Aminta, figlio di Ermagios”. L’ingresso spettacolare, scolpito come fosse il portico di un tempio ionico, fa capire l’importanza di Aminta, che aveva diritto ad avere la tomba più grande nel punto più alto della scogliera, rispetto alle altre ricavate nella stessa parete rocciosa.


Una lunga serie di gradini conduce alla Tomba di Aminta, isolata rispetto alle altre sepolture rupestri, ulteriore prova del rango elevato di quest’uomo, di cui oggi rimane solo un nome inciso nella roccia. 


Fonte: vanillamagazine

martedì 5 marzo 2019

La fine (graduale) di Angkor


Ci si interroga spesso, sulla fine di potenti e misteriose civiltà del passato: quella di Angkor, centro nevralgico dell'Impero Khmer, in Cambogia, sarebbe sfumata più per un graduale declino nell'occupazione del territorio, che per un improvviso collasso demografico. 

 Sulle cause dell'abbandono di Angkor, avvenuto definitivamente nel 1431 d.C., si è a lungo dibattuto: si è parlato dell'aggressività e delle mire espansionistiche del vicino regno di Ayutthaya (che comunque occupò per un periodo la capitale Khmer), ma anche del collasso di opere idrauliche, della perdita di controllo politico e di un'improvvisa implosione demografica.


A fare chiarezza ci pensa un nuovo studio pubblicato su PNAS che ha preso in analisi l'intensità dello sfruttamento di terra nella capitale Angkor Thom, la più grande e più recente tra le cittadelle fortificate del sito. 

Alcuni ricercatori dell'Università di Sydney hanno esaminato carotaggi di sedimenti estratti dal fossato che circondava la città, che hanno permesso di ricostruire come veniva utilizzato il suolo nel passato. 
 L'erosione del terreno, la perturbazione delle foreste e i roghi diminuirono progressivamente a partire dai primi decenni del 14esimo secolo: oltre 100 anni prima dell'abbandono definitivo di Angkor, le attività commerciali e amministrative nel cuore nevralgico dell'impero erano già in diminuzione.

 Alla fine del 14esimo secolo, il fossato era ormai ricoperto di paludi e vegetazione fluttuante: nessuno se ne stava più prendendo cura, e il centro del potere era ormai fuori dal centro della capitale.




La città simbolo del popolo Khmer non visse dunque un improvviso crollo demografico dovuto a un'aggressione o al cedimento repentino delle infrastrutture, ma piuttosto un graduale abbandono da parte della classe dirigente, che migrò altrove. 

«Il nostro studio - spiegano gli autori - suggerisce che gli abitanti non lasciarono Angkor perché le infrastrutture cedettero. 
Piuttosto le infrastrutture cedettero perché la classe dirigente urbana se ne era già andata». 
E non c'era più nessuno che potesse mantenerle, o ripararle. 

 Fonte: focus.it

lunedì 3 dicembre 2018

Una piccola Babele su un'isola australiana


La comunità di Warruwi sull'isola di South Goulburn, un fazzoletto di terra ricoperta di foreste al largo della costa settentrionale australiana, è uno degli ultimi luoghi al mondo in cui convivono, in una stretta porzione di territorio, diverse lingue indigene: addirittura 9, per l'esattezza, su una popolazione di circa 500 abitanti. 
Una è l'inglese, ma poi ci sono il Mawng, il Bininj Kunwok, lo Yolngu-Matha, il Burarra, lo Ndjébbana e il Na-kara, il Kunbarlang, l'Iwaidja, il creolo dello Stretto di Torres.


Come ci si parla, a Warruwi? 
Non, come ci si potrebbe aspettare, esclusivamente in inglese. E neppure si tratta di un'isola di poliglotti.

 Gli abitanti del luogo riescono a comprendersi perché ciascuno capisce alcuni o tutti gli altri idiomi, ma continua a rispondere nel proprio: un fenomeno diffuso e noto come multilinguismo recettivo, che a Warruwi trova una delle sue massime espressioni. 

Molti anglofoni che vivono in zone di confine negli Stati Uniti, per esempio, comprendono lo spagnolo perché vi sono stati esposti, anche se lo parlano poco. E molti immigrati di seconda generazione parlano e scrivono la lingua del Paese in cui vivono, anche se continuano a capire la lingua dei genitori. 

 Ruth Singer, linguista dell'Australian National University, ha recentemente studiato il multilinguismo recettivo a Warruwi e riportato le sue osservazioni in un articolo su Language and Communication. 
«Quando ho iniziato a lavorare al multilinguismo e a prestare attenzione a come le persone utilizzavano i diversi linguaggi, ho iniziato a sentire conversazioni in multilinguismo recettivo in tutta Warruwi, per esempio tra due uomini che lavoravano per riparare una staccionata, o tra due persone in un negozio», spiega Singer all'Atlantic.

 In questa comunità le diverse lingue sono associate ad altrettante origini territoriali, e la lingua è considerata "una proprietà" del clan di origine.
 Passare a un idioma diverso dal proprio (nella fattispecie da quello trasmesso dal padre) significa reclamare qualcosa che non appartiene - si può parlare una lingua soltanto se si ha "il diritto" di farlo.
 Nessuna restrizione vige, al contrario, sulla possibilità di comprendere una lingua diversa dalla propria: ecco perché a Warruwi si è diffusa questa forma di comunicazione "mista", che sembra funzionare e tutelare allo tempo diversità culturale e convivenza pacifica.


Anche se il multilinguismo recettivo è diffuso e istituzionalizzato anche altrove (per esempio in Svizzera, dove le lingue ufficiali sono quattro: tedesco, francese, italiano e romancio), la particolarità di Warruwi è che anche la comprensione è considerata una abilità linguistica di tutto rispetto, "da curriculum", e non una sorta di apprendimento a metà di una lingua che non si sa (o non si può, in questo caso) parlare. 

Fonte: focus.it

martedì 27 febbraio 2018

L'antica leggenda buddista sui gatti


I gatti sono esseri meravigliosi e fin dall'antichità vengono trattati con profondo rispetto perché per molte civiltà, sono i guardiani che proteggono le nostre anime. 
Secondo una leggenda buddista sono simbolo di spiritualità, pace ed unione.

 E’ innegabile, i gatti sono tra gli animali più affascinanti e da sempre sono al centro delle civiltà più antiche.
 In Cina ad esempio, si credeva che il loro sguardo potesse scacciare gli spiriti maligni o ancora nell’antico Egitto esisteva la convinzione che durante la notte, i raggi del sole si nascondessero negli occhi dei gatti per rimanere al sicuro.
 I gatti sono poi presenti in diverse tradizioni popolari, ricordiamo ad esempio che la Dea Bastet viene rappresentata come un bellissimo gatto nero o una donna con una testa di gatto.


Questa divinità era un simbolo positivo di armonia e felicità, protettrice della casa, custode delle donne incinte e capace di tenere lontani gli spiriti maligni.


Per il buddismo i gatti sono simbolo di spiritualità, animali che riescono a trasmettere armonia e calma ed è per questo che l’essere umano, per poter amare incondizionatamente questo felino, deve prima entrare in connessione con se stesso.

 Molto spesso capita poi di vedere dei gatti che dormono su statue di marmo buddiste o anche di imperatori romani. 
Perché lo fanno?
 E' probabile che questo comportamento derivi dal fatto che le grandi statue di pietra o di metallo si riscaldano durante il giorno e trattengono il calore, mentre altre superfici tendono a freddarsi. E i gatti, si sa, amano crogiolarsi in luoghi ben caldi.

 Più suggestiva è la leggenda che esiste da secoli in Thailandia, vediamo qual è. 

 Anche Buddha viene rappresentato qualche volta con un gatto accovacciato ai suoi piedi, ciò perché porta pace e unione nei templi dei paesi asiatici. 
La leggenda affonda le sue radici nel buddismo theravada che letteralmente significa “la scuola degli anziani“, che dà origine al ‘Libro delle poesie e dei gatti’ chiamato anche Tamra Maew che attualmente è conservato nella biblioteca nazionale di Bangkok. Proprio in uno dei papiri che compongono questo libro, si narra la leggenda buddista sui gatti che parla di morte e spiritualità, ma anche di reincarnazione dell’anima.


Secondo il buddismo quando una persona moriva, accanto al corpo veniva posto un gatto, ovviamente la cripta possedeva una fessura per permettere al felino di uscire liberamente. 
Se il gatto lo faceva, si era sicuri che l’anima del defunto si fosse reincarnata nel corpo dell’animale. 
Solo in questo modo, si poteva raggiungere la libertà verso l’ascensione.

 Per l’ordine buddista Fo Guang Shan, invece, i gatti sono dei piccoli monaci, ovvero come persone che hanno già raggiunto l’illuminazione.

 Dominella Trunfio

venerdì 24 febbraio 2017

"Il miracolo del sole" nel tempio di Abu Simbel


Abu Simbel è un tempio Egizio rupestre situato sulle sponde del lago Nasser, a 300 km dall'odierna città di Assuan. 
Fu costruito dal faraone Ramses II (1290 a.C.-1224 a.C.), uno dei più grandi e longevi faraoni di sempre, per divinizzare se stesso e per esaltare il suo lungo regno.

 La facciata e gli ambienti interni del tempio furono scolpiti nella roccia. 
All'esterno quattro colossi del faraone Ramses II troneggiano maestosi, mentre gli ambienti interni si sviluppano lungo una navata centrale fiancheggiata da otto pilastri osiriaci. 
La navata centrale conduce alla "sala dei nobili", luogo in cui si trova un piccolo santuario che contiene le statue sedute di quattro divinità rivolte verso l'entrata del tempio: da sinistra a destra, Path di Menfi (Dio dell'arte e della tenebra), Amon-Ra di Tebe (Dio del Sole e di tutte le cose del creato), Ramses II divinizzato e Ra-Harakhti (divinità nata dal sincretismo tra il Dio Ra e Harakhti, Horo all'orizzonte, probabilmente durante la V dinastia). 

Due volte all'anno, il 21 febbraio e il 21 ottobre, si configurava "il miracolo del Sole". 
All'alba di questi giorni la luce del Sole penetrava all'interno e illuminava le statue sacre ubicate all'interno del santuario.


Durante il resto dell'anno il santuario rimaneva completamente al buio, mentre nei due giorni sopracitati le statue venivano illuminate ad eccezione della prima a sinistra, Ptah, Dio dell'arte e della tenebra e giustificatamente avvolto dall'oscurità, Amon-Ra e Ra-Harakhti venivano illuminati per 5 minuti ciascuno, mentre il Sole illuminava per ben 20 muniti la figura divinizzata di Ramses II, riscaldando e caricando di energia la sua statua.


Riguardo le date scelte non c'è accordo tra gli egittologi, alcuni sostengono che il 21 febbraio e il 21 ottobre fossero rispettivamente le date della nascita e dell'incoronazione del faraone, altri pensano invece che si tratti dalle date che approssimativamente coincidono con la fine della piena del Nilo e con l'inizio del successivo raccolto.

 Nel 1960 iniziarono il lavori di costruzione della Diga di Assuan, questo progetto prevedeva la formazione di un'enorme bacino artificiale che avrebbe sommerso il tempio di Abu Simbel.
 Grazie all'intervento dell'UNESCO venne studiato un sistema per salvare il tempio, furono impiegate risorse senza precedenti e un progetto ambizioso che prevedeva lo spostamento del tempio 300 metri più indietro e 65 metri più in alto.


Tra il 1964 e il 1969 duemila uomini tagliarono e spostarono il tempio pezzo per pezzo servendosi delle più avanzate tecnologie. Una volta ricomposto il tempio venne costruita un'enorme cupola di calcestruzzo per poter reggere il peso della roccia depositata per ricreare l'aspetto originale della montagna.
 Nonostante l'enorme sforzo e l'accuratezza nelle misurazioni servite dalla migliore tecnologia del XX secolo venne commesso un errore di orientamento.

 Dopo lo spostamento il "miracolo del Sole" non avvenne più nelle consuete date ma con un giorno di ritardo, il 22 febbraio e il 22 ottobre. 

 Fonte: civiltaanticheantichimisteri

martedì 5 aprile 2016

I sacrifici umani degli Aztechi


Chi erano gli individui sacrificati dagli Aztechi nel Grande Tempio di Tenochtitlan? 
Le fonti storiche in genere parlano dei prigionieri di guerra, ma un recente studio sembra indicare che non tutti siano stati catturati nei territori sottomessi.
 L’archeologa Alan Barrera, a capo della ricerca, ha sostenuto che: “C’era questa idea generale che i sacrifici erano per lo più il risultato di guerre, individui presi dalle popolazioni via via conquistate” 

 La civiltà azteca, fiorita tra il 1345 e il 1521, è passata alla storia soprattutto per i sacrifici umani, i quali prevedevano 
smembramenti, decapitazioni e una pratica ormai diventata famosa attraverso la quale veniva estratto il cuore alla vittima mentre era ancora in vita.


Nonostante non fossero di certo i primi a praticare questi rituali, preceduti dalla civiltà olmeca, sembra che attuarono sacrifici umani su una scala mai conosciuta prima.
 Se rimane pur vero che la descrizione di questa usanza sia stata esagerata dai missionari spagnoli giunti nel nuovo mondo, è innegabile come durante il loro regno tale pratica abbia causato migliaia di vittime.


In Mesoamerica il sacrificio umano era visto come un ringraziamento agli dei per la creazione del mondo e del sole, in particolare verso un mostro chiamato Cipactli (o Tlaltecuhtli). Secondo la leggenda gli dei Quetzalcoatl e Tezcatlipoca in origine strapparono la creatura in pezzi per dare origine al creato.
 Per consolare lo spirito di Cipactli, gli dei avrebbero promesso cuori umani e sangue in accondiscendenza.
 Un po’ come nella mitologia greca, sul modello di Prometeo che rubò il fuoco agli dei, Ehecatl-Quetzalcóatl rubò le ossa dagli Inferi e con questi creò gli esseri umani, rendendo necessari altri tributi di sangue. 
 Si è anche pensato che le vittime venissero in genere portate qui direttamente dai loro luoghi di origine e in seguito sacrificate quasi immediatamente. 
In genere gli aztechi erano soliti lanciare vere e proprie guerre – definite “guerre fiorite”(xochiyaoyotl) – il cui scopo era quello di catturare prigionieri da sacrificare.
 Altri due modi per trovare candidati per il sacrificio, erano il gioco della palla o l’utilizzo degli schiavi. 
Si è sempre pensato ovviamente che la guerra fosse il metodo di scelta preferito dagli aztechi.


Lo studio dei frammenti ossei umani ha permesso però di concludere che alcune delle vittime sacrificate ed oggetto di studio da parte dell’archeologa Alan Barrera, avevano vissuto tra gli Aztechi per almeno sei anni. 
I giovani uomini catturati nelle guerre non erano le uniche persone sacrificate, e le vittime includevano donne, anziani e bambini. 

 Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno prelevato campioni dai resti di sei individui trovati tra le vittime sacrificali del Grande Tempio ed estratti da teschi e denti.
 Gli individui hanno vissuto tra il 1469 e il 1521, durante i regni di Motecuhzoma Ilhuicamina, Axayacatl e Moctecuhzoma Xocoyotzin.

 Stefano Borroni

giovedì 31 marzo 2016

Il meraviglioso mondo degli Hunza


La valle dell’Hunza prende il nome dall’omonimo fiume, si trova nel Pakistan del nord, a 2.438 metri di altitudine e si estende per circa 7.900 chilometri quadrati. 
E’ un luogo fantastico, reso quasi magico dai colori delle stagioni che si riflettono sulla valle e su i suoi maestosi rilievi. Ma è conosciuta anche per un’altra caratteristica: i suoi abitanti vivono fino a 110-120 anni, raramente si ammalano e, nonostante il passar del tempo, mantengono un aspetto piuttosto giovane anche ad età avanzata. 
 Sono diversi rispetto alle popolazioni vicine per diversi aspetti: fisicamente gli Hunza somigliano agli europei, parlano una lingua propria – il burushaski – che non somiglia a nessun altro idioma al mondo, e professano il credo ismaelita. 
 Ovviamente ciò che affascina di questo piccolo popolo che vive tra i massicci montagnosi del nord del Pakistan, sono i racconti sulla loro straordinaria capacità di mantenersi giovani e in salute.
 Fanno il bagno in acque gelide anche fino a 15 gradi sotto zero, fanno attività sportive fino a cent’anni, le donne a 40 anni sembrano adolescenti e a 65 sono ancora in grado di dare alla luce figli; in estate mangiano frutta e verdure crude, in inverno albicocche secche, germogli di grano e formaggio di pecora
.







Fu il medico scozzese Robert McCarrison a scoprire, nei lontani anni ’30, la “valle felice”, e registrò che mangiavano pochissime proteine: 1933 calorie diarie, che comprendevano 50 grammi di proteine, 36 grammi di grassi e 365 grammi di carboidrati.

 A distanza di svariati decenni le abitudini alimentari degli Hunza non sembrano cambiate: la carne è quasi assente dalla dieta e si nutrono soprattutto dei cereali da loro più coltivati come frumento, orzo e grano saraceno, di patate e frutta come albicocche e mele, nocciole, eppoi di burro, yogurt e derivati del latte di pecora. 
Per quanto riguarda l’acqua, la loro unica fonte discende dal ghiacciaio Altar. Ma non disdegnano, ogni tanto, un po’ di alcol, bevendo elisir ottenuti dalle more di gelso o dalla distillazione del succo fermentato di albicocche.
 La conclusione è dunque che sia proprio la dieta il fattore principale della longevità di questo popolo. 
Un esempio è dato dalle popolazioni vicine, che vivono alle stesse condizioni climatiche ma non rispettando lo stesso regime alimentare e che hanno una speranza di vita due volte inferiore. 

Non sappiamo dove finisca la realtà e inizi la favola del popolo che non invecchia, nei primati di longevità umana non c’è traccia degli Hunza, ma anche se fosse è una bella favola.

 http://popoffquotidiano.it/

giovedì 18 febbraio 2016

La civiltà dell'Isola di Pasqua non fu annientata dalla guerra


La tradizione vuole che prima dell'arrivo degli esploratori europei, nel 1700, gli abitanti dell'Isola di Pasqua, a corto di risorse, ingaggiarono una guerra civile che li ridusse allo stremo, portandoli al collasso.
 L'ipotesi era suffragata dal ritrovamento, su tutta la superficie di Rapa Nui, di migliaia di punte in ossidiana ritenute, per il gran numero e l'aspetto tagliente, armi da combattimento. 
Ma una più attenta analisi di questi strumenti (noti come mata'a) racconta una versione diversa dei fatti.

Carl Lipo, antropologo dell'Università di Binghamton (nello stato di New York, USA), ha condotto un'analisi morfometrica - ossia uno studio e una comparazione delle forme dal punto di vista quantitativo - di oltre 400 mata'a ritratti in alcune foto.
 Osservando la varietà di forme dei frammenti di vetro vulcanico, nonché la differenza con le armi di altre civiltà, Lipo ha concluso che non si tratta affatto di strumenti di guerra. 
 «Le armi dovevano far bene il proprio lavoro - spiega - o si rischiava la vita. Per questo gli oggetti di guerra rinvenuti in Europa o altrove sono molto sistematici nella forma. Ogni utensile può essere usato come lancia, ma durante una guerra, le armi devono garantire certe prestazioni. E con un mata'a puoi ferire, ma non uccidere».

Se le osservazioni di Lipo fossero confermate sarebbe lecito pensare che quella sulla fine tragica della popolazione di Rapa Nui sia stata una deduzione basata su un'interpretazione a posteriori europea e non su prove archeologiche.
 La forma e la distribuzione a tappeto dei mata'a fa piuttosto pensare si trattasse di oggetti di uso quotidiano, usati in agricoltura per la lavorazione delle piante, o in compiti rituali come tatuare la pelle.
 Quelli che finora erano stati considerati i segni di una catastrofe erano, più probabilmente, tracce di una civiltà ancora produttiva, che sarebbe stata decimata dalle razzie e dalle malattie importate dagli europei. 

Fonte: focus.it

venerdì 9 ottobre 2015

El Dorado

La laguna di Guatavita è ritenuta uno dei laghi sacri del popolo precolombiano Muisca. Un rituale tenuto proprio presso questo lago è unanimemente riconosciuto essere alla base della famosa leggenda dell’El Dorado.



La leggenda narra che, prima dell'arrivo del conquistador Gonzalo Jiménez de Quesada che scoprì il sito, il popolo Muisca vi praticava dei riti religiosi relazionati con il culto del Sole.
In particolare lo Zipa di Guatavita si cospargeva la pelle di resina e polvere d'oro e si inoltrava fino al centro del lago con una zattera da dove si tuffava, effettuando delle abluzioni togliendosi la polvere d’oro di dosso. In seguito i fedeli gettavano nel lago altre offerte rituali, come ciondoli e monili preziosi

.
Alcuni oggetti d’oro e d’argento recuperati nel fondo del lago sembrerebbero confermare la veridicità di questo rito, anche se finora le immersioni di ricerca in fondo al lago non hanno rinvenuto che un numero relativamente basso di oggetti preziosi. Da questa cerimonia, di cui il primo spagnolo ad essere informato fu Sebastian de Belalcazar, si originò il mito dell'El Dorado che deriva dalle parole in lingua spagnola El indio Dorado.



In seguito nelle alte Ande colombiane furono organizzate spedizioni nell’entroterra per depredare le ricche tombe degli Indios Sinu, e nel 1539 gli Europei penetrarono per la prima volta nel territorio dei Muisca e fondarono la città di Bogotá.
Un cronista spagnolo riportò nel 1636 il resoconto di un testimone oculare: “Il primo viaggio che dovette intraprendere fu alla grande laguna di Guatavita, dove rese offerte e sacrifici al demone che essi adoravano come loro dio e signore.

Durante la cerimonia alla laguna costruirono una zattera di giunchi, abbellendola e ornandola con i loro oggetti più belli. La poggiarono su quattro bracieri accesi in cui bruciarono molta moque, che è l’incenso di questi indigeni, oltre a resina e a molti altri profumi. La laguna era vasta e profonda, tale da poter essere navigata da un’imbarcazione dai fianchi alti carica di un’infinità di uomini e donne sontuosamente vestiti con belle piume, placche e corone d’oro… A quel punto spogliarono l’erede al trono dei suoi abiti e lo unsero con del terriccio vischioso che cosparsero poi di polve­re d’oro, ricoprendogli così tutto il corpo con il metallo. 
Lo sistemarono a bordo della zattera su cui egli restò immobile, e poggiarono ai suoi piedi un gran mucchio d’oro e di smeraldi affinché ne facesse offerta al suo dio. Insieme a lui, montarono sull’imbarcazione quattro influenti personaggi interamente abbigliati con piume, corone, braccialetti, ciondoli e orecchini in oro puro. Anch’essi erano nudi e ciascuno reggeva un’offerta. Quando la zattera lasciò la riva, ebbe inizio la musica, con trombe, flauti e altri strumenti, accompagnata da canti che facevano tremare le montagne e le valli, finché, quando la barca raggiunse il centro della laguna, essi alzarono una bandiera per imporre il silenzio. L’indio ricoperto d’oro fece poi la sua offerta, gettando tutto l’oro in mezzo al lago e i capi che lo scortavano fecero lo stesso con i loro doni. Con questa cerimonia il nuovo governante fu accolto e riconosciuto come signore e re”. British Museum

Reperti d'oro provenienti dalla laguna di Guatavita



Il tesoro del Lago Guatavita La cerimonia di “El Dorado”, l’Uomo d’Oro, diede inizio alla leggenda. Benché si fossero già impossessati di parecchie centinaia di libbre d’oro appartenenti ai Muisca e ai loro vicini, i conquistadores erano convinti che il meglio dovesse ancora venire, sotto forma dell’inestimabile tesoro giacente, secondo loro, sul fondo del Lago Guatavita.
Il primo tentativo di dragare il lago fu compiuto nel 1545, ma l’iniziativa più complessa dell’epoca fu quella intrapresa da un mercante di Bogotá, Antonio de Sepulveda, che avviò le operazioni di ricerca negli anni successivi al 1580.
Avvalendosi di una manodopera di 8000 indios, praticò una larga incisione nel bordo del lago – tuttora ben visibile – per far defluire l’acqua. Il livello si abbassò così di 20 m, dopo di che l’apertura franò provocando molte vittime. Fu abbandonato allora il progetto, benché fossero stati trovati degli oggetti preziosi: la parte di bottino spedita in Spagna al re Filippo II comprendeva una corazza d’oro, un bastone ricoperto di placche d’oro e uno smeraldo grosso come un uovo di gallina.



Ben presto la caccia alle leggendarie, inimmaginabili ricchezze si estese oltre i confini del Lago Guatavita. Già all’epoca dei conquistadores si era propagata in un baleno la voce dell’Uomo d’Oro e della mitica città di Manoa, dove persino le pentole erano d’oro.
Convinti che la località si celasse nelle foreste inesplorate del bacino amazzonico, anno dopo anno esploratori e avventurieri s’inoltrarono nella giungla e molti non ne fecero ritorno.
Con il trascorrere del tempo il ricordo dell’Uomo d’Oro si affievolì, e il nome di El Dorado finì per designare un luogo – Eldorado – ricolmo d’inconcepibili ricchezze che attendevano il loro scopritore, nascosto fra le Ande o nel folto della giungla amazzonica.
Forse uno dei più bei pezzi di Muisca e solide prove della cerimonia del El Dorado, è una zattera di lega d'oro su cui sorgono figure, uno dei quali è più grande e, indossa un copricapo, è senza dubbio la 'Gilded One'. Esso è stato scoperto in una grotta vicino a Bogotá ed era un tunjo. Il pezzo è 10 x 20 cm con la figura principale essere 10 cm di altezza e si trova ora, insieme a molti dei migliori superstiti pezzi Muisca, nel Museo dell'Oro del Banco de la República, Bogotá, Colombia.
La civiltà Muisca (o Chibcha) fiorì in Colombia antica tra 600 e 1600 CE. Loro territorio comprendeva quello che ora è Bogotá e i suoi dintorni e hanno guadagnato una fama duratura come l'origine della leggenda di El Dorado. Muisca anche hanno lasciato un patrimonio artistico significativo nella loro eccellente lavoro d'oro, gran parte di essa ineguagliabile da qualsiasi altra cultura Americas. Società & religione

lunedì 15 giugno 2015

Le guerriere del sole: le donne Masai che portano la luce grazie al fotovoltaico

Le guerriere del sole. È questo il soprannome attribuito a un gruppo di donne Masai, che al tramonto si mette in cammino con al seguito dei pannelli fotovoltaici portatili. 
Vere e proprie combattenti, che lottano contro la povertà e il buio portando l'elettricità laddove manca, in Africa. 
Girano per i paesi di Kenya e Tanzania di casa in casa, portando letteralmente la luce.


I Masai sono una tribù pastorale seminomade distribuita tra Kenya e Tanzania, e la globalizzazione non è stata buona con loro. 
Molti spesso devono percorrere molti chilometri solo per caricare i loro telefoni. Ma un nuovo progetto guidato da Green Energy Africa ha portato l'energia solare a 2.000 famiglie della contea di Naiputa, grazie alle donne che vendono gli impianti solari a prezzi accessibili.
 Al tramonto, gli agricoltori si preoccupavano per il loro bestiame, facili prede di iene e leopardi e i bambini accendevano il fuoco per finire i compiti riempiendo le misere case di fumo. O peggio le pericolose lampade a kerosene. 
Così, Green Energy Africa ha avviato a settembre dello scorso anno il Werep (Women Entrepreneurship in Renewable Energy Project), con l'obiettivo di “promuovere la partecipazione inclusiva delle donne e dei giovani nello sviluppo attraverso l'energia solare”, portando energia alle persone che ne hanno davvero bisogno e che vivono nelle contee di Kajiado e Makueni. 
Come funziona il progetto? 
Green Energy Africa vende alle donne i pannelli solari portatili, le lampade e piccole batterie ricaricabili con uno sconto. 
Esse a loro volta vendono i prodotti guadagnando circa 300 scellini (3 dollari) ciascuno. Il denaro non va a loro ma viene destinato al conto del gruppo per acquistare altro materiale solare.
 Le donne, precedentemente formate nell'installazione di pannelli fotovoltaici, in groppa agli asini trasportano così i pannelli di casa in casa in questa regione remota, dando alle famiglie per la prima volta accesso all'acqua pulita e all'energia.


A meno di un anno dall'avvio, l'area è passata da un uso dell'energia solare pari a zero al 20% di oggi. 
Per le 2.000 famiglie che hanno adottato la tecnologia solare non è stato difficile apprezzarne i vantaggi. Rispetto al kerosene e alla legna, il costo, la convenienza, e benefici per la salute del fotovoltaico hanno convinto tutti.
 Adesso, quando cala la sera, i bambini hanno a disposizione luce per studiare e gli agricoltori e allevatori possono controllare i loro animali grazie agli sforzi delle guerriere della luce, in prima linea in questa rivoluzione solare.




Fonte: greenme.it
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